Il dischiudersi della vita

Non ho mai pensato molto alla maternità, al parto, alla nascita, se non come a qualcosa di astratto, un insieme di trasformazioni biologiche di cui avevo studiato le cause a livello del DNA, delle cellule, e poi del corpo, nel libro di scienze. Il modo in cui il nostro corpo predispone i gameti, attraverso la meiosi, con la metà esatta di cromosomi, per poter creare un nuovo essere con un patrimonio genetico unicamente suo, frutto di un rimescolamento casuale di due DNA, mi affascina. L’evoluzione è caos.

Nella donna il meccanismo della meiosi è complesso, e la maggior parte dei gameti vengono sprecati, mediante le mestruazioni, per darci la possibilità, incomparabilmente preziosa a livello di sopravvivenza della specie, di essere fecondate in ogni momento dell’anno e non solo durante il periodo dell’estro, come succede alla maggior parte dei mammiferi. A volte osservo il mio sangue mestruale e penso che una parte di quella massa rosso scuro costituiva le pareti dell’endometrio, predisposte per accogliere la possibilità di una nuova vita, una possibilità che non si è realizzata e che rimane sospesa nel mondo vasto e inconoscibile dei se. Immagino il mio utero, mi chiedo se sia un posto accogliente, il luogo dove qualcosa che conosco e al contempo ignoro totalmente potrebbe accadere, forse accadrà, una nuova vita potrebbe riposare in attesa di diventare una persona, oppure potrebbe scivolare per sbaglio, per un imprevedibile errore, e allora dovrei spezzare quella possibilità…

Cellule che si duplicano. Cellule che si duplicano ancora, e ancora, e ancora. E poi, non sempre, non per tutte, scatta qualcosa, quell’insieme di cellule diventa un soggetto, viene riconosciuto, e la donna lo chiama “figlio”, e la donna diventa “madre”. Un nuovo essere in potenza. Un futuro essere che nutrito dal sangue della donna che lo ospita, un essere che le appartiene e che non le appartiene. Oppure, niente. Un grumo di cellule, un errore, un peso che non si è in grado di portare, qualcosa che non si vuole scegliere. Qualcosa da cui ci si separerà, con dolore, con la consapevolezza di aver fatto la scelta – ingiudicabile, personale, soggettiva come nient’altro – giusta. O che si porterà con sé fino al momento di liberarsene, un dono, in qualche modo, per qualcuno che non si conosce e che non sfiorerà mai la vita di quella donna.

I miei pensieri vagano e mi identifico con un ovulo, che scende lentamente lungo le tube di Falloppio, una placida sfera che rotola, scivola, fino ad incontrare un nugolo di piccoli ed agili spermatozoi che le si schianteranno contro, morendo nel tentativo, per sciogliere gli enzimi che ne avvolgono la superficie, finché uno di loro potrà raggiungerne il cuore, e fondersi con esso. Zigote. La placida calma dell’ovulo sostituita dal fermento delle cellule in duplicazione. Pop. Pop. Pop. Uno, due, quattro, otto… qualcosa che si sta formando, pulsante, vivo. La stessa vita che ha increspato il brodo primordiale. Sostanze inerti che galleggiavano sull’acqua, il silenzio di un pianeta ancora giovane, incontaminato, e poi…pop. La prima cellula. Pop. Pop. Pop. Altre cellule. Non sappiamo come, non sappiamo perché, possiamo solo fermarci un attimo e guardare la prolifica, straordinaria varietà che la vita ha assunto intorno a noi, in noi. Come il silenzio si è riempito di suoni, la terra di piante, gli oceani di animali. Noi siamo solo un frammento di tutto questo, e siamo gli unici che possono conoscerlo.

In quanto donna, in me esiste la possibilità di replicare questa straordinaria trasformazione, la nascita. Non ci ho mai pensato veramente, poi oggi c’era questo telefilm, o film, non ho controllato neppure il titolo, in cui una giovane donna doveva partorire in casa perché non c’era tempo per condurla in ospedale, e l’ambulanza non sarebbe arrivata in tempo, quindi i suoi familiari dovevano assisterla da soli. Contrazioni, urla, frasi concitate, gemiti di dolore. In ospedale forse sarebbe tutto più asettico, ovattato, magari. Forse più semplice, più calmo. Quel grumo di cellule è diventato un individuo, ora, ed è tempo che sia condotto nel mondo. Nel dolore, nel sangue. Il ventre di una donna diventa così grande durante la gravidanza, a me è sempre sembrato troppo grande, troppo pesante da reggere, così grande da schiacciare la donna a cui appartiene, da cancellarla. Non voglio immaginare quanto deve essere traumatico e doloroso fare uscire un bambino dalla propria vagina.

Io non so. Tutto ciò che ho letto, studiato, che mi hanno detto, non basta, non serve. Sto scrivendo queste riflessioni perché un giorno, qualunque decisione io prenda, qualunque possibilità io accolga o respinga, sarò felice di poter sapere cosa pensava una ragazza di 17 anni quando ancora ogni scelta era lontana. Le mie parole non hanno altro valore che questo. Mi sono fermata e ho pensato al mio corpo, alla vita, all’origine, e tutto questo fa parte di me e al contempo non mi appartiene affatto, anzi, non posso conoscerlo, non posso afferrarlo, non c’è nulla di più distante da me, da ciò che sono. Sono cose a cui riesco a pensare solo dimenticandomi di me stessa, della mia individualità data dalle mie idee, le mie emozioni, i miei pensieri. Come se dovessi disconnettere la mia mente per focalizzare l’attenzione su ciò che riguarda solo il mio corpo, ciò da cui la razionalità è estranea. Ciò che non può essere pensato, ma solo sentito, e forse vissuto.

