La scienza è una cosa da ragazze

In contrasto con i modelli offerti dai mass media, la Commissione Europea lancia un progetto volto a incoraggiare le ragazze a credere che anche loro, e non solo i loro coetanei maschi, possono fare qualunque cosa, avvicinandole ad un ambito che sembra ancora appartenere solo agli uomini, la scienza. Il sito, Science: It’s a girl thing!, è articolato in diverse sezioni, tra cui una in cui si presentano con dei video delle donne che lavorano in diversi ambiti scientifici, dalla studentessa in fisica applicata all’astrofisica, alla virologa veterinaria, alla bioingegneria, che parlano del loro lavoro e delle motivazioni che le hanno spinte ad intraprendere quel corso di studi e quella carriera, ma anche dei propri interessi personali. Quello che mi piace di queste presentazioni è che trasmettono la spontaneità e il sincero interesse delle protagoniste per il loro lavoro, in due minuti circa.

Mi piace il fatto che in queste storie siano presenti molte tematiche, affrontate con la semplicità di un racconto della propria vita quotidiana – il lavoro, il tempo libero -, come ad esempio gli stereotipi esistenti riguardo l’informatica, la possibilità di conciliare maternità e lavoro, i pregiudizi riguardo a certe professioni considerate “maschili”, la collaborazione piuttosto che la sfrenata competitività che sembra essere diventata la norma nel mondo del lavoro, ma anche la multiculturalità dell’Europa. Infatti, ogni donna parla nella sua lingua madre, con sottotitoli in inglese, e anche se questo può rendere un po’ più difficile la comprensione rispetto ad un eventuale doppiaggio, l’intento di valorizzare ogni lingua è apprezzabile.

I suggerimenti sono molto concreti. Quando frequentavo la terza media e ho dovuto scegliere che scuola superiore avrei frequentato per i cinque anni successivi, non avevo idea di quale professione avrei poi svolto, e in effetti non è che ora abbia le idee più chiare; penso che mi sarebbe piaciuto vedere questi video allora. La mia impressione è che le ragazzine siano molto più incerte riguardo al lavoro perché nei modelli loro offerti le figure lavorative sono sbiadite o irraggiungibili: c’è l’attrice, la cantante, la ballerina, ma ad un certo punto ci si rende conto che occorrono qualità molto rare per diventare una professionista in questo settore; c’è la velina e similari, ma anche lì l’aspetto fisico pone una restrizione. Ci sono poi i vari lavori che compaiono, come dire, indirettamente, o riflessi dalla televisione oppure nella vita di tutti i giorni: la segretaria, l’impiegata, la dirigente, l’avvocatessa, e così via. Ma sono lavori privi di “appeal”, privi di fascino, che appaiono ordinari, noiosi, non il tipo di futuro verso cui si indirizzano i sogni di un’adolescente. Le professioni rappresentate nei video del progetto invece hanno fascino, sia perché il progetto punta molto sulla passione per un lavoro, per un problema, per una sfida, sia perché appaiono come qualcosa di fuori dal comune, molto interessante, dei ponti verso qualcosa di inesplorato. Cosa che in effetti la scienza è.

Donne reali. Lavori reali. Un modello concreto ed efficace per le ragazzine. Il sito presenta anche altre sezioni che ho trovato particolarmente interessanti e frutto di una scelta azzeccata: ad esempio, la mappa dei “lavori da sogno” (Dream Jobs) divisi in ambiti quali “salute, cambiamenti demografici e benessere”, “sicurezza alimentare, agricoltura sostenibile e bio-economia” o “azioni a favore del clima, efficienza delle risorse e materiali” e illustrati in una mappa in cui, con un clic, si può aprire una scheda che spiega in cosa consiste quella professione e quali sfide tra quelle individuate negli ambiti può affrontare. Le sfide sono spiegate in modo dettagliato nella sezione “Six reasons science needs you” (sei motivi per cui la scienza ha bisogno di te): si parla di incremento demografico e allungamento dell’età media della popolazione, del rapporto tra denutrizione e sovralimentazione, energie rinnovabili e trasporti sostenibili, riscaldamento globale, sicurezza informatica.

