No, la parita’ e’ ancora molto distante. E noi dobbiamo diffondere questi dati, perche’ la consapevolezza e’ sempre il primo passo per il cambiamento. Read, think outside the box.

Ex UAGDC

L’Italia è un paese diseguale. Questo esce fuori dai recentissimi dati  del Rapporto annuale Istat.

L’ascensore sociale è fermo dagli anni’60 : solo il 20,3% dei figli degli operai è arrivato all’università, contro il 61,9% dei figli delle classi agiate. In Italia si respira ancora la diversità tra ceti sociali, ancora troppo netta è la divisione tra “figli di serie a  e figli di serie b”.  Le disuguaglianze sono la parola d’ordine in Italia, dove circa il 30% dei figli di operai ancora abbandonano gli studi tra i banchi di scuola.

La situazione più allarmante si registra per le donne : il 33,7% delle donne tra i 25 e i 54 anni in Italia non percepisce alcun reddito, contro il 4% dei Paesi scandinavi.

Vi riporto di seguito alcuni dei punti più salienti del rapporto Istat, che disegnano chiaramente come l’Italia ancora non sia un paese per donne (soprattutto se…

View original post 627 altre parole

Ancora sulle principesse Disney

Il post precedente è stato ispirato dalle numerose discussioni sorte in vari luoghi di Internet riguardo alle principesse Disney, e ampliando un po’ il raggio di ricerca ho trovato molto altro materiale che penso sia interessante riproporre. Quello che si riscontra dai commenti nelle discussioni, per esempio su Sociological Images, è che i film trasmettono molti messaggi positivi, per esempio relativi all’altruismo, all’ottimismo, all’impegnarsi in tutto quello che si fa, al cercare di cambiare il proprio destino, e io sono d’accordo sul fatto che tutto questo abbia effettivamente il suo ruolo nei film e nella personalità delle protagoniste, ma dubito che le bambine e le ragazzine che li guardano siano in grado di capirli. La bellezza delle protagoniste e il lieto fine con l’amore finalmente conquistato sono preponderanti, e il messaggio implicito in questo è che trovare l’amore della propria vita è lo scopo per una donna, e la bellezza è il mezzo per conquistarlo. Questo messaggio spicca anche perché i film Disney non sono soli nel trasmetterlo: anche le fate Winx (di cui ben tre su sei, Bloom, Stella e Aisha, sono principesse dei rispettivi pianeti, per restare in tema), per cui la bellezza e il glamour sono l’aspetto principale, sono affiancate dai loro “principi” (gli Specialisti), e lo stesso apprendono dai libri per l’infanzia, e così via.

Quindi, gli aspetti positivi delle storie Disney andrebbero evidenziati dai genitori, in particolare gli esempi di indipendenza e forza, quanto piuttosto le virtù “femminili”, come la rassegnazione, l’umiltà o il buon cuore, che possono risultare costrittivi. Ma siccome la bellezza si coglie prima della personalità dei personaggi, occorrerebbe anche sottolineare che non è un merito, né una condizione a cui adempiere, insomma, aiutare le bambine a capire che la bellezza non è tutto, perché non ne restino schiave quando inizierà ad essere un’esigenza, crescendo, per essere socialmente accettate, e perché imparino che l’intelligenza è ciò che rende davvero grandi, non la bellezza (le due cose possono coesistere, ovviamente, ma una ragazza non dovrebbe mai sentirsi sminuita nel suo valore perché non corrisponde ai canoni estetici della nostra società), e che, cosa forse più importante, la bellezza è individualità, è soggettiva, non è un canone a cui adeguarsi. Non so quanto, ma forse un’immagine che mostri che anche le principesse possono essere imperfette e un po’ “maschiacce” potrebbe servire ad attenuare l’impatto delle immagini presenti sui prodotti Disney, in cui le principesse sono raffigurate in pose fisse, aggraziate, sorridenti, non un capello fuori posto. Anche una principessa può ridere e fare le smorfie!

Anche le principesse fanno le smorfie!

Disney Princesses: revisited

Ogni ragazzina, credo, è cresciuta con i film della Disney, incantandosi, commuovendosi, immedesimandosi nella bellezza delle storie e dei disegni. Crescendo, tuttavia, è inevitabile rendersi conto che, al di là dell’oggettiva maestria di quei film, le storie che veicolano sono cariche di un’idea di femminilità legata a virtù come remissività, dolcezza, modestia, generosità, buon cuore, ma soprattutto passività. Senza l’amore, le principesse non trovano felicità oppure non possono salvarsi. L’amore è il coronamento necessario dei loro destini.

