Visioni sulla parità

Una mia amica mi ha posto una domanda in apparenza semplice, ma molto interessante.  Cosa significa per te parità? Come vorresti che sia?

Ho cercato di dare una risposta generale, ma non ci sono riuscita, così provo a farlo ora, partendo dal principio che “la parità sarà raggiunta solo quando le donne non saranno più considerate una categoria a parte, ma individui esattamente come gli uomini”, ma mi rendo conto che, posta così, la questione può essere fraintesa. Non si tratta di diventare come gli uomini, ma di avere accesso alle stesse opportunità, agli stessi diritti. Non c’è  una “differenza delle donne” che perderemmo se riuscissimo ad ottenere la sospirata parità, ci sono solo differenze individuali, caratteristiche personali, che non devono andare perdute nell’imitazione di un modello. Ad esempio, una donna, se è nelle sue corde, nel suo carattere, dovrebbe avere tutto il diritto di dirigere un’azienda improntando il lavoro sulla collaborazione piuttosto che sul modello maschile dominante di competitività. Piegare la propria individualità al modello vincente impedisce che si sviluppino strade alternative, e, visto che la società occidentale deve ripensare completamente il proprio stile di vita divenuto ormai insostenibile sia sul piano economico che su quello ambientale e sociale, ogni innovazione individuale dovrebbe essere favorita, anziché repressa. Peraltro, proprio questo periodo di crisi coincide con un’ondata di gender backlash di vaste proporzioni, come segnalano numerose femministe, e la pubblicità, mezzo espressivo e comunicativo che ha fatto dell’innovazione la sua bandiera, continua a riproporre i soliti cliché anche quando sono resi vetusti dalla società stessa.

Questa è, divagazioni a parte, la teoria. Pari diritti, pari opportunità. C’è chi afferma che già li abbiamo, ma allora come mai permangono disuguaglianze così evidenti? La 27esima ora riporta cifre eloquenti in termini di occupazione: il tasso di occupazione femminile in Italia è del 46,1%, mentre quello maschile del 67,7%; al contrario, il tasso di disoccupazione femminile è del 9,7%, quello maschile del 7,6%. Questo divario, come hanno fatto notare in molti, priva il nostro Paese del potenziale di una gran parte delle donne, e l’occupazione femminile, specie ai livelli dirigenziali, è considerata un fattore importante per l’evoluzione della società verso una maggiore uguaglianza.

Non parlo solo di economia. Penso agli stereotipi di genere che permangono nell’educazione, e a come limitino le prospettive e le ambizioni di bambine e ragazzine, confinandole in un universo a parte, tinto di rosa, dove essere principesse, mamme, maestre, belle e popolari. Perché un personaggio femminile intelligente e superiore a tanti stereotipi si trova in cartone “per maschietti” come Ben 10 Alien Force piuttosto che nei cartoni dedicati alle bambine? Gwen partecipa alle battaglie al pari dei suoi compagni Kevin e Ben, e non ha bisogno di essere protetta da nessuno; è intelligente, determinata, ha le sue insicurezze, è generosa, e prova un forte affetto per gli amici. Insomma, è un personaggio sfaccettato, con un ruolo di primo piano. Perché ci sono persone che negano alla radice l’idea che esistano dei condizionamenti che influenzano ciò che siamo? Guardate questi bambini. Il modo in cui ripropongono, inconsapevolmente, con quella che l’autrice definisce “spietata spontaneità”, gli stereotipi che hanno introiettato così precocemente, è irritante. Non per loro, ma perché non è giusto che ciò avvenga, e dovremmo tutti impegnarci per contrastare questi condizionamenti, in modo che ognuno abbia reali possibilità di realizzarsi come individuo e decidere chi vuole essere.

Nelle loro parole, si riconoscono tracce dei modelli stereotipati di femminile presentati dalla società: la madre, la donna sexy e attenta solo all’apparenza, e via discorrendo. Perché le bambine devono crescere con modelli così costrittivi che non hanno eguali maschili? Perché cercare di convincerle che questi ruoli siano il loro naturale destino? Perché non lasciarle libere?

