Questo post esprime concetti che condivido profondamente e che ho sempre cercato di esprimere. Non c’è molto altro da aggiungere che non sia stato detto dall’autrice del post stesso…

Ex UAGDC

Durante gli anni ho imparato che la libertà d’azione inerisce tutte quelle situazioni in cui si agisce senza intaccare la libertà altrui.

Si fa sempre un gran baccano quando si trattano determinate tematiche di genere e si prende spesso in prestito questo concetto come bandiera, strumentalizzandolo e utilizzandolo come difesa.

Credo che un intero trattato non possa racchiudere la poliedricità di questa parola, che riassume in sé tutta l’essenza dell’esistenza, riferendosi a un concetto che è stato studiato nei secoli da miriadi di filosofi.

Non è qui certo lo spazio adatto per aprire una disquisizione esauriente a riguardo di cosa sia o non sia la libertà, ma essendo una parola alquanto gettonata ultimamente credo che se ne debba parlare sempre di più.

Spesso ci siamo imbattut* (parlo a nome di tutt* coloro che quotidianamente combattono per una comunicazione di genere paritaria) in persone che hanno contestato le nostre considerazioni…

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Segnalazioni

Il mondo dei blog e dei forum dedicati al femminismo è davvero vasto, e anche volendo non riuscirei a seguire tutte le reti esistenti; mi piacerebbe anche parlare un po’ di più all’interno di queste, intervenire nelle discussioni, ma non ho il tempo materiale di farlo. Mi limito perciò ad una serie di segnalazioni di “luoghi” interessanti dove fare un salto:

  • il sito dell’organizzazione inglese The Riveters, che ha pubblicato questo bellissimo post: 10 Ways To Be A Feminist, Right Now;
  • Femme_The_Nation, blog di una studentessa di Seattle, ricco di link e riflessioni. Purtroppo al momento sembra chiuso, ma vale  la pena visitarlo e dare un’occhiata ai post;

Aggiungerò altre segnalazioni non appena scoverò qualcosa di interessante tra i meandri della rete. 🙂

Sulla bellezza

Non finirò mai di dirlo. La magrezza non è un merito, né una qualità che ci rende migliori. Quindi, smettiamola di sentirci in difetto se non siamo magre; non siamo inferiori per questo. Non siamo meno belle.

Tutti noi desideriamo la bellezza, e perfino un filosofo come Platone era giunto a sostenere che essa, in quanto unica idea percettibile ai sensi, servisse da tramite tra l’uomo e l’iperuranio, il mondo delle entità perfette ed immutabili da lui definite idee (e da questa concezione derivano i termini “idealizzato” e “idealizzare”). La bellezza si poneva come un’occasione per la reminiscenza: ricercandola, l’uomo ricordava ciò che la sua anima aveva contemplato nel mondo delle idee prima di incarnarsi, e così l’uomo poteva giungere alla conoscenza delle idee attraverso l’amore per la bellezza.

Una delle intuizioni a cui mi ha spinta il prof di filosofia è stato che i discorsi del Simposio e del Fedro si riassumono nel concetto che, se la conoscenza dell’iperuranio è il fine parziale (il cui fine a sua volta è la costruzione di una comunità basata sulla ricerca del Bene, ovvero sulla giustizia), così l’amore è il modo con cui l’uomo ricerca questa conoscenza, e la bellezza è il mezzo con cui inizia e percorre la sua ricerca. Ritengo significativo che un filosofo che sosteneva l’importanza del distacco dal mondo materiale, dominio della doxa, l’apparenza, desse una tale importanza ad una qualità come la bellezza.

Platone, tuttavia, non si riferiva alla bellezza dei corpi, ma un’idea molto più generale (tanto è vero che la bellezza delle leggi e delle istituzioni, in quanto rappresentazioni della Giustizia, era superiore sia alla bellezza corporea che a quella dell’anima, e che la bellezza delle scienze, che avvicinavano l’anima alle idee, era seconda solo all’idea di Bellezza di per sé). Permane però il fatto che la bellezza, più di altre qualità, era considerata vicina alla perfezione e mezzo per raggiungerla.