Ho voluto dilungarmi ad illustrare questo progetto perché ritengo che sia importante incoraggiare le ragazzine ad intraprendere un lavoro, dal momento che l’Italia è uno degli ultimi Paesi a livello europeo per tasso d’occupazione femminile (46,1%, a fronte di una media nell’UE del 58,2%), e se analizziamo la categoria delle donne senza figli tra i 25 e i 54 anni, che rappresentano la maggioranza delle lavoratrici, il divario non si attenua: in Italia il tasso d’occupazione è il 63,9%, in Europa la media è del 75,8% (dati Istat riportati in La ventisettesima ora e Lavoro femminile, Italia peggio della Grecia ‘Siamo un paese tradizionalista e ingessato’ – Il Fatto Quotidiano). Il fatto di non avere modelli di lavoratrici positivi e realistici spinge molte ragazze ad avere aspettative irrealistiche, e quindi a rimanere disoccupate o ad ottenere solo lavori non qualificati e contratti a tempo determinato, oppure a rifugiarsi nel ruolo della casalinga, e in entrambi i casi il potenziale di queste ragazze viene drenato via o perduto. Fin troppe volte è stato detto che l’occupazione femminile è la chiave per il progresso di una nazione.

Per queste ragioni, un progetto del genere andrebbe diffuso in tutta Italia, ad esempio stimolando la partecipazione delle ragazzine delle medie al concorso collegato e parlandone nelle scuole. Sì, sono ottimista, ma d’altronde, essere pessimisti serve a qualcosa?

 

 

Le strade sbagliate del femminismo: da Catharine MacKinnon al “pensiero della differenza”

Catharine MacKinnon è una femminista e avvocatessa americana, che nel corso della sua carriera si è occupata di molestie sessuali sul lavoro e pornografia. Tuttavia, penso che sarà più nota per questa sua citazione:

Qualsiasi rapporto sessuale, anche il sesso consensuale all’interno del matrimonio, è un atto di violenza perpetrato contro una donna.

Questa frase viene spesso citata nei blog antifemministi a riprova dell’esistenza del “nazifemminismo” e dei danni che il femminismo avrebbe fatto alla società. Sebbene un’affermazione senza contesto possa essere interpretata in qualsiasi modo, nulla può cancellare il fatto che quella frase sia stata detta. Questo tipo di affermazioni deliranti danno un’immagine negativa del femminismo e delle femministe che non corrisponde alla realtà; gli estremisti ci sono dappertutto, purtroppo, ma non è giusto che i loro deliri coprano la voce di chi ha delle idee propositive da esporre, idee che si possono condividere o no, ma che sono rispettose della dignità e della libertà di ogni individuo. Dell’Islam condanniamo i fondamentalisti, della destra critichiamo i nazifascisti, abbiamo condannato i terroristi di estrema sinistra, ora dobbiamo prendere atto dell’esistenza di una “corrente demenzialista” ed estremista nel femminismo che va neutralizzata.

Il femminismo ha preso molte strade sbagliate, e io sono convinta che il cosiddetto “pensiero della differenza” sia una di queste, perché sostenere una naturale diversità nel carattere e nella personalità di uomini e donne significa non considerare i secoli di stratificazioni di condizionamenti che pesano su entrambi i sessi, che hanno plasmato le idee di “femminilità” e “mascolinità” e che ancora oggi ci si presentano come modelli obbligati, limitando la libertà di essere sé stessi di ognuno di noi, e perché voler ricondurre ogni individuo entro degli schemi predefiniti significa negarne l’individualità e la soggettività, ed è altrettanto deleterio dei condizionamenti di cui ho detto sopra.

