Bibliografia femminista (in continuo aggiornamento)

Sono sempre alla ricerca di nuovi spunti di riflessione, e lo scopo per cui ho aperto questo blog è di raccoglierli e ampliarli, cercare di trasformare una raccolta di pensieri casuali in qualcosa di comprensibile e completo.

Qui di seguito riporto una serie di libri che hanno influenzato la mia vita e mi hanno aiutata a sviluppare le mie idee e la mia identità (in ordine random, rigorosamente) per quanto riguarda la questione femminista e le questioni di genere. A questi libri devo molto, perché mi hanno aiutata ad affinare il mio pensiero, ampliare il mio sguardo, approfondire le mie analisi e confrontarmi con la complessità. Ognuna di queste voci, a modo suo, mi ha dato qualcosa, creando una prospettiva complessa e vibrante che spazia dalla poesia alla ricerca scientifica, passando attraverso la divulgazione e il racconto di esperienze di modi individuali di vivere e costruire il proprio essere femminista.
Soprattutto di recente, ritornando su questa lista per aggiungere nuove letture, mi rendo conto della varietà e della fertilità del pensiero femminista e della ricerca di genere, una sorgente da cui ognuna/o di noi può attingere qualcosa che porterà con sé, qualcosa di forte, vivo e tangibile.

  • Io sono Emozione, Eve Ensler
  • Dalla parte delle bambine, Elena Gianini Belotti
  • Ancora dalla parte delle bambine, Loredana Lipperini
  • Sii Bella e Stai Zitta, Michela Marzano
  • In nome dell’Amore, Melissa P.
  • Sui Diritti delle Donne, Mary Wollstonecraft
  • Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna, Michela Murgia
  • L’ambiguo malanno. La donna nell’antichità greca e romana, Eva Cantarella
  • Padrone del Desiderio. L’universo nascosto delle donne musulmane, Geraldine Brooks
  • Il Secondo Sesso, Simone de Beauvoir
  • I Monologhi della Vagina, Eve Ensler
  • Se Non Ora Quando?, AAVV, a cura di Eve Ensler e Mollie Doyle
  • Senza Chiedere il Permesso, Lorella Zanardo
  • Di mamma ce n’è più d’una, Loredana Lipperini
  • Psicosociologia del maschilismo, Chiara Volpato
  • Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, Chiara Volpato
  • Il mio corpo mi appartiene, Amina Sboui
  • Superman è arabo. Su Dio, il matrimonio, il machismo e altre invenzioni disastrose, Joumana Haddad.
  • Prima le donne e le bambine, Elena Gianini Belotti
  • La donna in una società sessista. Alle origini della dipendenza femminile, a cura di Vivian Gornick e Barbara K. Moran
  • Il dominio maschile, Pierre Bourdieu
  • Di che genere sei?, a cura di Beatrice Gusmano e Tiziana Mangarella
  • Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta, Rossella Ghigi
  • Educazione sessista. Stereotipi di genere nei libri delle elementari, Irene Biemmi
  • Pink is the new black. Stereotipi di genere nella scuola dell’infanzia, Luisa Stagi ed Emanuela Abbatecola
  • Children at Play. Learning gender in the early years, Barbara Martin
  • Women political leaders and the media, Donatella Campus
  • Ci vogliono le palle per essere una donna, Caitlin Moran
  • Il sesso del terrore. Il nuovo maschilismo americano, Susan Faludi
  • Tutte le ragazze avanti!, AAVV, a cura di Giusi Marchetta
  • Generazioni di donne a Sconvegno, a cura di Eleonora Cirant, Chiara Lasala, Sveva Magaraggia, Chiara Martucci, Elisabetta Onori, Francesca Pozzi
  • Liberati della brava bambina. Otto storie per fiorire, Maura Gancitano e Andrea Colamedici
  • Toxic Geek Masculinity in Media, Anastasia Salter e Bridget Blodgett
  • Feminism in Play, a cura di Kishonna L. Gray, Gerald Voorhees ed Emma Vossen
  • Unmasking the Strong Black Woman, Kara Stevens
  • Gaming masculinity. Trolls, fake geeks and the gendered battle for online culture, Megan Condis

Man mano che continuerò a leggere, amplierò la lista. Se chiunque volesse consigliarmi qualche testo, in particolare riguardo la storia del movimento femminista o la rivoluzione studentesca del Sessantotto, ne sarò lieta.

Molti di questi testi sono stati anche inseriti nell’antologia di “Aforismi e citazioni in libertà” di Wikiquote. Ho voluto riportare passi significativi per metterli a disposizione di tutti, un piccolo contributo alla conoscenza universale nello spirito Wiki, e anche per avere sempre sottomano riflessioni e concetti che stanno andando non solo a costituire una banca-dati preziosissima per me (per i miei lavori scolastici e universitari, ad esempio, o per trovare sostegno alle mie argomentazioni) ma anche ad ampliare le mie vedute e, sedimentandosi, a costruire ciò che io sono.

Le ragazze e il femminismo: qualcosa non va.

Essere femminista, per me, anche se ho 16 anni, non è una posa. Capire quali sono le ragioni per cui la donna è stata oppressa e discriminata attraverso i secoli, e perché anche al giorno d’oggi, dopo le conquiste del movimento femminista, la situazione non sia cambiata poi tanto, è una cosa che mi interessa profondamente. Non passa giorno che io non rifletta sul problema, che io non cerchi di discuterne con persone di cui ho stima – amici, professori, sconosciuti su Facebook -, che io non cerchi di documentarmi ulteriormente sul femminismo, sulla sua storia.

Mi sorprende molto che le ragazze della mia età non siano interessate al femminismo. Conoscere la storia delle battaglie che le donne hanno combattuto e “riceverne il testimone”, cioè essere consapevoli che i diritti di cui usufruiamo sono stati ottenuti da poco tempo e abbiamo il dovere di preservarli, secondo me è fondamentale. Impegnarci perché le disuguaglianze esistenti vengano sostituite da un’effettiva parità, accompagnata da rispetto e solidarietà fra i due sessi, da un’effettiva percezione delle donne come individui, al pari degli uomini, è una cosa che ogni donna dovrebbe volere. Eppure non è così.

Il femminismo appare come qualcosa di inutile, ammuffito. Le ragazze pensano di non averne bisogno. Non pensano che impegnarsi per il futuro sia importante, in realtà l’impressione che ho parlando con loro è che il futuro gli sembri qualcosa di così distante che non vale neppure la pena di preoccuparsene. Per me, invece, il futuro è qualcosa di incombente. Mi costringe a confrontarmi con la domanda più pressante di tutte: e se non dovessi farcela? E se non riuscissi a cambiare le cose e a realizzare quello in cui credo?

Per loro il futuro è qualcosa di totalmente astratto, e per questo motivo lontano dai loro pensieri. Il motto della nostra generazione è: “vivi come se non ci fosse domani”; la parte “impara come se dovessi vivere per sempre”, meno glamour, viene semplicemente dimenticata. Pensano davvero che, se in futuro non ci sarà più petrolio né foreste, l’importante sia aver goduto di queste risorse per divertirsi e vivere negli agi fino all’ultimo. Ritengono che imparare non serva – perché non capiscono che il futuro in cui dovranno affrontare l’esame di maturità, l’università e poi il lavoro è più vicino di quanto non sembri – e che le cose importanti siano vivere ogni istante divertendosi, ballando, ridendo, innamorandosi, provando a bere, a fumare, a farsi uno spinello. In poche parole, dimenticare i pensieri. Dimenticarsi che oltre l’attimo c’è qualcosa.

