Ancora sull’educazione sessuale

La mala educazione sessuale. A scuola resta ancora un tabù.

Purtroppo la situazione è questa, e devo ritenermi fortunata ad aver potuto seguire un corso di educazione sessuale quando frequentavo la terza media, tenuto dagli esperti del consultorio del mio paese. Queste sono le parole del Papa a questo proposito:

Non posso passare sotto silenzio un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione. (fonte:  Leggo – PAPA: “EDUCAZIONE SESSUALE A SCUOLA? MINACCIA LA FEDE”)

Devo premettere che io non sono credente, ma dire che la “retta ragione” sta dalla parte della fede è un punto di vista, non una certezza. Il Papa, che tanto condanna il relativismo, dovrebbe accettare il fatto che la sua interpretazione della vita e della morale non è una verità assoluta, anziché pensare che un punto di vista diverso costituisca una “minaccia”. Perché la libertà di religione dovrebbe essere minacciata dal fatto che in un corso di educazione sessuale s’insegni, ad esempio, l’uso del preservativo per proteggersi dalle malattie sessualmente trasmissibili? Il compito della scuola deve essere quello di insegnare i fatti, non le opinioni. Le opinioni non si insegnano, si discutono, si condividono, si scambiano, ma non si insegnano né impongono.

Così come il creazionismo è un’opinione, e l’evoluzionismo è un fatto, così come il fatto che la pillola sia un abortivo è un’opinione e il fatto che non lo sia è un fatto (mi si perdoni il gioco di parole…), così il fatto che i corsi di educazione sessuale minaccino la libertà religiosa è un’opinione. E il Papa sembra non conoscere la distinzione fra le due cose. L’educazione sessuale è importante, perché il sesso è una componente naturale della vita umana, ma ne è anche una componente culturale. Il sesso non è finalizzato solamente alla riproduzione, ma è anche ricerca del piacere, amore, scoperta di sé e del proprio corpo. Questo significa che deve essere vissuto con consapevolezza, e questa può derivare solo dall’informazione. Informazione circa la conformazione degli organi genitali e le loro funzioni, che aiuti i ragazzi a sentirsi più a proprio agio con il loro corpo e a non essere spaventati di fronte alle sue reazioni; informazione circa l’affettività, la sessualità, la conoscenza di sé, la scoperta delle proprie emozioni; informazione circa la contraccezione, normale e d’emergenza, affinché i ragazzi possano vivere il sesso senza rischi e paure.

Non riesco veramente a capire come si possa essere in disaccordo su questo, ma rimango aperta al dialogo.

Perfetta solitudine

Dove ci porta la corsa verso la perfezione?

Quando una ragazzina lascia l’infanzia, scopre ben presto che non le viene richiesto solo dai suoi genitori, e talvolta anche dagli insegnanti, di essere perfetta, educata, studiosa, gentile e carina. Comincia un’oppressione che la perseguiterà per tutta l’adolescenza, e a volte perfino per tutta la vita: il gruppo dei coetanei le chiederà di essere perfetta per loro. Di essere brillante, femminile, sexy, divertente, solare, cool, di stare al passo, di seguire le mode e i leader del gruppo. I suoi genitori inizieranno ad aspettarsi sempre di più da lei: la vorranno diligente, responsabile, matura, di successo. Vorranno che sia una brava ragazza, da dieci e lode.

Ma la perfezione non esiste. Queste continue pressioni, più o meno esplicite, più o meno forti, alla fine non fanno altro che generare frustrazioni e aggravare le difficoltà che ogni adolescente deve affrontare. Spesso, le aspettative dei genitori tagliano il dialogo con i figli, che non osano parlare dei loro problemi, dei loro sentimenti,  per timore di essere giudicati. A questo punto, la situazione tenderà a peggiorare, o perché tra genitori e figli si alzerà un muro di incomprensione, silenzio e isolamento, rotto solo dai conflitti che lo rinforzeranno, o perché i genitori, continuando a proiettare aspettative sui figli, li allontaneranno ulteriormente, fino a schiacciarli o suscitare in loro una ribellione che rischia di sfociare in comportamenti a rischio, come l’abuso di alcool, il fumo, le droghe oppure il sesso precoce e non protetto.

I ragazzi, anche se non amano raccontare ogni cosa ai propri genitori, hanno bisogno di sentirsi accettati, compresi e amati, per quello che sono. Hanno bisogno di sapere che i loro genitori ci saranno sempre per aiutarli e sostenerli, come quando erano piccoli. Solo così potranno superare le difficoltà e trovare la loro indipendenza. Non è un mestiere facile, quello del genitore, sempre costretto a fare attenzione ai confini che i figli gli pongono, ed è comprensibile che rimangano attoniti di fronte alle trasformazioni dei loro bambini. Gli adolescenti sono complicati, energici, curiosi. Scoprono il mondo…e non gli piace. Per questo iniziano a ribellarsi, e partono proprio dal primo “nucleo” del mondo, la famiglia. Si ribellano cercando di costruire un mondo nuovo. Si ribellano cercando di vivere afferrando il presente, senza pensare a nient’altro. E ogni modo di ribellarsi è un modo per costruire la loro identità.

Gli adolescenti sono come dei crogioli. In loro tutto ribolle, tutto si mescola, e tutto è una temperatura altissima. Vivono intensamente, sentono le cose intensamente. Quelli di loro che non hanno imparato a sopprimere le emozioni cercando la perfezione, e sono diventati superficiali, indolenti. Anche loro sono in cerca, ma non sanno cosa cercare, né come cercarlo. In compenso, c’è molta gente che lo sa al posto loro, e lavora per creargli desideri e risposte artificiali. Sogni di marketing, ideali commerciali. La tua unicità, per soli 99, 99 €.