Quanta rabbia mi prende. No, finché questi stereotipi continueranno a essere il modello dominante, la parità non potrà mai venire raggiunta. Perché le ragazze partono svantaggiate. Perché le si convince che se cercano di realizzarsi come individui, se cercano di occuparsi di cose considerate tradizionalmente maschili, allora sono fuori posto, stanno usurpando un posto non loro. Il loro posto? In cucina. In televisione, a ballare semisvestite. A fare le maestre, le infermiere. Quanti vecchi cliché! Perché non sono a marcire nella polvere, i cliché? Perché devono influenzare così tanto le nostre vite?

Le persone che non si rendono conto della rilevanza che questi condizionamenti, volti a far corrispondere le bambine a degli stereotipi di femminile limitanti e obsoleti, rivestono, dovrebbero provare a far coincidere questi fatti con i dati sull’economia. Senza contare gli effetti negativi sugli uomini, abituati a relazionarsi con un femminile privo di reale spessore umano, oggettificato, superficiale, che non è un vero individuo a loro pari, ma rimane un ornamento, un contorno, la grechina di Lorella Zanardo, l’Altro di Simone de Beauvoir.

Se non c’è parità, è anche e soprattutto colpa delle ferite che vengono inferte ogni giorno a questo concetto dall’immaginario.

Etichette

Il mio album di Facebook che raccoglie immagini sul femminismo, che ho dovuto ripubblicare sotto il titolo di “The mere truth” (la verità di base, la semplice verità, all’incirca) dopo che non risultava più disponibile né a me né ai miei amici – è stato cancellato dagli amministratori senza che io ne ricevessi comunicazione? Una cosa del genere è possibile? – si intitolava appunto “Femminismo” e aveva come sottotitolo una frase che è diventata uno dei miei motti:

Prima di appiccicare un’etichetta su qualcuno, assicurati almeno di leggerla.

Se consideriamo “femminista” un concetto negativo, dovremmo prima documentarci su cosa sia il femminismo e come intendano questo concetto coloro che si definiscono tali. Già Socrate aveva evidenziato l’importanza di definire il concetto in modo universale, o perlomeno in modo che entrambi gli interlocutori si trovino d’accordo, allo scopo di trovare verità comuni all’umanità, superando così il relativismo totale di sofisti come Gorgia. Ho iniziato ad occuparmi delle etichette, intese come definizioni stereotipate che si “appiccicano” sulle persone, proprio partendo dal fatto che io stessa mi definisco come femminista, per rivendicare il concetto oltre la classificazione. Io sono femminista. Prima di giudicarmi, documentati su cosa sia il femminismo, ok? Non sono una strega che odia gli uomini e va in giro con una cresta da punk a bruciare reggiseni (per quanto le creste da punk mi piacciano :P). Sono semplicemente una ragazza che crede in alcuni principi.

Tuttavia, le classificazioni stereotipate permangono nella nostra mentalità quotidiana, sono qualcosa di tranquillizzante: se da una parte danno un senso di appartenenza ad un gruppo (i metallari contro i truzzi, i punk contro gli emo…), dall’altra ti costringono all’interno di un ruolo, di un personaggio. Una delle classificazioni più ovvie, a cui siamo totalmente assuefatti, è quella della troietta. Ci penso perché una mia amica, l’altro giorno, mi ha chiesto se ritenevo che si potesse definirla come tale in virtù di alcune esperienze fatte a 13 anni con un suo amico. Le ho risposto che né il look, né le esperienze, né il numero di ragazzi che una ragazza ha avuto possono essere ragioni valide per affibbiarle un’etichetta del genere. Il desiderio è un’emozione naturale anche per le ragazze, nessuna di noi dovrebbe mai sentirsi in colpa perché lo prova. Non siamo angeli!

Le ho detto che amare e ricercare il piacere è una cosa giusta, che la sessualità è una parte della nostra vita e della nostra individualità, e che non c’è nessuna ragione per cui una ragazza debba cambiare comportamento solo in virtù del giudizio degli altri, se è consapevole di quello che fa e la sua scelta è stata fatta con coscienza. Penso che sia sbagliato, invece, che una ragazza si senta forzata a fare certe cose solo per compiacere il suo ragazzo, perché così facendo ignora i propri desideri e bisogni, e quindi fa un torto a sé stessa (e non è mai una cosa senza conseguenze, sebbene ci si rifiuti di considerarle), o che abbia molti ragazzi per essere popolare e rispettata, senza provare niente per nessuno di questi. Avere un ragazzo perché è un gadget figo, come la felpa di Abercrombie e le scarpe Hogan, è sbagliato, perché le persone non sono oggetti, e trattarle come tali ferisce i loro sentimenti e le priva di dignità.