L’amore è senz’altro importante, ma passare l’idea che realizzazione individuale e amore coincidano per una donna è fuorviante, sebbene la colpa di ciò non sia imputabile alla Disney, quanto piuttosto all’essenza stessa delle fiabe, molte delle quali affondano le loro radici in un passato remotissimo, in cui il matrimonio era davvero l’unico destino possibile per una ragazza, eccezion fatta per la monacazione. Le principesse sono, indubbiamente, bellissime. Sono figure ideali, che racchiudono in sé ogni virtù, ed è una naturale conseguenza che siano belle, anzi perfette. Penso sia importante sottolineare che la loro bellezza non è una qualità distintiva in sé, ma la conseguenza della loro perfezione interiore.

What Disney Princesses teach to kidsEppure, il messaggio che comunicano è che se sei bella puoi ottenere tutto ciò che desideri. Le altre qualità, come ad esempio l’intelligenza, la sensibilità e l’amore per i libri di Belle de “La Bella e la Bestia” vengono messe in secondo piano, non dal film, ma da ciò che rimane di esso nell’immaginazione delle bambine. Girando per un noto negozio di fai-da-te, ho notato che le principesse che compaiono sugli oggetti d’arredamento per bambine (tende, tappeti-gioco, adesivi per finestre, quadri, ecc…) sono sempre le stesse: Aurora, Cenerentola e Belle, e lo stesso avviene per tantissimi altri prodotti marchiati Disney nei supermercati, dal dentifricio alle lenzuola. Le raffigurazioni sono le stesse dell’immagine qui sopra, sempre le stesse pose, gli stessi smaglianti sorrisi, i disegni sempre più “ritoccati” al computer e privi delle sfumature degli originali (confrontateli con i fotogrammi dei film, la differenza è netta, specie per i film meno recenti).

L’indipendenza di giudizio e la determinazione di Jasmine in “Aladdin” svaniscono di fronte alla sua grazia. Pocahontas, indipendente, combattiva, sicura di sé, o Mulan, la guerriera che fa della sua femminilità un punto di forza, che si pone su un piano di parità con gli uomini, hanno sicuramente meno visibilità, nei prodotti Disney e nell’immaginario collettivo, di Cenerentola o Aurora (“La Bella Addormentata nel Bosco”). Jane, sebbene non sia una principessa, compie una scelta coraggiosa per amore, ma anche per la propria libertà, si adatta ad un mondo a lei sconosciuto e impara a comunicare oltre le differenze. E ancora, Kida, in “Atlantis”, è una principessa guerriera che accetta di sacrificarsi per il suo popolo. Probabilmente queste figure non hanno pervaso l’immaginario al pari delle loro “colleghe” perché siamo troppo abituati ad un certo tipo di visione delle cose, e diamo minore importanza agli elementi che si differenziano da questa.

Penso che le cose stiano migliorando con la maggior presa di consapevolezza da parte della Disney delle tematiche di genere, non ho visto “Brave”, il film Pixar di cui è protagonista la principessa-arciere Merida, ma penso che rappresenti un’evoluzione rispetto a modelli precedenti. D’altronde, ai tempi di Biancaneve, la mentalità era molto diversa da quella odierna, e dobbiamo tenerne conto. Il film è un capolavoro d’animazione e non riproporlo alle nuove generazioni perché fornisce un’idea di femminilità incompleta e fuorviante è un crimine, secondo me.

Si ha un problema se non si prende consapevolezza che mostrare un solo lato delle cose, la femminilità ideale e stereotipata delle principesse Disney – e non solo – è penalizzante sia per le bambine che per i bambini, che si fanno un’idea sbagliata di cosa sia il femminile, e, pensandolo come qualcosa di alieno da sé, non cercano di costruire rapporti di parità e reciprocità con le ragazze. Personalmente, ho sempre avuto a che fare anche con personaggi femminili come le W.i.t.c.h (Will, Irma, Taranee, Cornelia e Hay Lin) dei primi tempi (prima che la rivista optasse per abbassare l’entry point e rendesse le storie una collezione di banali buoni sentimenti illeggibili), ragazze dalle personalità vere e complicate, ma anche guerriere che, sebbene non invincibili e non sempre certe di cosa fare e come farlo, facevano del loro meglio, anche opponendosi all’autorità costituita (l’Oracolo di Kandrakar). Consiglierei a tutti anche i libri di Paul Bajoria, storie gialle ambientate nell’Inghilterra dell’800, con protagonisti i due gemelli Nick e Mog (Dominic e Imogen).

Le principesse Disney hanno generato un immaginario parallelo, in cui le caratteristiche che incarnano sono state rovesciate. Un tentativo, credo, della controcultura di impossessarsi degli stereotipi e svuotarli. Le immagini sottostanti appartengono al loro autore,  Jeffrey Thomas (jeftoon01 su DeviantArt), e sono riprodotte qui ai soli fini divulgativi.

Fonti: A Darker Take on Disney.