Una delle eredità che la filosofia platonica, che insieme a quella aristotelica costituisce le fondamenta del pensiero filosofico occidentale, vista l’importanza che questi due pensatori rivestirono nelle epoche successive, è appunto l’idealizzazione delle virtù presenti nelle persone, viste come “riflessi” della loro versione perfetta. Anche la bellezza, così, è stata idealizzata, principalmente nell’arte, dove varie concezioni di essa si sono scontrate, sovrapposte, alternate e amalgamate nel corso dei secoli. I canoni, fissati dagli artisti, hanno creato immagini di donne che riflettevano e interpretavano la realtà, offrendo modelli in cui ognuna (o, perlomeno, ognuna che appartenesse ad una classe sufficientemente benestante) poteva riconoscersi.

Indubbiamente, nel formarsi di un canone, hanno a che fare ragioni legate non solo alla sensibilità individuale di un artista, ma anche alle idee dominanti a livello religioso, poetico (la donna-angelo, aggraziata ed eterea dello Stilnovo, ad esempio) e sociale, ed è anche per questo che l’arte diventa una chiave di lettura della società. Che cosa trasmette, quindi, l’ideale di bellezza contemporaneo?

L’idea della bellezza come perfezione è sopravvissuta attraverso il tempo, fino ad arrivare ai giorni nostri, e si è slegata dall’idea di donna come individuo, fino a diventare qualcosa di sempre più idealizzato e astratto. Non abbiamo più donne belle, ma un ideale, un modello sempre più distante dalla realtà, con cui solo poche possono confrontarsi senza uscirne sconfitte, frustrate e con una percezione di sé fortemente indebolita. La prima constatazione che si può fare è che l’ideale di bellezza contemporaneo mostra una donna magra, slanciata, molto diversa dalle figure morbide che siamo abituati a vedere nell’arte, dalla Venere dell’Educazione di Cupido del Correggio (1527) alla Vergine Maria di Sassoferrato (1640), a Manon Balletti, ritratta nel quadro omonimo di Nattier (1757), fino alle donne del Bagno Turco di Jean-Auguste-Dominique Ingres (1862). L’evoluzione del costume, e con esso della concezione di ciò che era considerato bello e ciò che non lo era, ha sempre tenuto la realtà come riferimento, anche nella rappresentazione di donne sublimi, come la Madonna, le Sante, le Allegorie (Giustizia, Grazia, Verità, ecc…) e divinità come Venere.

é molto recente, invece, la diffusione di un modello che non rifletta la realtà, ma ne crei un’immagine fittizia. La magrezza e l’altezza sono diventate come condizioni della bellezza, anziché esserne tratti caratteristici, e questo ha portato molte donne a sentirsi escluse, inadatte e diverse, e di conseguenza a cercare di corrispondere a questo canone. Essere grasse diventa qualcosa di cui vergognarsi. Un dato interessante è quello che questo problema interessa soprattutto le principali destinatarie dei messaggi pubblicitari e in generale coloro a cui viene proposto il modello, le donne bianche. Una ricerca condotta dal Kaiser Family Institute negli USA (riportata su Io Donna del 17 marzo) ha rilevato che il 66% delle donne nere, seppure obese, ha una buona percezione del proprio corpo, mentre solo il 41% delle donne bianche, anche se dalla corporatura “giusta” (non obese, né anoressiche) ha risposto nello stesso modo.

In quanto destinatarie di una rappresentazione irrealistica, ma onnipresente, le donne bianche sono sempre più insoddisfatte del proprio corpo. Molte riescono ad accettare la propria immagine e a piacersi per come sono, ma molte altre si sottopongono a diete e chirurgia estetica nel tentativo di rassomigliare con un canone diventato oppressivo, con cui non riescono a scendere a patti.

Essere esposte a questo modello onnipresente prima di essere in grado di comprenderne le forzature, come può essere per delle bambine e ragazzine che lo ritrovano nelle loro bambole, sulle pagine delle riviste per ragazzine, nei personaggi dei cartoni animati, rischia di rendere cronici i problemi di autostima. Nel corso della crescita di una bambina/ragazzina, aumentano anche le occasioni in cui il modello è proposto (imposto?) e l’ideale diventa sempre più rigido, stringente. La gabbia degli stereotipi inizia facendoli sembrare qualcosa di positivo da raggiungere, ma man mano che si cresce e ci si rende conto di non poter corrispondere, e neppure assomigliare, alle creature perfette che avevamo ammirato e sognato da bambine, si ha la sensazione di essere fallite e inadeguate.