Ho chiesto così a diversi miei amici maschi in base a quale criterio si possa giudicare una ragazza come troietta. Be’, le risposte sono sconfortanti luoghi comuni. Hanno evitato accuratamente di citare l’abbigliamento, perché sanno già il mio punto di vista sull’argomento (e non smetterò certo di indossare le gonne a scuola solo perché qualche idiota potrebbe avere la bella idea di classificarmi come troietta senza conoscermi!) e non volevano rischiare di offendermi/iniziare un discorso con me. Ma elementi come “va con tutti” e “quando sta con uno fa tutto subito” (segue gestualità eloquente) risultano fin troppo presenti.

Considerazioni del tipo “se una ragazza è innamorata, e vuole provare piacere, allora questo la rende una troietta?” lasciano le persone semplicemente spiazzate. Non ho osato porre domande che richiedono risposte più complesse, tipo “Perché alle ragazze è negato il diritto di ricevere e pretendere il proprio piacere?”.

Ma è emblematico quanta forza abbia, ancora adesso, la logica delle Kiavi&lukketti, esemplificata in questo post da Libera, una ragazza davvero forte e consapevole. Gli stereotipi hanno la caratteristica di negare la dignità d’individuo alle persone che ne sono vittime. Applicando semplicemente un’etichetta su di esse, l’etichetta acquista vita propria e fagocita l’individuo. Una ragazza bollata come troietta non è più quella ragazza, con le sue motivazioni, i suoi desideri, i suoi sentimenti, è solo una troietta. E come tale viene trattata. Ma che cosa ci si guadagna dalla logica degli stereotipi? Non sarebbe più semplice costruire rapporti umani se invece di generalizzare, etichettare, classificare, considerassimo ognuno per ciò che è, un individuo?

Questa vignetta, con protagonisti diversi meme di Facebook, riassume la logica di cui sto parlando:

Differences kill freedom?

It’s the end of the web as we know it « Adrian Short. An interesting post about how Facebook is taking control of what we do on the Internet by tracking secretly our activities on many websites, about how depending on a web host is not a good thing for a blogger who wants freedom and complete control on their work, and about the way social networking is changing the way the Internet works – and that’s not so positive as it seems. I tried to delete my Facebook profile once, but as I had to save one by one all the photos I shared, and those I was tagged in, and write down on my address book all the email addresses and birthdays of my friends, that Facebook collects in my place, I realized how hard it would be. And I gave up. But I’m pretty more careful now. If I want to defend my privacy and give less information possible to big companies who want my data to turn my freedom into money, well, paying attention is simply not enough. What shall I do, then?

Energia rabbiosa

Il nostro mondo sembra governato dalle persone sbagliate. Il mio sogno è di entrare in politica, per poter dare un contributo concreto, in prima persona, a risolvere i tanti problemi che affliggono l’Italia. Contrariamente a mio padre, io sento il nostro Paese come profondamente mio, e non riesco ad accettare passivamente il suo declino: non c’è nulla che mi causi più sconforto e indignazione che constatare quante ingiustizie soffochino gli slanci verso una società migliore, quanta incuria permetta al nostro patrimonio artistico, architettonico e naturale di disgregarsi nell’indifferenza, quanta disonestà e corruzione trascinino nel fango le istituzioni, le università, le aziende. Perché il sistema è degenerato fino a questo punto? Chi o cosa l’ha permesso? E, cosa più importante, cosa può fare un cittadino qualsiasi a questo punto?

Navigare su Internet mi ha permesso di rendermi conto della presenza di numerose organizzazioni, associazioni, gruppi che svolgono ruoli importanti in molte cause, e altri li conoscevo già prima. Un altro aspetto che emerge dalle mie osservazioni casuali, però, è che c’è anche tanta frammentazione. Siamo in periodo di cinque per mille, ad esempio. La nostra professoressa di italiano ci ha chiesto quali fossero secondo noi le priorità a cui destinare quelli delle nostre famiglie. C’è davvero una miriade di possibili destinazioni, da Medici Senza Frontiere alla LIPU (lega italiana protezione uccelli), dall’AIRC (associazione italiana per la ricerca sul cancro) alla LILT (lega italiana lotta ai tumori), all’AIDO (associazione italiana donatori organi) al FAI (fondo ambiente italiano), al WWF, tanto per citare diversi nomi usciti nel corso della sessione di brainstorming in classe. Cause che riguardano l’ambiente, la ricerca scientifica, gli animali, e quant’altro. Il lavoro di tutte queste organizzazioni è preziosissimo. Dove le istituzioni non possono arrivare, le loro forze sono in grado di sopperire fornendo un aiuto importante in cause che dovrebbero riguardarci tutti. Ma non è così. Perché?

