La battaglia del femminismo contro il patriarcato

Il femminismo è un movimento e un’ideologia ancora attuale perché la cultura patriarcale è ancora viva, e continua a pervadere la società in ogni suo aspetto, impedendole di evolversi verso una maggiore equità. Il patriarcato è la struttura sociale che si basa sul binarismo di genere, la netta bipartizione  fra le caratteristiche associate alle donne e quelle associate agli uomini e sul ruolo associato a queste caratteristiche. La cultura patriarcale perciò ha sempre giustificato con l’inferiorità fisica e intellettuale delle donne la loro esclusione dalla vita sociale, politica, lavorativa, relegandole ai compiti di cura e assistenza dell’uomo e dei figli; al contempo ha effettivamente posto le donne in una condizione di inferiorità negando loro l’accesso alla stessa istruzione spettante agli uomini e ostacolando la loro formazione intellettuale perché non si realizzassero come individui.

Il binarismo di genere si mantiene attraverso la costruzione di immagini stereotipate di caratteristiche e ruoli maschili e femminili, che vengono interiorizzate dalla società, la quale fa pressioni sugli individui perché si conformino a queste caratteristiche, pena l’esclusione sociale. In passato, prima dell’avvento del femminismo, nessuno (tranne qualche pensatore illuminato, tra cui cito John Stuart Mill e Mary Wollstonecraft, in epoche diverse) aveva mai messo in discussione la costruzione del patriarcato, perché su di essa si basava la società e appariva come un sistema naturale.

All’inizio del ‘900, quando le suffragette iniziarono a rivendicare il diritto di voto e quello di essere elette, implicitamente rivendicarono il diritto di fare parte della società come cittadine, e quindi come individui: fu l’inizio di un grande processo di consapevolezza dei meccanismi di funzionamento del patriarcato e dell’oppressione di genere. Durante la seconda guerra mondiale, le donne sostituirono gli uomini nelle fabbriche, conquistando così il ruolo di lavoratrici, che comportava l’avere un reddito proprio e quindi non essere dipendenti dagli uomini per ogni necessità. Risale al 1949 la più ampia e articolata analisi della condizione della donna nella società patriarcale, Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Negli anni ’70, una nuova ondata di femministe lottò per l’autodeterminazione di sé, che nella cultura patriarcale era sempre stata sotto il saldo controllo maschile, attraverso il diritto, la Chiesa e la famiglia. Con slogan come “Io sono mia”, rivendicarono il diritto ad una sessualità autonoma, ad abortire, a divorziare, e ottennero un’altra importante vittoria: la trasformazione dello stupro da reato contro la morale (e quindi contro il costume patriarcale per cui il corpo della donna “appartiene” agli uomini della sua famiglia, padre e marito, e chi la violenta contro la sua volontà non commette un reato contro di lei, ma contro di loro) a reato contro la persona.

Nonostante queste conquiste, che non furono frutto di concessioni da parte di chi allora controllava il potere ma furono il risultato di aspre battaglie (numerose suffragette furono arrestate, e alimentate a forza in risposta ai loro scioperi della fame), il patriarcato non è stato sconfitto.

Al giorno d’oggi il suo strumento principale, il binarismo di genere, continua ad essere radicato nella società, e inculcato nei bambini sin dalla nascita, con meccanismi spiegati da Elena Gianini Belotti nel suo saggio Dalla parte delle bambine del 1973 e da Loredana Lipperini in Ancora dalla parte delle bambine, del 2007. I bambini imparano presto che gli adulti hanno aspettative diverse, a livello comportamentale, a seconda del genere e di conseguenza imparano a comportarsi come ci si aspetta da loro, perpetuando idee stereotipate come quelle che vogliono come qualità maschili la testardaggine, la determinazione, la combattività, l’abilità matematica e l’interesse per le costruzioni, mentre come qualità maschili la grazia, la civetteria, la gentilezza, l’abilità nelle materie umanistiche e l’interesse per bambole e trucchi.

Il femminismo, di conseguenza, lotta per estirpare gli stereotipi di genere, che ingabbiano gli individui in due identità preimpostate, privandoli della possibilità di scegliere cosa vogliono essere, di realizzarsi autonomamente e liberamente. Decostruendo gli stereotipi, si osserva che sostanzialmente sono volti a ricondurre le donne a due soli modelli: la puttana e la madre, due schemi fissi all’interno dei quali qualsiasi possibilità di autorealizzazione sono negati. La distinzione fra “brave ragazze”, quelle che accettano di corrispondere all’immagine femminile imposta dalla società, e “cattive ragazze”, quelle che si ribellano a questa concezione, con esaltazione delle prime e disprezzo gettato sulle seconde, è un modo per “riportare al loro posto” le donne.

