Bellezza e competenza.

Nella cultura patriarcale, una donna è valutata in base alla bellezza, cioè alla sua fruibilità come oggetto del desiderio maschile. A un uomo non succede. Questo stereotipo rende accettabile il fatto che un capo dia una posizione di potere in base alla bellezza. (Adriana Cavarero)

Con questa citazione si apre la mia riflessione sul tema del rapporto tra la bellezza e la competenza.

Normalmente, è la cosa più ovvia da dire, non dovrebbe esistere alcun rapporto fra la bellezza e la competenza! Il fatto che di una donna che ha raggiunto visibilità per via delle sue competenze si sottolinei l’aspetto estetico (in positivo, come ad esempio per l’ex ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, o in negativo, come per l’attuale ministro del Lavoro Elsa Fornero), significa sminuirne la professionalità, e considerare il suo essere donna prima ancora della sua abilità e competenza. Ma essere donna non significa solo averne l’aspetto, significa soprattutto, secondo me, ragionare secondo schemi di pensiero diversi, avere una diversa “sensibilità”, o un atteggiamento più portato alla comprensione e all’empatia. Ma questa è la mia personale visione delle cose. Una donna può ragionare e comportarsi esattamente come un uomo, nel bene e nel male, e deve essere giudicata solo in funzione della sua condotta, senza che l’essere donna costituisca un’attenuante o un’aggravante al suo comportamento.

O almeno, questo se partiamo dal presupposto che una donna che si fa valere per le sue competenze sia un individuo indipendente e consapevole, libero dai condizionamenti, in grado di decidere autonomamente. Se pensiamo che le donne in posizione di potere siano solo burattini nelle mani degli uomini, yes-women incapaci di pensare, come dei robot, allora è ovvio che il giudizio su una singola donna sarà influenzato dal pregiudizio su tutte le donne. Ad esempio, un pregiudizio molto resistente nei confronti delle donne è che non sappiano fare squadra e collaborare fra loro; ora, nella mia personale esperienza, ciò è vero. Le ragazze sono spesso competitive fra loro, covano rancori e invidie, tendono a frammentare un insieme in tanti piccoli gruppetti contrapposti, invece di aggregarsi come fanno i ragazzi. Ma questa è la mia esperienza, e non mi sognerei mai di trarne un giudizio universalmente valido. Ma io sono convinta che, se le donne non si sentissero costantemente giudicate e sotto pressione in virtù del loro essere donne, se non fossero paragonate le une alle altre ma le loro competenze di individui venissero valorizzate, allora riuscirebbero a fare squadra senza problemi.

Invece, le donne sono trattate prima come donne che come persone, e, poiché sono consapevoli che all’interno della loro “riserva” ai posti di potere arrivano in poche, iniziano una competizione furiosa con le altre, una lotta per emergere che spesso non porta da nessuna parte. Questo problema è dovuto al “soffitto di cristallo”, quel meccanismo per cui sono presenti numerose donne ai livelli più bassi della gerarchia aziendale, ma man mano si sale ce ne sono sempre meno, appunto perché una “barriera” invisibile impedisce loro di accedervi. Una barriera che però è molto tangibile: nasce dal fatto che le donne vengono considerate, prima ancora di essere viste come individui e lavoratrici, donne: la maternità viene vista come un problema, reale o potenziale, di cui le aziende non vogliono farsi carico, e nella mentalità italiana è ancora raro che sia un padre a ricorrere al congedo di paternità (in Norvegia, ad esempio, è obbligatorio). Le poche donne che riescono a varcare il soffitto di cristallo vengono così costrette, implicitamente, a compiere una scelta tra lavoro e famiglia, tra maternità e carriera, e nel caso privilegino la maternità, spesso si ritrovano “retrocesse” a un incarico meno importante, quando non sono vittime del mobbing che le spinge a licenziarsi.

Il tracciare un rapporto fra la bellezza e la competenza, una cosa che riguarda quasi esclusivamente le donne, è un fenomeno deleterio. Purtroppo, è molto diffuso, specie negli articoli “di costume” dei giornali. Ad esempio, le lacrime del ministro Fornero. Secondo me rappresentano un gesto toccante di sensibilità, caratteristica anche femminile, certo, ma criticare l’emotività del ministro (che, in quanto donna, è emotiva e perde il controllo di sé…) è sbagliato quanto lo è esaltare il fatto che in quanto donna, il ministro sia stata così profondamente toccata dal peso delle sue parole da non finire la frase. Stendere questo tipo di veli sopra un’azione, darle un significato diverso dalla pura realtà, anche se fatto con intento positivo, è sbagliato, e non rende un buon servizio al ministro, che andrebbe giudicata per le sue competenze, per il contenuto della riforma, piuttosto che per questo gesto spontaneo, irrazionale.

Dedicare un articolo allo stile di una manager d’altro livello, a un look poco azzeccato di una deputata, ai tatuaggi di una sportiva, al taglio di capelli di una scienziata, al nuovo fidanzato di un’astronauta…serve a qualcosa? Forse può costituire un modo piacevole di passare il tempo, e senz’altro le riviste di gossip hanno bisogno di qualcosa con cui riempire gli spazi fra uno scandalo e l’altro, ma queste informazioni non ci dicono niente sulle competenze di queste donne. Se vogliamo fornire modelli alternativi a quelli di donna-oggetto dedita all’apparenza alle ragazzine e alle bambine che stanno crescendo, allora dovremmo evitare di scivolare a parlare di estetica, di soffermarci sull’apparenza, quando parliamo di donne che non fanno parte del mondo dello spettacolo, ma sono note per il loro talento.

Che poi ci siano donne che, oltre ad essere competenti e preparate, sono anche molto belle, come l’ex ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna o la criminologa Roberta Bruzzone, è giusto riconoscere loro questa qualità (non merito!), ma senza che travalichi i loro meriti. Solo in questo modo potremo valorizzare il talento femminile e dare alle donne il ruolo che meritano nella società.

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