Patriarcato e identità maschile

Il mio post precedente voleva fornire una prospettiva generale sul patriarcato, le ragioni per cui esso trae forza dal binarismo di genere e le conseguenze di questo sull’identità maschile, dal momento che avevo dedicato uno spazio molto ampio a considerazioni ai condizionamenti inflitti alle bambine e al ruolo femminile in questo sistema di potere. Il femminismo non è mai stato contro gli uomini. In un sistema basato sull’oppressione, anche gli oppressori finiscono per essere oppressi dal sistema. 

Sto scrivendo questi post perché so che la consapevolezza da parte di ragazzi e uomini di questi meccanismi è la reale chiave del cambiamento: finché queste tematiche saranno relegate a “questione femminile”, finché non si creerà una nuova sensibilità nei confronti del problema, che coinvolga tutti, uomini e donne, non ci potrà essere nessuna reale soluzione.

Fin da una giovane età, ai ragazzi vengono messe camicie di forza emozionali sartoriate da un ristretto codice di comportamento che definisce falsamente la mascolinità. Nel contesto di “smetti di piangere”, “ferma quelle emozioni”, e “non fare la checca”, definiamo cosa significa “Sii un Uomo!”. Aderire a questo “codice del ragazzo” lascia molti uomini dissociati dai loro sentimenti ed impossibilitati ad accedere, nominare, condividere o accettare molte delle loro emozioni. Quando gli uomini non comprendono le loro stesse emozioni diventa impossibile comprendere i sentimenti di un’altra persona. Questo crea un “disordine da deficit di empatia” che è fondamentale per l’epidemia americana di bullismo, abusi durante gli appuntamenti e violenza di genere. Ai ragazzi viene insegnato ad essere tosti, indipendenti e ad evitare ad ogni costo qualunque cosa considerata femminile per paura di essere associati con le donne. Questo porta molti uomini a rinunciare alla comune umanità con le donne in modo da sentire una disconnessione emozionale con loro. Le donne diventano spesso oggetti, usati per validare l’insicurezza mascolina o per soddisfare bisogni fisici. Quando la validazione e la soddisfazione finiscono, o [il maschio] viene riempito di rabbia, controllo o alcohol, la violenza di genere è spesso il risultato. Joe Ehrmann, da “Men can stop rape”.

Coloro che sono “programmati” dalla cultura patriarcale per essere oppressi vengono educati a rinunciare alle loro emozioni, perché devono mantenere il controllo e non sentirsi solidali ed empatici con le donne. Sacrificare le emozioni deve servire, quindi, a rafforzare le differenze, a creare distanza e barriere che impediscano il riconoscimento reciproco come individui, come eguali: è lo stesso principio su cui si basano le segregazioni dei neri durante l’apartheid e la ghettizzazione degli ebrei, con l’uso della stella di Davide per qualificarli immediatamente come diversi.

Il sessismo si aspetta di rinforzare il binarismo di genere. Esso chiama una donna “mascolina” per essersi tagliata i capelli corti, per lavorare con le macchine e per fare sport. Esso dice ad un ragazzo di “comportarsi da uomo” perché gli piace cucinare. Usa ogni insulto che implica la femminilità per degradare un uomo che non vive secondo le aspettative della società che gli indicano come debba essere: “una puttanella”, “una femminuccia”, “non lasciare la vagina in mezzo alla porta mentre esci.” Tutto ciò è la nozione che esplicita il fatto che la cosa più brutta del mondo è l’essere donna. E’ il modo in cui vengono trattate in tribunale le battaglie per la custodia. E’ il presupposto che la donna avrà l’affidamento, perché le donne sono badanti e gli uomini vanno a lavorare. Perché ogni donna che mette la carriera davanti alla famiglia è senza cuore, e ogni uomo che mette la famiglia davanti alla carriera è uno sconfitto. Alisse Desrosiers, da “This Is What Sexism Looks Like”.

Tutto ciò che comporta femminilità è svilente per un uomo, secondo la mentalità comune  impregnata di patriarcato. Questa è la ragione per cui una grande preoccupazione dei genitori è che se il loro figlio maschio manifesta interessi considerati femminili, allora potrebbe effeminarsi e “diventare gay”. La virilità è un valore sociale, una fonte di prestigio, e le madri si sentono in dovere di tutelarla, di preservare i loro figli dalla femminilità. Finché l’educazione procederà in questa direzione, sarà impossibile che la società possa uscire dalle gabbie su cui è costruita. Finché l’educazione procederà in questa direzione, l’omosessualità maschile sarà sempre vista con disgusto, e gli omosessuali saranno aggrediti e picchiati perché portano la colpa di “tradire” l’idea di virilità con la loro stessa esistenza. Su di loro graverà sempre uno stigma, perché “si rifiutano” di essere i Maschi che la società vuole che siano.