L’idea secondo cui esiste una differenza ‘naturale’ che renderebbe le donne più protettive e accudenti, perché ‘naturalmente predisposte’ ad essere madri non tiene conto del fatto che il cervello – le nostre idee, le nostre esperienze, la nostra emotività – ci definisce più di quanto possa mai fare un utero. La maternità è una caratteristica del sesso femminile, fin qui è la biologia. Che la maternità debba definire l’identità della donna, è speculazione. E una speculazione che non tiene conto dell’individualità di ognuno, e che perciò io respingo. Io diffido di tutti coloro che cercano di dire cosa è giusto o sbagliato per ‘essere donna’.

Questo non vuole essere un attacco a Catharine MacKinnon come persona. Parte del suo lavoro ha rappresentato un contributo importante nel riconoscimento delle molestie sessuali sul lavoro come un reato e nella loro classificazione, diventando uno strumento prezioso per le donne che volevano intentare una causa per molestie ai loro capi e contribuendo a modificare la mentalità che vedeva questi comportamenti come qualcosa di “normale” per una donna lavoratrice.  Ella infatti è stata la prima a sostenere che che le molestie sessuali sono una discriminazione in base al sesso perché tali atti rafforzano l’ineguaglianza sociale delle donne rispetto agli uomini, in quanto se una donna viene molestata è perché il suo essere donna viene considerato prima del suo essere lavoratrice. Quindi non è ritenuta una lavoratrice pari ai suoi colleghi, e questa è una discriminazione. L’idea di discriminazione si basa sul fatto che il sesso è considerato prima e al posto delle qualifiche del lavoratore, che quindi non viene più trattato come tale.

Ella ha inoltre distinto le molestie in due tipologie principali: la prima consistente nelle proposte/ricatto fatte ad una donna in cambio dell’assunzione, di un aumento di stipendio, sotto la minaccia di un licenziamento e così via da parte di un suo superiore, e la seconda consistente in un ambiente lavorativo dove la molestia è una costante, è generalizzata, fino ad “avvelenare l’aria” e a svilire la dignità della lavoratrice. L’analisi della MacKinnon ha fornito ai tribunali basi certe per condannare i responsabili di tali comportamenti.

La parte del suo lavoro con cui mi trovo in disaccordo è quella che concerne la pornografia. Per Catharine MacKinnon essa andrebbe proibita in quanto rappresenta una forma di discriminazione e di traffico di vite umane (quest’ultima definizione la equipara quindi alla prostituzione forzata). Prima di continuare, vorrei premettere che sono convinta che la pornografia contribuisca non poco a diffondere l’idea della subordinazione e dell’inferiorità delle donne, rappresentandole come oggetti di cui gli uomini si servono, senza riguardo e con disprezzo, per il proprio piacere, ed è irrilevante il fatto che nella finzione le donne sembrino godere di questo tipo di trattamento. Tuttavia, so anche che non tutta la pornografia è di questo tipo, e che in generale il proibizionismo non ha mai risolto le cose: ciò di cui ci sarebbe bisogno sarebbe una rivoluzione dell’immaginario che rappresenti le donne come individui, non come Altro ma come soggetti. Un cambiamento di mentalità può più di tutte le leggi del mondo.

Catharine MacKinnon sostiene:

Pornography, in the feminist view, is a form of forced sex, a practice of sexual politics, and institution of gender inequality.

Il femminismo rivendicava e rivendica la libertà di scelta e di autodeterminazione individuale. Se lei vuole censurare/proibire la pornografia, tradisce il femminismo, e lo fa anche pretendendo di esprimere un punto di vista universale, quando invece il movimento ha molte posizioni diverse e vive del confronto e dello scambio di opinioni. Come ho detto, sono d’accordo con lei sul fatto che la pornografia rafforzi le disuguaglianze esistenti tra i sessi, ma non posso condividere la sua posizione estremista secondo cui essa è anche “una forma di costrizione al sesso”.

