Alimentazione e demografia. Siamo tanti, abbiamo fame.

Per la prima volta nella storia, il pianeta Terra è abitato da sette miliardi di esseri umani. La popolazione ha continuato a crescere, dalla metà del secolo scorso, ad un ritmo di un miliardo in più ogni 12-14 anni. Ultimamente, il tasso di crescita è rallentato (+1,1% l’anno), e a partire dal 2070 potrebbe stabilizzarsi. Per allora, le prospettive più riduttive stimano la popolazione a più di 10 miliardi di persone.

 Buona parte dei nuovi nati vedrà la luce in Africa, un continente che triplicherà la sua popolazione da qui alla fine del secolo, e in Asia, dove l’India diventerà il Paese più popolato al mondo, superando la Cina. 

Quarant’anni fa, il 30% della popolazione mondiale, pari a 830 milioni di individui, soffriva la fame. Al giorno d’oggi, è coinvolto nel problema il 19% della popolazione, ovvero quasi un miliardo di persone.

L’attuale produzione alimentare sarebbe sufficiente a sostenere tutta la popolazione del mondo, ma non è distribuita equamente nelle diverse aree geografiche, è condizionata da forti sprechi e viene gestita male. Infatti, oltre il 30/35% degli alimenti prodotti dall’agricoltura viene sprecato, sia perché nei Paesi sviluppati ne viene buttata via un’enorme quantità per ragioni legate al mercato (scadenze, aspetto estetico, quote di produzione da rispettare), sia perché nei Paesi in via di sviluppo spesso non esiste una catena del freddo che permetta di conservarli. Ad esempio, è stato calcolato che con il cibo ancora commestibile ma non più commercializzabile gettato via in un anno da supermercati e negozi italiani si potrebbero sfamare 44 milioni di persone (con colazione, pranzo e cena), e che nel nostro Paese 17 milioni di tonnellate di cereali e ortaggi rimangono a marcire nei campi o nelle serre perché vengono prodotti in eccesso. Si tratta di sprechi che potrebbero evitati, e infatti in alcune città sono attive ONLUS come Last Minute Market che si occupano di raccogliere il pasti preparati in eccesso da mense scolastiche e aziendali, e cibo invenduto a fine giornata che il giorno successivo non potrebbe più essere commercializzato dai supermercati per poi servirlo nelle mense dei poveri. Ma queste realtà sono solo dei casi isolati rispetto all’ammontare totale del cibo sprecato, purtroppo.

Un altro problema è che la finanza speculativa ha iniziato a interessarsi alle Borse delle materie prime (grano, soia, riso, mais), e gli sbalzi, regolati sia dalle leggi di domanda e offerta che dalle operazioni sui futures da parte dei vari azionisti, nelle quotazioni di questi prodotti provocano gravi problemi ai Paesi importatori. Alla Borsa di Chicago, il più importante centro a livello mondiale per i futures sui cereali, il volume dei contratti sul mais scambiati è passato dal milione al mese del 2001 ai 9 milioni al mese di quest’anno.

La finanza è completamente slegata dall’andamento della produzione reale – che in dieci anni non è aumentata di nove volte –, e secondo la FAO queste oscillazioni dei mercati hanno provocato un aumento del 39% del costo del cibo nell’ultimo anno, e del 71% del costo dei cereali.

Tuttavia, non sono solo gli aumenti nel prezzo dei cereali e gli sprechi a determinare un’alimentazione insufficiente nei Paesi in via di sviluppo: l’ultimo resoconto del World Watch Institute afferma che oggi, come non era mai accaduto prima, nel mondo il numero di persone sovrappeso uguaglia quello delle persone sottopeso.

Questo è dovuto al fatto che, nei Paesi emergenti dal punto di vista economico, il raggiunto benessere coincide con l’acquisizione di abitudini alimentari tipiche dell’Occidente, riassumibili in tre B: beef, butter, beer, ovvero carne rossa, alimenti ricchi di grassi animali e zuccheri come il burro e più in generale il junk food come patatine fritte, bibite gassate e dolci industriali, e birra. Nonostante tra il 1950 e il 2000 (periodo in cui la popolazione globale è più che raddoppiata, passando da 2,5 a 6 miliardi di persone), la produzione di cereali sia triplicata, la disponibilità pro-capite non è aumentata proporzionalmente, perché grandi quantità di essi sono stati convertiti, appunto, in beef, butter e beer.

Già ora, una grande fetta della produzione agricola, che potrebbe essere consumata dall’uomo, è destinata a sfamare i 4 miliardi di animali da allevamento che andranno a nutrire il miliardo di esseri umani in grado di permettersi la carne.