Mi chiedo com’è possibile che molte persone, anche coloro che ci governano e che dovrebbero avere più a cuore di tutti il bene della nazione e dei suoi cittadini, mettano il loro interesse al di sopra di tutto. Non sono così ingenua da pensare che sia da tutti dedicare la propria intera esistenza a fare il bene, ad annullarsi per gli altri, cercando come sola ricompensa il sorriso degli altri. So anche che nel nostro mondo, dominato dalla competizione più sfrenata, nulla si fa per nulla. Non condivido completamente questa logica, perché ci sono dei momenti in cui si deve accettare una perdita personale se può essere utile agli altri, ma la accetto.

Neanch’io credo che potrei passare la vita tra gli stenti solo per puro spirito di sacrificio. Mi piace vivere in una bella casa, avere un computer portatile rapido ed efficiente, collezionare CD originali e scegliere vestiti che si adattino alla mia personalità, sebbene tutte queste cose siano un poco superflue e rappresentino privilegi che a una grossa fetta della popolazione mondiale sono negati. Ne sono consapevole, e per questo cerco di non indulgere nello spreco e nell’eccesso, ma non sarei mai in grado di privarmi di tutto, sinceramente.

Cerco di tenere uno stile di vita ecocompatibile, insieme alla mia famiglia. A scuola, ho insistito perché l’aula dov’è ospitata la mia classe venisse dotata di uno scatolone dove raccogliere separatamente la carta, e talvolta svuoto i cestini nelle altre aule per dividere la carta, prelevare le lattine e metterle in un sacchetto per portarle a casa, dove c’è la raccolta differenziata, e raccogliere i tappi delle bottiglie di plastica, che vengono raccolti dall’oratorio del paese. Ho partecipato all’Ora della Terra. Andando a dormire alle otto e mezza. In famiglia non acquistiamo monoporzioni o acqua minerale poiché siamo convinti che rappresentino sprechi assurdi. Mamma coltiva verdura biologica in un piccolo orto e in giardino abbiamo piantato un ciliegio, un kako, un prugnolo e un melo per avere frutta  genuina a disposizione durante l’estate. Quando posso cerco di utilizzare la bicicletta per spostarmi, cosa comunque non facile vivendo piuttosto isolata rispetto ai paesi dove abitano i miei amici.

Tutto quello che faccio, lo faccio perché ci credo. è la rabbia, l’indignazione, che da’ forza ai miei ideali. Ho iniziato a scrivere il mio blog perché volevo fare il punto su me stessa e sulle mie idee. Fino ad ora, però, avevo ampiamente sottovalutato la rilevanza che quest’energia rabbiosa che mi anima abbia nel definire quello che sono. Quest’energia che mi spinge a ribellarmi. Quest’energia che mi spinge a cercare risposte, che continua a darmi la forza di sperare. Mi chiedo se sia un tratto della mia personalità, oppure qualcosa che tutti possono coltivare imparando ad essere altruisti, a non fingere di non accorgersi dei problemi, a preoccuparsi di ciò che accade intorno a loro, insomma, per dirla con un concetto, acquisendo consapevolezza. Sicuramente la consapevolezza si può acquistare con la conoscenza, l’informazione. Ma anche se non avessi avuto cause come il femminismo e l’ecologia per cui lottare, non credo che l’energia rabbiosa dentro di me non avrebbe trovato sfogo, o si sarebbe spenta.

L’indifferenza, come le forze nella dinamica newtoniana (quanto ho sudato sulla dinamica newtoniana!) mi suscita una reazione uguale e contraria. Quando un mio compagno di classe non ha studiato e manca un’ora all’interrogazione, non riesco neppure a pensare, se non devo ripassare io per prima – come dicevo, non sono molto ferrata nell’ambito spirito di sacrificio – di mettermi a leggere o a chiacchierare e lasciarlo lì. Sono convinta che perfino suggerire durante una verifica possa essere una buona azione, se il suo scopo è aiutare qualcuno che si trova in un momento di difficoltà.

