Femen e l’Islam

Non pretendo di essere un’esperta di Islam, ma il rapporto tra questa civiltà  e il mondo occidentale è una tematica che mi affascina, e credo che sia uno dei nodi centrali che dovremo affrontare nel mondo globalizzato in cui viviamo.

Mi soffermo un attimo su questo punto. Definire l’Islam come una religione è una definizione riduttiva. Citando due pensatori di radici islamiche, sebbene ai poli opposti:

L’islam è una religione, come tutte le altre, con una serie di idee e di pratiche relative alla morale, all’etica, a Dio, al cosmo e alla morte. Ma allo stesso tempo potrebbe essere inserito in una classe completamente diversa, che include il comunismo, la democrazia parlamentare, il fascismo e così via, poiché l’islam è anche un progetto sociale, un’idea di come dovrebbe essere gestita la politica e l’economia, con un sistema legale, civile e penale tutto suo. Ma l’islam può anche essere inserito all’interno di un’altra classe ancora, che include la civiltà cinese, indiana, occidentale e così via, perché esiste un intero universo di manufatti culturali […] che può essere definito propriamente islamico.

Tamim Ansary,  Un destino parallelo

L’islam dominava la vita della nostra famiglia sin nei minimi dettagli. L’islam era la nostra ideologia, la nostra politica, la nostra morale, il nostro diritto e la nostra identità. In primo luogo eravamo musulmani, soltanto in seconda battuta somali. Mi è stato insegnato che l’islam ci distingue dal resto del mondo, dai non musulmani. Noi musulmani siamo i prescelti da Dio. Loro, gli altri, i kafir, gli infedeli, sono asociali, impuri, barbari, non circoncisi, immorali, privi di coscienza e soprattutto osceni.

Ayaan Hirsi Ali,  Non Sottomessa

Troppo spesso ci accostiamo all’Islam con una visione superficiale e gonfia di pregiudizi, senza voler veramente comprendere una civiltà così diversa dalla nostra, e troppo spesso questo avviene in relazione alle tematiche dei diritti delle donne. Si parla di infibulazione, burqa, donne sfregiate con l’acido o bruciate vive, spose bambine. Le testimonianze di donne che hanno subito queste atrocità si affastellano sugli scaffali, i loro visi ci guardano dalle copertine. Nella biblioteca del mio paese un’intera sezione, chiamata “storie vere”, è riempita da questo genere di libri, con titoli come Murata VivaBruciata Viva, Figlie del DoloreLa Principessa Schiava, ed è stato proprio questo genere di letture a spingermi a volerne sapere di più sull’Islam.

Man mano che ho iniziato ad approfondire l’argomento, mi sono resa conto della sua complessità e soprattutto di come le molteplici correnti al suo interno e tutte le differenze vengano eliminate nella visione riduttiva e semplicistica che i mass media occidentali ne danno (con le debite eccezioni). La cosa interessante, o inquietante, è che è esattamente ciò che avviene, fuori dal Five Millions Club (definizione di Beppe Severgnini, vedi The Five Million Club e l’informazione), con la rappresentazione della donna: riduttiva, stereotipata. Ma non è su questo punto che voglio soffermarmi.

Ci sono, all’interno dell’Islam, sicuramente frange di integralisti sostenitori di una morale sessuale fortemente repressiva per le donne e del totale controllo della religione su ogni aspetto della vita, ma ci sono anche forze che si impegnano attivamente per il rinnovamento. Un esempio di questo è dato da un passo dell’autobiografia di Ali Eteraz, Il bambino che leggeva il Corano:

Presi carta e penna e scrissi dei saggi infiammati che denunciavano i «signori dei serpenti» che manipolavano l’Islam per scopi politici e militari, i musulmani che sostenevano la pena di morte per gli apostati, i musulmani incapaci di accettare che l’Islam promettesse l’uguaglianza di tutti, i musulmani che soffocavano la libertà di parola in nome della religione – erano questi musulmani il bersaglio dei miei attacchi.
La questione dell’apostasia, l’abbandono della propria fede, erano importanti per me quanto per i riformisti. Troppi musulmani in disaccordo con il terrorismo e con la teocrazia erano accusati di apostasia e aggrediti, sfigurati e uccisi. Misi in fila una serie di citazioni dalle scritture islamiche per dimostrare che gli apostati non dovevano essere puniti. Studiai le opere dei saggi del passato e dei contemporanei. Iniziai una corrispondenza con studenti e pensatori in tutto il mondo, e insieme analizzavamo singoli versetti del Corano, perfino singole parole, e innumerevoli hadith per dimostrare ai nostri “co-religionari” estremisti che l’Islam non forniva una base per l’uccisione degli apostati.