Io non critico questo modo di pensare in sé. Lo critico per la sua estremizzazione, che sta producendo una generazione superficiale, attenta solo all’apparenza, incapace di costruire legami veri, incapace di decidere autonomamente del proprio futuro o di interessarsi di cosa succede nel mondo. Incapace di comprendere le lezioni della storia e di analizzare l’attualità. Può apparire un giudizio troppo severo, e so bene che non siamo tutti così, ma per un’ampia maggioranza, purtroppo, è così.

E questo vale soprattutto per le ragazze. La visione più diffusa del femminismo è quello di qualcosa di anti-sesso, che comporti l’odio o il disprezzo nei confronti degli uomini e una sorta di piano di “vendetta” a livello mondiale con un rovesciamento dei rapporti di dominio tra i sessi a favore delle donne. Ma il femminismo, e non credo sia neppure necessario ribadirlo, non è questo. Essere femminista non esclude l’amore, né l’amicizia con i ragazzi, e quasi tutti i miei amici più cari sono maschi. Per dirla con le parole di Michela Marzano,

“Essere dalla parte delle donne non significa sognare un mondo in cui i rapporti di dominio possano finalmente capovolgersi per far subire all’uomo ciò che la donna ha subito per secoli. Essere dalla parte delle donne vuol dire lottare per costruire una società egualitaria, in cui essere uomo o donna sia «indifferente», non abbia alcuna rilevanza. Non perché essere uomo o donna sia la stessa cosa, ma perché sia gli uomini sia le donne sono esseri umani che condividono il meglio e il peggio della condizione umana. L’obiettivo della donna non è quello di dominare l’uomo, dopo essere stata dominata per secoli, ma di lottare perché si esca progressivamente da questa logica di dominio, senza dimenticare che, nonostante tutto, l’essere umano è (e resterà sempre) profondamente ambivalente.” (da Sii Bella e Stai Zitta, Mondadori, 2010)

Al di là di questa precisazione, quello che mi colpisce più di tutto è la prima “reazione” nei confronti del femminismo: è “anti-sesso”. Al di là del fatto che la libertà sessuale è avvenuta anche grazie alle conquiste del femminismo, e che senza questo movimento le ragazze minorenni come me non potrebbero avere a disposizione contraccezione, contraccezione d’emergenza e, in casi limite, aborto, io non sono affatto d’accordo con questa tesi, a meno che non si consideri il mercificare sé stesse l’unico modo per avere delle relazioni sessuali. Non è affatto vero, neppure alla nostra età, che i ragazzi cercano solo ragazze facili e abbiano come unico interesse il sesso, o meglio, è ovvio che gli adolescenti siano attratti dal sesso e abbiano desideri forti, ma non c’è solo quello.

I ragazzi superficiali sono alla ricerca, ovviamente, di ragazze “facili”, storie senza impegno. Ma non sono la maggioranza, ed è un errore da parte delle ragazze pensare che solo offrendosi così potranno trovare un ragazzo. Al contrario, facendo così “autorizzano” i ragazzi a pensare in modo superficiale alle ragazze, tirandosi la zappa sui piedi. Ma, escludendo, mi si permetta, gli idioti, i ragazzi cercano soprattutto una ragazza con cui ridere, che sia simpatica e li capisca.

Essere femminista non significa essere una suora di clausura! Significa semplicemente avere a cuore la propria dignità, i propri diritti, la propria individualità. Significa non voler permettere che la società ci releghi ai margini, voler essere indipendenti e costruire un futuro che non costringa le donne a scegliere se essere lavoratrici o madri, che non sia governato solo da uomini, in cui il potenziale delle donne possa trovare una piena realizzazione. Dovrebbe essere la regola, non l’eccezione…

Fuori dal bozzolo. La consapevolezza del corpo.

A volte mi stupisco di quanti condizionamenti io abbia nei confronti del sesso. Non è la prima volta che me ne rendo conto, ma non riesco a capire perché, da dove provengano, eppure mi ritengo una ragazza dalle idee abbastanza liberali, e, perché no, abbastanza informata circa il sesso e consapevole del proprio corpo. Ma percepisco chiaramente i blocchi  nella mia mente, compaiono quando il mio ragazzo ne parla – in quel modo diretto, quasi crudo, che hanno i ragazzi – o quando ripenso ai momenti che abbiamo vissuto insieme, ancora impressi in modo così vivido nella mia mente che pensarci fa accelerare il mio battito cardiaco. Non voglio questi blocchi, fatico a tollerare la sensazione di repulsione che mi causano. Voglio sentirmi libera di esprimere me stessa in ogni ambito, i miei pensieri, le mie emozioni, le sensazioni del mio corpo. Non voglio avere paura.

Innamorarmi, scoprire un modo diverso di sentirmi femminile, mi ha fatto capire quanto sia importante il mio corpo, carne e sangue, come mezzo per esprimere la mia individualità e unicità. Il vero modo di essere sé stessi è la consapevolezza. E voglio sentirmi bella. E voglio provare piacere. E voglio essere libera. Voglio che le emozioni che sento attraversino la mia pelle e diventino parte di me, come una crisalide che si dischiude e diventa una farfalla.

Acquisire consapevolezza del mio corpo, non percepirlo più come un’ingombrante e imbarazzante – perché sottoposto agli sguardi delle persone, alle loro critiche – estensione della mia mente, per me è come iniziare la nuova vita della farfalla. Una creatura incantevole ed eterea, capace di librarsi al di sopra della sua natura imperfetta di bruco. La sua esistenza è breve, ma intensa. La sua bellezza è effimera. Ma la farfalla può elevarsi sopra il prato. Può guardare i fiori dall’alto, sentire il sole accarezzare le sue ali ed essere libera.

Superare i miei blocchi mentali, per me è come per la farfalla volare oltre il prato, oltre i cespugli; è una continua scoperta, di me stessa e della realtà. Mi da’ un modo diverso di sentire le cose. In un certo senso, è una forza.

 

Wikipedia. La comunità dietro al progetto.

Di recente Wikipedia si è fatta sentire in due occasioni: la prima è stata lo sciopero dell’edizione italiana il 4 ottobre scorso per protestare contro la legge sulle intercettazioni, che avrebbe obbligato gli utenti dell’enciclopedia libera a modificare i contenuti di una pagina, anche se le informazioni pubblicate fossero state corrette e verificate da fonti, se qualcuno ne avesse fatto richiesta. La rettifica sarebbe divenuta così uno strumento per imporre la propria versione dei fatti, anche a discapito della verità.  Questo avrebbe di fatto distrutto la neutralità, che rappresenta il principale dei “cinque pilastri” su cui si regge il progetto.

La comunità italiana, dopo una dibattuta votazione, ha preso la decisione di oscurare completamente le pagine del sito, in modo da attirare l’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa e degli utenti di Internet su quanto stava accadendo; fortunatamente, poi, il comma “incriminato” della legge sulle intercettazioni è stato rigettato.

La modalità di protesta, assolutamente inedita per Wikipedia, ha fatto da precedente per l’oscuramento della Wikipedia inglese durante lo sciopero della Rete di questi giorni. Uno sciopero senza precedenti, che ha coinvolto tutti i principali siti Internet, tra cui Google, il sito della Mozilla Foundation, la rivista di informatica e tecnologia Wired. Numerose “sorelle” di en.wiki (la Wikipedia in lingua inglese) hanno sostenuto la protesta diffondendo informazioni riguardo alla SOPA e alla PIPA attraverso banner e skip-on pages (pagine che compaiono automaticamente alla visualizzazione di una pagina).