A me la pornografia da’ fastidio, perciò mi limito a non guardarla, perché so che urterebbe la mia sensibilità vedere scene in cui le donne sono trattate con violenza. Ma, a parte i casi in cui ci sono donne costrette a girare quei filmati, le attrici pornografiche sono consenzienti e libere di decidere se continuare a “recitare” in questo tipo di film o abbandonare la professione, in generale, perciò non vedo come si possa parlare di costrizione. Per me ciò che importa non è quello che succede nel filmato, per quanto violento o degradante possa essere. Mi importa solo che ogni donna che ne ha girati sia stata consenziente e non costretta.

La pornografia violenta e degradante non dovrebbe esistere? Penso di sì, trovo disgustoso che ci siano persone che hanno bisogno di vedere una donna umiliata e sottomessa per eccitarsi. Tuttavia, essa esiste, e ci sono donne che accettano di “recitare” questo genere di ruoli, sono scelte che non condivido ma che devo rispettare, perché l’autodeterminazione e l’indipendenza per le donne significa anche questo. In una società ideale, non ci sarebbe alcun bisogno per le donne di fare una scelta del genere, ma non è proibendo la pornografia che costruiremo questa società ideale.

And as you think about the assumption of consent that follows women into pornography, look closely some time for the skinned knees, the bruises, the welts from the whippings, the scratches, the gashes. Many of them are not simulated. One relatively soft core pornography model said, “I knew the pose was right when it hurt.” It certainly seems important to the audiences that the events in the pornography be real. (Catharine MacKinnon)

Se le donne che lavorano nella pornografia hanno compiuto la loro scelta liberamente, credo che abbiano messo nel conto i “danni fisici”, così come un pompiere accetta di potersi bruciare in un incendio, così come un muratore accetta di poter cadere da un ponteggio, così come un pilota di moto accetta di poter restare vittima di un incidente, o per fare esempi meno drastici, così come un’atleta accetta di potersi slogare una caviglia allenandosi. Ogni lavoro comporta dei, per così dire, “danni collaterali”, di cui il lavoratore o la lavoratrice è consapevole nel momento in cui intraprende quella carriera.

Alla luce di quanto ho detto, non posso che restare della mia opinione iniziale, secondo cui, nonostante i suoi importanti contributi non solo al femminismo ma all’intera società, Catharine MacKinnon abbia preso una strada sbagliata nell’affrontare la pornografia e il sesso. La sua visione va combattuta, perché la sessualità è una componente importante dell’essere umano e non può venire negata; il sesso non è una questione di violenza, non è una questione di dominazione e sottomissione (anche il sadomasochismo si basa sul consenso da parte dei praticanti, ed è quindi una libera scelta) ma di reciproco interscambio e condivisione. Non è vero che le femministe odiano gli uomini o sono anti-sesso come l’affermazione della MacKinnon potrebbe far pensare! Il femminismo si è impegnato molto per la libertà sessuale delle donne, in modo che per loro il sesso non fosse solo assecondare i desideri degli uomini, ma anche ricercare il proprio piacere e sfatare i miti della contrapposizione “madonne/puttane”. Negli anni ’70 si è lottato per sdoganare la masturbazione femminile, il diritto per le donne di provare piacere (come dimostra l’articolo The Myth of the Vaginal Orgasm di Anne Koedt) e di vivere la loro sessualità in modo autonomo e non secondo criteri ideati dagli uomini (come la contrapposizione tra orgasmo clitorideo e orgasmo vaginale), e queste rivendicazioni continuano ancora oggi con le campagne a favore dell’informazione consapevole sulla contraccezione, tanto per fare un esempio, e con la lotta contro i pregiudizi ancora esistenti sulla sessualità femminile. Perché, ancora una volta, c’è bisogno di dire: “Non più puttane, non più madonne, ma solo donne”.