L’Islam non è una cultura nemica delle donne e della libertà individuale di per sé, sebbene alla dimensione dell’individuo non sia data un’importanza pari a quella che assume nella cultura occidentale: è ancora Tamim Ansary ad affermare questo concetto: Solo se esiste il concetto di “individuo” è possibile dire: «Ogni individuo ha dei diritti», e solo una volta che quell’assunto è stato accettato è possibile sostenere che le donne hanno gli stessi diritti degli uomini, poiché entrambi sono individui. Certamente le conseguenze di questo punto di vista sono più gravi per le donne, con conseguenze che ben conosciamo, ma, di nuovo, puntualizzerei che generalizzare significa ridurre l’importanza di coloro che operano per un cambiamento e cercano di portare un “illuminismo” nell’Islam e al contempo contribuisce a dare una visione totalmente negativa di questa civiltà, cosa che rischia di sfociare nell’intolleranza e nell’odio razziale.

Un esempio della pericolosità delle generalizzazioni è la tematica del velo. Io non mi sono ancora data una risposta univoca alla domanda: è giusto proibire alle donne musulmane di indossare il velo in luoghi pubblici?, né voglio commentare le decisioni prese in Francia e i dibattiti sviluppatisi di conseguenza anche qui in Italia. Con questa riflessione, quindi, non voglio entrare nel merito della questione del velo, di cui spero di poter parlare in un post successivo. Mi limito a riportare un altro passo de Il bambino che leggeva il Corano, in cui l’autore discute con un amico proprio di questo punto:

«È repressivo. Dobbiamo liberare le donne come loro. Le donne con il velo allevano dei fondamentalisti: il velo è la “droga di passaggio” all’estremismo».
Ziad rise. Sorseggiò il tè e ci pensò un attimo prima di rispondere.
«Un velo non è una bomba», disse. «Inoltre, liberarle da cosa? Il velo è un simbolo culturale che ha una storia lunga. Se vivi nel Qatar per un bel po’, prima o poi ti troverai in una tempesta di sabbia. Le particelle di sabbia sono finissime, e ti entrano negli occhi, nel naso e nella gola e ti tappano tutto. Ti assicuro che quando ne arriverà una, ti coprirai il naso e la bocca anche tu. Probabilmente è così che la gente di questa parte del mondo ha iniziato a portare il velo migliaia di anni fa. In ogni caso, comunque, se vogliono portare il velo, sono libere di farlo. Perché non rilassarsi e compiacersi della varietà del mondo? Mi piace pensare al mondo come a un film di fantascienza. Ci sono tutte queste creature che si trovano vicendevolmente bizzarre, e anche se qualcuno non ci piace dobbiamo comunque rivolgergli la parola».
«Ma in questo mondo ci sono anche persone – musulmani – che vogliono imporre il velo a tutti. Sono queste le persone che la riforma dell’Islam cerca di fermare».
«Questa però non è una riforma islamica», rispose Ziad. «Per “imporre” qualcosa a qualcuno, si deve stare al governo. Ogni volta che un governo ti impone qualcosa e tu ti opponi, quella è un’opposizione al governo e basta. Perché devi tirare in ballo l’Islam?»
«Perché sono loro a dire che è tutta una questione di Islam».
«Il fatto che lo dicano non vuol dire che sia vero. Sta a te vedere al di là. Ascolta, se il governo americano dice che una parte della popolazione va messa in prigione in nome dei Pokémon, ti trasformi in un esperto di Pokémon per cercare di dimostrargli che mai e poi mai i Pokémon farebbero una cosa del genere?»

Il velo fa parte della cultura e dell’identità delle donne di molti Paesi, accomunate dalla religione islamica. Ma nel Corano non è sancito espressamente l’obbligo di indossare il velo integrale, o niqab (vedi IL GRANDE IMAM DEI SUNNITI: “IL VELO INTEGRALE NON E’ ISLAM”). Per questo trovo che la recente protesta del gruppo femminista ucraino Femen contro l’Islam (quale Islam?) sia offensiva per le donne musulmane e rifletta una concezione culturale arrogantemente eurocentrica.

La liberazione del corpo è sicuramente un valore importante per noi donne occidentali, ma brandire cartelli che recitano “Muslim Women Let’s Get Naked!” ha un senso? Non voglio mettere in dubbio i valori su cui le attiviste di Femen hanno posto l’accento nella loro protesta, il diritto all’autodeterminazione del corpo, la laicità, l’uguaglianza, la libertà, ma quale efficacia può avere una protesta del genere sulle donne che si riconoscono come musulmane? Penso che ci sia il rischio concreto che questo tipo di manifestazione appaia come una dimostrazione della corruzione dell’Occidente e che getti discredito sull’intero movimento femminista, facendolo apparire immorale, e facendo apparire le donne che ne fanno parte come “prostitute”.