La protesta “pacifica” e non convenzionale di Internet, dai singoli utenti ai grandi siti, è stata supportata dal gruppo Anonymous, di cui ho già accennato in un post precedente. I loro metodi, che si limitano a fare danni “di facciata” (poiché con un attacco Distributed Denial of Service, abbreviato in DDoS, si limitano a non rendere disponibile un sito “saturandolo” di false richieste d’accesso, ma di fatto ne lasciano intatti i contenuti e la struttura), hanno amplificato l’eco della protesta e mandato un chiaro messaggio al Congresso statunitense: Internet deve restare aperta e libera; la comunità non tollererà ingerenze e reagirà di conseguenza.

Per me Internet è qualcosa di fondamentale. Nel mio piccolo, sono fiera non solo di poterlo usare per condividere i miei pensieri e i miei interessi attraverso questo blog e Facebook, per informarmi e approfondire gli argomenti che mi interessano, ma anche di poter dare il mio piccolo contributo a costruirlo attraverso il mio lavoro su Wikiquote.

Il concetto che sta dietro ai progetti della Wikimedia Foundation è una cosa che ammiro molto. Da utente, ormai attiva da un paio d’anni, penso di poter dire la mia. Wikipedia, prima di essere un progetto aperto a tutti, è soprattutto il progetto di una comunità vivace, attiva e collaborativa, che raccoglie persone appassionate e disponibili, che nutrono un vivo amore per l’idea di costruire un’enciclopedia universale, aperta, completamente priva di pubblicità e sponsor. Questa comunità vigila tutti i giorni sulle voci dell’enciclopedia, correggendo vandalismi, ampliando le informazioni, discutendo su come rendere più obiettiva una voce POV (Point of View, cioè di parte), aggiungendo fonti dove mancanti, aiutando i nuovi utenti, inserendo immagini e templates per migliorare una voce, scrivendo voci da zero, discutendo sugli interventi da compiere su una voce, valutando se sia il caso di cancellarla. Ogni decisione non è mai presa da un singolo, ma tutti gli utenti hanno diritto di intervenire. I Progetti, ambiti di lavoro che riuniscono gli utenti esperti di un dato argomento, che spazia da PK all’astrofisica, dall’heavy metal alla biologia molecolare, gestiscono il lavoro da fare all’interno di un ambito tematico. A presiedere il lavoro di tutti, dirimere le dispute, intervenire sugli utenti che infrangono le regole e occuparsi delle questioni più spinose della manutenzione, sono gli amministratori, eletti dalla comunità nel corso delle votazioni. Un amministratore non è un capo. è un utente insignito di responsabilità particolari, che ha la fiducia della comunità. Qualora questa fiducia venisse meno, l’amministratore verrebbe redarguito, e, in casi più gravi, privato dei suoi poteri.

Le comunità Wiki, secondo me, sono un esperimento di democrazia partecipativa perfettamente funzionante. Ognuno dedica le proprie competenze e il proprio tempo a costruire qualcosa, senza nessun interesse se non la conoscenza e la libertà di Internet.

Come ha dichiarato Marco Pratellesi, giornalista del Corriere della Sera (31/12/2009):

Se l’è giocata con YouTube e Facebook, ma alla fine è risultata la migliore innovazione del decennio: Wikipedia ha vinto perché la partecipazione creativa è la vera forza del web. Con Wikipedia vengono dunque premiati gli utenti che hanno creato una gigantesca fonte di informazione, con oltre 12 milioni di voci nella maggior parte dei casi più approfondite e dettagliate di quelle delle enciclopedie tradizionali. Nonostante qualche incidente di percorso, Wikipedia ha dimostrato che passione e partecipazione possono vincere sugli «imbrattatori» e che gli anticorpi per combattere il «lato oscuro» del web sono gli stessi utenti. 

Penso che questa sia una perfetta sintesi dello spirito della comunità. Wikipedia viene spesso dipinta come superficiale e non affidabile, ma non credo che sia vero. Gli utenti sono costantemente all’opera per migliorarla, e semplicemente non possono essere onnipresenti per correggere in tempo reale ogni vandalismo che viene apportato. Mi rendo conto che non è possibile farlo su un progetto piccolo (gestito da una ventina di utenti registrati) come Wikiquote, figuriamoci nella ben più grande Wikipedia.

Wikipedia funziona. Questa piccola, semplice constatazione, non smette mai di stupirmi. Nonostante si basi solo sul lavoro volontario, non solo degli utenti ma anche di migliaia di contenuti anonimi, che non possono essere conteggiati, ma che, per quanto piccoli, sono fondamentali, Wikipedia continua a crescere e ad essere utilizzata da migliaia di persone ogni giorno. Nonostante sia diretta da una piccola fondazione non-profit impegnata più che altro a gestire i server e a difendersi dalle cause legali in cui i progetti di tutto il mondo sono coinvolti, e le sue necessità economiche vengano soddisfatte solo grazie alle donazioni, perché qualsiasi sponsorizzazione andrebbe contro la filosofia di libertà e neutralità propria di un’enciclopedia, Wikipedia continua a funzionare.

Non è straordinario? è davvero una delle cose più belle di Internet il fatto che permetta la crescita di un’organizzazione del genere. E non è l’unico esempio che potrei citare. Venite a fare un salto sui piccoli progetti fratelli. Wikisource raccoglie edizioni integrali di testi per cui è scaduto il copyright (trascorsi 70 anni dalla morte dell’autore nell’Unione Europea, 95 negli Stati Uniti). Dalla Divina Commedia al De Bello Gallico, passando per il testo delle preghiere popolari e per la Bibbia. Un lavoro certosino e straordinario, frutto di un impegno minuzioso. Qualcosa di ammirevole.

Wikizionario. Il fratellino un po’ dimenticato, ma dalle grandi potenzialità. Quando l’enciclopedia sarà arrivata a un livello di completezza sufficiente, non dubito che grandi sforzi saranno concentrati sul far crescere il dizionario libero, e sarà una bella sfida.

Wikimedia Commons. La galleria di immagini, musiche, video. Arricchita dalle donazioni di autorevoli istituti di ricerca, dotata di immagini fantastiche, che utenti hanno gratuitamente messo a disposizione dell’intera rete per corredare le voci degli altri progetti e per essere riprodotte ovunque.

E non solo. Inoltratevi nei  meandri del mondo di Wikipedia. Leggete le discussioni, fate un salto al bar, scoprire il volto della comunità che rimane nell’anonimato nelle voci ma che in realtà rappresenta il cuore pulsante dei Wikiprogetti.

Alimentazione e demografia. Siamo tanti, abbiamo fame.

Per la prima volta nella storia, il pianeta Terra è abitato da sette miliardi di esseri umani. La popolazione ha continuato a crescere, dalla metà del secolo scorso, ad un ritmo di un miliardo in più ogni 12-14 anni. Ultimamente, il tasso di crescita è rallentato (+1,1% l’anno), e a partire dal 2070 potrebbe stabilizzarsi. Per allora, le prospettive più riduttive stimano la popolazione a più di 10 miliardi di persone.

 Buona parte dei nuovi nati vedrà la luce in Africa, un continente che triplicherà la sua popolazione da qui alla fine del secolo, e in Asia, dove l’India diventerà il Paese più popolato al mondo, superando la Cina. 

Quarant’anni fa, il 30% della popolazione mondiale, pari a 830 milioni di individui, soffriva la fame. Al giorno d’oggi, è coinvolto nel problema il 19% della popolazione, ovvero quasi un miliardo di persone.