In tutto questo, gli adolescenti sono irrimediabilmente soli. Sono davvero pochi gli amici sinceri, quando ciò che una persona rincorre è la popolarità. E allora, seguono i leader, si omologano a loro, costruiscono reti di conoscenze superficiali, persone che sono attorno a te fra le luci della discoteca e mettono “mi piace” al tuo link su Facebook…ma quando ti si stringe il cuore perché stai soffrendo, quando  ti domandi che senso abbia la tua vita, appaiono per le ombre distanti che sono.

La nostra società, sempre più complessa ed articolata, porta la gente ad avere una grande insicurezza e una grande paura di ciò che sentono di essere. Quindi la singola persona tende ad uniformarsi con i gruppi e con le loro ideologie, indipendentemente dal proprio pensiero, con l’intento di non essere giudicato ed essere, invece, rispettato e accettato. Come farebbe una pecora smarrita quando vede un grande gregge, ne diventa un tutt’uno. (intervento di un mio amico, Magister, su un forum)

La ricerca della perfezione, per essere accettati, ci spinge a vivere in modo sfalsato: da una parte, il nostro vero io, accessibile a poche persone, con i suoi dubbi, le sue incertezze, e dall’altra parte la nostra immagine. Dipendiamo dal giudizio degli altri, perché su quello è costruita la nostra immagine, è un serpente che si morde la coda. Ma è ora di spezzare il cerchio.

Smettiamola di voler essere perfetti. Smettiamola di seguire ciò che qualcun altro ha stabilito essere giusto o figo.

Scopriamo la bellezza in ciò che è stato dimenticato e disprezzato. Seguiamo il nostro istinto. Cerchiamo ciò che ci fa battere il cuore e brillare gli occhi, e tracciamo un nuovo sentiero.

Che è quello che raccontano gli Offspring, in The Meaning of Life:

On the way
Trying to get where I’d like to say
I’m always feeling steered away
By someone trying to tell me
What to say and do
I don’t want it
I gotta go find my own way
I gotta go make my own mistakes
Sorry man for feeling
Feeling the way I do

Open wide and they’ll shove in
Their meaning of life
But not for me I’ll do it on my own
Open wide and swallow their meaning of life
I can’t make it work your way
Thanks but no thanks
By the way
I know your path has been tried and so
It may seem like the way to go
Me, I’d rather be found
Trying something new
And the bottom line
In all of this seems to say
There’s no right and wrong way
Sorry if I don’t feel like
Living the way you do.

Il degrado di Pompei

Mosaici ridotti a cubetti I crolli nascosti di Pompei. Sono rimasta sconvolta leggendo questo articolo. L’indignazione e la rabbia lasciano il posto allo sconforto e alla profonda sofferenza al pensiero che un luogo unico al mondo, una testimonianza del passato così significativa e carica di bellezza, vada perduto.

Non sono mai stata a Pompei, ma ho visto diverse fotografie delle domus e degli affreschi sul mio libro di letteratura latina e su quello di storia dell’arte, e naturalmente ho potuto ammirarli nello splendido e indimenticato Live at Pompeii dei Pink Floyd. Sono il prodotto di una cultura straordinaria, e mi piacerebbe molto poterli studiare meglio. La foto che mi ha colpita di più è stata quella di un piatto di fichi, carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio, sul libro di letteratura latina. Avevano conservato perfino il loro colore violetto! Grazie a un evento unico, possiamo avere tracce di ogni aspetto della vita quotidiana di una civiltà che è alla base della nostra, e al contempo ne è così distante…e permettiamo che un tesoro del genere (non per nulla è Patrimonio Mondiale dell’UNESCO) vada perduto. Ciò che non ha fatto il trascorrere del tempo per lunghi secoli, può farlo l’incuria degli uomini.

Io credo che sia una nostra responsabilità, un nostro dovere civile, proteggere Pompei, e credo anche che se fosse nelle mani di un’organizzazione come il FAI, questi orribili sfregi non sarebbero avvenuti. Mi getta nello sconforto più nero vedere che lo Stato non vuole vigilare sul nostro patrimonio artistico, quando la ricchezza più grande dell’Italia è proprio la sua bellezza, prodotto di una storia unica e di un paesaggio irripetibile. L’articolo 9 della nostra Costituzione recita:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

So bene che non c’è nulla di più bistrattato della Costituzione. Ma queste parole non dovrebbero suonare come uno schiaffo in pieno volto ai nostri governanti, affiancate allo scempio di Pompei?

 

La Chiesa e l’educazione sessuale

Leggendo le ultime notizie, sono rimasta colpita da un articolo in particolare: Niente sesso, siamo a scuola. Mi turba molto l’idea che degli adolescenti vengano lasciati totalmente disinformati riguardo alla contraccezione e al sesso, che debba insegnare, ancora oggi, nel terzo millennio, che il sesso è consentito solo all’interno del matrimonio, e per giunta per obbligo di una legge.  Com’è possibile costringere un professore a insegnare qualcosa che corrisponde a un punto di vista, non condiviso da tutti, come se fosse una verità?

Negli Stati Uniti, le comunità religiose fanno pressioni sulle scuole perché il creazionismo (o  meglio, il “disegno intelligente”) sia insegnato durante le lezioni di scienze parallelamente all’evoluzionismo, come se fossero entrambe ipotesi equivalenti, senza giudizi di merito su nessuna delle due. Ma l’evoluzionismo si attiene puramente ai fatti, mentre l’idea di “disegno intelligente” comporta la congettura che oltre ai fatti ci sia una motivazione divina, il che, ovviamente, è indimostrabile. Ed è giusto che la scienza prenda in considerazione un’ipotesi non supportata, né supportabile, da prove, solo perché la legge lo impone? E che la legge imponga una cosa del genere solo per via della forza della religione?