Sono molto sollevata dal fatto che la 194 non sia più in pericolo a livello legislativo, e dal fatto che ci sia stata un’ampia diffusione della notizia di quest’ultima aggressione (in che altro modo definirla?). Tuttavia, il disinteresse di molte ragazze che conosco per questa tematica è un segnale preoccupante. E, naturalmente, la battaglia non è finita, perché la 194 NON PUO’ restare lettera morta, e i diritti che sancisce vanno reclamati, ora più che mai, prima che la notizia passi in secondo piano. Teniamo alzato il sipario, e che la lotta ricominci.

D I S . A M B . I G U A N D O

Ieri la Corte costituzionale ha dichiarato «manifestamente inammissibile» la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge n. 194sull’aborto, sollevata dal giudice tutelare del Tribunale di Spoleto. Una nuova conferma per la norma che dal 1978 in Italia permette e disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza.

#save194 a Bologna

Bene, ma non è finita. Per ragioni che spiega Loredana Lipperini:

È accaduto ieri. Mentre i giudici della Consulta decidevano sulla legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, erano a Roma, Napoli, Salerno, Bologna, L’Aquila, Mestre, Torino, Milano, Livorno, Reggio Calabria. Erano a Londra. Erano in rete: su Facebook, dove venivano condivise notizie e fotografie dai presidi. Erano su Twitter, dove lo hashtag #save194 veniva rilanciato continuamente fino all’annuncio: la Corte respinge il ricorso giudicando “manifestamente inammissibile” la questione di legittimità sollevata.

Erano le donne e gli uomini che ribadivano diritto di scelta. La sentenza ha dato loro…

View original post 350 altre parole

Dobbiamo lottare contro questo regresso. Tutti. Subito. Basta con le mistificazioni. Basta con le limitazioni ai nostri diritti!

D I S . A M B . I G U A N D O

Sembra, ogni volta, di dover ricominciare da capo. Facciamolo allora, e partiamo da questa domanda: “Tutte le donne italiane possono liberamente decidere di diventare madri?”. La risposta è no.

Non possono farlo, non liberamente, e non nelle condizioni ottimali, le donne che ricorrono alla fecondazione artificiale, drammaticamente limitata dalla legge 40.

Non possono farlo le donne che scelgono, o si trovano costrette a scegliere, di non essere madri: nonostante questo diritto venga loro garantito da una legge dello Stato, la 194. Questa legge è, con crescente protervia, messa sotto accusa dai movimenti pro life, che hanno più volte preannunciato (anche durante l’ultima marcia per la vita), di volerla sottoporre (di nuovo) a referendum.

Il prossimo 20 giugno l’articolo 4 della 194 sarà all’esame della Corte costituzionale, che dovrà esaminarne la legittimità, perché violerebbe “gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo), 32 I Comma (tutela della salute) e…

View original post 581 altre parole

L’abuso del corpo femminile in pubblicità

Siamo costantemente bombardati da immagini pubblicitarie che utilizzano il corpo femminile per vendere i loro prodotti, in modo più o meno esplicito, solo che ciò avviene in modo capillare, e solo chi segue il fenomeno con costante attenzione si rende conto del fatto che questo è divenuto ormai l’unico modo di attirare l’attenzione dei consumatori su un prodotto. Qualsiasi tipo di prodotto. Dicono che ciò avviene perché il nudo femminile attira l’attenzione, attrae, rimane impresso nella mente, tuttavia avrei almeno due obiezioni principali: il nudo femminile è dappertutto, è sovraesposto, e le pubblicità che lo utilizzano sono sempre di più, perciò il prodotto pubblicizzato rischia di essere messo in ombra, soprattutto perché è difficile capire a colpo d’occhio cosa si pubblicizza, e secondo, queste campagne si rivolgono esclusivamente ad un pubblico maschile, che non è necessariamente la maggior parte degli acquirenti (questa immaginequesta firmata da Terry Richardson con la sua gemella e quest’altra dovrebbero essere emblematiche: si pubblicizzano vino e abbigliamento femminile, generi che si presuppone rivolti anche a un pubblico di donne!) e così facendo dimostrano di mantenere una mentalità retrograda, per cui le donne non possono essere soggetti acquirenti con libero potere decisionale. Insomma, marchiano i loro prodotti come “roba da uomini”, una scelta che rivela una discriminazione implicita.