Se l’indifferenza e la mancanza di consapevolezza sono i mali che impediscono alle nuove generazioni – la generazione a cui io appartengo, e che sento come vicina e lontana, a seconda dell’argomento di cui si parla – , e non solo, di accostarsi alle cause importanti e di impegnare il loro entusiasmo, il loro spirito libero, il loro bisogno di verità, la loro apertura mentale per cambiare il mondo, com’è possibile suscitare passione e consapevolezza? Com’è possibile risvegliare la coscienza indignata per le ingiustizie? Com’è possibile fare aprire gli occhi sul mondo a chi non ha mai voluto, o potuto, guardare oltre la propria realtà?

è solo dentro di me che vibra quest’energia rabbiosa…?

PS: colgo l’occasione per ricordare a tutti le segnalazioni fatte qui.

Un tema: il futuro nelle reti?

Qualche tempo fa, la professoressa di italiano ci ha dato da svolgere, come verifica, un tema di tipo argomentativo-espositivo dal titolo   Il veltro, in funzione simbolica, incarna la fiducia di Dante nell’intervento di un salvatore dell’umanità. Nella società moderna, in chi o in che cosa può essere riposta la fiducia dell’uomo?. Penso che quest’argomento si ricolleghi alle tematiche di cui parlo spesso nel blog, perciò ho deciso di postarne qui lo svolgimento.

Nell’Inferno di Dante, Virgilio, che allegoricamente incarna la Ragione, profetizza che la lupa, la più temibile delle tre fiere che simboleggiano i peccati, sarà sconfitta da un cane da caccia, un veltro, appunto. Nella figura del veltro, salvatore dell’umanità, sono stati visti diversi personaggi storici il cui il poeta fiorentino avrebbe scorto la salvezza per la sua città, dilaniata dai contrasti, e per il mondo intero; le interpretazioni più recenti, invece, generalmente escludono che il veltro possa essere rappresentato da un individuo realmente esistito, preferendo lasciare nell’ombra la sua identità.

Quest’ottica è una conseguenza di una visione contemporanea della storia come insieme di fenomeni interdipendenti, le cui cause e conseguenze sono solo in parte influenzate dall’agire degli esseri umani: da questa prospettiva deriva la convinzione che un singolo individuo non possa condizionare il destino dell’intera umanità.

Viviamo in un’epoca dove il progresso tecnologico, in modo particolare nei settori della produzione industriale, dei trasporti e dell’informatica, ha permesso di creare una società globale, all’interno della quale le aziende multinazionali hanno trasformato radicalmente la geografia del mondo, dividendolo in aree di produzione delle merci ed aree di consumo dei marchi, dislocate rispettivamente nei Paesi poveri e in quelli ricchi. Contemporaneamente, la rete di Internet si è costituita come uno sterminato universo formato da gangli e collegamenti, rappresentati dalle banche dati e dal flusso continuo di informazioni fra esse, basato sul libero scambio di informazioni, mettendo a disposizione dell’umanità una quantità di dati inimmaginabile solo pochi decenni fa.

Il mondo sta cambiando in fretta, e questo ha sovvertito l’equilibrio naturale del pianeta: il rapido incremento demografico degli ultimi decenni e lo sviluppo incontrollato dell’urbanizzazione hanno causato una crescita esponenziale nel consumo di risorse naturali da parte dell’uomo, provocando gravi danni ai delicati ecosistemi alla base della vita, come la foresta amazzonica o i circoli polari. Emergenze ambientali quali il buco dell’ozono, l’effetto serra, la progressiva desertificazione, l’aumento della quantità di rifiuti prodotti dalle attività umane, la drastica riduzione della biodiversità del pianeta, ci hanno portati di fronte ad una “scomoda verità”, per citare Al Gore: l’insostenibilità del nostro stile di vita.