Se lo facesse una qualsiasi altra ideologia, ad esempio, se le femministe imponessero di insegnare nelle scuole la teoria dei generi, o se i neonazisti imponessero di insegnare la teoria della superiorità naturale della razza ariana rispetto alle altre, insorgerebbero proteste furiose, e lo stesso accadrebbe se fosse un’altra religione, ad esempio l’Islam o l’Induismo, a imporlo. Ma, poiché è il cristianesimo, religione praticata da un’amplissima maggioranza della popolazione statunitense, la legge è passata.

La Chiesa è potente, e non ha mai accettato il confronto diretto con la scienza. Su pagine di Facebook che cercano di promuovere il confronto e la libera discussione, anche attraverso l’ironia e le provocazioni, come ad esempio Non pregare per me i problemi li risolvo col buonsenso II, sono vittime di sistematici attacchi a colpi di insulti e segnalazioni, oppure, quando accettano di replicare alle argomentazioni atee degli amministratori e dei sostenitori, gli utenti cattolici si chiudono sempre nelle stesse risposte, senza neppure cercare di comprendere le ragioni dei loro “oppositori”. Ma forse prendere il popolo di Facebook come esempio in questo caso non risulta molto calzante, quindi invito tutti coloro che sono interessati a questo punto a leggere Caro Papa, ti scrivo di Piergiorgio Odifreddi, il “matematico impertinente”.

Sta di fatto che la Chiesa pretende di ergersi a guardiana della morale, e non accetta minimamente di potersi sbagliare. Per quanto riguarda l’articolo da cui sono partita, l’astinenza è un metodo fallimentare, e mi limito a citare pochi dati per suffragare la mia tesi:

Malgrado anni di studio in questo campo, a tutt’oggi non c’è prova che un’educazione sessuale basata solo sull’astinenza ritardi l’attività sessuale delle adolescenti. Anzi, una recente ricerca mostra che le strategie basate solo sull’astinenza possono scoraggiare l’uso del contraccettivo presso le adolescenti sessualmente attive, aumentando il rischio di gravidanze indesiderate e infezioni a trasmissione sessuale. Sei adolescenti americane su 10 fanno sesso prima di terminare il liceo, e 730.000 rimarranno incinte quest’anno [il dato è riferito al 2005, ndr].

Fonti:

  • Douglas Kirby, Emerging Answers: Research Findings on Programs to Reduce Teen Pregnancy, National Campaign to Prevent Teen Pregnancy, Washington, 2001;
  • Peter S. Bearman and Hannah Bruckner, Promising the Future: Virginity Pledges and First Intercourse, “American Journal of Sociology”, 2001, pag. 859/912;
  • Hannah Bruckner and Peter Bearman, After the Promise, the STD Consequences of Adolescent Virginity Pledges, “Journal of Adolescent Health”, 2005, pag. 271-278;
  • Citato in Eve Ensler, Io sono Emozione, 2011, pag. 40.

Un altro caso in cui la Chiesa si è dimostrata maledettamente testarda nel negare la verità è strettamente collegato al problema dell’educazione sessuale e della contraccezione, ed è la pillola del giorno dopo. Sebbene continui ad opporsi all’insegnamento della prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e delle gravidanze indesiderate attraverso la contraccezione, poiché nella concezione cattolica, come spiega il Catechismo, è considerata immorale “qualsiasi azione che, in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione” (la frase è citata ne In Nome dell’Amore di Melissa P., in cui l’autrice contesta alla Chiesa questa visione della sessualità volta solo alla procreazione), la Chiesa condanna ugualmente l’uso della pillola del giorno dopo, affermando che si tratta di un farmaco abortivo, quando invece l’evidenza scientifica ha dimostrato indubitabilmente il contrario. Citando infatti da Wikipedia (a cui rimando per la trattazione accurata dell’argomento e le fonti):

 Il principio attivo oggi maggiormente utilizzato [nella pillola del giorno dopo, ndr] è il progestinico Levonorgestrel, una sostanza presente anche in molte pillole contraccettive, impiegata però in un dosaggio 10-15 volte maggiore rispetto al dosaggio giornaliero (1,5 mg). Il Levonorgestrel agisce bloccando l’ovulazione. Secondo gli studi più recenti non ha effetti sull’impianto e non è quindi in alcun modo abortivo. 

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha chiarito presso il proprio sito che la pillola del giorno dopo non è in grado di impedire né l’ingresso dello spermatozoo nell’ovulo, né l’annidamento dell’ovulo fecondato nell’utero.

Il principale effetto della contraccezione post-coitale che utilizza il progestinico Levonorgestrel è di ritardare o bloccare l’ovulazione. È stato inoltre riscontrato che può impedire la fecondazione inibendo il trasporto degli spermatozoi.

Nel 2005 l’OMS ha chiarito che “la contraccezione di emergenza con Levonorgestrel ha dimostrato di prevenire l’ovulazione e di non avere alcun rilevabile effetto sull’endometrio (la mucosa uterina) o sui livelli di progesterone, quando somministrata dopo l’ovulazione. La pillola è inefficace dopo l’annidamento e non provoca l’aborto.

Penso che risulti chiaro che, alla luce di quanto ribadito qui sopra, dichiarare abortiva la pillola del giorno dopo è un errore. Non starò a discutere sulla buona o mala fede delle istituzioni ecclesiastiche, ma se è un errore dettato da ignoranza, allora è ingiustificabile, perché le fonti sono disponibili a tutti, e istituzioni con una visibilità tale hanno il dovere morale e civile di verificarle prima di fare dichiarazioni o prendere decisioni che possono avere effetti così significativi su migliaia, se non milioni di persone. Quest’ultima frase vale anche per le dichiarazioni di Joseph Ratzinger sul fatto che il preservativo non sia utile per combattere l’AIDS: il profilattico è in effetti l’unico contraccettivo che protegga dalle malattie a trasmissione sessuale, e negare l’importanza di utilizzarlo è irresponsabile, soprattutto in società molto religiose che prendono molto sul serio la parola della somma autorità cattolica, il Papa.

