Sii Bella e Stai Zitta

Ho appena finito di leggere un saggio di Michela Marzano intitolato Sii Bella e Stai Zitta – Perché l’Italia di oggi offende le donne. L’ho trovato interessante, una panoramica sullo stato delle conquiste ottenute attraverso il femminismo nel nostro Paese e sul perché in questo momento storico siano a rischio, a causa del processo di gender backlash, cioè dell’attenuare e minimizzare l’autonomia ottenuta dalle donne senza attaccarla direttamente, ma attraverso condizionamenti culturali che ripropongono ruoli standard per le donne, in particolare attraverso il contrapporre al modello di donna-oggetto dei mass media una visione altrettanto maschilista di donna come madre e angelo del focolare. La cultura dominante spaccia per “progresso” la rappresentazione della donna solo come corpo, e al contempo le voci reazionarie sostengono che l’unico modo per sfuggire a questa mercificazione sia tornare a un modello femminile che si pensava ormai lasciato – senza nostalgie – al passato.

Sembra che il nucleo centrale del problema sia l’ideale di virilità che ancora opprime gli uomini e i ragazzi italiani, molto più che in altri Stati, dove ormai questo modello è tramontato in favore di un uomo capace di accettare la donna come individuo e parte fondamentale della società, invece di considerarla solo la massa da cui ritagliare la propria identità (l’Altro di cui parlava Simone de Beauvoir ne Il Secondo Sesso), come lo scarto quando si taglia un cerchio da un quadrato.
Gli uomini italiani non riescono a fare la quadratura del cerchio.
La filosofa, però, non ci spiega come sia possibile uscire da questa situazione. Sostiene che è dovere delle donne che hanno conquistato un ruolo attivo nella società, insegnanti, manager, ecc, di aiutare le donne con cui sono in contatto a fare squadra, sostenersi a vicenda, incoraggiarne il potenziale e aiutarle ad essere consapevoli di quale sia la situazione (cioè dare inizio ad un processo di empowerment femminile ad ogni livello della società), e questo è senz’altro positivo.
Però non ci spiega come mai le donne italiane perpetuino la mentalità maschilista che è ancora dominante nella società. Non ci spiega come possiamo cambiare questa mentalità, né come rendere consapevoli le donne di come alcuni atteggiamenti di passività – o menefreghismo, in taluni casi – siano controproducenti per la causa di tutte le donne. Certo una ministra cooptata da un governo maschile e maschilista potrà pensare che le donne abbiano davvero pari opportunità e diritti rispetto agli uomini, osservando sé stessa, ma lei che sta sopra il soffitto di cristallo, e non certo perché l’ha oltrepassato per merito, riuscirà a guardare in basso e a rendersi conto di come stanno le cose per la maggioranza delle donne?
Si renderà conto di quanto ridere o ignorare battute sessiste sia una profonda offesa per la dignità di tutte le donne? E di come non faccia altro che fornire una conferma alla mentalità maschilista dominante?
Il libro traccia un quadro generale di vari ambiti “di lavoro”, direi, che correlati tra loro rappresentano il cerchio in cui le donne italiane sono costrette, ambiti di espressione della cultura maschilista vigente.
Nell’ordine, che scandisce i vari capitoli:
– l’aborto
– la maternità
– la divisione maschile tra madonne e puttane
– l’autostima delle donne
– i problemi delle adolescenti
– i condizionamenti attraverso i giocattoli per bambine
– la ricerca dell’amore
– la pornografia
– la relazione tra affermazione della donna e aumento delle violenze sessuali
– Silvio Berlusconi e la dignità della donna (oh, yes!)
– la transessualità
– il soffitto di cristallo
– la chirurgia estetica e l’identità
– l’ideologia del forever young
– la soppressione delle figure femminili anticonformiste nella storia
– il problema del velo integrale
Sicuramente tematiche interessanti e tutte meritevoli di uno più libri ciascuna. Trattarle in 147 pagine comporta sicuramente la necessità di non approfondire e semplificare, cosa d’altronde necessaria in un libro che si propone un intento divulgativo. L’autrice cerca anche di tracciare una panoramica delle diverse visioni del movimento femminista e delle sue pensatrici su una diversa questione, cosa secondo me alquanto meritevole, dal momento che il movimento femminista presenta tante sfaccettature almeno quante sono le femministe, e non è possibile affrontarlo da una prospettiva storica come con ideologie come il comunismo. Tuttavia su questo punto si fa particolarmente sentire la necessità di un approfondimento, credo che dovrò trovarmi un buon testo sulla storia del femminismo – con particolare riguardo per le battaglie degli anni ’60/’70- oppure dedicarmi alla lettura dell’intera bibliografia di questo saggio.
Nel libro non mancano gli spunti di riflessione, anche se avendo letto libri più approfonditi su alcune tematiche (come quella dei condizionamenti sessuali nell’infanzia) la semplificazione mi sembra davvero riduttiva per un saggio che ha l’obiettivo di risvegliare “l’indignazione morale” delle donne italiane. Questo libro è “un atto di resistenza”, afferma l’autrice, il cui obiettivo è di “aiutare le donne a riappropriarsi della propria vita e non permettere più a nessuno di umiliarle o azzittirle”. Sono la prima a ritenere che ce ne sia una profonda necessità.
Ma a chi è rivolto questo libro?
Dubito che parli alle donne che già sono consapevoli della situazione, le appartenenti, secondo la definizione di Beppe Severgnini, al Five Million Club di coloro che si informano attraverso i giornali, usano abitualmente Internet, ecc.
Se questo libro si rivolge a donne che finora hanno ignorato il movimento femminista, allora può essere un buon modo per dare loro modo di conoscere problemi che hanno trascurato, ma, ed è un grosso ma, può un libro cambiare il modo di pensare di qualcuno semplicemente fornendogli informazioni e una prospettiva diversa?

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