Combattere i preconcetti che ci tarpano le ali II: minigonne e libertà

Vorrei non dover parlare sempre di corpi, quando scrivo di donne, ma sembra che non possa farne a meno, perché, nonostante tutto sia già stato detto, nessuno lo ha ascoltato. Purtroppo, il corpo è ancora la prima cosa che qualifica una donna, e viene usato come un’arma contro di lei. Contro di noi, perché “Per ogni donna ferita o offesa siamo tutte parte lesa” non è solo uno slogan: il fatto che ci siano ancora donne uccise da un partner che voleva controllare la loro vita e non riusciva ad accettare la loro indipendenza significa che questa società non ha ancora accettato la nostra parità, e questo è un problema che riguarda ognuna di noi, in quanto donna, e riguarda tutti, in quanto cittadini, in quanto persone.

Meme di Facebook. Il testo recita “Come si chiama una donna che fa molto sesso?” “Con il suo nome”

Nel 2012, permane ancora la divisione tra “sante” e “puttane”, espressa più elegantemente con “ragazze serie” e “ragazze facili”. Etichettare come troia una ragazza che ama il sesso è una forma di controllo sul suo corpo, retaggio di una cultura patriarcale e cattolica in cui da una parte il corpo femminile è sempre stato considerato come peccaminoso e la sessualità come un tabù, e dall’altra gli uomini hanno assunto il controllo del corpo femminile, limitando le libertà delle donne e le loro possibilità di autodeterminarsi. La sessualità femminile è sempre stata negata, ricercare il proprio piacere invece di restare passive era considerata una cosa da prostitute, indegna di una donna perbene, soprattutto se madre, e il sesso era accettato solo all’interno del matrimonio e con finalità riproduttive. L’adulterio era considerato un crimine solo femminile, mentre era giustificato nel caso degli uomini, così come era tollerato che un uomo sfogasse i suoi desideri con le prostitute, concedendosi ciò che sarebbe stato sconveniente fare con la moglie. Ancora oggi, per un uomo ammettere di masturbarsi è normale, ma è inappropriato per una ragazza.

Meme tratto da Facebook. Il testo recita “Cammina per strada vestita così – si la menta che non riesce a trovare un uomo serio (oppure, un uomo che la rispetti)”

Lo stesso vale per una ragazza che indossa minigonne e maglie scollate: la convinzione generale è che lo faccia per  attirare l’attenzione maschile, per mettersi in mostra, e che di conseguenza voglia provocare. La foto qui accanto,  pubblicata su Facebook, ha riscosso commenti del tipo:

che troia però (da parte di una ragazza)

non puoi pretendere il rispetto di un uomo se vai in giro nuda. (da parte di un ragazzo)

Se ci tiene ad apparire così probabilmente non è in cerca di un uomo rispettabile. (da parte di un ragazzo)

se una non è cagna non si veste così… evidentemente lo siete anche voi se sentite il bisogno di difendere il suo ‘onore’ (da parte di una ragazza)

se si veste così e mette in mostra la carrozzeria si capisce cosa va cercando…altro che ”si è vestita così perchè le piace il modello del vestito”…se uno giudica in base alle apparenze è perchè molto spesso le apparenze sono reali…e molto spesso donne come questa sono delle gran cagne (l’Amministra Tope, non censuro il nome perché è fittizio)

L’abbigliamento è anche un modo per esprimere la propria individualità. Ci si veste in un certo modo per sentirsi a proprio agio con sé stessi, per comunicare il proprio stato d’animo, per appartenere ad un gruppo, per affermare la propria identità, e anche per essere apprezzati dagli altri. Questo vale anche per le foto scelte come immagine del profilo su Facebook: si sceglie una foto perché ci si sente rappresentati, perché esprime la propria personalità, perché si ha un bel sorriso, perché è il ricordo di un bel momento e per mille altre ragioni. Il fatto che si fosse in bikini, in shorts o con un abitino non è una buona ragione per permettersi approcci sessuali non graditi (e succede: Io Odio i Maniaci di Merda, su Facebook, raccoglie gli screen di queste molestie virtuali, con una buona dose di ironia).

Libertà è anche poter decidere cosa indossare, o quale foto postare, senza essere giudicati dagli altri per questo. Quello che una ragazza indossa è una questione che riguarda solo ed esclusivamente lei, nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a dare giudizi sulla sua moralità per questo, a fischiarle contro per strada, a fare apprezzamenti volgari, o addirittura a palpeggiarla o stuprarla. La foto che una ragazza mette sul suo profilo riguarda solo lei, non è un invito a molestarla. Giudicare una persona che non si conosce dal suo abbigliamento, o dalle sue foto, è come giudicare una canzone dal titolo o un libro dalla copertina: significa fermarsi all’apparenza, e l’apparenza è sempre condizionata dai nostri preconcetti.

Ogni volta che una ragazza da’ della troia ad un’altra per il modo in cui è vestita, inconsapevolmente non fa che tracciare la vecchia di linea di distinzione della cultura patriarcale, quella tra “madonne” e “puttane”: una divisione che impedisce all’individuo di essere ciò che vuole essere per sé stesso. Neanche “Né puttane, né madonne, ma solo donne” è solo uno slogan: rappresenta la volontà di essere definite solo come persone, solo in virtù della propria individualità, anziché in base ai ruoli fissi previsti dal patriarcato, ruoli che limitavano le possibilità di autodeterminarsi della donna (per non essere bollata come puttana) e le sue aspirazioni (che dovevano consistere solo nell’essere la perfetta madonna, moglie e madre impeccabile).

Rifiutare questa dicotomia significa affermare lo spazio dell’individuo. Uno spazio all’interno del quale lui o lei può ribellarsi a tutti i “dover essere” e decidere cosa vuole essere.

A proposito della distinzione tra “brave ragazze” e “cattive ragazze”, vorrei concludere questo post con le parole di Rosemary Agonito:

La sindrome della ‘brava ragazza’: essere una ‘brava ragazza’ significa mettere sé stessi per ultimi. Significa accontentare gli altri a tutti i costi, soddisfare i loro bisogni e i loro voleri – anche quando questo ci danneggia. Nell’essere protese all’essere piaciute ed accettate, opprimiamo i nostri bisogni e sentimenti, le nostre credenze e valori, per soddisfare quelli degli altri. Come ‘brave ragazze’ non vogliamo ferire i sentimenti di nessuno, quindi non parliamo alle spalle e non lottiamo alle spalle, anche quando siamo sotto assedio. Andiamo avanti, sopportiamo… Una sofferenza prolungata e non ci lamentiamo, la ‘brava ragazza’ è sempre diligente. Ma essere diligente significa sottostare alle regole di qualcun altro, regole che non sono state da noi create.

Nel caso del comportamento sessuale, queste regole sono state definite da secoli di civiltà patriarcale per tenere sotto controllo le ragazze. Ogniqualvolta si ripete lo stereotipo della “madonna vs puttana”, non si fa altro che limare via una piccola, ma significativa, essenziale, parte della nostra libertà. Non voglio sentire mai più, MAI PIÙ, dire che una ragazza stuprata “se l’è cercata”, “se l’è meritata” o “sotto sotto lo voleva” perché indossava una minigonna, era ubriaca, era tornata a casa da sola, aveva accettato di uscire con un ragazzo conosciuto da poco, o qualsiasi altra ragione. Non è colpa sua. Non è mai colpa della vittima. E se, ragazze, pensate questo, vi state ingabbiando da sole.

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