Se le istituzioni religiose ritengono immorale l’uso della pillola del giorno dopo, e se alcuni ginecologi, operatori di consultori, infermieri, medici, ecc decidono di fare obiezione di coscienza nei confronti del suo utilizzo (cosa che non sarebbe possibile in quanto la 194 prevede l’obiezione di coscienza solo nei confronti dell’aborto, e la pillola del giorno dopo non appartiene alla categoria dei farmaci abortivi, ma c’è un “buco” legislativo che viene sfruttato dagli obiettori per rifiutarsi di prescriverla, cosa che invece è illegale in alcuni Paesi), allora perché non cercare di ridurne l’utilizzo attraverso un’educazione sessuale completa e dettagliata, che informi gli adolescenti sia sull’affettività e la sessualità, sia sulle malattie sessualmente trasmissibili, che sull’utilizzo dei contraccettivie su come ottenere la pillola anticoncezionale? La Chiesa si è sempre opposta a questi corsi, così come alla distribuzione di profilattici nelle scuole, sostenendo che promuovano l’attività sessuale fra gli adolescenti, ma non c’è prova di questo. Anzi, forse, rendendoli più consapevoli delle conseguenze del sesso non protetto, contribuirà a ridurla, e senza dubbio contribuirà a ridurre il numero di gravidanze indesiderate e l’incidenza di malattie come l’AIDS tra i giovani.

Mi si obietterà che il sesso prematrimoniale è peccato, per la Chiesa, e quindi il problema dell’educazione sessuale e della contraccezione per i giovani non dovrebbe neppure porsi. Ebbene, è davvero accettabile mantenere l’ignoranza su questi argomenti fino a, diciamo, trent’anni? O pensare che un istinto naturale come il sesso possa venire represso per tutta l’adolescenza? La Chiesa dovrebbe smetterla di voler controllare i comportamenti degli individui. Questo è un compito che non le spetta.

Il monumento della vergogna

Gli esseri umani e la paura nei confronti del diverso, che tende a sfociare nell’odio. Quante volte ho sentito questa storia. Ma basta davvero a giustificare certe atrocità che vengono commesse? Perché, invece di odiare, gli uomini non guardano dentro di sé, non analizzano la loro paura e non cercano di capire da dove viene, ed eventualmente di combatterla?

Molta gente ha paura degli extracomunitari solo per via di ciò che leggono sui giornali, e delle dichiarazioni ad effetto di certi politici, che preferiscono attribuire la colpa di fenomeni come l’aumento degli stupri o della criminalità sugli “ultimi”, gli individui alla base della società, e che tuttavia ne sostengono le fondamenta. Dall’alto della loro arroganza e dei loro soldi, si sentono in diritto di sputare odio e disprezzo su realtà che non conoscono, e instillare paura – che porta allo stesso odio e allo stesso disprezzo – nella gente normale. Troppo spesso si resta chiusi nei propri schemi mentali e non si ha la forza e lo spirito critico di cercare di capire se ciò che ci viene detto è vero o no, e questo alimenta la nociva demagogia che getta la colpa dei problemi su chi è diverso, per distogliere l’attenzione da ciò che dovrebbe realmente suscitare la nostra rabbia e il nostro sdegno.

Troppo spesso le persone si fanno guidare, come pecore, dai pregiudizi invece di valutare la persona che hanno di fronte, il contesto in cui si trovano, di cercare di capire le motivazioni degli altri, le loro idee e sogni. Semplicemente, non fanno questo sforzo, e questa mancanza di solidarietà ed empatia rende tutta la società più arida, le persone più sole e le differenze accentuate invece che smussate. E nessuno pensa quanto possa essere difficile per chi si sente apostrofato come diverso, additato, vittima di disprezzo. Purtroppo succede dappertutto.

Ricordo, ad esempio, il discorso tenuto dal rappresentante della comunità senegalese di Firenze, il 13 dicembre dello scorso anno, dopo che un uomo legato ad ambienti di estrema destra aveva ucciso tre esponenti della comunità e ne aveva feriti altri due, un discorso semplice ma che fa riflettere, e che dovrebbe suonare come uno schiaffo in pieno volto per tanti che si sono nutriti di odio e pregiudizi nei confronti degli extracomunitari. Ecco un link a YouTube: Discorso di un senegalese umilia la stupidità di CERTI italiani.

E non è il solo esempio che vorrei ricordare. Una storia che mi ha colpita è stata quella di Sophie Lancaster, uccisa in un pestaggio solo perché voleva distinguersi dagli altri e aveva adottato lo stile goth, mentre il suo amico Robert Maby è stato ferito (la notizia è presa da: Sophie Lancaster: uccisa perchè “dark”).

Questi sono solo tristi esempi – purtroppo veri – di cosa accade quando le persone rinunciano a pensare e si fanno servire verità preconfezionate. E chi propina loro pregiudizi e stereotipi, secondo me è un criminale quasi quanto chi materialmente arriva a uccidere. Purtroppo, non sono solo singole “mele marce” a fare cose del genere, ma anche intere organizzazioni di potere. E questo mi riconduce al titolo del post, il Monumento della Vergogna, che si trova sul sito http://www.godhatesfags.com (per l’esattezza, all’indirizzo http://www.godhatesfags.com/memorials/shepardmonument.html), il sito di un’organizzazione religiosa protestante chiamata Westboro Baptist Church, o WBC. Non è nel mio stile puntare il dito contro qualcuno, ma in questo caso non riesco a stare in silenzio, perché è una cosa intollerabilmente meschina. Il monumento, infatti, è dedicato alla Discesa all’Inferno di Matthew Shepard (“a solenne memoria del fatto che Dio odia i froci e i loro sostenitori”, citando il titolo del post con cui nel sito della WBC è introdotto l’argomento.

