La forza delle emozioni

Io Sono Emozione è davvero uno dei libri più belli che mi sia capitato di incontrare nella mia vita, perché mi ha fatto capire l’importanza del coltivare l’emotività, del seguire l’istinto, insomma, di quelle componenti della nostra personalità che ci rendono individui, che ci rendono donne, che delineano la nostra personalità complicata e multiforme. Il libro è un invito alle ragazze a non sopprimere la propria parte emotiva e istintuale, a non rinunciare alla loro sensibilità per accontentare gli altri, ma piuttosto a sfruttare quest’energia potenziale (“energia dei sogni”, un’energia che proietta nel futuro, che spinge a lottare per impegnarsi a rendere concreti desideri e speranze), a nutrire il loro animo di esperienze e impressioni.

I sentimenti e le emozioni sono qualcosa di straordinario, e di molto potente. Personalmente, credo di aver sperimentato meglio la forza lacerante, a volte creativa e a volte distruttiva, di quelli negativi: rabbia, sconforto, solitudine, malinconia, dolore. Ognuno di questi, nel momento in cui mi sentivo prigioniera della sua forza e incapace di uscirne, è diventato una riflessione, una poesia, un pensiero, e nel momento in cui scorrevano nell’inchiostro, trasmettendosi alle pagine dei miei quaderni, mi sentivo un po’ meno sofferente, un po’ svuotata. Scrivevo di lacrime, ghiaccio, foglie e petali. Di gelo, solitudine, alberi e sentieri senza meta. Del suono del vento, del profumo della pioggia, di pettirossi nella neve. Musica, grida senza suono, ricordi sepolti, schegge di cristallo.

Tutto ciò che è vissuto si è impresso dentro di me come una cicatrice, e non è banale per me dire che mi ha resa più forte. Pensavo che non sarei mai stata in grado di superare il dolore, in certi momenti, pensavo che avrei sempre avuto bisogno che i miei amici si prendessero cura di me, e invece dopo qualche tempo la sofferenza sfuma via, diventa sempre meno presente, e piano piano si dissolve in un ricordo. Quando riprendo in mano i vecchi quaderni, tutte le emozioni rimaste impregnate nelle mie parole mi colpiscono con la stessa intensità, facendo tornare vivi – davvero, sembra di sentirli bruciare di nuovo –  i ricordi.

Con i periodi felici è diverso, non sento il bisogno di scrivere, raccontare. La felicità è leggera, non lascia segni profondi come il dolore e la rabbia. Però è bellissima. Non ha bisogno di distruggere per creare, si limita a lasciare la sua traccia leggera, a far sembrare le sofferenze passate molto più lontane di quanto non siano realmente. Fa sentire in equilibrio, sicura, protetta. Mi piace sentirmi in equilibrio con le persone che mi stanno intorno, anche se spesso non è facile. Vorrei non ferire nessuno, e sono sempre pronta a chiedere scusa, piuttosto che avere il dubbio che qualcuno possa essersi risentito per il mio comportamento o le mie parole, ma a volte ho l’impressione che per alcune persone la condizione ideale non sia l’armonia, ma il creare disarmonie attorno a sé, per elevarsi al di sopra di esse. Forse hanno un concetto diverso della felicità, o forse non hanno mai imparato a comprendere le proprie emozioni, ma soltanto a reprimerle…

Io non ci riesco. Le mie emozioni hanno un totale controllo su di me. Posso tentare di respingerle, ma ritornano sempre, con un impatto devastante, come un elastico troppo teso. Ripensandoci, penso che questa sia una buona cosa, perché vivere le cose con intensità mi impedisce di essere superficiale. Tutto ciò che attraversa la mia strada, in qualche modo attraversa anche il mio essere, e lascia delle tracce. Le cose non riescono a riflettersi su di me.

Le persone dividono e categorizzano, per semplificare. Non cercano di comprendere i sentimenti, le idee, le motivazioni degli altri, ma li giudicano. Ma dividere e classificare è distruggere. Annienta l’individualità, sfregia l’unicità delle persone, le ingloba nella massa amorfa del conformismo. Così le ragazze, i cui dubbi e problemi rendono fragili e che spesso non hanno nessuno con cui confidarsi sinceramente, spesso si sentono spinte ad abbandonare il loro lato emotivo, a quella sensibilità amplificata che impedisce di essere indifferenti, per vivere in modo più spensierato.

Sacrificare le emozioni e non riuscire ad avere ideali e motivazioni in cui credere sono, purtroppo, due facce della stessa medaglia. Per questo, nell’introduzione, Eve Ensler si rivolge alle ragazze con il meraviglioso appellativo di “Cara Creatura Emotiva”, dicendo loro:

Credo nella tua autenticità, nella tua unicità, nella tua intensità, nella tua irruenza. […] Amo la tua inquietudine e la forza del tuo desiderio. Sei una delle nostre più grandi risorse naturali. Possiedi una capacità d’azione e un’energia irriducibili che se liberate potrebbero trasformare, ispirare e guarire il mondo. So che ti facciamo sentire stupida, come se l’adolescenza equivalesse a uno stato di pazzia temporanea. Ci siamo abituati a chiuderti la bocca, a giudicarti, a trascurarti, a chiederti – anche con la forza, a volte – di tradire ciò che vedi, che conosci, che senti.

Tu ci spaventi. Ci ricordi che siamo state costrette a reprimere o abbandonare una parte di noi per farci accettare. Col tuo modo di essere ci chiedi di farci domande, di svegliarci, di riscoprire le nostre emozioni.

Penso che queste parole siano profondamente vere. Ogni volta che una bambina, una ragazza, una donna è costretta a rinunciare a una parte del suo essere, della sua femminilità, per adeguarsi agli standard di una società ancora incapace di permetterci di essere allo stesso tempo donne e individui, per permetterci di esprimere la nostra sensibilità e il nostro potenziale, il nostro modo diverso di pensare e la nostra capacità di relazionarci con gli altri in maniera differente, una parte di lei viene uccisa. Il nostro scopo è impedire che ciò accada, perché tutti, e tutte, siano liberi di costruire la propria identità in modo pieno, arricchendola con tutto ciò che attraversa le loro vite, senza doversi trasformare in specchi che riflettono ma non vivono di vita propria.

Riprendendo l’introduzione di Eve Ensler:

Se cerchi di accontentare gli altri, come puoi prenderti la responsabilità dei tuoi bisogni? Come fai anche solo a capire quali sono? Cosa devi soffocare dentro di te per accontentare gli altri? Io penso che questo renda tutto confuso. Perdiamo di vista noi stesse. Smettiamo di prendere posizione. Smettiamo di dirigere le nostre vite.

Il mio sogno è che ogni ragazza sia in grado di autodeterminare sé stessa, come individuo fatto di pensiero ed emozione, istinto, sentimenti, ragione, inconscio. Penso che questo renderà il mondo un luogo più libero.

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