Una lettera.

La lettera del padre di James

Questa lettera è stata inviata ad un ragazzo di nome James, omosessuale, dal padre.

Il testo dice:

James, è difficile scrivere questa lettera, ma devo farlo. Spero che la tua telefonata non fosse per ricevere la mia benedizione per il tuo stile di vita degradante. Ho bei ricordi dei nostri momenti insieme, ma tutto questo appartiene al passato. Non aspettarti ulteriori conversazioni con me.

Nessun tipo di comunicazione. Non verrò a trovarti, e non ti voglio a casa mia. Hai fatto la tua scelta, anche se è quella sbagliata. Dio non ha voluto questo stile di vita contro natura.

Se sceglierai di non prendere parte al mio funerale, i miei amici e la mia famiglia capiranno. Auguri di buon compleanno e che tu possa avere una buona vita.

Nessuno scambio di regali sarà accettato.

Addio, papà.

Anch’io ho un padre che non accetta quello che sono, il mio essere femminista e sostenitrice della sperimentazione animale, e abbiamo avuto parecchie liti violente riguardo a queste cose. In certi momenti provo solo dell’odio, una rabbia insostenibile, che rende tutto rosso e mi fa venire voglia di fargli del male, di fargli così male che smetterà di guardarmi con quel suo sorrisetto arrogante, che riflette la sua convinzione che io non stia parlando sul serio, che io non abbia veramente delle idee mie. Vorrei spezzare quel sorriso sulla sua faccia. Fargli capire come ci si sente, quel tipo di dolore che deriva dal non sentirsi accettati per quello che si è davvero, dalla consapevolezza che la parte più forte e più vera di me viene presa per una sorta di stupido ghiribizzo da adolescente, che la mia rabbia viene considerata da “isterica”. Mio padre, il maschilista freudiano.

Quando quella sensazione svanisce, mi resta dentro solo un dolore profondo. Non posso fare a meno di piangere, e sebbene continui a ripetermi che non deve importarmi del giudizio di una persona che non si sforza di dialogare, di tentare di capire, ma che si limita a trinciare un giudizio senza conoscere, ma non ci riesco. Il suo giudizio – respinta, non accettata – mi ferisce più di quanto io sia disposta ad ammettere, e rialzarsi non è facile, solo mia madre riesce a confortarmi, lei che mi comprende fin dove le parole non possono arrivare, lei che sente il mondo come me. Nessun altro, non il pensiero degli amici, del ragazzo che amo, dei miei insegnanti, niente può scalfire minimamente quella sensazione di essere sbagliata, un rifiuto, un errore. Da parte di mio padre.

Da bambina lo ammiravo, solo ora mi rendo conto di quanto sia una persona meschina, ma nonostante questo, non posso non volergli bene, non posso non sentirmi da schifo quando queste cose succedono. Nessun graffio, nessun calcio possono infliggergli abbastanza dolore da ripagarmi. Non so neanche se mi sentirei davvero ripagata se riuscissi a fargli davvero male; so che è un mio problema il fatto di voler ripagare il dolore nell’animo con dolore fisico. Ma che altro? Non credo nel karma o in Dio, lui non conoscerà mai una punizione in un’altra vita per il male che fa a me e mia madre, e in questa vita non c’è nulla che gli importi che stia al di fuori di sé stesso.

Questa è la mia storia. Per questo ho la presunzione di poter comprendere ciò che deve aver provato James nel leggere quella lettera. Sentirsi respinto nel suo essere più intimo, più vero, dopo aver faticato ad accettarlo e lasciarlo emergere in sé. Trovare gelo e incomprensione dove ci si aspettava di condividere un momento difficile ma importantissimo, e magari una gioia. Essere cancellato in poche parole scribacchiate su un foglio, poche parole per dire che il tuo stesso padre ti sta eliminando dalla sua vita, nel giorno del tuo compleanno, e che tutto quello che ti rimarrà di lui sono un pugno di ricordi in briciole, di un passato che si trova al di là di una frattura insaldabile, e poche parole gelide e crudeli, che ti ricorderanno per sempre che per tuo padre sei un errore, un errore irrimediabile, che va asportato chirurgicamente dalla propria esistenza, come un tumore, rimosso e dimenticato.

