L’abuso del corpo femminile in pubblicità

Siamo costantemente bombardati da immagini pubblicitarie che utilizzano il corpo femminile per vendere i loro prodotti, in modo più o meno esplicito, solo che ciò avviene in modo capillare, e solo chi segue il fenomeno con costante attenzione si rende conto del fatto che questo è divenuto ormai l’unico modo di attirare l’attenzione dei consumatori su un prodotto. Qualsiasi tipo di prodotto. Dicono che ciò avviene perché il nudo femminile attira l’attenzione, attrae, rimane impresso nella mente, tuttavia avrei almeno due obiezioni principali: il nudo femminile è dappertutto, è sovraesposto, e le pubblicità che lo utilizzano sono sempre di più, perciò il prodotto pubblicizzato rischia di essere messo in ombra, soprattutto perché è difficile capire a colpo d’occhio cosa si pubblicizza, e secondo, queste campagne si rivolgono esclusivamente ad un pubblico maschile, che non è necessariamente la maggior parte degli acquirenti (questa immaginequesta firmata da Terry Richardson con la sua gemella e quest’altra dovrebbero essere emblematiche: si pubblicizzano vino e abbigliamento femminile, generi che si presuppone rivolti anche a un pubblico di donne!) e così facendo dimostrano di mantenere una mentalità retrograda, per cui le donne non possono essere soggetti acquirenti con libero potere decisionale. Insomma, marchiano i loro prodotti come “roba da uomini”, una scelta che rivela una discriminazione implicita.

Fellatio e nudo. Fellatio e nudo everywhere. Il messaggio implicito continua a ripetersi, colto inconsciamente dalle nostre menti, per far registrare l’equivalenza prodotto = piacere (sessuale, ovviamente). Non è una strategia che condivido in linea di principio, ma comprendo le logiche del  mercato. Il problema è quando l’allusione sessuale arriva a calpestare la dignità delle donne, privandole della loro soggettività per farle percepire come corpi, oggetti decorativi, come si può notare dal fatto che le figure femminili sono sempre più spesso raffigurate senza volto, e quindi senza un’identità definita, un’individualità, uno sguardo che spinga l’osservatore a riconoscerle come umane, ma a pezzi, evidenziandone solo gli attributi sessuali, seni, sederi, gambe, labbra. Prive di viso, perché il viso rappresenta l’identità, e questi corpi non “devono” averne una, devono rimanere corpi, su cui le donne proiettano sé stesse, sentendosi inadeguate di fronte a una perfezione troppo artificiale, che suscitano desiderio negli uomini, un desiderio che non può sfociare in qualcosa, perché sono solo corpi. Entrambe le emozioni, l’inadeguatezza e il desiderio, generano insoddisfazione, e quindi un bisogno, che inconsciamente si focalizza sul prodotto, o almeno dovrebbe focalizzarsi sul prodotto. La conseguenza “secondaria”, ma di vitale importanza, è che genera assuefazione al modello della donna-oggetto.

La ripetizione ci impedisce di scorgere nitidamente i danni di questo tipo di messaggio, ma fermiamoci ad analizzarli. Interiorizzare questa visione della donna-oggetto è limitante per le relazioni tra i sessi, impedisce che le donne vengano percepite come soggetti e quindi è un ostacolo alla loro affermazione in un’Italia in cui ancora oggi si parla di differenze “innate” tra uomini e donne, danneggia l’autostima delle donne e crea un ideale di bellezza irraggiungibile.

Collegamenti esterni:

  • Il blog Un altro genere di comunicazione, che dire, è una grandissima fonte di notizie e punti di vista interessanti.
  • Lo spot è (ancora) femmina, articolo su Business People (la prima parte più interessante della seconda, con i pubblicitari che si giustificano o si chiamano fuori – e però le pubblicità di cui sopra continuano, come la mettiamo?)
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