L’attuale produzione alimentare sarebbe sufficiente a sostenere tutta la popolazione del mondo, ma non è distribuita equamente nelle diverse aree geografiche, è condizionata da forti sprechi e viene gestita male. Infatti, oltre il 30/35% degli alimenti prodotti dall’agricoltura viene sprecato, sia perché nei Paesi sviluppati ne viene buttata via un’enorme quantità per ragioni legate al mercato (scadenze, aspetto estetico, quote di produzione da rispettare), sia perché nei Paesi in via di sviluppo spesso non esiste una catena del freddo che permetta di conservarli. Ad esempio, è stato calcolato che con il cibo ancora commestibile ma non più commercializzabile gettato via in un anno da supermercati e negozi italiani si potrebbero sfamare 44 milioni di persone (con colazione, pranzo e cena), e che nel nostro Paese 17 milioni di tonnellate di cereali e ortaggi rimangono a marcire nei campi o nelle serre perché vengono prodotti in eccesso. Si tratta di sprechi che potrebbero evitati, e infatti in alcune città sono attive ONLUS come Last Minute Market che si occupano di raccogliere il pasti preparati in eccesso da mense scolastiche e aziendali, e cibo invenduto a fine giornata che il giorno successivo non potrebbe più essere commercializzato dai supermercati per poi servirlo nelle mense dei poveri. Ma queste realtà sono solo dei casi isolati rispetto all’ammontare totale del cibo sprecato, purtroppo.

Un altro problema è che la finanza speculativa ha iniziato a interessarsi alle Borse delle materie prime (grano, soia, riso, mais), e gli sbalzi, regolati sia dalle leggi di domanda e offerta che dalle operazioni sui futures da parte dei vari azionisti, nelle quotazioni di questi prodotti provocano gravi problemi ai Paesi importatori. Alla Borsa di Chicago, il più importante centro a livello mondiale per i futures sui cereali, il volume dei contratti sul mais scambiati è passato dal milione al mese del 2001 ai 9 milioni al mese di quest’anno.

La finanza è completamente slegata dall’andamento della produzione reale – che in dieci anni non è aumentata di nove volte –, e secondo la FAO queste oscillazioni dei mercati hanno provocato un aumento del 39% del costo del cibo nell’ultimo anno, e del 71% del costo dei cereali.

Tuttavia, non sono solo gli aumenti nel prezzo dei cereali e gli sprechi a determinare un’alimentazione insufficiente nei Paesi in via di sviluppo: l’ultimo resoconto del World Watch Institute afferma che oggi, come non era mai accaduto prima, nel mondo il numero di persone sovrappeso uguaglia quello delle persone sottopeso.

Questo è dovuto al fatto che, nei Paesi emergenti dal punto di vista economico, il raggiunto benessere coincide con l’acquisizione di abitudini alimentari tipiche dell’Occidente, riassumibili in tre B: beef, butter, beer, ovvero carne rossa, alimenti ricchi di grassi animali e zuccheri come il burro e più in generale il junk food come patatine fritte, bibite gassate e dolci industriali, e birra. Nonostante tra il 1950 e il 2000 (periodo in cui la popolazione globale è più che raddoppiata, passando da 2,5 a 6 miliardi di persone), la produzione di cereali sia triplicata, la disponibilità pro-capite non è aumentata proporzionalmente, perché grandi quantità di essi sono stati convertiti, appunto, in beef, butter e beer.

Già ora, una grande fetta della produzione agricola, che potrebbe essere consumata dall’uomo, è destinata a sfamare i 4 miliardi di animali da allevamento che andranno a nutrire il miliardo di esseri umani in grado di permettersi la carne.

Se giganti demografici come India e Cina iniziassero a consumare carne come i Paesi occidentali, dovrebbero esserci più animali da allevamento che esseri umani sulla Terra, con gravissime conseguenze ambientali. Infatti, per produrre un chilogrammo di proteine animali occorrono 10 chili di vegetali, ripartiti in 6 kg di erba e fieno, e 4 kg di cereali adatti anche all’alimentazione umana. Questo chilo di carne, che fornisce proteine per 10 persone, se lasciato allo stadio di cereali avrebbe potuto sfamarne il quadruplo. 

Per quanto riguarda l’acqua consumata, occorrono 4650 litri di questa preziosissima risorsa per produrre una bistecca, ripartendoli fra quelli necessari per la coltivazione del foraggio e per l’allevamento del bovino, mentre per un chilogrammo di soia ne occorrono 2300; una caraffa di birra ne richiede 300, tra quelli per la coltivazione dei cereali necessari e quelli per la lavorazione, mentre un chilogrammo di patate necessita di appena 160 litri.

In futuro, con l’aumento della popolazione, le risorse alimentari saranno sempre più limitate. Questa concezione è all’origine della pratica del land grabbing, rapina della terra, operato dalle grandi potenze economiche e demografiche, come Cina e India, dai Paesi islamici ricchi di petrolio ma poco adatti, per clima e territorio, all’agricoltura (come l’Arabia Saudita), e dalle multinazionali occidentali. Il land grabbing consiste nell’acquistare massicce porzioni di territorio fertile in Paesi poveri, soprattutto in Africa e in Paesi asiatici come Sri Lanka, Pakistan, Indonesia, sfrattando i contadini che li coltivano e che sopravvivono grazie ai raccolti per costringerli a lavorare in quegli stessi terreni in cambio di un misero salario.

Questa pratica, una forma di neolatifondismo che in 10 anni ha privato popolazioni povere di un’estensione pari all’Europa nord-occidentale, ha conseguenze molto gravi, in quanto innesca un ciclo che conduce agricoltori già relativamente benestanti sotto la soglia di fame, mentre secondo l’ONU investire nel lavoro delle contadine (data l’importanza del lavoro femminile nei Paesi poveri), porterebbe al di sopra della soglia della fame 150 milioni di persone in pochi anni.

Visti i problemi, esistono due fronti principali su cui operare, rispettivamente nei Paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo: la riduzione degli sprechi alimentari e del consumo di carne, e la riduzione del tasso di incremento demografico.

In Occidente è sempre più diffusa la scelta vegetariana o vegana, per ragioni non solo ambientali ma anche etiche o salutistiche, in quanto la carne non è indispensabile nell’alimentazione né degli adulti né dei bambini, se sostituita da fonti di amminoacidi quali pesce, latticini, uova, legumi. Questa scelta, se diffusa su vasta scala, permetterebbe di ridurre le necessità di carne dei Paesi più ricchi e al contempo abbattere i costi sanitari per patologie correlate al sovrappeso e all’obesità, tra cui numerose malattie cardiovascolari e alcune forme di diabete. 

Anche senza arrivare ad una scelta così drastica, dobbiamo tenere conto del fatto che la carne è diventata la base della dieta occidentale (specie nei Paesi anglosassoni) e che un eccessivo consumo di questo alimento ha conseguenze negative anche sulla nostra salute. Ridurne il consumo a un paio di volte la settimana e privilegiare le carni bianche, dall’impatto ambientale più ridotto, non comporterebbe troppe rinunce, ma contribuirebbe ad alleggerire la domanda di carne da parte dei Paesi occidentali, rendendo disponibile una maggior quantità di proteine nobili per le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo.

 Un altro lato del problema su cui intervenire consiste nell’elevatissimo tasso di crescita nei Paesi in via di sviluppo, e la chiave per migliorare la situazione è l’istruzione femminile: nei Paesi dove le donne sono istruite, possono pianificare (attraverso il controllo delle nascite) quanti figli avere. Una ricerca ha dimostrato che più è elevato il livello di istruzione di una donna, minore è il numero di figli che desidera avere (per esempio, il numero medio di figli desiderato dalle donne nigeriane è di 9,1, mentre in Uganda di 5,3, in Giordania di 3,2, in Egitto di 3, nel Regno Unito di 2,4, e in Austria di 1,6).

Tuttavia, specie nelle società più conservatrici e paternaliste, è molto difficile per le donne accedere a un livello di istruzione anche elementare, e 215 milioni di donne in tutto il mondo non hanno accesso ad alcun metodo contraccettivo.

