Visioni sulla parità

Una mia amica mi ha posto una domanda in apparenza semplice, ma molto interessante.  Cosa significa per te parità? Come vorresti che sia?

Ho cercato di dare una risposta generale, ma non ci sono riuscita, così provo a farlo ora, partendo dal principio che “la parità sarà raggiunta solo quando le donne non saranno più considerate una categoria a parte, ma individui esattamente come gli uomini”, ma mi rendo conto che, posta così, la questione può essere fraintesa. Non si tratta di diventare come gli uomini, ma di avere accesso alle stesse opportunità, agli stessi diritti. Non c’è  una “differenza delle donne” che perderemmo se riuscissimo ad ottenere la sospirata parità, ci sono solo differenze individuali, caratteristiche personali, che non devono andare perdute nell’imitazione di un modello. Ad esempio, una donna, se è nelle sue corde, nel suo carattere, dovrebbe avere tutto il diritto di dirigere un’azienda improntando il lavoro sulla collaborazione piuttosto che sul modello maschile dominante di competitività. Piegare la propria individualità al modello vincente impedisce che si sviluppino strade alternative, e, visto che la società occidentale deve ripensare completamente il proprio stile di vita divenuto ormai insostenibile sia sul piano economico che su quello ambientale e sociale, ogni innovazione individuale dovrebbe essere favorita, anziché repressa. Peraltro, proprio questo periodo di crisi coincide con un’ondata di gender backlash di vaste proporzioni, come segnalano numerose femministe, e la pubblicità, mezzo espressivo e comunicativo che ha fatto dell’innovazione la sua bandiera, continua a riproporre i soliti cliché anche quando sono resi vetusti dalla società stessa.

Questa è, divagazioni a parte, la teoria. Pari diritti, pari opportunità. C’è chi afferma che già li abbiamo, ma allora come mai permangono disuguaglianze così evidenti? La 27esima ora riporta cifre eloquenti in termini di occupazione: il tasso di occupazione femminile in Italia è del 46,1%, mentre quello maschile del 67,7%; al contrario, il tasso di disoccupazione femminile è del 9,7%, quello maschile del 7,6%. Questo divario, come hanno fatto notare in molti, priva il nostro Paese del potenziale di una gran parte delle donne, e l’occupazione femminile, specie ai livelli dirigenziali, è considerata un fattore importante per l’evoluzione della società verso una maggiore uguaglianza.

Non parlo solo di economia. Penso agli stereotipi di genere che permangono nell’educazione, e a come limitino le prospettive e le ambizioni di bambine e ragazzine, confinandole in un universo a parte, tinto di rosa, dove essere principesse, mamme, maestre, belle e popolari. Perché un personaggio femminile intelligente e superiore a tanti stereotipi si trova in cartone “per maschietti” come Ben 10 Alien Force piuttosto che nei cartoni dedicati alle bambine? Gwen partecipa alle battaglie al pari dei suoi compagni Kevin e Ben, e non ha bisogno di essere protetta da nessuno; è intelligente, determinata, ha le sue insicurezze, è generosa, e prova un forte affetto per gli amici. Insomma, è un personaggio sfaccettato, con un ruolo di primo piano. Perché ci sono persone che negano alla radice l’idea che esistano dei condizionamenti che influenzano ciò che siamo? Guardate questi bambini. Il modo in cui ripropongono, inconsapevolmente, con quella che l’autrice definisce “spietata spontaneità”, gli stereotipi che hanno introiettato così precocemente, è irritante. Non per loro, ma perché non è giusto che ciò avvenga, e dovremmo tutti impegnarci per contrastare questi condizionamenti, in modo che ognuno abbia reali possibilità di realizzarsi come individuo e decidere chi vuole essere.

Nelle loro parole, si riconoscono tracce dei modelli stereotipati di femminile presentati dalla società: la madre, la donna sexy e attenta solo all’apparenza, e via discorrendo. Perché le bambine devono crescere con modelli così costrittivi che non hanno eguali maschili? Perché cercare di convincerle che questi ruoli siano il loro naturale destino? Perché non lasciarle libere?

Quanta rabbia mi prende. No, finché questi stereotipi continueranno a essere il modello dominante, la parità non potrà mai venire raggiunta. Perché le ragazze partono svantaggiate. Perché le si convince che se cercano di realizzarsi come individui, se cercano di occuparsi di cose considerate tradizionalmente maschili, allora sono fuori posto, stanno usurpando un posto non loro. Il loro posto? In cucina. In televisione, a ballare semisvestite. A fare le maestre, le infermiere. Quanti vecchi cliché! Perché non sono a marcire nella polvere, i cliché? Perché devono influenzare così tanto le nostre vite?

Le persone che non si rendono conto della rilevanza che questi condizionamenti, volti a far corrispondere le bambine a degli stereotipi di femminile limitanti e obsoleti, rivestono, dovrebbero provare a far coincidere questi fatti con i dati sull’economia. Senza contare gli effetti negativi sugli uomini, abituati a relazionarsi con un femminile privo di reale spessore umano, oggettificato, superficiale, che non è un vero individuo a loro pari, ma rimane un ornamento, un contorno, la grechina di Lorella Zanardo, l’Altro di Simone de Beauvoir.

Se non c’è parità, è anche e soprattutto colpa delle ferite che vengono inferte ogni giorno a questo concetto dall’immaginario.

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