Matthew Shepard è stato un ragazzo omosessuale, morto all’età di 21 anni, il 12 ottobre del 1998, dopo essere stato derubato e torturato da due ragazzi, Aaron James McKinney e Russell Arthur Henderson. Citando Wikipedia:

Shepard aveva una frattura dalla nuca fino oltre l’orecchio destro. Parte del cervello era stata danneggiata in modo tale da risultare compromessa la capacità del suo corpo di regolare il battito cardiaco, la temperatura corporea e altre funzioni vitali. C’era inoltre circa una dozzina di piccole ferite sulla testa, sul collo e sulla faccia. È stato riportato che Shepard era stato colpito con una violenza tale da rendere il suo volto completamente ricoperto di sangue, ad eccezione di dove era stato lavato dalle sue lacrime.[3] I medici giudicarono le sue lesioni troppo gravi per poter essere operate.

I suoi aggressori, durante il processo, si difesero sostenendo che le loro azioni erano state dettate dalla Bibbia, guadagnandosi così il supporto della WBC.

In ricordo di Matthew sono state scritte numerose canzoni, girati tre film, diverse personalità dello spettacolo e della politica sono scese in campo insieme alle associazioni per i diritti dei gay affinché la legislazione americana includesse delle aggravanti per i “crimini da pregiudizio” commessi contro lesbiche, gay e disabili.

Ma il ricordo di Matthew viene ancora oggi calpestato, e il suo nome utilizzato per propagandare la discriminazione contro i gay.

 

C’è giustizia in tutto questo?

Digressioni: stile e originalità

Un ambito in cui nessuno può mai dire di avere tutte le risposte è quello dello stile, della moda. Personalmente, sono piuttosto scettica nei riguardi delle ultime tendenze e non sopporto l’omologazione: cerco di non indossare mai qualcosa che tutte le altre ragazze possiedono, mi piacciono le cose insolite e non ho problemi a sembrare “strana” per via delle cose che indosso. Penso che potrei definire il mio stile come un misto di militare, rock, dark, capi classici ed eleganti e tocchi insoliti, alternati a seconda dell’umore. Tra i pezzi a cui sono più affezionata, oltre alla mia giacca di pelle nera, un vestito di pizzo nero, leggerissimo, scovato per caso in una bancarella di Brick Lane a Londra; un coprispalle-mantello, nero, lungo fino alle caviglie, di cui mi sono innamorata da Motivi; una minigonna in ecopelle e tessuto scozzese rosso, di Denny Rose, magnifico regalo di Natale di nonna; e poi le varie t-shirt, ognuna collegata a un ricordo: quella dei Guns ‘n Roses comprata in Portobello Road, quella dei Crashdiet presa dopo il loro concerto nella mia città, una bianca semitrasparente decorata con il racconto di alcuni ricordi speciali nella vita di una ragazza intervallati da cuoricini rossi, e il mio ultimo acquisto, trovata per caso durante i saldi da Pimkie: una t-shirt rossa, tempestata da piccoli buchetti, con scritto sopra: Always remember you are unique, just like everyone else (Ricorda sempre che sei unico, esattamente come tutti gli altri, più o meno) nello stesso stile della copertina di Never Mind the Bollocks, here’s the Sex Pistols!, il manifesto del movimento punk.

Borchie, anfibi o ballerine, una camicia o un paio di jeans, calze o leggings neri, gli immancabili guanti senza dita o a mezze dita, completano il tutto, a seconda delle occasioni. Ho un debole per gli accessori insoliti, perché il diavolo è nei dettagli, specialmente orecchini (ne ho di ogni sorta, da quelli equo-solidali a un paio a forma di tazza di cioccolata, con tanto di piattino e panna sopra, scovati in una bancarella) e braccialetti. La prof di inglese, che ha sempre degli orecchini fantastici, di ogni forma, dal barattolo di Nutella agli omini in stile scultura precolombiana, passando per ananas, rose, composizioni di pietre realizzate a mano, mi ha promesso che mi porterà a vedere il negozio dove vengono realizzati, e mi sento davvero grata per l’onore…e molto curiosa, devo ammettere.

Qualcosa che non trova spazio nel mio guardaroba, invece, sono le scarpe con il tacco. Ne sono affascinata, non posso fare a meno di ammirarle nelle pubblicità sulle riviste, con quella loro solenne, quasi scultorea, perfezione, i tacchi altissimi e sottili che sembrano stagliarsi contro lo sfondo, emergere dalla pagina. Sono bellissime. Non ho il culto di Jimmy Choo e Manolo Blahnik come certe mie compagne di classe, ma non posso fare a meno di considerarle quasi opere d’arte. Mi piace l’idea di bellezza assoluta, di sicurezza di sé, di elegante seduzione, che trasmettono. Ma forse proprio per questo non penso che potrei mai indossarle. Sono qualcosa di troppo estraneo dalla mia personalità riflessiva, insicura, sempre in cerca di risposte, ma al contempo combattiva, pronta a lottare per le idee in cui credo.

Credo che le calzature che mi rappresentino meglio siano gli anfibi, che richiamano il mondo del punk e dell’heavy metal, e contemporaneamente l’esercito e la guerra: anfibi severi, grintosi, che segnano il passo della rivoluzione, quella rivoluzione che la mia generazione è costretta a gridare nell’ombra, in Internet, perché la maggioranza di noi ha perso ormai la voglia di combattere; oppure gli stivali di pelle nera e lucida, senza tacco, stile Jill Valentine in Resident Evil 2: Apocalypse. Jill è una poliziotta, il tipo di ragazza decisa e coraggiosa che ammiro, una guerriera fredda e razionale. So che stiamo parlando di un personaggio di un film di zombie, ma non posso fare a meno di immedesimarmi in lei, e ammirarla. Così come per alcune mie amiche un’icona è Carrie Bradshaw di Sex and the City o Blair Waldorf di Gossip Girl, la mia è Jill (interpretata da Sienna Guillory, a proposito).