Non posso fare a meno di pensare a James, con in mano quel foglio, incapace perfino di piangere, sopraffatto dal dolore, un dolore così forte da impedirgli di respirare. Un dolore all’altezza dello sterno di cui il mio è solo un pallido riflesso. Se quel pallido riflesso è sufficiente a farmi piangere e singhiozzare per ore, incapace di smettere, rannicchiata su me stessa e incapace di distendermi, di muovermi, quello di James può stroncare un’esistenza. L’esistenza di un ragazzo la cui sola colpa è di aver trovato sé stesso e non averlo negato. Penso al suo compagno, un’ombra silenziosa e con la morte nel cuore il cui conforto non può che risultare inutile. Penso a sua madre – dove sarà sua madre? Sarà d’accordo con il marito? Le sarà stato proibito di rivedere il figlio e piangerà per lui all’insaputa del marito? Penso ai fratelli di James, e non riesco a immaginarli. Non riesco a immaginare nient’altro, perché non voglio pensare ai vicini che bisbiglieranno di lui, pronunciandone il nome come se fosse macchiato di qualcosa di innominabile, senza rendersi conto che sono loro, con il loro bigottismo, a sporcare quel nome, a insudiciare l’esistenza di un ragazzo che avrebbe potuto essere felice. I loro sguardi scandalizzati, le frasi troncate a metà, l’identità di James per sempre silenziata e negata, il giudizio che corre di bocca in bocca, terra bruciata intorno a lui, tra le persone che conosceva e che un tempo gli erano state amiche.

James dev’essere un ragazzo coraggioso e molto amato per sopravvivere a tutto questo. Dev’essere un ragazzo dall’animo davvero generoso e nobile – come io non potrò mai essere – per perdonare il dolore che gli è stato inflitto.

C’è qualcosa in quella lettera che mi fa vibrare di rabbia, ed è l’insensibilità. La convinzione che “è sbagliato perché mi hanno detto che è sbagliato”, perché in un libro, scritto tremila anni fa, sta detto: “Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole” (Levitico, 18:22, in inglese “Thou shalt not lie with mankind as with womankind; it is abomination”), e quelle parole sono una verità (?) che non vuole guardare negli occhi degli individui, e scorgere il loro sguardo che chiede un riconoscimento concreto, di fronte all’astrattezza delle parole. James aveva chiesto a suo padre il riconoscimento del suo amore, e con esso della sua identità, della sua esistenza. Gli è stato negato. In nome di cosa? In nome di cosa…?

In nome di una convinzione che procede come un bulldozer sul cuore di quel ragazzo. Una convinzione che non si ferma neppure di fronte all’amore per un figlio. Quell’uomo ha semplicemente cancellato il suo affetto per James, senza fermarsi a considerare se quello che gli è stato detto poteva essere messo in discussione.

James è ancora vivo, per fortuna, e spero che sia felice; penso sia stato molto coraggioso a postare la lettera su Internet. Forse per lui condividere il suo dolore è stato un modo per esorcizzarlo, o forse voleva semplicemente che il mondo sapesse. E il mondo deve sapere. Prima di giudicare qualcuno, dovremmo imparare a scorgere la persona che ci chiede che il suo diritto ad esistere sia riconosciuto oltre l’etichetta che gli/le appiccichiamo addosso. Sempre.

Questa sarebbe potuta essere la storia di James. Pensateci.

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2 pensieri su “Una lettera.

  1. [Ogni volta che leggo ciò che scrivi, resto estasiata da come riesci a dare forza alle parole, a imprimerle nella mia testa e a farvele restare.]
    Ormai ho letto questa lettera più volte, quais memorizzandola, e ogni volta penso a James, a come dev’essersi sentito. Scacciato, non voluto, odiato. Dal proprio stesso padre. James, che più di ogni altra cosa in quel momento avrebbe desiderato sostegno, supporto, accettazione, amore, e invece si è visto disconosciuto, proprio da una delle persone che più avrebbe dovuto stargli accanto. Mi sale il disgusto, se penso che tantissimi ragazzi e ragazze ogni anno si suicidano, perchè incapaci di sostenere l’odio che la società gli scarica addosso. Come si può continuare così? Come si può lasciare che così tante persone vengano segnate nel profondo dall’odio di fanatici religiosi? Sono disgustata.

  2. Ho scritto questo post perché ero davvero sconvolta dall’idea che una cosa del genere potesse essere accaduta; in questo caso, scrivendo ho cercato di andare oltre la notizia e di immedesimarmi nella persona (per questo sono partita da me stessa).
    Spero che questa storia possa raggiungere tutti coloro che non riescono a vedere un individuo dietro l’etichetta di “gay” e “lesbica”, e farli riflettere su cosa significa accettare acriticamente una presunta verità.
    Io vorrei chiedere a tutti coloro che credono in Dio, in nome di cosa permettete che certe cose accadano? Come potete ritenerlo giusto?
    Contro natura, dite. Come potete condannare così tante, troppe persone come James?

    Sono disgustata anch’io. Ma più di tutto mi sento spronata ad agire perché le cose cambino.

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