Su questa sensazione si innesta abilmente il marketing delle aziende, che sfrutta il contrasto tra i modelli dell’infanzia e il desiderio di essere grandi per trasformare le ragazzine dai 9 ai 13 anni in consumatrici ossessionate dall’idea della perfezione. Le conseguenze, purtroppo, sono molto serie e generano una disistima di sé che può sfociare nell’odio autolesionista, nell’anoressia, nella bulimia, o in generale in comportamenti pericolosi, come l’abuso di alcool o droga.

Molte proteste ci sono state nei confronti di questo modello, ma, poiché esso è funzionale alle aziende che vivono sull’immagine della donna (produttori di cosmetici, marchi di moda, centri specializzati nella chirurgia estetica, produttori di alimenti dietetici, ecc…), è irrealistico pensare che le aziende accettino di iniziare a creare un’estetica meno oppressiva. Gli interessi in gioco sono molto altri, e non sono io a dire che tra gli interessi e l’etica troppe volte sono stati scelti i primi per pensare che sia possibile un cambiamento autogenerato. E neppure le semplici proteste sono sufficienti, le aziende non le recepiscono – oppure fingono di farlo, creando linee per “taglie forti” come un ambito separato, ma continuando parallelamente con le campagne pubblicitarie classiche.

L’unica soluzione, secondo me, è iniziare a pensare alla falsità dei modelli e accettare il nostro corpo per quello che è. Se non ci faremo condizionare da questi messaggi, saremo in grado di essere donne realizzate e positive. La mentalità cambia e i modelli la seguono, raramente accade il contrario. Perciò, iniziamo a cambiare noi il nostro atteggiamento mentale, sosteniamoci a vicenda ed evitiamo di criticare o colpevolizzare le ragazze o donne che si sentono in crisi con il proprio aspetto. E i venti del cambiamento inizieranno a spirare…

Questo video deve fare riflettere.

http://vimeo.com/viancalugo/body-image-psa.

PS: mi scuso per il ritardo nel sistemare questo post. Ieri scrivevo di fretta, con le idee in disordine in testa, e solo oggi sono riuscita a riportare un po’ di chiarezza.

Victims of the Frozen Hate – Crystal Eyes

They came from far away,
from a land in a frozen time
Through ice and snow they walked
with their broken homes in mind,
they cried!
Without a warning
they ended all lifes in their way
In search for a land
where they could forever stay

Blood on the snow and cries in the wind
Victims of hate, they fell to the ground
One by one, they tasted vengeance
No one could fight the soldiers in a frozen time
With tears in their eyes
the ground was painted in red
They searched for revenge,
by the frozen hate they were led

A battle in tears for the homes they had lost in the cold
They murdered all those who dared to come in their way

Who were those soldiers
with frozen hate inside
And all poor victims
who had no place to hide

the soldiers in a frozen time
They murdered all those who dared to come in their way



Raccolte di firme

Teniamo famiglia: Mettici la firma!

Un’importante segnalazione per una causa di civiltà, l’equiparazione dei diritti delle coppie di fatto a quelli delle coppie regolarmente sposate. Questa proposta rappresenta un efficace esempio di democrazia popolare e della forza comunicativa di Internet (argomenti che ho trattato nel tema svolto tra oggi e ieri, e che posterò non appena la professoressa lo riconsegnerà, ampliandolo e corredandolo di link diretti), e soprattutto tratta di un argomento che ci dovrebbe riguardare tutti.

La famiglia non è una, la famiglia non è perfetta. Ciò che conta davvero, è la forza del legame tra due persone. Purtroppo, non vivendo io a Roma ed essendo ancora minorenne, sono impossibilitata a partecipare di persona alla raccolta firme, ma rimangono ancora 57 giorni, e spero che anche il mio piccolo contributo sia utile a dare maggiore visibilità all’iniziativa…e a trovare almeno una firma che possa sostituire quella che vorrei ma non posso apporre.

