The Apprentice e gli stereotipi sull’infanzia

Ieri stavo guardando il terzo episodio del talent show The Apprentice, dove i concorrenti, sei uomini e sei donne, sono sottoposti a prove volte a testare le loro abilità nel fare business per vincere un contratto presso Flavio Briatore, giudice del programma. Dopo la sfida al mercato ittico e le commesse per conto dei clienti dell’hotel Principe di Savoia, la terza prova consisteva nel progettare per conto della Giochi Preziosi dei giocattoli per bambini dai cinque ai nove anni, che non costassero più di quindici euro.

Alla squadra delle donne, che aveva però un capogruppo di sesso maschile, è stata affidata la progettazione di un giocattolo per bambini, mentre alla squadra maschile, con una donna per capogruppo, un giocattolo per bambine. Questa netta divisione è la riprova del fatto che già a quell’età i bambini sono inquadrati in base al sesso, e si suppone abbiano modalità di gioco talmente diverse da richiedere dei prodotti ad hoc, con caratteristiche che li rendano adatti solo a loro. Questo fatto è peraltro evidente camminando in un qualsiasi centro commerciale, dove la corsia dei giochi per bambine è caratterizzata dalle confezioni rosa brillante, mentre nella corsia dei giochi per bambini è presente una più ampia varietà di colori, come rosso, blu, grigio, nero, verde, ma il rosa è totalmente assente, perché questo colore porta impressa, nella mentalità comune, la dicitura inviolabile “for girls only”.

I due gruppi hanno osservato i prodotti già commercializzati per quella fascia di età e per quel genere, prodotti fortemente stereotipati: bambole dai grandi occhi e dai lunghi capelli, truccate in modo elaborato e vestite in modo fashion e sexy per le bambine, riproduzioni degli eroi dei cartoni (Ben Ten, Generator Rex, i Gormiti, ecc) per i bambini. Partendo da questi prodotti, hanno iniziato ad elaborare le loro idee: nessuno, né in un gruppo né nell’altro, ha messo in discussione i modelli proposti ai bambini.

Il team Lux, la squadra delle donne, dopo una sessione di brainstorming ha concluso che i bambini hanno bisogno di un gioco che stimoli la loro fantasia e possa essere interpretato creativamente, quindi hanno ideato un animale-robot, Orangobot, che hanno disegnato sui toni del blu e del rosso. Il background in cui è calato il personaggio è uno scenario futuristico, in cui questa creatura è l’ultimo eroe rimasto a difendere la Terra del 3018: i bambini hanno quindi la possibilità di immaginare le avventure del robot, di farlo combattere magari con personaggi provenienti da altre serie. Il gioco lascia loro ampi spazi di libertà.

Il Gruppo, la squadra maschile, ha optato per un set di trucchi, lucidalabbra, ombretti, ecc, sostenendo che le bambine sentono l’esigenza di essere belle e alla moda; l’idea era che le bambine si identificassero sia con la truccatrice sia con i personaggi che esse stesse possono diventare attraverso il trucco, il quale quindi ha il potere di trasformare la bambina in ciò che sogna di essere: popstar, principessa, fatina. Per renderlo più vicino al target, hanno aggiunto l’elemento della magia: lo scrigno magico che da’ alle bambine la possibilità di realizzare i loro sogni. Lo scrigno, color rosa e decorato con immagini di ragazze dagli occhi tondi e sgranati, che si apre per mostrare lo specchio e i trucchi contenuti all’interno, è stato chiamato dapprima Stella Make-Up, poi Star Make-Up.

I prodotti, una volta realizzato il modello tridimensionale, sono stati proposti alle mamme: solo mamme, nessun papà, come se la scelta dei giocattoli per i figli non facesse parte del ruolo paterno, un altro stereotipo della nostra cultura. Nessuna di loro ha avanzato critiche circa il significato dei giocattoli proposti, ma le loro osservazioni sono state riferite solo al contenuto dei giochi. Trovo sconcertante il fatto che i genitori accettino acriticamente ciò che le aziende propongono ai loro figli, senza interrogarsi sul messaggio che viene trasmesso. Mi rendo conto che critiche del genere potrebbero essere state omesse dal programma, ma mi sembra più plausibile credere che non siano state nemmeno sollevate, vista la scarsa consapevolezza esistente nel nostro Paese circa i condizionamenti di genere che i bambini subiscono durante l’infanzia e che finiscono per plasmare la loro idea di “mascolinità” e “femminilità” in modo stereotipato, ostacolando la loro possibilità di svilupparsi come individui e restringendo la loro libertà di scelta, riguardo a ciò che vogliono essere, alle opzioni accettate dalla società.

Successivamente, i due gruppi hanno ideato i manifesti pubblicitari per Orangobot e Star Make-Up: il primo, che presenta l’eroe che sfreccia nello spazio, è sui toni del blu, con il nome che campeggia a grandi lettere tridimensionali in cima al cartellone e una striscia di luce a sottolinearlo, e il secondo, che raffigura il cofanetto con dei fumetti che partono da esso raffiguranti le varie possibilità per la bambina: principessa, fata e popstar. Se al bambino si offre un eroe in cui immedesimarsi, presumibilmente per virtù come il coraggio, la forza, la bontà alla bambina si offre un modello da imitare in base a due soli parametri: bellezza e successo.

La differenza di atteggiamento nei confronti di maschi e femmine è stata evidente nel modo in cui i concorrenti hanno presentato i due prodotti ad un campione di cinque bambini e bambine: nel caso dei maschi, un membro del gruppo ha chiesto loro quali superpoteri vorrebbero che Orangobot avesse, nel caso delle femmine, è stato mostrato loro come giocare con Star Make-Up e come il prodotto poteva aiutarle a sentirsi belle “perché è magico”.