Il futuro dipende, di conseguenza, dalle nostre scelte, non solo da quelle dei nostri governi. La fame e l’aumento demografico sono due problemi che non possiamo ignorare, strettamente in correlazione tra loro. Per quanto ancora il Pianeta potrà reggere la sproporzione fra chi produce e consuma più del necessario, e chi, pur non avendo cibo a sufficienza, continua a mettere al mondo nuove bocche da sfamare?


Internet: la libertà sopra tutto.

Ritengo che Internet sia una delle invenzioni più geniali nella storia. La sua architettura è molto complessa, e occorrono conoscenze specifiche per poterci operare, ma allo stesso tempo il suo utilizzo è immediato, a disposizione di tutti. A parte le spese per il semplice collegamento di un dispositivo alla rete, Internet è gratuito e non ha confini. è un mezzo di comunicazione affidabile e veloce, è un’estensione della nostra memoria e, grazie ai cosiddetti social networks, anche delle nostre relazioni interpersonali, nell’ambito privato.

Ma Internet è anche e soprattutto un’immensa banca dati, aggiornata costantemente da un’enorme porzione dell’umanità. Le informazioni transitano attraverso i milioni di nodi di questa rete, come tanti rivoli d’acqua che formano un fiume. La metafora sarà scontata, ma tutta questa massa di informazioni ha davvero un effetto dirompente, al pari di un fiume in piena, penso ad esempio al caso delle rivelazioni di Wikileaks. Al contrario di ciò che avviene con i mezzi di informazione tradizionali, su Internet gli utenti sono in grado di organizzarsi per proteggere e ridiffondere le informazioni che i governi oscurano. Quando Wikileaks è stata chiusa perché le informazioni che essa conteneva sono state giudicate ‘scomode’ e ‘pericolose’, molti utenti si sono mobilitati per costruire decine di copie del sito, in modo che i suoi contenuti continuassero ad essere accessibili anche in caso di chiusura definitiva dell’originale. A prescindere se le informazioni fossero realmente significative, è giusto che siano accessibili a tutti, in modo che ogni cittadino possa sapere che cosa succede e verificare in prima persona l’operato del suo governo.

Non sono una di quelle persone che non si fida dei mezzi di informazione tradizionali e crede che i governi siano impegnati a tenerci nascosto ciò che realmente succede e le motivazioni che stanno dietro le loro azioni. Anzi, sono convintissima che informazione equivalga a conoscenza, e per questo poter vagliare le informazioni, confrontare più fonti, seguire in tempo reale ciò che succede sono, a mio parere, possibilità irrinunciabili che Internet ci offre.  Lo spirito critico nei confronti di un’informazione, che ci consente di  prendere decisioni consapevoli e ragionate, è per me un valore fondamentale; per questo vorrei che a scuola si dedicasse più spazio ad analizzare non solo l’aspetto “esteriore” della notizia, ovvero l’articolo, con le sue tipologie e la sua struttura (un lavoro che peraltro ho apprezzato molto, soprattutto per l’aspetto relativo al riconoscere i concetti più importanti e le loro correlazioni per poi esporle all’interno di una mappa concettuale, perché implica il vagliare con attenzione la notizia e riconoscere il tono dell’articolo, valutando eventuali mancanze, quali concetti vengono lasciati in secondo piano e quali enfatizzati, ecc) ma anche il contenuto. Capire quali notizie sono significative, discutere durante le lezioni l’attualità, analizzare diversi punti di vista e approfondire tematiche d’attualità secondo me sono attività non solo stimolanti – è un mio giudizio personale – ma anche utili per comprendere la società di oggi.

Ma non è di questo che mi preme parlare, ora. Quello che voglio dire è che Internet è un mezzo molto prezioso, e che intervenire per limitare la sua libertà agendo sul mezzo anziché sui contenuti quando si vuole combattere gli illeciti che lo popolano, come le violazioni di copyright, è profondamente sbagliato. Da utente di Wikipedia (per la precisione, collaboratrice del “progetto fratello” Wikiquote, che raccoglie citazioni e aforismi), ho seguito con attenzione la vicenda relativa al SOPA e al PIPA. Sono convinta che le ragioni dello sciopero ci siano tutte, e la decisione della comunità italiana di intervenire a sostegno dell’omologa in lingua inglese mi è parsa addirittura troppo blanda – un oscuramento totale, sul modello di quello del 4 ottobre, sarebbe risultato molto più incisivo per informare gli italiani, che spesso appaiono meno interessati a tematiche come questa rispetto ad altre comunità. Tutti i server dei progetti legati alla Wikimedia Foundation si trovano negli Stati Uniti, quindi il coinvolgimento di tutte le “Wikipedie” mi sembra più che motivato.

La chiusura di Megavideo e Megaupload ad opera dell’FBI avvenuta in questi giorni mi lascia perplessa. Era davvero necessaria? So bene che in quei siti è diffusa una vastissima quantità di materiale protetto da copyright scaricabile rapidamente e gratis. Ma dubito che intervenire in questo modo sia davvero risolutivo. Come si dice, “morto un Papa se ne fa un altro”, e coloro che vogliono commettere un atto illegale troveranno comunque un modo per farlo. Quello che mi preoccupa, però, non è tanto questo, quanto la possibilità che, posto quanto ho detto, i controlli delle autorità su Internet si facciano sempre più stringenti e si arrivi a misure preventive che limitino la libertà degli utenti.

In quest’ottica, difendo e sostengo l’azione del gruppo di “hacktivisti” – definizione non mia, appartiene a Federico Cella, autore del blog Vita Digitale sul sito del Corriere della Sera – di Anonymous. Il loro è un messaggio che non posso non condividere (il grassetto è mio):

Cittadini degli Stati Uniti d’America, siamo Anonymous.

Questo è un urgente richiamo d’allerta per tutte le persone degli Stati Uniti. Il giorno che tutti noi stavamo aspettando è purtroppo giunto. Gli Stati Uniti stanno censurando Internet. La nostra evidente risposta è che non rimarremo seduti mentre ci vengono portati via i nostri diritti da un governo al quale affidiamo la loro stessa tutela.

Questa non è una chiamata alle armi, ma un richiamo a conoscere e ad agire!

Il Governo degli Stati Uniti ha superato ogni limite dandoci un falso senso di libertà. Pensiamo di essere liberi e di poter fare quello che vogliamo, ma in realtà siamo molto limitati e abbiamo un grosso numero di restrizioni per quello che possiamo fare, per quello che possiamo pensare, e anche per come veniamo educati. Siamo stati talmente distratti da questo miraggio di libertà, che siamo diventati esattamente cosa cercavamo di evitare.

Per troppo tempo, siamo rimasti fermi quando i nostri fratelli e sorelle venivano arrestati. Per tutto questo tempo, il governo ha ordito intrighi, tramando modi per incrementare la censura attraverso il blocco degli ISP, il blocco dei DNS, la censura dei motori di ricerca, dei siti, e una varietà di altri metodi che direttamente si oppongono ai valori e alle idee che condividono sia Anonymous, ovviamente, che gli stessi padri fondatori di questo paese, che credevano nella libertà di parola e di stampa.

Gli Stati Uniti sono spesso stati indicati come esempio ideale di paese libero. Quando la stessa nazione che è conosciuta per la sua libertà e i suoi diritti inizia ad abusare delle sue proprie persone, allora bisogna iniziare a combattere, perché gli altri la seguiranno presto. Non pensiate che perché non siete cittadini americani, questa storia non vi riguardi. Non potete rimanere ad aspettare che la vostra nazione faccia lo stesso. Dovete fermare tutto questo prima che cresca, prima che venga riconosciuto come accettabile. Dovete distruggerlo dalle fondamente, prima che diventi troppo potente.