Sono davvero convinta che la partecipazione collettiva possa ottenere risultati concreti. Quando ho potuto, ho sempre partecipato alle raccolte firme virtuali dell’organizzazione Avaaz.org, come ad esempio l’iniziativa per il blocco definitivo della risoluzione che permetterebbe all’Agcom di intervenire arbitrariamente per rimuovere contenuti protetti da diritto d’autore su Internet (vedi Avaaz – 24 ore rimaste per fermare il bavaglio a internet!). Sfortunatamente, il mio ruolo non può andare oltre a queste piccole azioni.

Le grandi cause fanno sentire le persone piccole e insignificanti di fronte alle battaglie che stanno combattendo. Sembra che chi sta nelle stanze dei bottoni possa fare qualsiasi cosa, e che se non prestiamo attenzione alle loro mosse si mangeranno la nostra libertà pezzetto dopo pezzetto, come se fosse una tavoletta di cioccolato, ma non siamo soli né inermi. Se ascoltiamo le voci della rete delle reti, ci accorgeremo che molte altre persone si accingono a combattere per la nostra stessa causa. Persone che non conosceremo mai, persone che appaiono solo come nomi accanto al nostro in un contatore, ma che diventano parte di una massa, un’onda in grado di fare pressioni contro le mura dei palazzi del potere.

Non è il rombo furioso della rivoluzione, la rabbia cieca della disperazione; non è il suono carico di morte dei kalashnikov: è un valzer ribelle, un’antica canzone che riecheggia sul colle, come cantavano i Clash nella bellissima Rebel Waltz, è un ticchettio incessante di tastiere, informazioni che corrono, veloci, sempre più veloci, per raggiungere sempre più persone. Il passo della burocrazia è lento, ma dobbiamo fare in fretta…dobbiamo essere in tanti. Oppure è il passo dei ragazzi del nuovo millennio, children of the night, soldiers of our time, per citare anche i Crashdiet di Generation Wild. Una generazione che vuole emergere dall’immagine di superficialità e disinteresse a cui è stata condannata…

Ma forse è solo la voce corale di chi vuole difendere la propria libertà, di chi chiede che i propri diritti siano rispettati. Ed ha un suono bellissimo

 

Il matrimonio gay, i pregiudizi e l’intolleranza

I 15  MOTIVI PER ESSERE CONTRARI AL MATRIMONIO GAY

1. Essere gay non è naturale. I veri italiani rifiutano ciò che è innaturale, come gli occhiali, le scarpe, il poliestere e l’ aria condizionata.
2. Il matrimonio gay spingerà le persone ad essere gay, allo stesso modo in cui far andare in giro persone alte vi fa diventare alti.
3. Legalizzare il matrimonio gay aprirà la strada a ogni tipo di stile di vita folle. Le persone vorranno sposare i propri animali domestici, perché ovviamente un cane ha una personalità giuridica e i diritti civili per sposarsi, nonché la capacità di dichiararsi consenziente o meno al contratto giuridico.
4. Il matrimonio eterosessuale esiste da moltissimo tempo e non è mai cambiato minimamente; le donne infatti sono ancora una proprietà del marito, le nozze sono decise dai genitori, il padre ha il diritto di vita e di morte sui figli, i neri non possono sposare i bianchi e il divorzio non esiste.
5. Il matrimonio eterosessuale perderà valore se sarà permesso anche ai gay di sposarsi. La santità dei sette matrimoni di Liz Taylor verrebbe distrutta.
6. I matrimoni eterosessuali sono validi perché sono fertili e producono figli. Le coppie gay, come anche quelle sterili e le persone anziane, non devono potersi sposare perché i nostri orfanotrofi sono vuoti e il mondo ha bisogno di più bambini.
7. Ovviamente i genitori gay tirerebbero su figli gay, proprio come da genitori eterosessuali nascono soltanto figli eterosessuali.
8. Il matrimonio gay è vietato dalla religione. Dunque in una teocrazia come la nostra i valori di una religione devono essere imposti all’intera nazione. Ecco perché in Italia c’è una sola religione e tutti i bambini devono essere battezzati alla nascita.
9. I bambini non saranno mai sereni ed equilibrati senza un modello maschile e uno femminile a casa. Per questo nella nostra società quando un genitore é da solo, o perché è vedovo o perché è stato lasciato, gli vengono tolti anche i figli.
10. Il matrimonio gay cambierà i fondamenti della nostra società e noi non potremmo mai adattarci alle nuove norme sociali. Proprio come non ci siamo mai adattati alle automobili, al lavoro in fabbrica e all’allungamento della vita media.
11. Le relazioni gay non sono durature perché i gay per natura sono promiscui. Infatti i mariti etero e le mogli etero non hanno MAI relazioni extraconiugali e non divorziano mai.
12. I bambini cresciuti da una coppia gay verranno derisi e discriminati dagli altri coetanei. A differenza di quelli con le orecchie a sventola, quelli con il naso grosso, quelli grassi, quelli effeminati, quelli di colore, quelli con la erre moscia, o quelli troppo bassi che sono accettati da tutti i coetanei e mai presi in giro da nessuno.
13. Perché la religione cattolica vieta l’atto omosessuale che è considerato peccato, e dunque loro non possono sposarsi ma possono farlo assassini, pedofili, maniaci sessuali, ladri, mafiosi, serial killer, truffatori, mercanti di organi, commercianti di bambini , di schiavi, di pellicce, papponi e chiunque non sia un omosessuale.
14. Perché il matrimonio omosessuale comporta l’atto omosessuale. Ma la Bibbia considera peccato l’atto omosessuale così come la masturbazione, i rapporti sessuali prima del matrimonio e i rapporti sessuali che non hanno il fine di procreare.
15. Perché verrebbe meno l’antica tradizione calcistica Italiana, dato che di sicuro ci saranno meno calciatori. Infatti si sa che i gay odiano il calcio e porteranno a odiarlo anche ai loro bambini impedendogli quindi di praticare qualsiasi tipo di sport che non sia danza classica, ginnastica ritmica, pattinaggio sul ghiaccio, shopping, manicure, lampada e bolle di sapone.