Anche in questo, mi piace distinguermi. La visione contemporanea della moda tra i ragazzi ha molto a che fare con i marchi, ad esempio Abercrombie and Fitch o Tommy Hilfiger, piuttosto che con la ricerca di un modo per esprimere la propria personalità e le proprie passioni attraverso un look unico e originale. Si indossa il marchio, perché è di tendenza, finendo per vestirsi come cartelloni pubblicitari viventi di un’azienda.

Eccezion fatta per gli appartenenti a una precisa subcultura, come i metallari, gli emo, gli skater o i rapper, che vestono in un certo modo seguendo i codici di appartenenza della loro “tribù”, per rivendicare la loro identità e le idee ad essa collegate, il mainstream prevede una totale omologazione, e sono pochi quelli che se ne rendono conto, come accade purtroppo per tutti gli stereotipi. Ci vengono imposti, ci si vive dentro, non si è in grado di combatterli e loro intanto si mangiano una parte della nostra libertà, una parte della nostra identità. Per questo motivo ammiro molto i ragazzi e le ragazze che hanno uno stile personale, frutto delle loro scelte e delle loro inclinazioni, e non si limitano a seguire il flusso della moda, ma il loro gusto personale, senza preoccuparsi del giudizio della gente. Dovrebbe essere un atteggiamento da tenere in tutto, non delegare al marketing il compito di decidere cosa è ok per noi, ma tenerci stretto il diritto di scegliere, che rappresenta la prima e forse una delle più grandi libertà. Questo è ciò che differenzia un consumatore e un cittadino, una persona che subisce passivamente i messaggi della pubblicità del marketing, che gli permette di invadere la sua vita, e una che invece reagisce con spirito critico e sa tracciare delle linee di demarcazione.

Le mie fonti di ispirazione, quando sono alla ricerca di qualcosa di nuovo, sono varie. Guardo sulle riviste cosa c’è di nuovo in giro, un colore, una linea, un qualcosa di particolare, e poi giro nei negozi, osservando le vetrine e cercando qualcosa che mi ispiri. Quando scatta la “scintilla” con un vestito, non c’è scelta: mi resterà in mente per mesi se non avrò modo di comprarlo, e se lo comprerò lo indosserò fino allo sfinimento. Mi è accaduto, qualche tempo fa, con una t-shirt molto ironica e particolare che ho visto da Cache-Cache, nera, con scritto sopra: Current Status: In a stable relationship/Single/Not Clear, in forma di elenco puntato, con un cuoricino da appiccicare con il velcro accanto a una delle tre opzioni. Molto, molto carina, ma allora non avevo soldi, e non l’ho più ritrovata, o meglio, ne ho visto un altro esemplare, questa volta a maniche lunghe, durante i saldi, ma era sprovvista del cuoricino di velcro, e con mio grande dispiacere non l’ho presa – non avrebbe avuto alcun senso, senza.

Nella mia lista di desideri, ora come ora, c’è un paio di anfibi alti fino al ginocchio, qualche nuova t-shirt, e un vestito in stile gotico, bordeaux o nero, con un corpetto stretto e un’ampia gonna. Molto, molto dark. Non ho ancora trovato il modello che sto cercando, quello di cui andrò pazza al primo sguardo, ma quest’estate mi aspettano due settimane a Londra, e non c’è posto migliore dove trovare qualcosa di originale, che siano abiti vintage, dischi in vinile, CD di gruppi alternativi, accessori inusuali, magliette ironiche o abbigliamento gothic, metal, punk… Chiunque dovrebbe fare un giro a Camden Town, almeno una volta nella vita. C’è un’energia pulsante, in quel luogo, solo in parte intaccata dal fatto di essere una destinazione turistica, è  molto difficile da spiegare. Il mercato di Camden è un crogiolo di stili, idee, subculture che si fondono perfettamente fra loro, è ispirazione allo stato puro.

Così come dovrebbe essere sempre la moda. Originalità, ispirazione divenuta creazione, energia in continuo movimento.

PS: A tutte le ragazze in cerca di spunti di ispirazione, consiglio di fare un salto su What the Frock?, un blog meraviglioso.

La forza delle emozioni

Io Sono Emozione è davvero uno dei libri più belli che mi sia capitato di incontrare nella mia vita, perché mi ha fatto capire l’importanza del coltivare l’emotività, del seguire l’istinto, insomma, di quelle componenti della nostra personalità che ci rendono individui, che ci rendono donne, che delineano la nostra personalità complicata e multiforme. Il libro è un invito alle ragazze a non sopprimere la propria parte emotiva e istintuale, a non rinunciare alla loro sensibilità per accontentare gli altri, ma piuttosto a sfruttare quest’energia potenziale (“energia dei sogni”, un’energia che proietta nel futuro, che spinge a lottare per impegnarsi a rendere concreti desideri e speranze), a nutrire il loro animo di esperienze e impressioni.

I sentimenti e le emozioni sono qualcosa di straordinario, e di molto potente. Personalmente, credo di aver sperimentato meglio la forza lacerante, a volte creativa e a volte distruttiva, di quelli negativi: rabbia, sconforto, solitudine, malinconia, dolore. Ognuno di questi, nel momento in cui mi sentivo prigioniera della sua forza e incapace di uscirne, è diventato una riflessione, una poesia, un pensiero, e nel momento in cui scorrevano nell’inchiostro, trasmettendosi alle pagine dei miei quaderni, mi sentivo un po’ meno sofferente, un po’ svuotata. Scrivevo di lacrime, ghiaccio, foglie e petali. Di gelo, solitudine, alberi e sentieri senza meta. Del suono del vento, del profumo della pioggia, di pettirossi nella neve. Musica, grida senza suono, ricordi sepolti, schegge di cristallo.