Possibile che il governo americano non abbia imparato dal passato? Non ha visto le rivoluzioni del 2011? Non ha notato che ci siamo opposti ogni qualvolta ci siamo imbattuti in tutto ciò e che continueremo a farlo? Ovviamente il governo statunitense pensa di essere esente. Questo non è solamente un richiamo collettivo di Anonymous a darci da fare. Cosa può mai risolvere un attacco DDoS? Che cosa può essere attaccare un sito rispetto i poteri corrotti del governo? No. Questo è un richiamo per una protesta di grandezza mondiale sia su internet che nella vita reale contro il potere. Diffondete questo messaggio ovunque. Non possiamo tollerare quello che sta succedendo.

Ditelo ai vostri genitori, ai vostri vicini, ai vostri colleghi di lavoro, ai vostri insegnati e a tutti coloro con i quali venite in contatto. Tutto quello che stanno facendo riguarda chiunque desideri la libertà di navigare in forma anonima, parlare liberamente senza paura di ritorsioni, o protestare senza la paura di essere arrestati.

Andate su ogni rete IRC, su tutti i social network, in ogni community on-line e dite a tutti l’atrocità che sta per essere commessa. Se protestare non sarà abbastanza, gli Stati Uniti dovranno vedere che siamo davvero una legione e noi dovremo unirci come una sola forza opponendoci a questo tentativo di censurare Internet ancora una volta, e nel frattempo scoraggiare tutti gli altri governi dal tentare ancora.

Noi siamo Anonymous. Noi siamo una legione. Non perdoniamo la censura. Non dimentichiamo la negazione dei nostri diritti come esseri umani liberi. Questo è per il governo degli Stati Uniti. Dovevate aspettarvi la nostra reazione.”

Sii Bella e Stai Zitta

Ho appena finito di leggere un saggio di Michela Marzano intitolato Sii Bella e Stai Zitta – Perché l’Italia di oggi offende le donne. L’ho trovato interessante, una panoramica sullo stato delle conquiste ottenute attraverso il femminismo nel nostro Paese e sul perché in questo momento storico siano a rischio, a causa del processo di gender backlash, cioè dell’attenuare e minimizzare l’autonomia ottenuta dalle donne senza attaccarla direttamente, ma attraverso condizionamenti culturali che ripropongono ruoli standard per le donne, in particolare attraverso il contrapporre al modello di donna-oggetto dei mass media una visione altrettanto maschilista di donna come madre e angelo del focolare. La cultura dominante spaccia per “progresso” la rappresentazione della donna solo come corpo, e al contempo le voci reazionarie sostengono che l’unico modo per sfuggire a questa mercificazione sia tornare a un modello femminile che si pensava ormai lasciato – senza nostalgie – al passato.

Sembra che il nucleo centrale del problema sia l’ideale di virilità che ancora opprime gli uomini e i ragazzi italiani, molto più che in altri Stati, dove ormai questo modello è tramontato in favore di un uomo capace di accettare la donna come individuo e parte fondamentale della società, invece di considerarla solo la massa da cui ritagliare la propria identità (l’Altro di cui parlava Simone de Beauvoir ne Il Secondo Sesso), come lo scarto quando si taglia un cerchio da un quadrato.
Gli uomini italiani non riescono a fare la quadratura del cerchio.
La filosofa, però, non ci spiega come sia possibile uscire da questa situazione. Sostiene che è dovere delle donne che hanno conquistato un ruolo attivo nella società, insegnanti, manager, ecc, di aiutare le donne con cui sono in contatto a fare squadra, sostenersi a vicenda, incoraggiarne il potenziale e aiutarle ad essere consapevoli di quale sia la situazione (cioè dare inizio ad un processo di empowerment femminile ad ogni livello della società), e questo è senz’altro positivo.
Però non ci spiega come mai le donne italiane perpetuino la mentalità maschilista che è ancora dominante nella società. Non ci spiega come possiamo cambiare questa mentalità, né come rendere consapevoli le donne di come alcuni atteggiamenti di passività – o menefreghismo, in taluni casi – siano controproducenti per la causa di tutte le donne. Certo una ministra cooptata da un governo maschile e maschilista potrà pensare che le donne abbiano davvero pari opportunità e diritti rispetto agli uomini, osservando sé stessa, ma lei che sta sopra il soffitto di cristallo, e non certo perché l’ha oltrepassato per merito, riuscirà a guardare in basso e a rendersi conto di come stanno le cose per la maggioranza delle donne?
Si renderà conto di quanto ridere o ignorare battute sessiste sia una profonda offesa per la dignità di tutte le donne? E di come non faccia altro che fornire una conferma alla mentalità maschilista dominante?
Il libro traccia un quadro generale di vari ambiti “di lavoro”, direi, che correlati tra loro rappresentano il cerchio in cui le donne italiane sono costrette, ambiti di espressione della cultura maschilista vigente.
Nell’ordine, che scandisce i vari capitoli:
– l’aborto
– la maternità
– la divisione maschile tra madonne e puttane
– l’autostima delle donne
– i problemi delle adolescenti
– i condizionamenti attraverso i giocattoli per bambine
– la ricerca dell’amore
– la pornografia
– la relazione tra affermazione della donna e aumento delle violenze sessuali
– Silvio Berlusconi e la dignità della donna (oh, yes!)
– la transessualità
– il soffitto di cristallo
– la chirurgia estetica e l’identità
– l’ideologia del forever young
– la soppressione delle figure femminili anticonformiste nella storia
– il problema del velo integrale
Sicuramente tematiche interessanti e tutte meritevoli di uno più libri ciascuna. Trattarle in 147 pagine comporta sicuramente la necessità di non approfondire e semplificare, cosa d’altronde necessaria in un libro che si propone un intento divulgativo. L’autrice cerca anche di tracciare una panoramica delle diverse visioni del movimento femminista e delle sue pensatrici su una diversa questione, cosa secondo me alquanto meritevole, dal momento che il movimento femminista presenta tante sfaccettature almeno quante sono le femministe, e non è possibile affrontarlo da una prospettiva storica come con ideologie come il comunismo. Tuttavia su questo punto si fa particolarmente sentire la necessità di un approfondimento, credo che dovrò trovarmi un buon testo sulla storia del femminismo – con particolare riguardo per le battaglie degli anni ’60/’70- oppure dedicarmi alla lettura dell’intera bibliografia di questo saggio.
Nel libro non mancano gli spunti di riflessione, anche se avendo letto libri più approfonditi su alcune tematiche (come quella dei condizionamenti sessuali nell’infanzia) la semplificazione mi sembra davvero riduttiva per un saggio che ha l’obiettivo di risvegliare “l’indignazione morale” delle donne italiane. Questo libro è “un atto di resistenza”, afferma l’autrice, il cui obiettivo è di “aiutare le donne a riappropriarsi della propria vita e non permettere più a nessuno di umiliarle o azzittirle”. Sono la prima a ritenere che ce ne sia una profonda necessità.
Ma a chi è rivolto questo libro?
Dubito che parli alle donne che già sono consapevoli della situazione, le appartenenti, secondo la definizione di Beppe Severgnini, al Five Million Club di coloro che si informano attraverso i giornali, usano abitualmente Internet, ecc.
Se questo libro si rivolge a donne che finora hanno ignorato il movimento femminista, allora può essere un buon modo per dare loro modo di conoscere problemi che hanno trascurato, ma, ed è un grosso ma, può un libro cambiare il modo di pensare di qualcuno semplicemente fornendogli informazioni e una prospettiva diversa?

Individuo, donna.