Se giganti demografici come India e Cina iniziassero a consumare carne come i Paesi occidentali, dovrebbero esserci più animali da allevamento che esseri umani sulla Terra, con gravissime conseguenze ambientali. Infatti, per produrre un chilogrammo di proteine animali occorrono 10 chili di vegetali, ripartiti in 6 kg di erba e fieno, e 4 kg di cereali adatti anche all’alimentazione umana. Questo chilo di carne, che fornisce proteine per 10 persone, se lasciato allo stadio di cereali avrebbe potuto sfamarne il quadruplo. 

Per quanto riguarda l’acqua consumata, occorrono 4650 litri di questa preziosissima risorsa per produrre una bistecca, ripartendoli fra quelli necessari per la coltivazione del foraggio e per l’allevamento del bovino, mentre per un chilogrammo di soia ne occorrono 2300; una caraffa di birra ne richiede 300, tra quelli per la coltivazione dei cereali necessari e quelli per la lavorazione, mentre un chilogrammo di patate necessita di appena 160 litri.

In futuro, con l’aumento della popolazione, le risorse alimentari saranno sempre più limitate. Questa concezione è all’origine della pratica del land grabbing, rapina della terra, operato dalle grandi potenze economiche e demografiche, come Cina e India, dai Paesi islamici ricchi di petrolio ma poco adatti, per clima e territorio, all’agricoltura (come l’Arabia Saudita), e dalle multinazionali occidentali. Il land grabbing consiste nell’acquistare massicce porzioni di territorio fertile in Paesi poveri, soprattutto in Africa e in Paesi asiatici come Sri Lanka, Pakistan, Indonesia, sfrattando i contadini che li coltivano e che sopravvivono grazie ai raccolti per costringerli a lavorare in quegli stessi terreni in cambio di un misero salario.

Questa pratica, una forma di neolatifondismo che in 10 anni ha privato popolazioni povere di un’estensione pari all’Europa nord-occidentale, ha conseguenze molto gravi, in quanto innesca un ciclo che conduce agricoltori già relativamente benestanti sotto la soglia di fame, mentre secondo l’ONU investire nel lavoro delle contadine (data l’importanza del lavoro femminile nei Paesi poveri), porterebbe al di sopra della soglia della fame 150 milioni di persone in pochi anni.

Visti i problemi, esistono due fronti principali su cui operare, rispettivamente nei Paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo: la riduzione degli sprechi alimentari e del consumo di carne, e la riduzione del tasso di incremento demografico.

In Occidente è sempre più diffusa la scelta vegetariana o vegana, per ragioni non solo ambientali ma anche etiche o salutistiche, in quanto la carne non è indispensabile nell’alimentazione né degli adulti né dei bambini, se sostituita da fonti di amminoacidi quali pesce, latticini, uova, legumi. Questa scelta, se diffusa su vasta scala, permetterebbe di ridurre le necessità di carne dei Paesi più ricchi e al contempo abbattere i costi sanitari per patologie correlate al sovrappeso e all’obesità, tra cui numerose malattie cardiovascolari e alcune forme di diabete. 

Anche senza arrivare ad una scelta così drastica, dobbiamo tenere conto del fatto che la carne è diventata la base della dieta occidentale (specie nei Paesi anglosassoni) e che un eccessivo consumo di questo alimento ha conseguenze negative anche sulla nostra salute. Ridurne il consumo a un paio di volte la settimana e privilegiare le carni bianche, dall’impatto ambientale più ridotto, non comporterebbe troppe rinunce, ma contribuirebbe ad alleggerire la domanda di carne da parte dei Paesi occidentali, rendendo disponibile una maggior quantità di proteine nobili per le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo.

 Un altro lato del problema su cui intervenire consiste nell’elevatissimo tasso di crescita nei Paesi in via di sviluppo, e la chiave per migliorare la situazione è l’istruzione femminile: nei Paesi dove le donne sono istruite, possono pianificare (attraverso il controllo delle nascite) quanti figli avere. Una ricerca ha dimostrato che più è elevato il livello di istruzione di una donna, minore è il numero di figli che desidera avere (per esempio, il numero medio di figli desiderato dalle donne nigeriane è di 9,1, mentre in Uganda di 5,3, in Giordania di 3,2, in Egitto di 3, nel Regno Unito di 2,4, e in Austria di 1,6).

Tuttavia, specie nelle società più conservatrici e paternaliste, è molto difficile per le donne accedere a un livello di istruzione anche elementare, e 215 milioni di donne in tutto il mondo non hanno accesso ad alcun metodo contraccettivo.

Il futuro dipende, di conseguenza, dalle nostre scelte, non solo da quelle dei nostri governi. La fame e l’aumento demografico sono due problemi che non possiamo ignorare, strettamente in correlazione tra loro. Per quanto ancora il Pianeta potrà reggere la sproporzione fra chi produce e consuma più del necessario, e chi, pur non avendo cibo a sufficienza, continua a mettere al mondo nuove bocche da sfamare?


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