Tutto ciò che è vissuto si è impresso dentro di me come una cicatrice, e non è banale per me dire che mi ha resa più forte. Pensavo che non sarei mai stata in grado di superare il dolore, in certi momenti, pensavo che avrei sempre avuto bisogno che i miei amici si prendessero cura di me, e invece dopo qualche tempo la sofferenza sfuma via, diventa sempre meno presente, e piano piano si dissolve in un ricordo. Quando riprendo in mano i vecchi quaderni, tutte le emozioni rimaste impregnate nelle mie parole mi colpiscono con la stessa intensità, facendo tornare vivi – davvero, sembra di sentirli bruciare di nuovo –  i ricordi.

Con i periodi felici è diverso, non sento il bisogno di scrivere, raccontare. La felicità è leggera, non lascia segni profondi come il dolore e la rabbia. Però è bellissima. Non ha bisogno di distruggere per creare, si limita a lasciare la sua traccia leggera, a far sembrare le sofferenze passate molto più lontane di quanto non siano realmente. Fa sentire in equilibrio, sicura, protetta. Mi piace sentirmi in equilibrio con le persone che mi stanno intorno, anche se spesso non è facile. Vorrei non ferire nessuno, e sono sempre pronta a chiedere scusa, piuttosto che avere il dubbio che qualcuno possa essersi risentito per il mio comportamento o le mie parole, ma a volte ho l’impressione che per alcune persone la condizione ideale non sia l’armonia, ma il creare disarmonie attorno a sé, per elevarsi al di sopra di esse. Forse hanno un concetto diverso della felicità, o forse non hanno mai imparato a comprendere le proprie emozioni, ma soltanto a reprimerle…

Io non ci riesco. Le mie emozioni hanno un totale controllo su di me. Posso tentare di respingerle, ma ritornano sempre, con un impatto devastante, come un elastico troppo teso. Ripensandoci, penso che questa sia una buona cosa, perché vivere le cose con intensità mi impedisce di essere superficiale. Tutto ciò che attraversa la mia strada, in qualche modo attraversa anche il mio essere, e lascia delle tracce. Le cose non riescono a riflettersi su di me.

Le persone dividono e categorizzano, per semplificare. Non cercano di comprendere i sentimenti, le idee, le motivazioni degli altri, ma li giudicano. Ma dividere e classificare è distruggere. Annienta l’individualità, sfregia l’unicità delle persone, le ingloba nella massa amorfa del conformismo. Così le ragazze, i cui dubbi e problemi rendono fragili e che spesso non hanno nessuno con cui confidarsi sinceramente, spesso si sentono spinte ad abbandonare il loro lato emotivo, a quella sensibilità amplificata che impedisce di essere indifferenti, per vivere in modo più spensierato.

Sacrificare le emozioni e non riuscire ad avere ideali e motivazioni in cui credere sono, purtroppo, due facce della stessa medaglia. Per questo, nell’introduzione, Eve Ensler si rivolge alle ragazze con il meraviglioso appellativo di “Cara Creatura Emotiva”, dicendo loro:

Credo nella tua autenticità, nella tua unicità, nella tua intensità, nella tua irruenza. […] Amo la tua inquietudine e la forza del tuo desiderio. Sei una delle nostre più grandi risorse naturali. Possiedi una capacità d’azione e un’energia irriducibili che se liberate potrebbero trasformare, ispirare e guarire il mondo. So che ti facciamo sentire stupida, come se l’adolescenza equivalesse a uno stato di pazzia temporanea. Ci siamo abituati a chiuderti la bocca, a giudicarti, a trascurarti, a chiederti – anche con la forza, a volte – di tradire ciò che vedi, che conosci, che senti.

Tu ci spaventi. Ci ricordi che siamo state costrette a reprimere o abbandonare una parte di noi per farci accettare. Col tuo modo di essere ci chiedi di farci domande, di svegliarci, di riscoprire le nostre emozioni.

Penso che queste parole siano profondamente vere. Ogni volta che una bambina, una ragazza, una donna è costretta a rinunciare a una parte del suo essere, della sua femminilità, per adeguarsi agli standard di una società ancora incapace di permetterci di essere allo stesso tempo donne e individui, per permetterci di esprimere la nostra sensibilità e il nostro potenziale, il nostro modo diverso di pensare e la nostra capacità di relazionarci con gli altri in maniera differente, una parte di lei viene uccisa. Il nostro scopo è impedire che ciò accada, perché tutti, e tutte, siano liberi di costruire la propria identità in modo pieno, arricchendola con tutto ciò che attraversa le loro vite, senza doversi trasformare in specchi che riflettono ma non vivono di vita propria.

Riprendendo l’introduzione di Eve Ensler:

Se cerchi di accontentare gli altri, come puoi prenderti la responsabilità dei tuoi bisogni? Come fai anche solo a capire quali sono? Cosa devi soffocare dentro di te per accontentare gli altri? Io penso che questo renda tutto confuso. Perdiamo di vista noi stesse. Smettiamo di prendere posizione. Smettiamo di dirigere le nostre vite.

Il mio sogno è che ogni ragazza sia in grado di autodeterminare sé stessa, come individuo fatto di pensiero ed emozione, istinto, sentimenti, ragione, inconscio. Penso che questo renderà il mondo un luogo più libero.

Bellezza e competenza.