Credo che parlare di un argomento delicato come l’Islam in maniera così superficiale sia del tutto controproducente.

 

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6 pensieri su “Femen e l’Islam

  1. il guaio è che nell’islam è difficile separare nettamente sfera politica e sfera religiosa (l’ayatollah Khomeini diceva che o l’islam è politico o non è) più di quanto non lo sia in occidente, la secolarizzazione incompleta dei Paesi di cultura musulmana fa sì che nelle loro società la religione sia più importante che da noi: vedi ciò che sta accadendo con la primavera araba, in Tunisia le
    libere elezioni hanno sancito la vittoria di un partito islamico “moderato” (almeno così dice di essere), in turchia l’altro islamico “moderato” Erdogan sta lentamente “reislamizzando” la Turchia laica voluta da Ataturk, tunisini e turchi hanno il sacrosanto diritto di essere governati da chi vogliono e secondo i principi che vogliono, ma che la cultura religiosa in generale e islamica nella fattispecie abbia un problema con la laicità moderna mi pare indubbio (anche alla Chiesa Cattolica, del resto, la laicità è stata imposta a forza di illuminismo e rivoluzione francese, liberalismo, socialismo e laicizzazione progressiva della società,la Chiesa non l’ha accettata passivamente e tutt’ora non la accetta del tutto).
    Venendo al velo integrale: sono contento che diversi imam dicano che l’islam non lo impone, è vero (il Corano impone a donne e uomini di vestirsi in maniera “pudica” e alle donne di coprirsi i capelli considerati pericolosamente sensuali), fatto sta che molte donne lo indossano o perchè “costrette” in nome dell’islam o per segnalare una loro adesione religiosa e anche ideologica ad un islam radicale e nessun imam ha l’autorità per “scomunicare” chi porta o impone il velo integrale (ricordo che anche l’infibulazione non è prevista da nessuna religione monoteista ma le religioni incluso l’islam l’hanno tollerata). Oltretutto cosa comunica una donna islamica col volto coperto dal burka o dal niqab?, a me comunica un rifiuto radicale della modernità con tutte le sue contraddizioni, un rifugiarsi nel tradizionalismo che mi preoccupa perchè il senso ideologico del velo integrale è questo “non posso e/o non voglio mostrare la mia faccia ad un uomo che non è mio padre, mio fratello o mio marito (marito che qualche volta non ha neanche scelto lei) perchè altrimenti sarei una vergogna!” insomma c’è una demonizzazione violenta dell’espressione pubblica del corpo e anche del suo potenziale sensuale e seduttivo, un occultamento del volto femminile (e solo del volto femminile!) per ragioni ideologiche e religiose inaccettabili in una società laica e moderna in cui la fede religiosa è o dovrebbe essere “tenuta a bada”.
    Detto questo, non vieterei mai per legge ad una persona adulta di venire meno a sue convinzioni religiose-ideologiche profonde (fino a quando queste convinzioni non ti fanno commettere reati penali), mi auguro solo che la figlia di una donna col velo integrale possa fare scelte di vita diverse dai genitori (inclusa perchè no? diventare un’attivista femen) senza rischiare di essere cacciata di casa o peggio (ricordo in Italia i casi di Hina Saleem e Sanaa Dafani).
    Le femen come sappiamo sono estreme e provocatorie nelle loro forme di protesta ma nella sostanza hanno ragione..con questo non voglio dire che dobbiamo spogliarci tutti/e spingere gli altri a farlo, voglio dire che dobbiamo sempre ricordare che certe modalità di esprimersi col corpo che qua sono oramai tollerate altrove costano caro come sanno bene queste donne iraniane:
    http://video.repubblica.it/mondo/il-calendario-delle-iraniane-nude-per-i-diritti-delle-donne/90752/89145

    • “non vieterei mai per legge ad una persona adulta di venire meno a sue convinzioni religiose-ideologiche profonde”
      volevo dire “non imporrei mai..”

  2. tre link per approfondire perchè dietro la questione “velo sì-velo no” che a volte è decisamente strumentalizzata specie quando sta nelle grinfie di gente come i leghisti o Daniela Santanchè (peccato che a sinistra quasi non se ne parla), ce ne sono altre: http://www.uaar.it/news/2012/04/05/tunisia-due-atei-condannati-sette-anni-mezzo-prigione/

    http://www.uaar.it/news/2012/04/07/gran-bretagna-avvocato-denuncia-tribunali-islamici-misogini-patriarcali-contro-diritto-donne/