Fellatio e nudo. Fellatio e nudo everywhere. Il messaggio implicito continua a ripetersi, colto inconsciamente dalle nostre menti, per far registrare l’equivalenza prodotto = piacere (sessuale, ovviamente). Non è una strategia che condivido in linea di principio, ma comprendo le logiche del  mercato. Il problema è quando l’allusione sessuale arriva a calpestare la dignità delle donne, privandole della loro soggettività per farle percepire come corpi, oggetti decorativi, come si può notare dal fatto che le figure femminili sono sempre più spesso raffigurate senza volto, e quindi senza un’identità definita, un’individualità, uno sguardo che spinga l’osservatore a riconoscerle come umane, ma a pezzi, evidenziandone solo gli attributi sessuali, seni, sederi, gambe, labbra. Prive di viso, perché il viso rappresenta l’identità, e questi corpi non “devono” averne una, devono rimanere corpi, su cui le donne proiettano sé stesse, sentendosi inadeguate di fronte a una perfezione troppo artificiale, che suscitano desiderio negli uomini, un desiderio che non può sfociare in qualcosa, perché sono solo corpi. Entrambe le emozioni, l’inadeguatezza e il desiderio, generano insoddisfazione, e quindi un bisogno, che inconsciamente si focalizza sul prodotto, o almeno dovrebbe focalizzarsi sul prodotto. La conseguenza “secondaria”, ma di vitale importanza, è che genera assuefazione al modello della donna-oggetto.

La ripetizione ci impedisce di scorgere nitidamente i danni di questo tipo di messaggio, ma fermiamoci ad analizzarli. Interiorizzare questa visione della donna-oggetto è limitante per le relazioni tra i sessi, impedisce che le donne vengano percepite come soggetti e quindi è un ostacolo alla loro affermazione in un’Italia in cui ancora oggi si parla di differenze “innate” tra uomini e donne, danneggia l’autostima delle donne e crea un ideale di bellezza irraggiungibile.

Collegamenti esterni:

  • Il blog Un altro genere di comunicazione, che dire, è una grandissima fonte di notizie e punti di vista interessanti.
  • Lo spot è (ancora) femmina, articolo su Business People (la prima parte più interessante della seconda, con i pubblicitari che si giustificano o si chiamano fuori – e però le pubblicità di cui sopra continuano, come la mettiamo?)
La pub
La pubblicità assimila dalla pornografia: dopo le inquadrature, anche l’estetica (e il cattivo gusto)

Sono stata a Venezia una sola volta nella vita, e ne sono rimasta affascinata, per quello che sono riuscita a vedere. Non sono l’unica: nel popolare gioco per Android, Alchemy, città + acqua da’ Venezia, e Venezia + Paese da’ l’Italia, a riprova del fatto che questa città dalla storia così unica da sembrare una leggenda è uno dei simboli più noti del nostro Paese. E come tale merita di essere valorizzata, e invece, dopo Pompei, dobbiamo assistere ad un altro caso in cui gli interessi economici prevalgono sulla tutela del nostro patrimonio artistico, storico, architettonico, paesaggistico, lasciando lettera morta l’articolo 9 della Costituzione.
Non voglio credere che proteggere un ambiente irripetibile e una risorsa turistica così preziosa non sia tra le priorità del nostro governo, che dovrebbe ben conoscere l’importanza del turismo, sì, ma sostenibile, perché in un ambiente così delicato i danni rischiano di essere irreparabili, e comprometterlo sarebbe una perdita per l’umanità intera.
Dobbiamo esserne tutti consapevoli. Ma parlarne basterà? La nostra voce può essere davvero ascoltata?