Biancaneve interpretata da Jeffrey Thomas

Ariel interpretata dall'illustratore Jeffrey Thomas

Ex UAGDC

Mercoledì 9 maggio ho partecipato ad un convegno sul tema della prostituzione presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca coordinato da Patrizia Farina, Responsabile dell’Osservatorio Tratta e vittime di sfruttamento – Orim.

L’iniziativa era volta a portare in superficie un fenomeno largamente diffuso in Italia di cui però si parla ancora troppo poco e sul quale vengono poste domande sbagliate che non fanno altro che mistificare la realtà, evidenziando un problematico buco conoscitivo di consapevolezza. Oltre ad indagarne la portata e a svelare i retroscena di sfruttamento e sofferenza che accompagnano il fenomeno e che evidenziano un’emergenza democratica del paese, l’incontro poneva un quesito fondamentale: come si declinano le identità di genere rispetto alla domanda di prostituzione?

E’ chiaro che non possiamo più separare l’analisi del quadro di violenza di genere che fa parte ormai del nostro quotidiano e che comprende una cultura fortemente patriarcale…

View original post 1.951 altre parole

Costruire la parità come antidoto ai femminicidi

Il problema di quest’ondata di omicidi, o meglio, femminicidi (tra parentesi, la definizione non è nuova, già nel 2010 era stata coniata in seguito ad un altro rilevante incremento in questo tipo di crimini), perché il loro comune denominatore è che le vittime sono donne uccise in quanto tali, è che nella percezione comune, e nella visione dei mass media, c’è l’idea che si tratti di casi isolati, relativi ad una particolare situazione familiare o di coppia, senza correlazioni gli uni con gli altri. Quando delle donne sono uccise solo perché sono donne, e questo avviene in contesti molto diversi tra loro, trasversali per età, distribuzione geografica ecc, invece, deve esserci chiaro che il problema ha a che fare con l’intera società, e quindi con tutti noi.

Io credo che il nucleo del problema stia nel fatto che la nostra società è ancora profondamente maschilista, e per molti uomini la donna non è un individuo pensante, capace di autodeterminarsi in modo indipendente, quanto piuttosto una loro estensione “naturale”. Un oggetto inerte di cui servirsi per appagare i propri desideri, una serva che si occupi della casa, una madre. Qualcosa di diverso dall’individuo, con cui non ci può essere un rapporto di uguaglianza e reciprocità.

Michela Marzano, in un articolo uscito su Repubblica il 14 luglio 2010, due anni fa, ma ancora drammaticamente attuale, scrive:

Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all’uomo, tanto più l’uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è più solo l’unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Poco importa il lavoro che fa o la posizione sociale che occupa. Si tratta di uomini che non accettano l’autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l’uccidono.

Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il sintomo del “declino dell’impero patriarcale”. Come se la violenza fosse l’unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso. Ma quando la persona che si ama non è altro che un oggetto, non solo il mondo relazionale diventa un inferno, ma anche l’amore si dissolve e sparisce.

Questo denota che c’è un problema relazionale tra i sessi. Ricercarne le cause, oltre il singolo caso, ma approfondendo in tutto ciò che riguarda il tessuto della società, le visioni correnti e condivise che ci danno un riflesso comune, ci permetterebbe di capire su cosa dobbiamo intervenire per trasmettere una visione nuova.

Pensiamo che sia normale che ci siano differenze tra uomini e donne, ma quale parte di queste è causata dai condizionamenti? E quali effetti hanno questi condizionamenti? Interrogarci su queste domande, e cercare di costruire una società dove le differenze non siano così ampie da impedire il dialogo e la reciprocità, è la cosa più importante che possiamo fare. Penso che quelle donne avrebbero voluto solo poter essere capite dai loro compagni o mariti, e l’impossibilità di comunicare le ha uccise.

Dicono che il femminismo abbia distrutto le relazioni tra uomini e donne, ma secondo me le ha solo trasposte su un piano in cui la donna non è più il riflesso in cui l’uomo può specchiarsi, ma un individuo che può ricambiare il suo sguardo, sostenerlo, e con questo semplice fatto “costringerlo” ad ammettere una relazione paritaria. La reazione spontanea è quella di respingere la donna ai suoi ruoli “naturali”, che la subordinano e differenziano. E quando le donne non ci stanno, l’uomo pensa di poter uccidere ciò che considera come una sua proprietà. Non la vede come suo pari, e si sente in diritto di ucciderla.

Siamo tutti responsabili di questo, perché se non superiamo la contrapposizione fra i generi, e l’inevitabile riduzione della donna all’Altro di cui parlava Simone de Beauvoir, che è ancora insita nella mentalità collettiva, la nostra società non potrà fare nulla per ridurre il solco che divide le donne dagli uomini, un solco fatto di discriminazioni e piccola, insignificante oppressione quotidiana. Credo fermamente che sia nostro dovere lavorare perché nell’immaginario siano costruite relazioni  meno stereotipate e più paritarie.