Ci sono diversi problemi a cui non riesco a trovare delle risposte, ma per i quali sento il bisogno di esporre nero su bianco il mio punto di vista. Primo fra questi, il tema della “naturalità” del ruolo della donna. Un problema complicato. Questa tesi è stata utilizzata nei secoli per giustificare come una legge di natura l’inferiorità della donna, che da sempre nella società è stata funzionale al mantenimento dello status quo, ma ancora adesso sembra una forte diffusione. Ricondurre alcuni comportamenti, alcuni lati del carattere, alcune reazioni a una “natura” comune a tutte le donne significa negare la singolarità dell’individuo, creare un ghetto per le donne, e spesso siamo noi stesse le prime a farlo.

Anche quando questo ci sembra divertente o onorifico, in realtà è implicitamente un riconoscerci come “diverse” rispetto agli uomini. Donne, uomini.
Neanch’io riesco a pensare solo in termini di individui, per quanto mi sforzi di farlo.
Sviluppare un’identità che sia contemporaneamente “INDIVIDUO” e “DONNA” è un’impresa davvero ardua. Quando penso “chi sono io?” non riesco fare a meno di pensare a me stessa come un essere femminile, una creatura emotiva per usare la splendida definizione di Eve Ensler. E al contempo sono anche un essere razionale, carne e nervi, cuore e cervello. Non è affatto semplice esserlo.
Ci sono tante sfaccettature nella mia personalità. Sono le mie idee a definire quella che sono, ma al contempo so che non posso prescindere da quell’insieme di emozioni, sentimenti, sensazioni, pulsioni che si agitano dentro di me e che non riesco neppure a comprendere.
Posso definirmi come femminista, ecologista, atea, riflessiva, seria, a volte impulsiva, comprensiva (dicono), testarda. Ma tutti gli aggettivi che uso sono al femminile. Per quanto cerchi di negarla, il mio essere femminile mi accompagna. Il mio corpo è quello di una ragazza.
Posso dire che i miei pensieri e i miei sentimenti siano quelli di una ragazza?
Forse sono solo miei.
Solo di Kayleigh, di nessun altro, perché io sono un individuo e come me non c’è nessun altro.
Non so se sarei diversa se fossi un ragazzo. Non so se certi miei comportamenti, certe mie emozioni, siano dettati dal mio sesso.
Sono convinta che il sesso biologico sia secondario rispetto ai condizionamenti con cui cresciamo. Caratteristica propria dei condizionamenti è che ci vengono impressi e diventano parte quasi indelebile di noi, li interiorizziamo, non riusciamo a capire se ci appartengano da sempre o se provengano dall’esterno.
Non posso saperlo.
Certo la mia educazione non è stata convenzionale, e sono consapevole di essere diversa dalle mie coetanee.
A volte questa differenza si è fatta sentire in modo bruciante in me. Ne ho sofferto, è solo da poco che ho iniziato ad accettarmi e a cercare di comprendermi.
 La creatività, nella sua vera natura, è caratterizzata sia da una eccezionale sensibilità che dall’indipendenza. Ora, nella cultura americana, ma anche nella nostra, la sensibilità è una qualità squisitamente “femminile” e l’indipendenza, al contrario, è considerata un tratto “maschile”; questa tipizzazione crea uno dei “blocchi” sociali più forti per lo sviluppo della creatività. Infatti, il ragazzo creativo appare troppo “sensibile” rispetto ai suoi compagni (e quindi effeminato) mentre le ragazze che hanno interessi considerati tradizionalmente “maschili” (la scienza, la politica, ecc.) per cui spesso i soggetti inibiscono i loro processi “creativi” per salvaguardare la loro “mascolinità” o “femminilità”. Questo spiega anche in parte perché le donne sembrano essere meno creative dei ragazzi: più pesante è su di loro la pressione dei pregiudizi sociali. Ad esempio, una ragazza che si interessa di argomenti “scientifici” o di problemi politici, perde spesso parte della sua attrattiva nei confronti dei compagni e viene considerata “strana” dalle compagne. D’altronde tale interazione di accentuata sensibilità e di indipendenza (che arriva talvolta alla ribellione) è una costante di questi individui non solo a livello pre-adolescente e adolescente, ma anche adulto. (Paul E. Torrance,Guiding creative talent, Prentice-Hall Inc, Englewood Cliffs 1962, citato da Marta Fattori, Creatività e educazione, Laterza, Bari 1968)

Mi rispecchio pienamente in questa descrizione. Ma questa è una piccola divagazione. A volte mi è stato difficile far convivere le varie sfaccettature del mio essere. Molte volte avrei voluto essere un ragazzo, perché mi sentivo molto lontana dalle mie compagne, proprio come spiega Torrance in questo paragrafo, che per la me quattordicenne è stato una vera rivelazione. Ho pianto leggendolo. La consapevolezza dei condizionamenti che vengono inflitti sui bambini per creare il loro sesso è stata qualcosa di angosciante per me, e questa è la ragione per cui mi interesso così tanto di questa tematica. Vorrei avere delle risposte, ma è troppo difficile affrontare questa domanda.

Il corpo e i condizionamenti: costruire un’identità

Nel momento in cui tutto diventa frutto di una costruzione, il corpo finisce col diventare un «niente», una sorta di composto chimico che si scioglie nel solvente delle critiche. La porta si spalanca allora di fronte alla possibilità stessa di negare qualsiasi ruolo alla realtà. Non ci si accontenta più solo di denunciare la dominazione maschile – che vede nel corpo delle donne un oggetto a disposizione degli uomini -, ma si arriva addirittura a negare che il corpo delle donne sia diverso da quello degli uomini. (Michela Marzano, in Sii Bella e Stai Zitta)