In conclusione, nessuno dei due gruppi ha fatto un lavoro particolarmente originale, ma nell’osservazione del processo di genesi dei due giocattoli è evidente come gli stereotipi di genere abbiano permeato la mentalità comune e di come senza consapevolezza è inevitabile che vengano trasmessi anche alle generazioni successive proprio negli anni in cui sono più vulnerabili a questo tipo di messaggi. In particolare, le bambine sono maggiormente esposte sia perché i condizionamenti sono rivolti principalmente alle donne, dal momento che la cultura patriarcale ha interesse a imporre modelli più limitanti e stringenti a queste ultime, sia perché i prodotti per i bambini non sono connotati in modo così netto come maschili, ed è più probabile che sia una bambina a chiedere Orangobot che un bambino a chiedere Star Make-Up (ed è quasi certo che, anche se lo chiedesse, non lo otterrebbe, perché i genitori sarebbero terrorizzati all’idea di poter avere un figlio gay).

PS: Alla fine della puntata, Orangobot si è rivelato il prodotto vincitore della sfida. Star Make-Up è stato giudicato come non abbastanza originale per conquistare il mercato…sarà stato per il packaging rosa shocking? Io l’avrei fatto azzurro glitterato argento, o verde brillante glitterato argento, in modo che risaltasse nel mare di rosa degli scaffali di prodotti per bambine, distinguendosi e attraendo lo sguardo, ma questa è solo un’idea che mi è venuta guardando il programma…

 

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8 pensieri su “The Apprentice e gli stereotipi sull’infanzia

  1. guarda io non credo assolutamente che bambine e bambini debbano giocare per forza con giochi diversi, se mai avrò dei figli darò loro giocattoli senza badare al sesso e mi fiderò delle loro preferenze, siano esse “tradizionali” o meno rispetto al “gender” ma mi rendo conto che non sono in molti a pensarla come me 8e sì un bambino che volesse un gioco “da femmina” incontrerebbe forse più resistenze da parte dei genitori rispetto ad una bimba che chiede un gioco “da maschio”. Certamente credo che la fantasia si possa sviluppare sia giocando con un Orangebot che coi trucchi (c’è anche chi da adulto scopre una vera passione per trucco e parrucco e lo trasforma anche in lavoro), cioè non penso che una bambina che gioca con le bambole crescerà sottomessa non più di quanto un bambino che gioca coi soldatini debba diventare un guerrafondaio…e lo stesso vale viceversa
    Insomma credo che bisogna da una parte dare ai bambini tutte le opzioni e dall’altro fidarci dei loro gusti senza giudicare alcuni gusti più “liberi” di altri.
    Che i concorrenti si siano affidati a stereotipi mi pare più che normale: il loro scopo primario è fare affari, non cambiare il mondo (anche se tra le doti di un imprenditore dovrebbe esserci pure la capacità di rischiare)..del resto che ti aspettavi da uno show condotto da Briatore?

    • “e sì un bambino che volesse un gioco “da femmina” incontrerebbe forse più resistenze da parte dei genitori rispetto ad una bimba che chiede un gioco “da maschio”. ”

      certo dipende anche dalla mentalità dei genitori

  2. Mi rendo conto che un programma televisivo come questo non possa avere grandi pretese di innovazione, ma mi ha stupito che nessuno dei concorrenti (venti-trentenni-quarantenni, in media) abbia voluto “uscire dal seminato” e cercare di differenziarsi, certo non per interesse verso le tematiche di genere ma almeno per creare qualcosa di originale, non stereotipato, rispetto alla concorrenza.
    Non sono contro il fatto che i bambini giochino con i giochi di guerra (a parte il carro armato con la voce registrata “Fire! Fire!”, regalo di Natale di mio fratello che anni addietro mi ha rovinato interi pomeriggi di lettura e giochi con le Barbie con il mio amico Simone) o le bambine con Winx e trucchi, ma contro il fatto che ci sia una netta separazione tra giochi per bambine e giochi per bambini. Tutti i bambini dovrebbero essere liberi di scegliere con cosa giocare tra tutti i giocattoli. Le restrizioni imposte dalla società limitano la loro fantasia e le loro possibilità di proiettarsi in mondi diversi, e quindi di svilupparsi in modo completo.

    Non penso che una bambina che gioca con i Gormiti sia più libera di una che gioca con Cicciobello, un discorso del genere non ha senso, visto che le preferenze verso un giocattolo o verso l’altro sono individuali e totalmente spontanee.

    • anche a me, come ho detto, da’ da pensare che nessuno abbia osato rischiare anche perchè, ripeto, la capacità di rischiare, sia pure con oculatezza e senza colpi di testa, è tra le doti di un imprenditore

  3. C’è anche da tenere in copnsiderazione che, recentemente, la Federazione Italiana Medici Pediatri si è espressa a proposito del il boom dell’utilizzo di cosmetici in età pediatrica, denunciando che è stato registrato un incremento dei rischi per la pelle pari al 16,7% nella fascia di età compresa tra gli 8 ed i 12 anni. Possiamo immaginare quanto poco “sicuri” possano essere dei prodotti-giocattolo che costano meno di 15 euro; la spiacevole conseguenza è il costante aumento dei casi di dermatite dovuta al make-up precoce.Così concentrati sull’apparire, ci dimentichiamo della salute dei bambini…
    http://www.greenme.it/consumare/cosmesi/8657-dermatiti-bambine-cosmetici

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