Storia, arte, letteratura: la voce delle donne per comprendere il mondo

Il cervello degli uomini è la modalità A, principale, e quello delle donne la modalità B, alternativa. Per via di questa concezione, un residuo antiquato che considera ancora le donne inferiori all’uomo, in numerosi ambiti culturali l’opera maschile si considera come il paradigma normale, mentre quella femminile come un ambito separato, a sé stante e non confrontabile con il primo: è il caso della letteratura, ma accade anche con l’arte.

Questo crea come conseguenza che l’esperienza femminile nella cultura sia ridotta ad un ruolo marginale, citata di sfuggita nei libri di storia qualora ci sia un nome di spicco, o riassunta in corti paragrafi sulla condizione femminile in un determinato periodo. La storia è scritta dai vincitori, e poiché la cultura europea è sempre stata patriarcale, la storia ha sempre avuto un punto di vista solo maschile. Edward Carr, nel suo saggio What is History?, tradotto da noi con il titolo Sei lezioni sulla storia, spiega come la storia sia costruita da interpretazioni, e queste interpretazioni riflettano, più o meno consapevolmente, la concezione a cui l’individuo che le formula aderisce. Occorre essere consapevoli di questo e non considerare la storia come un insieme di nozioni immutabili ed oggettive, come può esserlo la chimica o la matematica.

Ogni ricostruzione storica è necessariamente parziale, in quanto dipende dalle fonti disponibili, dalla scelta dello storico all’interno di queste fonti e da altri parametri, ma una storia che non tenga conto della prospettiva femminile risulta gravemente amputata: non è un caso che le femministe abbiano voluto riportare alla luce i nomi delle pensatrici, poetesse, filosofe, artiste del passato: io mi sento incompleta come donna senza un riflesso storico in cui specchiarmi, senza poter scorgere la parte della cultura e della civiltà fatta dalle donne perché rimasta sotto la superficie della storia. Ora, non è che io con questo voglia sminuire le grandissime personalità maschili che sono emerse nella storia, né sostenere una sorta di “pari opportunità” nelle antologie, nei libri di storia dell’arte e di storia.

Quello che chiedo è che alle donne del passato sia data la possibilità di fare sentire la loro voce al pari degli uomini; non perché sia necessario dedicare uno spazio alla “letteratura femminile”, alla “pittura femminile” o alla “filosofia femminile”, ma perché la letteratura, la storia e la filosofia non devono avere sesso, e perché cancellando la prospettiva femminile si asseconda l’idea che il ruolo delle donne sia stato irrilevante.

Se non ricostruiamo il ruolo e la condizione delle donne nei vari periodi storici, non potremo comprendere come la cultura patriarcale si sia sviluppata, a partire dalla necessità di controllare il corpo femminile per garantire la legittimità della successione ereditaria e quindi la trasmissione del patrimonio dal capofamiglia ai suoi figli, fino ad arrivare alla forma strisciante che assume oggi, un residuo impigliato nella mentalità comune che si stende sulla corsa delle donne come una rete, imprigionandole in una gabbia di pregiudizi e stereotipi e tarpando loro le ali.

Molti ragazzi e molte ragazze della mia età, 17 anni, ignorano le dure battaglie e la precarietà di diritti come quello di voto e divorzio. Pensano che siano stati concessi naturalmente, perché si era capito che era giusto farlo, perché i tempi erano maturi per farlo, e lo stesso pensano dell’abolizione della schiavitù o della segregazione razziale negli Stati Uniti.

La mancanza della voce di scrittrici, artiste, filosofe nei libri scolastici è un vuoto insopportabile, per chi riesce a rendersi conto che lì “manca qualcosa”, ma per la maggior parte degli studenti è normale che l’unica donna citata in due anni di filosofia, dall’antica Grecia al ‘600, sia Diotima, un personaggio letterario creato da Platone, e non una filosofa. Ipazia, chi era costei?. Questa mancanza è presente anche a livelli istituzionali, come dimostra l’assenza del femminismo fra gli eventi salienti del Novecento e l’aver citato una sola scrittrice, Elsa Morante. Che genere di concorso?, si sono domandate al laboratorio Sguardi sulle Differenze.

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