Non sono d’accordo con quest’affermazione.
La questione dell’identità di “individuo” e “donna”, per quanto mi riguarda non è ancora risolta, ma ho dei punti fermi nella mia ricerca:
1. le definizioni standard di maschio e femmina e le caratteristiche relative a ciascun sesso sono frutto di condizionamenti che vengono impartiti in ciascun individuo negli anni in cui si compie la parte fondamentale della costruzione della sua identità, ovvero durante la prima infanzia; lo scopo di questi condizionamenti è garantire la sopravvivenza dei modelli tradizionali di comportamento per i due sessi, funzionali al mantenimento del potere che gli uomini hanno sulle donne.
2. questi condizionamenti sono deleteri per entrambi i sessi, perché sopprimono totalmente o parzialmente le potenzialità e l’unicità di ogni bambino/a per conformarne i comportamenti e la personalità ad un modello prestabilito, che entrambi i genitori hanno interiorizzato durante l’infanzia. Ciononostante, sono molto più dannosi per le bambine, perché le pongono in una condizione di inferiorità, danneggiano la loro autostima, le rendono vulnerabili al giudizio dell’uomo e gli permettono di condizionare le loro vite tenendole in una sorta di “schiavitù psicologica”. Un ragazzo ha molte più possibilità di realizzarsi completamente che una ragazza, perché per lui non ci sono contraddizioni tra l’essere “individuo” e l’essere “uomo”.
L’influenza del sesso a cui apparteniamo biologicamente sulla nostra personalità e sui nostri comportamenti, ciò che viene comunemente chiamato come “sessualità”, è soverchiato dalle stratificazioni di condizionamenti a cui siamo sottoposti, poiché veniamo cresciuti, educati in modo diverso a seconda del nostro sesso, con modalità di relazione e aspettative diverse. Naturalmente ci sono delle eccezioni, in famiglie che educano i propri figli cercando di fare meno differenze possibili, di evitare di riprodurre pericolosi stereotipi e di lasciar sviluppare il talento e i desideri di ciascun figlio o figlia, e in soggetti particolarmente dotati di ciò che Paul Torrance definisce come “creatività” i condizionamenti a volte possono non ottenere alcun effetto.
Al di là di questo, però, i condizionamenti funzionano fin troppo bene.
Affermare che la nostra identità è frutto di continui condizionamenti, impartiti dalla famiglia e dalla società, e finanche da noi stessi in modo inconscio, perché riproponiamo i modelli che ci sono stati proposti da piccoli, non significa affatto negare che il corpo abbia un’influenza, ma affermare che il suo valore potrebbe emergere solo se eliminassimo le sedimentazioni di condizionamenti accumulatesi sopra di esso, a costruire un’identità che potremmo definire “artefatta”.
Ogni individuo avrà la possibilità di sviluppare e realizzare sé stesso, e il ruolo del suo corpo, del suo essere uomo o donna, maschio o femmina, sarà diverso per ognuno di loro. Riconoscere che il nostro genere è frutto di condizionamenti non significa, quindi, voler dimenticare il nostro lato fisico, ma impegnarci perché l’individuo se ne riappropri.
Riappropriarsene? Sì. Il corpo è una realtà e un aspetto di noi che condiziona la nostra vita, bene o male. è un mezzo per esprimerci, ma non solo.
Ma per capire cosa significhi davvero dobbiamo riflettere su cosa significhi per noi essere un uomo o una donna, e questo è possibile farlo solo decostruendo gli stereotipi e affrontando i condizionamenti che abbiamo subito.
Per me, sono i miei seni il simbolo del fatto che sono una donna. Penso che essere una donna sia una grande forza per me, qualcosa che ancora non comprendo ma che sento sempre presente in me. Tendo ad associare l’essere donna con la sfera delle emozioni e dell’empatia, dell’apertura mentale, della capacità di far spaziare il pensiero liberamente.
Essere donna è come una forza che mi fa provare empatia per la Terra, che mi fa interessare del suo destino e mi mette in profonda comunicazione con la natura. In un certo senso, è come se l’ancestrale pulsazione della Terra riecheggiasse nel battito del mio cuore, e anche se questo suona terribilmente New Age, per me è davvero così. Essere donna è battersi contro le ingiustizie, voler sanare le ferite, sognare un mondo migliore.
Se dovessi definire la parte “femminile”, rispetto a quella più razionale che istintivamente considero “mia personale”, mia di Kayleigh, come persona, individuo, direi che è proprio questo. Empatia.
Ma con questo non voglio dire che caratteristica dell’essere femminile è l’empatia, o che caratteristica maschile è l’assenza di empatia. Questa sono io, e nessun altro.
Tornando ai condizionamenti, il corpo della donna ne è uno strumento, ed è così onnipresente che sovrasta la mente, l’essere femminile, a causa di una cultura maschilista che vede le donne solo come “corpi”. Le donne vengono giudicate solo per il corpo.
Le loro imperfezioni vengono costantemente osservate e sfruttate per farle sentire inferiori, imperfette; quando un uomo vuole criticare una donna, critica il suo corpo, ecc, come spiega l’analisi, profonda e quasi lacerante, del fenomeno ad opera di Lorella Zanardo nel suo documentario del 2009 Il corpo delle donne, da cui sono nati un sito e un libro omonimi.
Per questo, nella fase in cui si decostruiscono i condizionamenti, occorre dimenticare il corpo, che può entrare nell’analisi solo una volta che un individuo ha trovato risposta alla propria definizione personale di “maschio” e “femmina”, di “io”.
Perché questo lavoro dovrebbe essere una negazione della diversità fisica tra uomo e donna?

La mia gonna corta

La mia gonna corta è una poesia della scrittrice femminista Eve Ensler, nota per aver scritto i Monologhi della Vagina. Per l’autrice la vagina è un simbolo della “diversità” femminile, del nostro modo differente di pensare e di esprimere le emozioni, in contrapposizione all’immagine stereotipata della donna come “utero”, come “involucro”, in riferimento al ruolo materno.
é l’emblema di una ragazza consapevole del proprio corpo e della sua forza. Una consapevolezza che è davvero difficile avere, perché il corpo appare da una parte come una specie di sgradita estensione di sé, al punto che molte ragazze arrivano a detestarlo e torturarlo (anoressia, tagli), e dall’altra parte come un mezzo di cui servirsi per ottenere cose ed essere considerate “cool”.

Al giorno d’oggi, molte ragazzine considerano il sesso una merce di scambio, come testimonia la crescente diffusione di pratiche come lo scambiare foto di nudo con sconosciuti su Internet in cambio di ricariche del cellulare, oppure l’uso disinibito che fanno del proprio corpo, invece di riconoscerlo come una forma di espressione di sé. Questo, se da un lato comporta la mercificazione di sé e costringe le ragazzine a sottostare a un modello continuamente proposto dalla società attorno a loro – i discorsi dei ragazzi, le riviste per teenager, gli spot televisivi – dall’altra parte toglie alle ragazze la possibilità di riscoprire la forza espressiva del proprio corpo, come mezzo per essere immerse nella realtà.

Il corpo è una parte fondamentale della nostra identità. è un modo per riaffermare chi siamo. Portare i capelli asimmetrici, mettermi lo smalto blu elettrico sulle unghie, i miei adorati guanti senza dita, vestirmi sempre di nero, sono dei modi per raccontare chi sono. Il mio look racconta una storia. La cicatrice che mi solca la gamba sinistra, le sbucciature sulle ginocchia, i graffi sulle mani. Il mio corpo racconta una storia. Muovermi, camminare, arrampicarmi sugli alberi, restare seduta su una roccia a guardare il fiume, tuffarmi per prendere una palla durante una partita di pallavolo, nuotare, andare in bicicletta in primavera. Il mio corpo è una parte di me con la quale ‘sento’ le cose.

Renderlo solo un oggetto, guardarlo con sguardo maschile – non di tutti i ragazzi, per fortuna – per una ragazza significa anche non essere in grado di ritrovare quell’insieme di sensazioni ed emozioni corporee che fanno parte del nostro mondo interiore, è negare una parte di sé. In un certo senso, è rinunciare ad una parte del proprio essere.

Per questo penso che questa poesia dovrebbe essere letta nelle scuole. Le ragazze e i ragazzi dovrebbero parlarne. Riscoprire il corpo come mezzo di espressione, una parte di sé, piuttosto che qualcosa di puramente materiale.

La mia gonna corta
non è un invito
una provocazione
un’indicazione
che lo voglio
o che la do
o che batto.

La mia gonna corta
non è una supplica
non vi chiede
di essere strappata
o tirata su o giù.

La mia gonna corta
non è un motivo legittimo
per violentarmi
anche se prima lo era
è una tesi che non regge più
in tribunale.

La mia gonna corta, che voi ci crediate o no,
non ha niente a che fare con voi.

La mia gonna corta
è riscoprire
il potere dei miei polpacci
è l’aria fredda autunnale che accarezza
l’interno delle mie cosce
è lasciare che viva dentro di me
tutto ciò che vedo o incrocio o sento.

La mia gonna corta non è la prova
che sono una stupida
o un’indecisa
o una ragazzina manipolabile.

La mia gonna corta è la mia sfida.
Non vi permetterò di farmi paura.
La mia gonna corta non è un’esibizione,
è ciò che sono
prima che mi obbligaste a nasconderlo
o a soffocarlo.
Fateci l’abitudine.

La mia gonna corta è felicità.
Mi sento in contatto con la terra.
Sono qui. Sono bella.
La mia gonna corta è una bandiera
di liberazione nell’esercito delle donne .
Dichiaro queste strade, tutte le strade,
patria della mia vagina.

La mia gonna corta
è acqua turchese con pesci colorati che nuotano
un festival d’estate nella notte stellata
un uccello che cinguetta
un treno che arriva in una città straniera.
La mia gonna corta è una scorribanda
un respiro profondo
il casqué di un tango.
La mia gonna corta è
iniziazione, apprezzamento, eccitazione.

Ma soprattutto la mia gonna corta
con tutto quel che c’è sotto
è mia, mia, mia.