In questa situazione, inconcepibile per un uomo del ‘300 come Dante, il cui mondo era anche geograficamente molto più ristretto e il cui bisogno di ordine si concretizzava nella visione, espressa nel De Monarchia, di un equilibrio fra Papato e Impero sotto il quale si sarebbe concretizzato il sogno di pace e armonia, una volta risanati i conflitti che laceravano l’Italia, politicamente frammentata e preda delle discordie e delle ambizioni dei signori locali; molte persone si trovano senza punti di riferimento, spaesate, e si sentono inermi, sopraffatte dalla complessità di un sistema che sembra essere sfuggito ad ogni controllo, come un ingranaggio in corsa verso la propria distruzione.

La prima fonte di conforto dell’umanità, da quando abbiamo la facoltà del pensiero, è stata la religione. Le religioni offrono l’idea rasserenante di una salvezza possibile che va oltre le potenzialità dell’essere umano, attraverso la fiducia in un’entità soprannaturale, il Dio creatore del mondo e dell’uomo, la figura onnipotente che governa il destino. Le principali religioni del mondo, Islam e Cristianesimo, vivono ora due situazioni differenti, l’una di ascesa, l’altra di declino.

La prima, infatti, ha assunto una forte connotazione politica (Islam politico o islamismo) e sostiene che solo l’applicazione della Shar’ia, la legge islamica, può salvare l’umanità dalla decadenza in cui è scivolata a causa della corruzione dovuta ai costumi e alla morale occidentali. L’Islam è una religione basata sulla paura e la sottomissione, sulla repressione dell’individualità e sulla ricerca del modo di ricreare l’umma, la comunità ideale basata sulla vita dei fedeli all’epoca di Maometto.

Il Cristianesimo, invece, ha perso la maggior parte del potere e dell’influenza a livello politico che ha avuto nei secoli scorsi, ma continua a condizionare la società con la sua morale; secondo il Cristianesimo, i mali del mondo sono dovuti all’arroganza umana, che ha osato pretendere di porsi al livello di Dio e con la scienza ha oltrepassato i limiti posti dalla natura. Sebbene il Cristianesimo sia la religione dell’uguaglianza e della speranza, già Machiavelli l’aveva criticato sostenendo che esso, prospettando agli uomini e alle donne la vita eterna come ricompensa per la sopportazione dei loro dolori, li rendeva rassegnati e passivi di fronte alle ingiustizie.

Io credo, personalmente, che l’approccio delle religioni al problema sia fondamentalmente sbagliato, poiché cercare al di fuori dell’essere umano una soluzione a problemi le cui cause sono umane appare come un non-senso, per quanto consolatorio: l’ingranaggio impazzito lo abbiamo costruito e messo in moto noi, e a noi spetta il compito di arrestarlo. Non è un caso che io usi il pronome “noi”: sono convinta che un singolo individuo non abbia il potere o la possibilità di intervenire su una situazione complessa come quella in cui viviamo, ma che una collettività possa farcela.

Esempi della capacità di un gruppo di persone di ottenere risultati significativi e concreti sono, per citarne alcuni, il WWF e il numero di ambienti ricchi in biodiversità che ha protetto con la costituzione delle oasi, oppure il movimento femminista e le conquiste fatte negli anni ’70, come il diritto all’aborto, la riforma del diritto di famiglia, l’introduzione del divorzio, la trasformazione dello stupro da reato contro la morale a reato contro la persona.

Al giorno d’oggi, Internet ha reso l’informazione molto più accessibile ad una vasta percentuale della popolazione mondiale, permettendo di aggirare le censure imposte dai governi ai mezzi di comunicazione “tradizionali” e di costituire reti di comunicazione non sottoposte a controlli esterni. è questo che ha reso possibili la creazione del gruppo di hacker-attivisti di Anonymous, comunità collaborative e in costante collegamento come la rete femminista di Se Non Ora Quando?, mobilitazioni permanenti come l’organizzazione Avaaz.org, impegnata a favore della libertà di informazione ed espressione, e l’organizzazione di azioni concrete come le proteste in Iran del 2009 e le recenti rivolte della Primavera Araba.

Internet è una rete di informazione e comunicazione fra pari, libera e basata sulla creazione di contenuti da parte degli stessi utenti. Le sue potenzialità permettono di farne il mezzo più efficace, nel villaggio globale, per far sentire la propria voce e riuscire a cambiare le cose. Citando il motto di Anonymous: “United as one, divided by zero“.

Che cosa ne pensate?