A partire da uno degli stereotipi più diffusi e limitanti, quello che riguarda l’immagine del femminismo stesso e delle femministe, di cui ho parlato in questi articoli: “Questioni femminili”? e Le ragazze e il femminismo: qualcosa non va. Questa è la prima barriera che dobbiamo affrontare, per ribadire a voce alta chi siamo, e non lasciare che quello per cui lottiamo sia offuscato da un pregiudizio.

Articoli interessanti:

Aggiornamento all’articolo. Il linguaggio dei giornalisti nel descrivere negli articoli di cronaca i femminicidi è sempre più giustificante nei confronti degli uomini violenti e completamente incurante della prospettiva della vittima, di cui spesso sono riportate descrizioni che ne sottolineano la bellezza oppure la qualificano solo in virtù di moglie, compagna, ecc. Dopo aver partecipato ad un’azione di mail-bombing per segnalare un paio di articoli di questo genere, non posso fare a meno di pensare che bisogna partire proprio dalla rappresentazione: il problema non è solo nel descrivere questi fatti come eventi isolati dovuti a “raptus”, “gelosia” o quant’altro, ma nel fatto che la prospettiva adottata è giustificatoria. Ne parla Riscritture di omicidi estivi, di Michela Murgia,  un articolo che ritengo molto interessante perché raccoglie alcune idee in cui credo fermamente e fa un’analisi di un articolo giornalistico che tratta di femminicidio, riscrivendolo in una prospettiva che non giustifichi l’assassino ma ponga l’attenzione sul nucleo del problema: una donna è stata uccisa da un uomo.

Le ragazze di Un Altro Genere di Comunicazione hanno fatto un lavoro ammirevole nel raccogliere e catalogare gli articoli a cui mi riferisco nel post Articoli irrispettosi che giustificano i femminicidi: l’Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige interviene (tra l’altro, l’intervento dell’Ordine dei Giornalisti è la riprova dell’importanza della rappresentazione data dai media nella percezione di un fenomeno) e in Cresce il sessismo nei quotidiani nazionali.

 

Altre segnalazioni

Pur essendo intensamente impegnata con le fatiche dell’ultimo mese di scuola e la parallela lettura de Il secondo sesso di Simone de Beauvoir, opera magna del femminismo (715 pagine – una bella sfida), lascio una serie di link a cose che hanno avuto modo di farmi pensare. Un reminder, per me, e spero una serie di suggerimenti interessanti per tutti gli altri.
  • LIBERA | Diario di una quindicenne svergognata. Un blog che affronta tematiche a cui mi sento molto vicina, la scoperta di sé, il piacere femminile, la libertà di essere senza dover subire imposizioni dal moralismo della cultura dominante. Riflessioni interessanti, a volte caustiche.
  • Le prostitute per «Stop the Traffik»: e si scoprì che anche loro hanno un’anima. | Women must go on…. Una bellissima campagna delle donne del Red Light District di Amsterdam, per far riflettere sulla dignità delle sex workers e sulla tratta umana. Ricordando a tutti gli “utilizzatori finali” che le donne non sono oggetti, ma hanno sentimenti e ideali anche quando sono ridotte, o scelgono, a questo ruolo.
  • Why Do We Let Girls Dress Like That?. Un articolo che ha il pregio di parlare di un argomento importante. Sebbene non ne condivida pienamente le argomentazioni e non lo ritenga sufficientemente esaustivo (d’altro canto, sul tema si potrebbe scrivere un saggio) linkarlo può servire sempre.
  • TOTEM GIRL. Uno dei migliori blog che abbia trovato finora, guerrigliero e ricco di contenuti, puntuale nelle segnalazioni e con un bel progetto alle spalle.

Ex UAGDC

Tempo fa avevo titolato un post così e più in particolare quello sulla sessualità delle donne africane, sottoposte all’orrore dell’infibulazione. Febbraio scorso, in occasione della giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili abbiamo postato l’articolo su Facebook che è stato letto da mezzo milione di utenti. Dopo poche ore però ce lo hanno segato a causa della presenza di alcune immagini crude che mostravano come si presentano i genitali delle donne dopo la castrazione.

Le immagini erano molto crude ma la censura è parsa inappropriata, poichè chi censura un argomento è perchè non vorrebbe vederlo. L’argomento in questione era stato postato a scopo di sensibilizzazione e ciò ai nostri occhi significa che era scomodo parlare di questo. Che fastidio dà parlare della sessualità femminile?

Le immagini da me postate non erano nemmeno pornografiche e a proposito di questo Facebook ne è piena di immagini che turberebbero la sensibilità dei…

View original post 2.264 altre parole