Riflessioni sull’istinto materno.

Vedo spesso donne incinte e madri con bambini anche piccoli per le strade, sull’autobus, nei centri commerciali. Sembrano assorte, quasi assenti. Mi chiedo cosa pensino, cosa sentano. La curiosità mi ha spinta di recente a prendere in mano un libro di pedagogia intitolato E se poi prende il vizio?, di Alessandra Bortolotti, che mi ispirava per due ragioni, il sottotitolo Pregiudizi culturali e bisogni irrinunciabili dei nostri bambini, che mi suggeriva che il libro potesse aiutarmi nella mia ricerca sul rapporto tra il corpo e i condizionamenti nella formazione dell’identità, e la fotografia in copertina, che raffigura un padre che stringe a sé il figlio neonato. Entrambi hanno gli occhi chiusi e l’affetto del genitore sembra percettibile.

In poche parole, ho scelto d’istinto, un criterio che con i libri mi delude raramente. L’ho trovato una lettura molto completa, dettagliata, approfondita e dallo stile chiaro, con molte citazioni di antropologi, psicologi, medici, genitori che parlano dell’importanza per la crescita equilibrata sul piano psicologico e affettivo della soddisfazione dei bisogni dei neonati. La pecca è forse un’impostazione troppo contrappositiva fra il modello “ad alto contatto” e quello “a basso contatto” nella crescita dei neonati, con la conseguente critica netta del secondo modello educativo e un’assenza di riflessione approfondita sulle cause del suo sviluppo (come mai insorge un determinato pregiudizio, ad esempio quello per cui allattare al seno dopo il primo anno di vita del neonato è sbagliato, e come mai si sviluppa fino a diventare una verità condivisa, se la comunità scientifica e l’OMS affermano il contrario?).

Ma il merito più grande del libro è di avermi spinta a riflettere. Sarei in grado di dare amore e attenzione incondizionata a una creatura non ancora autonoma, per fare sì che diventi un adulto equilibrato, dotato di autostima, capace di dimostrare affetto e di relazionarsi in modo empatico con gli altri? Sembra che amare i bambini sia una cosa naturale, a sentire l’autrice, ma io non ne sono del tutto sicura. Al contrario delle mie compagne, che sembrano totalmente a loro agio con i bambini e spalancano gli occhi come se vedessero qualcosa di straordinario, io rimango totalmente indifferente. Non mi fanno nessun effetto, davvero. Non li trovo teneri, né provo affetto immediato nei loro confronti, né mi sembrano bellissimi.

So che i bambini sono “geneticamente programmati” per suscitare emozioni di tenerezza negli adulti, è una questione di sopravvivenza: il bambino, non autosufficiente, per proteggere sé stesso fa leva sull’istinto di protezione che i membri della specie umana hanno per i propri consimili. Ma a me non fanno questo effetto. Se trovassi un bambino abbandonato sul ciglio di una strada, che piange, lo aiuterei perché è giusto, umano, così come farei se fosse un gattino o un cagnolino o, come mi è già capitato, una pianta da fiori abbandonata al gelo dell’inverno, ancora nel suo vaso e avvolta nella plastica, perché era diventata bruttina.

Ma ho quasi paura dell’idea di essere “biologicamente predisposta” ad essere madre, in quanto donna. Non sento istinto materno, non mi sento in grado di prendermi cura di un bambino. Ho paura dell’idea che un giorno io possa desiderare un bambino.

Dicono che sia naturale per una madre amare il proprio bambino, ma io credo che sia così, e non sempre, solo se lo amava mentre lo ha portato con sé durante la gravidanza, perché ha scelto di averlo o perché ha deciso di tenerlo e ha imparato ad amarlo sentendolo dentro di sé, o solo se lo ha amato quando è nato…non è vero che amare i bambini è una cosa automatica. Ci sono madri che hanno gettato i propri figli neonati in un cassonetto, o li hanno uccisi, e se non avessero voluto tenerli, avrebbero potuto non riconoscerli dopo la nascita…

Forse, quando scatterà il cosiddetto “orologio biologico” tutte queste mie considerazioni diventeranno lettera morta. Ma ora questi sono i miei pensieri, e raccoglierli mi sembra la cosa giusta da fare. Questa sono io, ora. Non posso sapere chi sarò domani, così come posso avere solo una percezione sfalsata di chi sono stata ieri.

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