PS: questo post, che in differenti varianti circola su Facebook, è un invito ironico a riflettere. I pregiudizi possono essere affrontati ed abbattuti in diversi modi, con l’analisi e la confutazione diretta, che tuttavia rischia di incappare nel rifiuto cieco di chi non vuole sentire discorsi in contrasto con la propria opinione (un esempio di ciò si trova osservando i commenti su pagine come Non pregare per me, i problemi li risolvo col buonsenso II oppure A favore della sperimentazione animale su Facebook stesso, che ha un bacino d’utenza molto più vasto dei blog e crea molte più occasioni di dialogo/scontro.

Un altro modo per abbattere un pregiudizio, è usare l’ironia. L’ironia lascia spiazzato l’avversario, e questo dovrebbe essere abbastanza per suscitare un minimo di riflessione. Oppure è possibile che rifiuti tout court di sottoporre ad autocritica il proprio pensiero, ma in tal caso, non vale più nemmeno la pena di tentare di discutere, no?

L’intolleranza esisterà sempre, verso i neri, verso gli stranieri, verso le donne, verso i gay, verso gli uomini, verso chiunque: è un male endemico. Non può essere estirpato, ma messo in condizione di non nuocere sì, e il modo migliore per farlo è non permetterle di condizionare l’ambiente della discussione, di inquinarlo. Agli attacchi personali, se si decide di rispondere, bisogna farlo in privato, con la massima dignità e fermezza, come se anziché insultarvi avessero semplicemente fatto un’affermazione senza peso. Dimostrarsi aperti al dialogo e disposti ad argomentare la propria posizione con argomenti saldi – questo di solito è più che sufficiente per convincere a desistere i troll, i provocatori generici e i fanatici.

Lottiamo contro l’intolleranza privandola dell’ossigeno. Don’t feed the troll.

Dibattiti al femminile

Mi capita raramente di trovare interessanti i dibattiti dei nostri politici, la maggior parte degli episodi raccolti su YouTube sono gaffe, figuracce, perdite di controllo che provano un livello a volte desolante della nostra classe dirigente. Ma in questo caso, ritengo che Mara Carfagna si distingua per la pacatezza con cui ribadisce le sue argomentazioni – su cui non mi esprimo – di fronte alle domande incalzanti e maliziose della giornalista, che non esita ad interromperla, a cercare di rigirare il senso delle sue parole, a fare allusioni. Personalmente non sono di destra, ma riconosco che Mara Carfagna sia una donna dalla mente aperta, in grado di confrontarsi con l’opposizione con onestà intellettuale, disponibile al confronto e molto propositiva. All’inizio del governo Berlusconi ero piuttosto scettica sulle sue capacità, così a pelle, ma mi sono ricreduta.