Ora, non fraintendetemi. Questo non significa che il femminismo abbia come ideale l’uomo omosessuale o la femminilizzazione del maschio. Come femminista, credo semplicemente nella necessità di un mondo dove nessuno porti delle camicie di forza emotive, dove la società non imponga dei valori-modelli di comportamento che si trasformano in macigni sulla schiena di ognuno e che comportano l’esclusione di chi non li rispetta. Credo in un mondo dove ognuno possa essere libero di autodeterminarsi, di decidere chi vuole essere senza costrizioni esterne. Credo in un mondo dove le possibilità non siano “maschio” e “femmina”, ma siano tante quante le persone.

 

 

5 pensieri su “Patriarcato e identità maschile

  1. Forse pecco di eccessivo ottimismo, io vedo tanti uomini che cucinano e non sono affatto “femminilizzati” ci sono pure uomini che sono per certi aspetti molto”femminili” pur restando eterosessuali e lo stesso discorso per le ragazze. Che poi anche nellomosessualità ci sono molti modi di essere (tra le lesbiche ad esepio ci sono quelle più “mascoline” e quelle “femminili”) Anche le lacrime maschili mi sembrano sdoganate di fatto (che poi la sensibilità e la fragilità ha tanti volti, non è che si deve piangere per forza per essere sensibili, anche l’uomo più rude può avere un lato fragile). Poi se uno ha una concezione per così dire antiquata della mascolinità mi sento di dire che è un problema suo e di chi gli sta intorno. Ma io credo che anche restando all’interno del maschio e della femmina vi siano tante pluralità e tanti modi di essere
    Poi io credo che ogni identità di genere, ogni orientamento sessuale da quelli più “diffusi” a quelli “minoritari” siano legittimi e con la stessa dignità,e nessuno di questi sia a priori più o meno libero di un altro.

  2. quanto all’omosessualità maschile, secondo me ci sarà sempre chi proverà disgusto ma l’importante è far capire che il loro personale disgusto non da’ il diritto di aggredire chi si scambia affetto.

  3. L’obiettivo di questo post non era parlare della realtà, che è sempre e fortunatamente poliedrica, ricca di sfaccettature ed in continua evoluzione, ma osservare e teorizzare (un’ambizione piuttosto elevata e che forse non ho realizzato) le conseguenze di un modello, quello della cultura patriarcale, che alimenta pregiudizi ancora presenti nella mentalità comune. I pregiudizi sono refrattari al cambiamento, e molti uomini si sono fatti un’idea sbagliata delle “nuove” battaglie del femminismo, perciò speravo che parlare degli effetti della mentalità della cultura patriarcale su di loro servisse a creare un punto di contatto per il dialogo e a chiarire un po’ le cose.

    Naturalmente, io non sto proponendo un modello “feminism approved” di uomo in contrapposizione a quello patriarcale, né intendo dire che si è “più liberi” se si piange piuttosto che se si tiene il dolore dentro. Non c’è un modo giusto di comportarsi.
    Non ci può essere libertà senza consapevolezza. Io rivendico la libertà da ogni costrizione esterna (forse non sono ottimista quanto te, ma basta parlare con qualche diciassettenne per rendersi conto di quanto gli stereotipi tipicamente patriarcali sulla virilità impregnino ancora la nostra cultura, portando a bollare come gay chiunque si rifiuti di seguirli). Credo che l’ultimo paragrafo sintetizzi bene il mio pensiero su questo.

    • ci si tiene il dolore dentro o a volte per carattere non si piange facilmente (e non vale solo per gli uomini). Secondo me il fatto stesso di vivere in società e di non poter prescindere dall’incontro-scontro con gli altri con il loro sguardo e a volte con i loro pregiudizi frusta già la nostra “libertà individuale”) eppure per costruire questa libertà, per costruire noi stessi e capire chi siamo e chi vogliamo essere (anche facendo errori) abbiamo bisogno di vivere in società. Poi ovviamente si cerca di renderla più “aperta” la società ma non è semplice, mai lo è stato, mai lo sarà

  4. Certo, costruire una società più aperta non è semplice, ma è un obiettivo, secondo me, così alto ed importante che vale la pena combattere per realizzarlo. Perché un conto è una società in cui i pregiudizi sono degli individui, un conto la società in cui i pregiudizi sono la norma che viene insegnata e ripetuta da ogni mezzo di comunicazione. Tanto più che l’Italia, che ha di recente perso altre posizioni nel Global Gender Gap, ha BISOGNO di iniziare questo cammino per via delle gravi problematiche sociali presenti nel nostro Paese (intolleranza verso gli stranieri, aggressioni omofobe, femminicidi…).

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