D I S . A M B . I G U A N D O

Ci fu un momento, subito dopo la tragedia del Giglio, in cui i media collegarono l’accaduto ai rischi che i veneziani corrono di continuo per il passaggio in laguna delle Grandi Navi da crociera. Queste navi, che possono essere lunghe fino a 300 metri, alte 60 e pesare oltre 90.000 tonnellate, attraversano la laguna centinaia di volte all’anno, a pochi metri dal Palazzo Ducale e dalla Biblioteca Marciana, continuando a erodere rive e fondali e a portare inquinamento atmosferico ed elettromagnetico. Per non parlare dei rischi alle persone e al patrimonio storico-artistico.

Grande nave a Venezia

Eppure dopo il Giglio parevano tutti d’accordo – giornalisti, politici, cittadini: basta con gli “inchini”, basta coi giganti raso costa, sono troppi gravi i rischi e i danni. Specie a Venezia, così unica e fragile. E Monti – ce lo ricordiamo bene – aveva promesso di vietare lo scempio. Vero.

Infatti il 2 marzo il cosiddetto decreto “anti-inchini”

View original post 414 altre parole

Tema: Riscoprire il cibo per un mondo migliore

Questo post riporta un tema che ho avuto occasione di svolgere in classe all’inizio di maggio. Si tratta di un tema saggio breve appartenente all’ambito socio-economico, il cui titolo dato era: “Siamo quello che mangiamo?“. I materiali documentativi forniti erano un articolo sulle conseguenze della vita sedentaria e del trascurare la dieta mediterranea per la salute, tratto da Repubblica; un passo dal documento dell’UNESCO con cui la dieta mediterranea è stata resa “Patrimonio Immateriale dell’Umanità” che parla delle motivazioni di tale decisione; un brano di Carlo Petrini che affronta le tematiche dell’industrializzazione dell’agricoltura e della riduzione del cibo a merce, di nuovo tratto da Repubblica; un articolo (che non ho utilizzato) su come mangiare davanti al computer è di ostacolo alla dieta perché si avrebbe meno controllo sulle calorie ingerite. Allora, ecco lo svolgimento:

Se il cibo è vita, allora il buon cibo garantisce una vita migliore. Eppure, nella società moderna questa concezione è stata pesantemente svalutata dall’affermarsi dei metodi di produzione industriale nei settori dell’agricoltura e dell’allevamento. Non è cambiato solo il modo di produrre e consumare il cibo, ma anche la concezione che abbiamo di esso.

Le conseguenze sono più vaste di quanto ci si aspetterebbe: un impoverimento culturale dovuto allo smarrirsi di tradizioni e conoscenze legate all’alimentazione, la nascita di un’agricoltura insostenibile sul piano ambientale, l’aggravarsi degli squilibri economici tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo a causa dell’imposizione di colture destinate all’esportazione piuttosto che al sostentamento delle popolazioni locali, l’aumento delle patologie correlate ad un’alimentazione sbagliata nei Paesi industrializzati e il parallelo incremento del numero di persone denutrite o malnutrite.

Appare quindi evidente il legame tra il cibo e la società, e proprio per questo dovremmo iniziare a recuperare la dimensione comunitaria del nutrirsi, legata ad un’alimentazione che riscopra l’importanza delle materie prime, della stagionalità, dei prodotti tipici di ogni località, della naturalità. In quest’ottica rientra la decisione dell’UNESCO di inserire nella lista dei patrimoni immateriali dell’umanità la Dieta Mediterranea, intesa non solo come insieme di ricette e alimenti, ma anche come “competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni che vanno dal paesaggio alla tavola, includendo le colture, la raccolta, la pesca, la conservazione, la trasformazione, la preparazione…”.

