Tema: Riscoprire il cibo per un mondo migliore

Questo post riporta un tema che ho avuto occasione di svolgere in classe all’inizio di maggio. Si tratta di un tema saggio breve appartenente all’ambito socio-economico, il cui titolo dato era: “Siamo quello che mangiamo?“. I materiali documentativi forniti erano un articolo sulle conseguenze della vita sedentaria e del trascurare la dieta mediterranea per la salute, tratto da Repubblica; un passo dal documento dell’UNESCO con cui la dieta mediterranea è stata resa “Patrimonio Immateriale dell’Umanità” che parla delle motivazioni di tale decisione; un brano di Carlo Petrini che affronta le tematiche dell’industrializzazione dell’agricoltura e della riduzione del cibo a merce, di nuovo tratto da Repubblica; un articolo (che non ho utilizzato) su come mangiare davanti al computer è di ostacolo alla dieta perché si avrebbe meno controllo sulle calorie ingerite. Allora, ecco lo svolgimento:

Se il cibo è vita, allora il buon cibo garantisce una vita migliore. Eppure, nella società moderna questa concezione è stata pesantemente svalutata dall’affermarsi dei metodi di produzione industriale nei settori dell’agricoltura e dell’allevamento. Non è cambiato solo il modo di produrre e consumare il cibo, ma anche la concezione che abbiamo di esso.

Le conseguenze sono più vaste di quanto ci si aspetterebbe: un impoverimento culturale dovuto allo smarrirsi di tradizioni e conoscenze legate all’alimentazione, la nascita di un’agricoltura insostenibile sul piano ambientale, l’aggravarsi degli squilibri economici tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo a causa dell’imposizione di colture destinate all’esportazione piuttosto che al sostentamento delle popolazioni locali, l’aumento delle patologie correlate ad un’alimentazione sbagliata nei Paesi industrializzati e il parallelo incremento del numero di persone denutrite o malnutrite.

Appare quindi evidente il legame tra il cibo e la società, e proprio per questo dovremmo iniziare a recuperare la dimensione comunitaria del nutrirsi, legata ad un’alimentazione che riscopra l’importanza delle materie prime, della stagionalità, dei prodotti tipici di ogni località, della naturalità. In quest’ottica rientra la decisione dell’UNESCO di inserire nella lista dei patrimoni immateriali dell’umanità la Dieta Mediterranea, intesa non solo come insieme di ricette e alimenti, ma anche come “competenze, conoscenze, pratiche e tradizioni che vanno dal paesaggio alla tavola, includendo le colture, la raccolta, la pesca, la conservazione, la trasformazione, la preparazione…”.

La Dieta Mediterranea, che numerose ricerche hanno dimostrato apportare numerosi benefici alla salute, è stata tuttavia relegata ad un ruolo di secondo piano dall’evoluzione del nostro stile di vita, sempre più sedentario. A questo proposito, Massimo Volpe, presidente della Siprec (Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare), evidenzia come un’elevata percentuale di italiani trascuri l’alimentazione tradizionale, in particolare eccedendo nei carboidrati e nelle carni rosse e non consumando abbastanza pesce. L’eccesso di grassi, resi disponibili da un’economia agricola basata sul mais, cereale ricchissimo di zuccheri e alla base di una grande varietà di alimenti, nonché dell’alimentazione dei bovini, ha portato a un rapido innalzamento dell’obesità, al punto che un italiano su tre ha problemi di sovrappeso oppure obesità. L’aumentata disponibilità economica ha reso accessibile una grande quantità di prodotti industriali, e ciò ha portato a basare la nostra alimentazione su cibi ricchi di calorie ma poveri di nutrienti essenziali come vitamine, sali minerali e sostanze che contribuiscono a tenere in salute l’organismo, come antiossidanti oppure grassi salutari come gli Omega-3.

Viviamo in una società che ha dimenticato il valore del cibo; riscoprire il modello nutrizionale mediterraneo, con i suoi aspetti sociali e culturali, permetterebbe di fare dei pasti un momento importante per prendersi cura di sé, rallentare il ritmo della nostra frenetica società e socializzare. Il pasto, nella tradizione mediterranea, è infatti un momento di interazione sociale in cui la famiglia si ritrova e si apre alla comunità mediante la condivisione. Nel tempo ciò ha portato allo sviluppo di tradizioni sociali e culinarie proprie di ogni comunità: così ogni paese ha un proprio piatto tipico che riflette la geografia del territorio e le risorse in esso presenti.

In questo modo la Dieta Mediterranea conserva e valorizza le attività tradizionali e promuove il rispetto per il territorio e la sua biodiversità, ad esempio tutelando le varietà locali delle varie specie vegetali o preservando una particolare lavorazione artigianale di un prodotto. Laddove la cultura industriale genera omologazione, la varietà è un patrimonio imprescindibile. Carlo Petrini, fondatore dell’associazione Slow Food, che si occupa di preservare le tradizioni alimentari della penisola italiana, pone l’accento su come l’industrializzazione dell’agricoltura abbia ridotto il valore del cibo ad una “semplice merce”, causando così la “perdita della percezione della differenza tra valore e prezzo“, il che ha come diretta conseguenza la logica consumistica che autorizza il consumo smodato e lo spreco.

Parallelamente ai nostri eccessi, divenuti insostenibili per l’ambiente, per sostenere il nostro stile di vita abbiamo impiantato piantagioni di colture destinate all’esportazione nei Paesi in via di sviluppo, sottraendo i terreni più fertili alle popolazioni locali e costringendole a praticare un’agricoltura di sussistenza nelle terre marginali. Inoltre, le popolazioni vengono sfruttate per un salario insufficiente a garantire loro il minimo necessario per vivere, mentre i guadagni generati da queste attività non vengono reinvestiti nel territorio, aggravando la spirale di povertà che attanaglia i Paesi poveri. Nonostante gli sforzi della FAO, le persone denutrite sono ancora 800 milioni in tutti i Paesi poveri.

Non dovremmo dimenticare la nostra responsabilità in tutto questo. Il nostro sistema economico si regge sulle disuguaglianze: ingenti quantitativi di cibo vengono distrutti o sprecati ogni giorno in obbedienza alle logiche del mercato. Il sistema vive dello spreco. Un tentativo globale di porre fine alla fame nel mondo dovrebbe prendere le mosse da una visione ampia e lungimirante di cosa il cibo e l’alimentazione rappresentino per gli esseri umani, e ripensare l’agricoltura secondo questa “logica olistica“. Riscoprire il rapporto del cibo con la natura, e di questa con l’umanità intera, ci permetterebbe di ridare alle cose il loro reale valore.

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