Nella cultura patriarcale, una donna è valutata in base alla bellezza, cioè alla sua fruibilità come oggetto del desiderio maschile. A un uomo non succede. Questo stereotipo rende accettabile il fatto che un capo dia una posizione di potere in base alla bellezza. (Adriana Cavarero)

Con questa citazione si apre la mia riflessione sul tema del rapporto tra la bellezza e la competenza.

Normalmente, è la cosa più ovvia da dire, non dovrebbe esistere alcun rapporto fra la bellezza e la competenza! Il fatto che di una donna che ha raggiunto visibilità per via delle sue competenze si sottolinei l’aspetto estetico (in positivo, come ad esempio per l’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, o in negativo, come per l’attuale ministro del Lavoro Elsa Fornero), significa sminuirne la professionalità, e considerare il suo essere donna prima ancora della sua abilità e competenza. Ma essere donna non significa solo averne l’aspetto, significa soprattutto, secondo me, ragionare secondo schemi di pensiero diversi, avere una diversa “sensibilità”, o un atteggiamento più portato alla comprensione e all’empatia. Ma questa è la mia personale visione delle cose. Una donna può ragionare e comportarsi esattamente come un uomo, nel bene e nel male, e deve essere giudicata solo in funzione della sua condotta, senza che l’essere donna costituisca un’attenuante o un’aggravante al suo comportamento.

O almeno, questo se partiamo dal presupposto che una donna che si fa valere per le sue competenze sia un individuo indipendente e consapevole, libero dai condizionamenti, in grado di decidere autonomamente. Se pensiamo che le donne in posizione di potere siano solo burattini nelle mani degli uomini, yes-women incapaci di pensare, come dei robot, allora è ovvio che il giudizio su una singola donna sarà influenzato dal pregiudizio su tutte le donne. Ad esempio, un pregiudizio molto resistente nei confronti delle donne è che non sappiano fare squadra e collaborare fra loro; ora, nella mia personale esperienza, ciò è vero. Le ragazze sono spesso competitive fra loro, covano rancori e invidie, tendono a frammentare un insieme in tanti piccoli gruppetti contrapposti, invece di aggregarsi come fanno i ragazzi. Ma questa è la mia esperienza, e non mi sognerei mai di trarne un giudizio universalmente valido. Ma io sono convinta che, se le donne non si sentissero costantemente giudicate e sotto pressione in virtù del loro essere donne, se non fossero paragonate le une alle altre ma le loro competenze di individui venissero valorizzate, allora riuscirebbero a fare squadra senza problemi.

Invece, le donne sono trattate prima come donne che come persone, e, poiché sono consapevoli che all’interno della loro “riserva” ai posti di potere arrivano in poche, iniziano una competizione furiosa con le altre, una lotta per emergere che spesso non porta da nessuna parte. Questo problema è dovuto al “soffitto di cristallo”, quel meccanismo per cui sono presenti numerose donne ai livelli più bassi della gerarchia aziendale, ma man mano si sale ce ne sono sempre meno, appunto perché una “barriera” invisibile impedisce loro di accedervi. Una barriera che però è molto tangibile: nasce dal fatto che le donne vengono considerate, prima ancora di essere viste come individui e lavoratrici, donne: la maternità viene vista come un problema, reale o potenziale, di cui le aziende non vogliono farsi carico, e nella mentalità italiana è ancora raro che sia un padre a ricorrere al congedo di paternità (in Norvegia, ad esempio, è obbligatorio). Le poche donne che riescono a varcare il soffitto di cristallo vengono così costrette, implicitamente, a compiere una scelta tra lavoro e famiglia, tra maternità e carriera, e nel caso privilegino la maternità, spesso si ritrovano “retrocesse” a un incarico meno importante, quando non sono vittime del mobbing che le spinge a licenziarsi.

Il tracciare un rapporto fra la bellezza e la competenza, una cosa che riguarda quasi esclusivamente le donne, è un fenomeno deleterio. Purtroppo, è molto diffuso, specie negli articoli “di costume” dei giornali. Ad esempio, le lacrime del ministro Fornero. Secondo me rappresentano un gesto toccante di sensibilità, caratteristica anche femminile, certo, ma criticare l’emotività del ministro (che, in quanto donna, è emotiva e perde il controllo di sé…) è sbagliato quanto lo è esaltare il fatto che in quanto donna, il ministro sia stata così profondamente toccata dal peso delle sue parole da non finire la frase. Stendere questo tipo di veli sopra un’azione, darle un significato diverso dalla pura realtà, anche se fatto con intento positivo, è sbagliato, e non rende un buon servizio al ministro, che andrebbe giudicata per le sue competenze, per il contenuto della riforma, piuttosto che per questo gesto spontaneo, irrazionale.

Dedicare un articolo allo stile di una manager d’altro livello, a un look poco azzeccato di una deputata, ai tatuaggi di una sportiva, al taglio di capelli di una scienziata, al nuovo fidanzato di un’astronauta…serve a qualcosa? Forse può costituire un modo piacevole di passare il tempo, e senz’altro le riviste di gossip hanno bisogno di qualcosa con cui riempire gli spazi fra uno scandalo e l’altro, ma queste informazioni non ci dicono niente sulle competenze di queste donne. Se vogliamo fornire modelli alternativi a quelli di donna-oggetto dedita all’apparenza alle ragazzine e alle bambine che stanno crescendo, allora dovremmo evitare di scivolare a parlare di estetica, di soffermarci sull’apparenza, quando parliamo di donne che non fanno parte del mondo dello spettacolo, ma sono note per il loro talento.

Che poi ci siano donne che, oltre ad essere competenti e preparate, sono anche molto belle, come l’ex ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna o la criminologa Roberta Bruzzone, è giusto riconoscere loro questa qualità (non merito!), ma senza che travalichi i loro meriti. Solo in questo modo potremo valorizzare il talento femminile e dare alle donne il ruolo che meritano nella società.