La Dieta Mediterranea, che numerose ricerche hanno dimostrato apportare numerosi benefici alla salute, è stata tuttavia relegata ad un ruolo di secondo piano dall’evoluzione del nostro stile di vita, sempre più sedentario. A questo proposito, Massimo Volpe, presidente della Siprec (Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare), evidenzia come un’elevata percentuale di italiani trascuri l’alimentazione tradizionale, in particolare eccedendo nei carboidrati e nelle carni rosse e non consumando abbastanza pesce. L’eccesso di grassi, resi disponibili da un’economia agricola basata sul mais, cereale ricchissimo di zuccheri e alla base di una grande varietà di alimenti, nonché dell’alimentazione dei bovini, ha portato a un rapido innalzamento dell’obesità, al punto che un italiano su tre ha problemi di sovrappeso oppure obesità. L’aumentata disponibilità economica ha reso accessibile una grande quantità di prodotti industriali, e ciò ha portato a basare la nostra alimentazione su cibi ricchi di calorie ma poveri di nutrienti essenziali come vitamine, sali minerali e sostanze che contribuiscono a tenere in salute l’organismo, come antiossidanti oppure grassi salutari come gli Omega-3.

Viviamo in una società che ha dimenticato il valore del cibo; riscoprire il modello nutrizionale mediterraneo, con i suoi aspetti sociali e culturali, permetterebbe di fare dei pasti un momento importante per prendersi cura di sé, rallentare il ritmo della nostra frenetica società e socializzare. Il pasto, nella tradizione mediterranea, è infatti un momento di interazione sociale in cui la famiglia si ritrova e si apre alla comunità mediante la condivisione. Nel tempo ciò ha portato allo sviluppo di tradizioni sociali e culinarie proprie di ogni comunità: così ogni paese ha un proprio piatto tipico che riflette la geografia del territorio e le risorse in esso presenti.

In questo modo la Dieta Mediterranea conserva e valorizza le attività tradizionali e promuove il rispetto per il territorio e la sua biodiversità, ad esempio tutelando le varietà locali delle varie specie vegetali o preservando una particolare lavorazione artigianale di un prodotto. Laddove la cultura industriale genera omologazione, la varietà è un patrimonio imprescindibile. Carlo Petrini, fondatore dell’associazione Slow Food, che si occupa di preservare le tradizioni alimentari della penisola italiana, pone l’accento su come l’industrializzazione dell’agricoltura abbia ridotto il valore del cibo ad una “semplice merce”, causando così la “perdita della percezione della differenza tra valore e prezzo“, il che ha come diretta conseguenza la logica consumistica che autorizza il consumo smodato e lo spreco.

Parallelamente ai nostri eccessi, divenuti insostenibili per l’ambiente, per sostenere il nostro stile di vita abbiamo impiantato piantagioni di colture destinate all’esportazione nei Paesi in via di sviluppo, sottraendo i terreni più fertili alle popolazioni locali e costringendole a praticare un’agricoltura di sussistenza nelle terre marginali. Inoltre, le popolazioni vengono sfruttate per un salario insufficiente a garantire loro il minimo necessario per vivere, mentre i guadagni generati da queste attività non vengono reinvestiti nel territorio, aggravando la spirale di povertà che attanaglia i Paesi poveri. Nonostante gli sforzi della FAO, le persone denutrite sono ancora 800 milioni in tutti i Paesi poveri.

Non dovremmo dimenticare la nostra responsabilità in tutto questo. Il nostro sistema economico si regge sulle disuguaglianze: ingenti quantitativi di cibo vengono distrutti o sprecati ogni giorno in obbedienza alle logiche del mercato. Il sistema vive dello spreco. Un tentativo globale di porre fine alla fame nel mondo dovrebbe prendere le mosse da una visione ampia e lungimirante di cosa il cibo e l’alimentazione rappresentino per gli esseri umani, e ripensare l’agricoltura secondo questa “logica olistica“. Riscoprire il rapporto del cibo con la natura, e di questa con l’umanità intera, ci permetterebbe di ridare alle cose il loro reale valore.