Antiabortisti e libertà di scelta

L’Italia è l’unico Paese europeo dove è permessa – da un buco legislativo – l’obiezione di coscienza nei confronti della pillola del giorno dopo, che non è in nessun modo un abortivo, nonostante ciò che viene ripetuto fino alla nausea per fare disinformazione (e basterebbe consultare le fonti di Wikipedia per accorgersene!) e dove le disposizioni legislative regionali consentono ai fanatici antiabortisti cattolici di entrare in ospedali e consultori a fare proselitismo e instillare sensi di colpa nelle donne che, certo non a cuor leggero, chiedono di poter usufruire di un loro diritto.

Quando ho letto le testimonianze raccolte da Loredana Lipperini nel suo blog, ne sono rimasta sconvolta. Sembra davvero che certi gruppi contro l’aborto non si fermino davanti a niente, neppure al rispetto dovuto ad una persona che sta per compiere o ha compiuto una scelta che mi sento di definire sofferta, e questo mi preoccupa. Perché dicono di tutelare la vita ma non tutelano la dignità. E davvero credono che il loro scopo sia così alto da permettere loro di calpestare la dignità delle donne e di “aggredire” pubblicamente i medici che praticano l’aborto?

Anche se l’aborto è considerato un peccato dalla Chiesa, non si può impedire a chi non lo ritiene tale di praticarlo o ricorrervi. La legge non è morale. La morale non è legge.

Con la prima affermazione intendo dire che la legge non deve avere la pretesa di stabilire una norma morale a cui sottomettersi, ma garantire a tutti la possibilità di agire secondo la propria morale, le proprie convinzioni e le proprie necessità. Non è un caso che i dibattiti sull’aborto negli USA vedano contrapposti Pro-Life, antiabortisti, e Pro-Choice, a favore della libertà di scelta. La differenza fra le due fazioni è che solo i Pro-Life cercano di imporre il loro punto di vista a tutti: parlano di “valori non negoziabili”, senza rendersi conto che non per tutti la vita embrionale/fetale è tale che quindi non per tutti rientra nel dovere di rispettare e tutelare il diritto alla vita. Alcune persone sono convinte che la vita inizi solo al momento della nascita, altre che inizi con la fusione dei nuclei della cellula uovo e dello spermatozoo nello zigote, altre con la formazione del sistema nervoso (i primi neuroni iniziano a formarsi intorno alla fine della quarta settimana di gravidanza, ma le connessioni fra loro si costituiscono solo verso la decima settimana, e senza sinapsi non si può parlare di sistema nervoso, perché i neuroni  non sarebbero in grado di trasmettere informazioni). La biologia non è in grado di dirci in maniera univoca ed indiscutibile quando ha inizio una vita, sono le persone che scelgono quale punto di riferimento accettare come valido tra le tappe dello sviluppo embrionale.

Non esistono valori assoluti, un’etica che trascenda i singoli individui. Credo di poter affermare che nessun valore è universale. Quindi, parlare di valori non negoziabili significa assolutizzare la propria prospettiva e pretendere che l’interlocutore condivida il proprio sistema di valori. Appare evidente che ragionare con una persona che parte da queste premesse è pressoché impossibile.

La seconda affermazione si riferisce proprio a questo: poiché la legge deve garantire i diritti di ogni individuo, e poiché i valori di alcuni non sono assoluti, allora essa deve porre la libertà di scegliere, un diritto inalienabile dell’individuo, al di sopra di ogni valore. In questo modo, ogni individuo sarà libero di esercitare i propri diritti in conformità ai valori in cui crede e che sente come propri. La libertà di scelta non è un valore, per quanto io ritenga che sia una delle cose più importanti e preziose che un essere umano possieda: è un diritto, e a che fare con la nostra indipendenza di individui, con la nostra autodeterminazione e realizzazione personale. Se non siamo liberi di scegliere, allora non siamo liberi.

Ci ribelliamo contro ogni tentativo di limitare la nostra libertà, protestiamo contro la censura, sosteniamo il diritto all’autodeterminazione degli altri popoli, ma non ci accorgiamo che permettere agli antiabortisti di aggirarsi per i consultori e gli ospedali è un pericoloso, sottile attacco ad un diritto che non dovrebbe mai essere posto in discussione: quello a gestire il nostro corpo. Ciò per cui una generazione di donne ha combattuto va salvaguardato.