L’immagine stereotipata dell’uomo nella cultura patriarcale si basa sull’esaltazione di un valore, la virilità, che sintetizza tutte le qualità che il “vero uomo” dovrebbe essere possedere, ovvero essere esattamente l’opposto di ciò che è considerato femminile, e quindi sacrificare la propria emotività per essere “forte”. Gli stereotipi imposti agli uomini sono altrettanto limitanti e mutilanti di quelli imposti alle donne; in particolare, sacrificare la propria emotività e la capacità di entrare in rapporto empatico con gli altri per il fatto che l’uomo virile deve essere “dominatore”, volitivo e impositivo nei confronti degli altri è causa di un’incapacità degli uomini di relazionarsi con le donne e di comprenderle. La maschera dell’uomo virile, però, si basa sul considerare la donna come l’Altro e l’uomo come il Soggetto, e non può reggere il confronto come una società dove la donna non è solo lo specchio in cui contemplare la propria immagine, ma è anch’essa un Soggetto indipendente e in grado di ricambiare lo sguardo dell’uomo. L’uomo virile della cultura patriarcale deve quindi sottomettere la donna, riportarla alla condizione di Altro.

Questa è la ragione per cui di fronte alla sempre maggiore emancipazione femminile, l’identità maschile tradizionale entra in crisi, e molti uomini reagiscono aggressivamente, prendendosela con la violenza con quella che ritengono la causa, le donne; da qui deriva l’incremento di stupri e femminicidi che la cronaca registra negli ultimi anni. Il dominatore non può esistere senza nessuno da dominare. Per il patriarcato, non esiste un’identità maschile alternativa: l’uomo che rifiuta questo ruolo viene visto come effeminato, e poiché per questa mentalità la donna è qualcosa di inferiore rispetto all’uomo, è “indegno” di essere uomo. Da qui deriva anche il disprezzo per gli omosessuali, e l’omofobia, la paura di essere “contagiati” dall’omosessualità e quindi femminilizzati.

Il  fatto è che è il patriarcato ad affermare che gli uomini sono stupidi, monolitici, incapaci di cambiare e inetti. È il patriarcato a sostenere che gli uomini hanno istinti animali e non riescono ad impedirsi di maltrattare e perpetrare abusi. È il patriarcato ad affermare che gli uomini possono essere attratti solo da certe qualità, possono rispondere solo secondo certi schemi, possono avere del mondo solo un’esperienza ristretta e chiusa. Per il femminismo, gli uomini sono capaci di più di tutto questo – sono più di tutto questo.” (un’immagine femminista su Facebook).

Quello che quest’immagine vuole dire è che la battaglia femminista contro il patriarcato e le sue imposizioni va a vantaggio anche degli uomini. Gli uomini non devono sentirsi minacciati dal femminismo, perché esso è volto a renderli liberi, a rendere tutti più liberi e a costruire una società più egualitaria e più variopinta, dove ognuno possa costruire liberamente la propria identità, senza condizionamenti. Il patriarcato è stato costruito dagli uomini per legittimare il loro diritto ad essere così. Ma le potenzialità dell’uomo sono molto più elevate. L’uomo ha prodotto civiltà ordinate e fiorenti basandosi sull’oppressione, ma la vera meta a cui giungere è una civiltà che non abbia bisogno dell’oppressione per funzionare.

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13 pensieri su “La battaglia del femminismo contro il patriarcato

  1. io sarò ottimista ma a me sembra che i modi di vivere l’identità maschile e femminile siano oggi più plurali che in passato.Ci sono ancora delle aspettative ma c’è anche la possibilità di andare oltre e di capire cosa vogliamo e non credo che chi sente proprie o fa proprie delle caratteristiche ritenute più diffuse nel proprio genere, o si interessa di cose solitamente ritenute vicine al proprio genere sia per forza “meno libero” di chi ne fa proprie altre o se ne sente altre. Nessuno, maschio o femmina, dovrebbe vergognarsi di essere forte o debole, dovrebbe imparare a cavarsela da solo/a ma anche ammettere che a volte da soli/e non ce la si può fare..e poi forza e fragilità possono convivere nella stessa persona
    Uomini e donne sono intellettualmente e moralmente pari nel bene come nel male, l’affermazione di questo è già anti-patriarcale e pure i “condizionamenti” (che ci saranno sempre, siamo animali sociali e culturali e abbiamo bisogno dell’incontro-scontro con gli altri e con il loro sguardo) non ci impediscono di decidere per noi stessi nel bene come nel male