    http://www.uaar.it/news/2012/03/31/turchia-erdogan-impone-riforma-filo-islamica/

  3. ribadisco: credo nella libertà individuale (connessa alla giustizia sociale, ma è un’altra questione), non voglio vietare a nessuno di vivere secondo le proprie convinzioni o tradizioni cultural-religiose in cui è nato o si è scelto (perchè vi sono anche italiani e italiane convertiti/e all’islam) mi auguro che i loro figli siano liberi di vivere diversamente se lo vorranno senza rischiare la pelle e che quanti lavorano per portare “l’illuminismo” nel mondo islamico possano avere la meglio anche se ammetto di non essere
    ottimista. Comunque i problemi e le violenze (donne sfregiate con l’acido ecc..) esistono e non si possono tacere..e se è vero che “non è colpa dell’islam”,è sicuramente colpa del fanatismo religioso e dal fanatismo si esce con la laicità..almeno così credo io e lasciami dire che il giorno in cui tutte le donne musulmane andranno a capelli scoperti senza rischiare la loro incolumità per questo, sarà un bel giorno. Poi la decisione francese di vietare il velo nei luoghi pubblici va vista all’interno della cultura francese in cui il senso di laicità, la separazione fra politica e religione, la secolarizzazione è sempre stato più forte che altrove (la Francia è il Paese dell’illuminismo e della Rivoluzione, non dimentichiamolo). Ciao

  4. Per prima cosa mi scuso per non aver potuto rispondere ai tuoi commenti prima, quando li ho letti sul mio Android ero in treno e non avevo tempo per riflettere su tutti gli spunti che mi hai dato.

    Non ho ancora un punto di vista preciso riguardo al fatto se il velo islamico rappresenti una negazione dell’identità o sia una forma di libera espressione (mi piace la definizione che ne hai dato di simbolo ideologico). Penso che in Europa, o perlomeno qui in Italia il dibattito su questo tema sia pesantemente viziato da polemiche politiche e, manipolando ogni parere delle parti coinvolte (esperti di islam, donne musulmane…) per i propri interessi, si finisca per escludere totalmente il dialogo. Delle donne nell’Islam qui si parla solo quando sono vittime, come purtroppo è successo ad Hina e Sanaa, o quando qualcuno decide di fare l’intransigente sul niqab, e questo non aiuta affatto a favorire il confronto tra pareri diversi anche all’interno delle comunità islamiche. Se noi (occidentali) ci opponiamo per principio al velo, diventerà una bandiera dell’identità islamica, un simbolo contro il dominio di un occidente corrotto. Questo è comprensibile, ma ha delle implicazioni preoccupanti.
    Molte persone dicono di essere spaventate dal velo, un atteggiamento di chiusura da entrambi le parti non farebbe che accrescere la paura, e con essa l’intolleranza, e la violenza.

    Venendo alle Femen, le loro proteste sono certo significative (anche se temo che il potenziale espressivo del corpo nudo si perda, perché è fin troppo utilizzato, per gli scopi più disparati. Una protesta, per essere d’effetto, deve trovare vie d’espressione che, oltre ad essere d’impatto, faccia riflettere, coinvolga molte persone sul lungo periodo…), ma credo che in questo caso abbiano sbagliato tattica. Temo che molte donne islamiche non siano in grado di comprendere il loro messaggio sul corpo e l’identità, perché abituate a pensare secondo la visione islamica secondo cui il corpo femminile è fonte di tentazione per gli uomini e va conservato solo per i propri familiari più intimi. Gridare loro “Let’s get naked!” così mi pare controproducente, tutto qui. “Nudity is Freedom” è un messaggio che capisco, ma non tutti possono pensarla così, e il richiamo alla laicità mi appare importante e significativo, ma nella cultura islamica la laicità è un concetto che, nella maggioranza dei casi, semplicemente, non ha senso. Non c’è spazio, in una cultura dove la religione permea ogni aspetto della vita, per la laicità.
    Se il messaggio si rivolge alle donne musulmane, credenti, è quantomeno un po’ ingenuo.

    Sono d’accordo con te sull’importanza della laicità, del separare la religione dalla politica e dalla vita sociale, per prevenire il fanatismo, ed è per questo che auspico un “illuminismo” islamico. Questo processo deve compiersi dall’interno, non c’è nessun’altra via.

    • ho nominato hina e sanaa perchè le loro tragedie sono avvenute nel nostro Paese quindi le conosciamo meglio, ma purtroppo non ci sono solo loro. Anch’io non mi opporrei “per principio” al velo, come ho detto, non voglio impedire a nessuno di vivere secondo le proprie convinzioni e/o tradizioni (fino a quando queste non contrastano con i principi costituzionali e il codice penale), auspico che i figli possano vivere diversamente senza rischiare reazioni violente da parte dei familiari e auspico anch’io l’illuminismo islamico dall’interno (come dall’interno è nato il nostro) per quanto sia pessimista. Ciao

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