La scienza è una cosa da ragazze

In contrasto con i modelli offerti dai mass media, la Commissione Europea lancia un progetto volto a incoraggiare le ragazze a credere che anche loro, e non solo i loro coetanei maschi, possono fare qualunque cosa, avvicinandole ad un ambito che sembra ancora appartenere solo agli uomini, la scienza. Il sito, Science: It’s a girl thing!, è articolato in diverse sezioni, tra cui una in cui si presentano con dei video delle donne che lavorano in diversi ambiti scientifici, dalla studentessa in fisica applicata all’astrofisica, alla virologa veterinaria, alla bioingegneria, che parlano del loro lavoro e delle motivazioni che le hanno spinte ad intraprendere quel corso di studi e quella carriera, ma anche dei propri interessi personali. Quello che mi piace di queste presentazioni è che trasmettono la spontaneità e il sincero interesse delle protagoniste per il loro lavoro, in due minuti circa.

Mi piace il fatto che in queste storie siano presenti molte tematiche, affrontate con la semplicità di un racconto della propria vita quotidiana – il lavoro, il tempo libero -, come ad esempio gli stereotipi esistenti riguardo l’informatica, la possibilità di conciliare maternità e lavoro, i pregiudizi riguardo a certe professioni considerate “maschili”, la collaborazione piuttosto che la sfrenata competitività che sembra essere diventata la norma nel mondo del lavoro, ma anche la multiculturalità dell’Europa. Infatti, ogni donna parla nella sua lingua madre, con sottotitoli in inglese, e anche se questo può rendere un po’ più difficile la comprensione rispetto ad un eventuale doppiaggio, l’intento di valorizzare ogni lingua è apprezzabile.

I suggerimenti sono molto concreti. Quando frequentavo la terza media e ho dovuto scegliere che scuola superiore avrei frequentato per i cinque anni successivi, non avevo idea di quale professione avrei poi svolto, e in effetti non è che ora abbia le idee più chiare; penso che mi sarebbe piaciuto vedere questi video allora. La mia impressione è che le ragazzine siano molto più incerte riguardo al lavoro perché nei modelli loro offerti le figure lavorative sono sbiadite o irraggiungibili: c’è l’attrice, la cantante, la ballerina, ma ad un certo punto ci si rende conto che occorrono qualità molto rare per diventare una professionista in questo settore; c’è la velina e similari, ma anche lì l’aspetto fisico pone una restrizione. Ci sono poi i vari lavori che compaiono, come dire, indirettamente, o riflessi dalla televisione oppure nella vita di tutti i giorni: la segretaria, l’impiegata, la dirigente, l’avvocatessa, e così via. Ma sono lavori privi di “appeal”, privi di fascino, che appaiono ordinari, noiosi, non il tipo di futuro verso cui si indirizzano i sogni di un’adolescente. Le professioni rappresentate nei video del progetto invece hanno fascino, sia perché il progetto punta molto sulla passione per un lavoro, per un problema, per una sfida, sia perché appaiono come qualcosa di fuori dal comune, molto interessante, dei ponti verso qualcosa di inesplorato. Cosa che in effetti la scienza è.

Donne reali. Lavori reali. Un modello concreto ed efficace per le ragazzine. Il sito presenta anche altre sezioni che ho trovato particolarmente interessanti e frutto di una scelta azzeccata: ad esempio, la mappa dei “lavori da sogno” (Dream Jobs) divisi in ambiti quali “salute, cambiamenti demografici e benessere”, “sicurezza alimentare, agricoltura sostenibile e bio-economia” o “azioni a favore del clima, efficienza delle risorse e materiali” e illustrati in una mappa in cui, con un clic, si può aprire una scheda che spiega in cosa consiste quella professione e quali sfide tra quelle individuate negli ambiti può affrontare. Le sfide sono spiegate in modo dettagliato nella sezione “Six reasons science needs you” (sei motivi per cui la scienza ha bisogno di te): si parla di incremento demografico e allungamento dell’età media della popolazione, del rapporto tra denutrizione e sovralimentazione, energie rinnovabili e trasporti sostenibili, riscaldamento globale, sicurezza informatica.

Ho voluto dilungarmi ad illustrare questo progetto perché ritengo che sia importante incoraggiare le ragazzine ad intraprendere un lavoro, dal momento che l’Italia è uno degli ultimi Paesi a livello europeo per tasso d’occupazione femminile (46,1%, a fronte di una media nell’UE del 58,2%), e se analizziamo la categoria delle donne senza figli tra i 25 e i 54 anni, che rappresentano la maggioranza delle lavoratrici, il divario non si attenua: in Italia il tasso d’occupazione è il 63,9%, in Europa la media è del 75,8% (dati Istat riportati in La ventisettesima ora e Lavoro femminile, Italia peggio della Grecia ‘Siamo un paese tradizionalista e ingessato’ – Il Fatto Quotidiano). Il fatto di non avere modelli di lavoratrici positivi e realistici spinge molte ragazze ad avere aspettative irrealistiche, e quindi a rimanere disoccupate o ad ottenere solo lavori non qualificati e contratti a tempo determinato, oppure a rifugiarsi nel ruolo della casalinga, e in entrambi i casi il potenziale di queste ragazze viene drenato via o perduto. Fin troppe volte è stato detto che l’occupazione femminile è la chiave per il progresso di una nazione.

Per queste ragioni, un progetto del genere andrebbe diffuso in tutta Italia, ad esempio stimolando la partecipazione delle ragazzine delle medie al concorso collegato e parlandone nelle scuole. Sì, sono ottimista, ma d’altronde, essere pessimisti serve a qualcosa?

 

 

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