    • poi ovviamente c’è differenza tra essere forti ed essere prevaricatori verso chi non si può difendere e c’è differenza tra essere fragili ed essere pusillanimi. Avere paura è legittimo, farsi paralizzare da essa specie se si hanno posizioni di responsabilità no

  2. Innanzitutto ti faccio i complimenti per l’articolo. Scritto davvero bene e con chiarezza spiega davvero quasi tutto in poche righe. Aggiungo qualche considerazione:

    Riguardo i modelli puttana-madre noto con molta sorpresa che, il più delle volte, sono le stesse ragazze a pubblicare post (sui social) di stampo misogino, con appellativi tipo troie, zoccole, puttane, etcetc. Questo è la dimostrazione che la perpetuazione patriarcale ha bisogno anche e soprattutto del loro contributo.

    Ora ci sarebbe da spiegare perché le giovani ragazze si scagliate come delle ossesse con chi ha costumi più facili di loro (non sto dicendo “troie” ma semplicemente ragazze un pò meno “elastiche”). Forse ritengono sia una minaccia al loro istinto materno? Forse è la rabbia per la loro repressione sessuale? La mia idea è che in patriarcato, che usa l’amore romantico idealizzato per perpetuarsi, la forza della sublimazione (cioè il trasformare un istinto sessuale aggressivo in uno docile) porti a questo genere di repressioni.
    Dal punto di vista psicologico, il femminicidio accade perchè l’omicida è consapevole che trovare un nuovo partner costa tanta fatica. In un certo senso si sente impotente, questa impotenza lo frustra e ammazza perchè considera la donna oggetto di sua proprietà. Tutto questo rientra nella visione della società patriarcale. Andando indietro nei secoli e nei millenni, quando c’era il matriarcato, non avvenivano queste cose. Non c’era nemmeno il gay, il pedofilo, la monogamia, la poligamia. Nasce tutto quindi con l’istaurazione dell’epoca delle “proprietà”. Nell’articolo allegato si chiariscono meglio le dinamiche dell’amore moderno…che finisce sempre male.
    http://criticacronica.wordpress.com/2011/12/07/lamor-romantico-idealizzato-lamor-cerebrale/

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  4. @ Istinto
    Grazie per i complimenti e per l’approfondimento sulla psicologia, un argomento su cui devo ammettere le mie conoscenze sono piuttosto scarse.
    Noto anch’io questo costante inveire contro le “troie” su Facebook, soprattutto da parte delle ragazze, ma anche dei maschi, e in effetti è un argomento da indagare con attenzione. Forse in futuro proverò a scriverci qualcosa, chiedendo a queste ragazze quale sia il loro punto di vista (cosa rende una ragazza una “troia”? perché sono da “combattere”?).

  5. Io nell’amore romantico ci credo con buona pace di Fromm e nonostante le sofferenze che può portare se lo vivi in un certo modo, no non credo che sia solo schiavitù sono convinto che si possa essere liberi/e in esso (è segno di fragilità l’amore? Forse ma noi siamo anche fragili, abbiamo bisogno l’uno degli altri non c’è niente di male nell’ammetterlo). E’ vero se finisce porta sofferenze, ma la vita è fatta anche di questo. Dobbiamo imparare ad amare e anche soffrire per amore in maniera sana..chi compie femminicidio è perchè non sa amare..l’amore vero rispetta la libertà la libertà dell’altro di lasciarci, si sta male ma non si uccide la persona che ci amava solo perchè non ci ama più. Amarsi significa sostenere l’altro come lui/lei sostiene noi, vuol dire fiducia reciproca quindi tenere a bada la gelosia
    Io credo nell’amore, per quanto sia difficile si può amare qualcuno anche tutta la vita, ricomponendo litigi e conflitti, la costruzione di un amore non è semplice ma qualcuno ci riesce. Io vedo i miei amici che hanno storie d’amore e nessuno è schiavo. L’amore e il romanticismo esistono e non portano per forza il male..dipende da come vengono vissuti.
    Comunque non denigro chi non crede nel romanticismo. Rispetto per tutti