Eve Ensler, scrittrice e poetessa che ammiro moltissimo perché scrive le cose come io le sento, ed è capace di tradurre in parole, bellissime parole, intense ma delicate, forti ma eteree, quello che in me è solo un insieme di sensazioni confuse, parla di un parto in una poesia tratta dalla sua prima opera, I Monologhi della Vagina. Eve è una spettatrice, non la partoriente, e il suo unico figlio, Dylan, è stato adottato. La poesia si intitola Io ero lì nella stanza ed è dedicata a Shiva, sua nuora.

Io c’ero quando la sua vagina si aprì.

Eravamo tutti lì: sua madre, suo marito e io,

e l’infermiera ucraina con la mano

dentro la sua vagina, fino al polso,

che tasta e gira col suo guanto di gomma

parlando con noi disinvolta – come stesse aprendo

un rubinetto difettoso

Ero lì nella stanza quando le contrazioni

la costrinsero a trascinarsi carponi,

e a emettere strani versi da tutti i pori.

E ancora lì ore dopo, quando all’improvviso

cacciò un urlo orrendo,

fendendo con le braccia l’aria elettrica.

Ero lì quando la sua vagina si trasformò,

da timido buco sessuale

a tunnel archeologico, vaso sacro,

canale veneziano, pozzo profondo

con un minuscolo bambino in fondo,

che attende d’essere salvato.

Vidi i colori della sua vagina. Li vidi cambiare.

Vidi l’azzurro livido e rotto

il rosso pomodoro che ribolle

il rosa grigio, il bruno;

vidi il sangue come sudore imperlare gli orli

vidi il liquido bianco, giallo, la merda e i grumi

spingere fuori da tutti i buchi,

spingere forte e ancora più forte,

vidi in fondo al buco, la testa del bambino striata

dietro l’osso – un duro ricordo rotondo -,

mentre l’infermiera ucraina girava e rigirava

la sua mano scivolosa.

Ero lì mentre noi, sua madre e io,

tenendole una gamba per ciascuna

e spingendo a più non posso

contro lei che spingeva, l’aprivamo tutta;

mentre con voce asciutta

il marito contava: “Uno, due, tre”

e la spronava a concentrarsi, ancora di più.

Allora guardammo dentro di lei.

Non riuscivamo più a staccare gli occhi

da quel punto.

Dimentichiamo la vagina, tutti noi…

Cos’altro potrebbe spiegare quest’assenza

di timore reverente, di stupore?

Ero lì quando il medico

vi entrò con cucchiai da Alice

nel Paese delle Meraviglie

e sempre lì quando quella vagina

diventò una grande bocca lirica

che cantava con tutta la sua forza;

prima la testa, poi il braccio grigio e penzolante,

poi il veloce corpicino che nuota,

nuota svelto

verso le nostre braccia piangenti.

Ero lì dopo, quando mi voltai

e affrontai la sua vagina.

Restai lì, permettendo a me stessa

di vederla aperta, completamente esposta,

mutilata, gonfia e lacera,

sanguinare sulle mani del dottore

che la ricuciva con calma.

Restai lì e, davanti ai miei occhi,

la sua vagina all’improvviso

diventò un grande cuore rosso pulsante.

Il cuore è capace di sacrificio.

E così la vagina.

Il cuore è capace di perdonare e riparare.

Può cambiare forma per farci entrare.

Può allargarsi per farci uscire.

E così la vagina.

Può soffrire per noi e tendersi per noi,

morire per noi e sanguinare

e sanguinolenti immetterci

in questo difficile mondo meraviglioso.

E così la vagina.

Io ero lì nella stanza.

Io ricordo.

 

2 pensieri su “Il dischiudersi della vita

  1. Ho cominciato a pensare alla maternità quando avevo sedici anni. Finalmente riuscii a dare un nome al desiderio che provavo da sempre. Io desideravo essere madre. Sapevo che avrei dovuto aspettare per poter realizzare questo sogno. E così ho atteso, pazientemente, di diventare adulta, di trovare un lavoro, una casa e, soprattutto, un marito😉 Ora, dieci anni dopo, ho scoperto di non poter avere figli. Non in modo naturale, almeno. Quel desiderio così puro, all’apparenza così semplice e naturale, ora si sta rivelando un’ardua impresa da conquistare, un sogno che si è trasformato in tormento. La capacità di dare la vita è una cosa meravigliosa, un piccolo miracolo, ma purtroppo questa capacità non è stata donata a tutti. E la Natura non conosce meritocrazia né giustizia. Altrimenti, come spiegare tutte le adolescenti che rimangono incinta per errore, o le tossicodipendenti in dolce attesa (una mia vecchia amica, amica soprattutto della cocaina, è ora felicemente incinta)?

    P.S. Ho trovato il tuo blog leggendo i tuoi commenti su alcuni blog femministi. Mi piace molto come scrivi e quello che scrivi. Continuerò a seguirti. Un saluto

  2. Grazie per aver voluto condividere la tua testimonianza🙂
    Spero che riuscirai a realizzare il tuo sogno. Possa ogni avversità darti maggior forza.

    PS: sono felice che il mio blog ti piaccia ^^

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