Sono convinta che sia un buon politico. Difendere il suo partito, ovviamente, è il suo mestiere. Ma ha coerenza, e nel corso del suo mandato ha saputo ammettere i propri errori e realizzare proposte intelligenti (la legge sullo stalking, ad esempio). Non appena avrò tempo cercherò negli archivi del Corriere della Sera qualche articolo a riguardo.

Per intanto, mi limito a constatare l’aggressività di Luisella Costamagna. Interrompere un interlocutore, durante un dibattito, è una cosa che ho sempre mal sopportato (specie quando la vittima ero io…), ritengo che sia necessario solo se i toni si surriscaldano o se viene detto qualcosa su cui è necessario focalizzare l’attenzione e non è possibile farlo quando l’interlocutore ha finito di parlare. Quando alcuni intervistati (ad esempio Daniela Santanchè, che ha uno stile di dibattito molto aggressivo, esaspera i toni, monopolizza il discorso e non è nuova alle gaffe, purtroppo per lei) soverchiano gli altri ospiti e il conduttore stesso, iniziando ad alzare la voce e a parlare in modo concitato per coprire la voce altrui, allora interromperli dovrebbe essere la norma – altrimenti si rischia la metaforica rissa, ‘piuttosto che un confronto di argomentazioni.

Ma non è questo il caso. Mara Carfagna stava solo cercando di esprimersi, è rimasta molto composta e non ha dato punti alla conduttrice, che potremmo tranquillamente definire avversaria (tant’è che l’autore del caricamento del video su YouTube lo intitola Lite Mara Carfagna-Luisella Costamagna, focalizzando l’attenzione su quel sostantivo che richiama immediatamente associazioni mentali come donne isteriche, urla e rabbia).

Quello che mi dispiace è che Luisella Costamagna, invece di entrare nel merito dei contenuti – l’appunto le viene fatto anche dalla Carfagna, ed è significativo – si sofferma costantemente sull’immagine, nel tentativo di demolire l’avversaria, che è vero ha costruito la carriera televisiva sull’immagine, ma si è anche rivelata una donna competente, e questo le andrebbe riconosciuto anche se si è di idee politiche differenti.

femminile plurale

Di solito il discorso sugli stereotipi di genere è declinato quasi esclusivamente al femminile.

E gli uomini? Prendo spunto da questo video (purtroppo si trova solo questa versione non sottotitolata) che è il trailer di un documentario su come la società renda gli uomini sessisti. A fronte di una forte oggettivazione della donna, all’uomo si propone di aderire allo stereotipo del maschio alfa dominante, del capobranco, del dominatore che afferma la propria superiorità con i soldi, macchine veloci e con le donne.

Si riflette ancora una volta sulla stereotipizzazione a cui sono soggette le donne, ma forse si può dire qualcosa di più:  anche gli uomini sono educati, costretti in un ruolo unico, standardizzato, stereotipato e (opinione del tutto personale) un po’ ridicolo.

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femminile plurale

Lo stupro è una forma di rappresentazione sociale“.

Così, nelle prime pagine del suo libro sulla violenza sessuale, J. Bourke, Stupro. Storia della violenza sessuale (Laterza 2009) introduce il tema della correlazione tra stupro e cultura.  Lo stupro non è un evento che si realizza secondo schemi che valgono in assoluto, con modalità specifiche svincolate dall’ambiente sociale e culturale in cui si realizza. Esso è culturalmente determinato. In quest’ottica, la violenza sessuale appare, secondo le modalità con cui si realizza, come qualcosa di “estremamente ritualizzato“. Nello stupro viene espressa una specifica ritualità. Questa, insieme agli altri ‘riti’ che la compongono, è uno dei modi per mezzo dei quali una determinata cultura produce senso.

Ma non solo. Della cultura da cui dipende e secondo la quale esso si concretizza in un determinato modo piuttosto che in un altro, lo stupro è una rappresentazione. La violenza sessuale, il…

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