Costruire la parità come antidoto ai femminicidi

Il problema di quest’ondata di omicidi, o meglio, femminicidi (tra parentesi, la definizione non è nuova, già nel 2010 era stata coniata in seguito ad un altro rilevante incremento in questo tipo di crimini), perché il loro comune denominatore è che le vittime sono donne uccise in quanto tali, è che nella percezione comune, e nella visione dei mass media, c’è l’idea che si tratti di casi isolati, relativi ad una particolare situazione familiare o di coppia, senza correlazioni gli uni con gli altri. Quando delle donne sono uccise solo perché sono donne, e questo avviene in contesti molto diversi tra loro, trasversali per età, distribuzione geografica ecc, invece, deve esserci chiaro che il problema ha a che fare con l’intera società, e quindi con tutti noi.

Io credo che il nucleo del problema stia nel fatto che la nostra società è ancora profondamente maschilista, e per molti uomini la donna non è un individuo pensante, capace di autodeterminarsi in modo indipendente, quanto piuttosto una loro estensione “naturale”. Un oggetto inerte di cui servirsi per appagare i propri desideri, una serva che si occupi della casa, una madre. Qualcosa di diverso dall’individuo, con cui non ci può essere un rapporto di uguaglianza e reciprocità.

Michela Marzano, in un articolo uscito su Repubblica il 14 luglio 2010, due anni fa, ma ancora drammaticamente attuale, scrive:

Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all’uomo, tanto più l’uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è più solo l’unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Poco importa il lavoro che fa o la posizione sociale che occupa. Si tratta di uomini che non accettano l’autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l’uccidono.

Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il sintomo del “declino dell’impero patriarcale”. Come se la violenza fosse l’unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso. Ma quando la persona che si ama non è altro che un oggetto, non solo il mondo relazionale diventa un inferno, ma anche l’amore si dissolve e sparisce.

Questo denota che c’è un problema relazionale tra i sessi. Ricercarne le cause, oltre il singolo caso, ma approfondendo in tutto ciò che riguarda il tessuto della società, le visioni correnti e condivise che ci danno un riflesso comune, ci permetterebbe di capire su cosa dobbiamo intervenire per trasmettere una visione nuova.

Pensiamo che sia normale che ci siano differenze tra uomini e donne, ma quale parte di queste è causata dai condizionamenti? E quali effetti hanno questi condizionamenti? Interrogarci su queste domande, e cercare di costruire una società dove le differenze non siano così ampie da impedire il dialogo e la reciprocità, è la cosa più importante che possiamo fare. Penso che quelle donne avrebbero voluto solo poter essere capite dai loro compagni o mariti, e l’impossibilità di comunicare le ha uccise.

Dicono che il femminismo abbia distrutto le relazioni tra uomini e donne, ma secondo me le ha solo trasposte su un piano in cui la donna non è più il riflesso in cui l’uomo può specchiarsi, ma un individuo che può ricambiare il suo sguardo, sostenerlo, e con questo semplice fatto “costringerlo” ad ammettere una relazione paritaria. La reazione spontanea è quella di respingere la donna ai suoi ruoli “naturali”, che la subordinano e differenziano. E quando le donne non ci stanno, l’uomo pensa di poter uccidere ciò che considera come una sua proprietà. Non la vede come suo pari, e si sente in diritto di ucciderla.

Siamo tutti responsabili di questo, perché se non superiamo la contrapposizione fra i generi, e l’inevitabile riduzione della donna all’Altro di cui parlava Simone de Beauvoir, che è ancora insita nella mentalità collettiva, la nostra società non potrà fare nulla per ridurre il solco che divide le donne dagli uomini, un solco fatto di discriminazioni e piccola, insignificante oppressione quotidiana. Credo fermamente che sia nostro dovere lavorare perché nell’immaginario siano costruite relazioni  meno stereotipate e più paritarie.

A partire da uno degli stereotipi più diffusi e limitanti, quello che riguarda l’immagine del femminismo stesso e delle femministe, di cui ho parlato in questi articoli: “Questioni femminili”? e Le ragazze e il femminismo: qualcosa non va. Questa è la prima barriera che dobbiamo affrontare, per ribadire a voce alta chi siamo, e non lasciare che quello per cui lottiamo sia offuscato da un pregiudizio.

Articoli interessanti:

Aggiornamento all’articolo. Il linguaggio dei giornalisti nel descrivere negli articoli di cronaca i femminicidi è sempre più giustificante nei confronti degli uomini violenti e completamente incurante della prospettiva della vittima, di cui spesso sono riportate descrizioni che ne sottolineano la bellezza oppure la qualificano solo in virtù di moglie, compagna, ecc. Dopo aver partecipato ad un’azione di mail-bombing per segnalare un paio di articoli di questo genere, non posso fare a meno di pensare che bisogna partire proprio dalla rappresentazione: il problema non è solo nel descrivere questi fatti come eventi isolati dovuti a “raptus”, “gelosia” o quant’altro, ma nel fatto che la prospettiva adottata è giustificatoria. Ne parla Riscritture di omicidi estivi, di Michela Murgia,  un articolo che ritengo molto interessante perché raccoglie alcune idee in cui credo fermamente e fa un’analisi di un articolo giornalistico che tratta di femminicidio, riscrivendolo in una prospettiva che non giustifichi l’assassino ma ponga l’attenzione sul nucleo del problema: una donna è stata uccisa da un uomo.

Le ragazze di Un Altro Genere di Comunicazione hanno fatto un lavoro ammirevole nel raccogliere e catalogare gli articoli a cui mi riferisco nel post Articoli irrispettosi che giustificano i femminicidi: l’Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige interviene (tra l’altro, l’intervento dell’Ordine dei Giornalisti è la riprova dell’importanza della rappresentazione data dai media nella percezione di un fenomeno) e in Cresce il sessismo nei quotidiani nazionali.

 

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