  6. Brave, bisogna ricordare che le donne sono una razza superiore e che gli uomini sono una massa di imbecilli che ragiona con l’uccello e capaci solo a stuprare e scureggiare

  7. @ Claudio. Ho approvato il tuo commento solo perché spero che possa essere il principio di una discussione basata sul reciproco ascolto, ma ho l’impressione che tu abbia mancato completamente il punto di quanto affermavo nel post.
    Ti invito quindi a rileggerlo, in particolare nella seconda parte.

    Io non ho mai affermato cose neanche lontanamente vicine al contenuto del tuo commento.

  8. Avete mai anche solamente e lontanamente pensato che quello che voi ci vendete come il paradiso per la natura maschile, di cui non compredete assolutamente nulla, quello da voi descritto è un inferno, mentre voi sareste finalmente libere di fare quello che cavolo vi pare ? E no, non è una societa giusta quella dove potete fare quello che vi pare, ignorando la natura dell’altro. Potete illudervi che i ruoli sono un imposizione della società, ma della natura. Gli uomini si ribellano non per una concezione culturale sbagliata, ma perché state forzando le cose, e alla fine non otterete quello che vorrete, ma lo spauracchio che tanto paventate.

    • @ Davide, non capisco perché definisci un “inferno” una società basata sull’uguaglianza e sulla libertà di definire il proprio essere.

      Non ho mai parlato di “fare quello che ci pare” né di “ignorare la natura dell’altro” (a proposito, cosa intendi dire con questo?).

      I ruoli SONO un’imposizione della società. Lo dimostra il fatto che in altre culture le comunità e le società umane si siano sviluppate in maniera differente. Oltretutto, come possiamo comprendere il ruolo che spetta alla natura umana se prima non decostruiamo i costrutti sociali che si sono stratificati su di essa? Non è la natura umana a stabilire che la gonna è un indumento “femminile”, né che il colore rosa vada associato con la femminilità, così come non è la natura umana a imporre condizionamenti sessuofobici alle ragazze, spingendole a vergognarsi del proprio desiderio sessuale e a non avere coscienza del proprio corpo. Sono la società e la cultura.

      Quindi io affermo che, sì, ci troviamo in presenza di una concezione culturale, un paradigma, sbagliato. E non capisco come il voler costruire una società che valorizzi il diritto di autodeterminazione dell’individuo possa essere una forzatura da combattere.

      E quale sarebbe lo spauracchio che paventiamo?

      • il fatto è che anche il concetto stesso di natura umana è anche cultura, gli esseri umani, maschi e femmine, sono un intreccio inestricabile di natura e cultura..separarle con l’accetta (ma pure col
        bisturi) non ha senso

  9. Il femminismo, secondo me, ha raggiunto gran parte dei suoi obbiettivi. Come residuo del cosiddetto “patriarcato” rimangono questi stereotipi di genere che danneggiano tanto la donna quanto l’uomo, quindi non vedo perché andare avanti col femminismo al rischio di ribaltare il problema iniziale e diffondere l’idea di un maschio inferiore per natura. Non so voi, ma io vedo da anni sui media uno stereotipo di maschio stupido, ingenuo, sbadato, infantile, testardo e ridicolo, rapportato a una donna comprensiva, intelligente, organizzata, attraente, fantasiosa, ironica…

    • Perché rimane moltissimo lavoro da fare proprio per decostruire l’idea che le caratteristiche stereotipicamente attribuite a un genere siano, appunto, connaturate ad esso.
      Quanto ai media, vedo anch’io gli stereotipi che hai descritto, e li trovo odiosi.
      Ma non penso che ci troviamo in una fase storica in cui il femminismo ha esaurito il suo compito, perché la parità di genere non è ancora stata raggiunta, la violenza di genere è ancora endemica, e molte conquiste vanno difese, come il diritto all’aborto, seriamente incrinato dall’obiezione di coscienza che raggiunge picchi del 90% in alcune regioni.
      Per tacere delle questioni aperte nei campi d’intersezione fra femminismo e diritti LGBT, come quelle relative alla transessualità e al suo riconoscimento, o agli intrecci fra sessismo e razzismo che colpiscono le donne straniere.

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