Combattere i preconcetti che ci tarpano le ali I: femminilità e donne lavoratrici

Il femminismo è senza dubbio il movimento più frainteso della storia; per colpa di alcune sue correnti e di esponenti radicali ed estremiste, ma anche a causa delle mistificazioni che la nostra società, ancora fortemente maschilista e legata ad una cultura patriarcale, ha creato per indebolire questo movimento. Un preconcetto molto diffuso è che il femminismo sia equivalente e speculare al maschilismo, ovvero che proclami la superiorità delle donne rispetto agli uomini e voglia capovolgere i rapporti di potere esistenti nella nostra società per dare alle donne il potere e sottomettere gli uomini. Correlata a questo pensiero è l’idea che la parità non sia necessaria, perché i ruoli “naturali” di uomini e donne sono diversi e le rivendicazioni delle donne, spezzando quest’ordine costituito, danneggino la società, per esempio perché non sono più in grado di essere buone madri dal momento che vogliono avere una vita lavorativa, o perché volendo essere come gli uomini hanno distrutto la loro femminilità.

La femminilità, intesa come insieme di tutte le caratteristiche che si associano con una donna, che dovrebbero definire una donna e che dovrebbero appartenere ad una donna, è un costrutto frutto di secoli di stratificazioni culturali. Dal momento che la donna è sempre stata subordinata all’uomo, egli ha sfruttato la posizione dominante per delineare nettamente ciò che è maschile, ovvero virtù come il coraggio, la determinazione, la forza, ecc, e ciò che è femminile, come la grazia, la bellezza, il pudore. Alle donne sono state negate, ponendo come scusa la differenza biologica fra i sessi o altre giustificazioni di natura teologica o filosofica, le qualità che le permettevano di porsi alla pari dell’uomo, e la differenza è divenuta inferiorità. Simone de Beauvoir, autrice de Il Secondo Sesso, è stata la prima ad analizzare con attenzione queste costruzioni e il suo aforisma “donna non si nasce, si diventa” segna la consapevolezza dell’importanza di decostruire le idee imposteci per poter decidere chi vogliamo essere.

Alla luce di questo, è insensato dire che le donne abbiano voluto “essere come gli uomini”, quanto piuttosto riappropriarsi di una parte della vita e dell’essere che gli era stata preclusa, perché considerata propria solo degli uomini. In una società dove le possibilità di esprimersi ed essere di una donna erano nettamente limitate dal confinamento a pochi ambiti, come la cura domestica e la maternità, è una naturale conseguenza che liberandosi e conquistando il diritto di “camminare per le strade del mondo” le donne siano diventate più simili all’uomo, ma non posso considerarlo un disvalore, anzi, al contrario.

Allo stesso modo, la colpevolizzazione della donna che desidera avere una vita lavorativa ed essere madre al contempo è un colpo di coda del vecchio pensiero patriarcale secondo cui all’uomo spetta il compito di lavorare, e quindi trovare il suo scopo nel costruire, realizzare qualcosa di funzionale alla società, qualcosa che sia espressione del suo talento e delle sue capacità, mentre la funzione della donna, e la sua più alta realizzazione, è la maternità, ed essa richiede dedizione totale, fino all’annientamento della propria individualità nel ruolo di madre. Una donna che non si limita al ruolo di madre, che non rinuncia a sé stessa come individuo per annullarsi nella maternità (e non rinuncia al lavoro, che significa indipendenza economica e soprattutto farsi valere in virtù delle proprie conoscenze, capacità e competenze individuali) non può che essere considerata una cattiva madre. Lo stesso non è valido per un uomo: non c’è conflitto tra l’essere un padre ed essere un lavoratore, perché il ruolo paterno non prevede abdicazioni, agli uomini non è mai stato chiesto di scegliere cosa essere. Le donne stanno rivendicando questo stesso diritto, a non dover scegliere, a non dover essere in un certo modo.

Fino a poco tempo fa, durante i primi anni di vita del bambino era solo la madre ad occuparsene, mentre il padre era una figura sullo sfondo, distaccata, che rappresentava l’autorità più che l’amore. Solo di recente i padri hanno iniziato a condividere le cure con le madri, a occuparsi in prima persona dei loro figli, scoprendo una forma di paternità basata anche sull’affetto. Sono stati definiti “mammi”, come se questo li femminilizzasse, snaturasse a tal punto il loro ruolo da non poter essere più chiamati padri: io sono invece convinta che la condivisione della cura di un bambino tra i genitori rafforzi il legame tra loro e tra loro e il figlio, sia una fonte di nuove esperienze e scoperte e aiuti a ridurre lo stress e la fatica derivanti dall’occuparsi del bambino. Il quale, o la quale, crescerà con dei modelli di genere meno stereotipati e imparerà che papà e mamma sono alla pari.

Non c’è un solo modo valido di essere madre, e non è detto che esserlo sia una cosa spontanea e naturale. Per questo ogni donna dovrebbe cercare, ascoltando le proprie sensazioni, le proprie emozioni e i propri pensieri, di capire cosa desidera e di cosa ha bisogno, invece di sforzarsi di aderire al modello proposto dalla società se non lo sente come adatto a sé. è normale che una donna soffra di depressione post partum oppure abbia dei sentimenti negativi nei confronti del bambino, e reprimerli per cercare di corrispondere agli standard della madre perfetta, negando sé stessa, è solo controproducente. L’individuo, donna o uomo, deve sempre venire prima del suo ruolo, madre o padre, e il lavoro è un modo per distaccarsi da questo ruolo genitoriale e trovare una dimensione dove solo la persona conta.

Un modo, quindi, per essere dalla parte delle donne è eliminare dalla propria mente tutti i discorsi che ci impongono un certo modo di essere, un “dover essere” così, sia perché non c’è un modo di essere che sia universalmente valido per tutti, sia perché spesso queste idee nascondono tracce di una cultura patriarcale costruita sull’imporre alle donne di “dover essere” in un certo modo, una cultura che va combattuta affinché ognuno di noi sia più libero indipendentemente dal sesso.

2 pensieri su “Combattere i preconcetti che ci tarpano le ali I: femminilità e donne lavoratrici

  1. Sì, è vero, e per farlo è essenziale sia condividere la cura del/i figlio/i con il marito o compagno, sfruttando i congedi di paternità, sia poter disporre di servizi come gli asili nido o asili aziendali, orari flessibili, lavoro da casa o part time. Purtroppo sembra che una madre lavoratrice non possa che “sacrificare” qualcosa, e mentre l’esperienza ci dice che spesso è il lavoro (mobbing, mancata assunzione di donne incinte, mancata divisione dei congedi, difficoltà a trovare lavoro se si hanno figli o si è in età di averne, ecc…) l’idea radicata nella mentalità comune è che la madre lavoratrice “sacrifichi” i figli e quindi sia una cattiva madre…

    Non è semplice conciliare maternità e lavoro senza politiche di sostegno ben strutturate e ben finanziate, ma credo che sia necessario.

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