Il futuro in declino: la scuola in Italia

La situazione della scuola pubblica in Italia è desolante, ed è l’emblema della scarsa priorità che ha per la politica il futuro: se già ragionare in termini di anni, come ad esempio nel pianificare un evento come l’Expo di Milano 2015, è difficile (almeno due anni sono stati sprecati in assurde polemiche su questioni come la sede del comitato responsabile dell’organizzazione dell’evento), ragionare in termini di generazioni è pressoché impossibile. Questa assenza di lungimiranza è la causa principale del declino del nostro Stato, che si ritrova soffocato da una serie di problemi strutturali che non sono mai stati affrontati in decenni (eccesso di burocrazia, lentezza della giustizia, evasione fiscale diffusa, ecc) e incalzato da una crisi il cui impatto su un’economia relativamente debole si è fatto sentire.

La scuola è vista come un costo, non come l’incubatrice della risorsa più importante che il nostro Stato possiede, ovvero i “cervelli”, che Beppe Severgnini ha definito “il nostro petrolio”, e questo è purtroppo testimoniato dai continui tagli dei fondi ad essa destinati. Fra il 2007 e il 2010, riporta Sergio Rizzo su Sette del Corriere della Sera (10/05/2013) la riduzione degli investimenti pubblici nel settore dell’istruzione è stata del 12,8%, ovvero 9 miliardi e 748 milioni di euro (9.748.000.000 €) in meno.  La spesa pubblica per ciascuno studente ammontava nel 2008 a 6726,8 euro, nel 2010 è scesa a 6233,4 euro; in Francia, nel 2008 era di 70001,5 euro, mentre nel 2010 è salita a 7337,4 euro, mentre in Germania ammontava a 7023,9 euro nel 2008 e a 7299 euro nel 2010.

Ancora, la percentuale della spesa pubblica investita nell’istruzione è un misero 9%, rispetto ad una media Ocse – Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che si occupa di confrontare le esperienze politiche,della risoluzione dei problemi comuni, dell’identificazione di pratiche commerciali e del coordinamento delle politiche locali ed internazionali dei paesi membri – del 13%, che corrisponde al 31esimo posto su 34. Il totale della spesa nell’istruzione, contando quindi anche gli investimenti privati, calcolato come percentuale del PIL, è il 4,9%, a fronte di una media Ocse del 6,2%.

Questi dati poco incoraggianti mostrano in modo chiaro che la scuola non è una priorità. Con quali conseguenze? Gli adulti italiani con bassa scolarizzazione, secondo uno studio di Confartigianato, sono il 44,8% del totale (in Germania sono 14,2%), ma neanche fra i giovani ci sono poi così tanti laureati: il 15% circa, contro una media europea del 25%. E la situazione, da questo punto di vista, non sembra destinata a migliorare, perché solo il 47% dei ragazzi e ragazze che si diplomano si iscrive all’università, mentre quattro anni fa era il 51%. Fra la crisi e l’insistente propaganda sull’inutilità di una laurea e l’importanza di trovare un lavoro, ormai meno della metà di coloro che prendono un diploma intende proseguire la propria istruzione – generando un impoverimento generalizzato di cultura.

I dati forniscono un quadro generale piuttosto complesso. Se si volesse intervenire con lo scopo di migliorare la situazione, da che parte si potrebbe cominciare? Io credo che bisogni ricominciare dal ruolo degli insegnanti. Una professione che gode di una scarsissima considerazione sociale, le cui problematiche sono spesso sottovalutate (gli insegnanti sono fra le categorie professionali a più alto rischio di esaurimento, o sindrome da burn-out,  depressione e altre malattie psichiche, a causa del forte stress a cui sono sottoposti) e di cui nessuno si prende cura. Bisognerebbe riportare indietro le lancette dell’orologio a prima della riforma Gelmini, con i suoi disastrosi tagli senza criterio, che hanno portato ad un aumento del numero di alunni per classe, peggiorando la qualità dell’insegnamento – che è fondato sulla relazione fra gli studenti e l’insegnante – e aumentando considerevolmente lo stress per gli insegnanti.

Che altro? Aspetto i vostri interventi. Intanto segnalo questo articolo: Se la scuola italiana non è al livello degli standard europei: una prof racconta.

 

Gli italiani finiranno a raccogliere pomodori in Bangladesh perchè hanno creduto ad una serie infinita di stronzate (con la cultura si mangia eccome, parte II)

Elenatorresani

angry

Se tutto va bene, i nostri figli saranno più ignoranti di noi, che già ci difendiamo alla grande.
Se tutto va bene, i nostri figli diventeranno braccia e forza lavoro per raccogliere pomodori in Bangladesh. E se in Bangladesh i pomodori non crescono, speriamo ci sia altro da raccogliere, altrimenti sono fottuti.

Ecco i luoghi comuni con i quali i politici e la maestranze ci hanno rincoglionito, ed ecco i dati che li smentiscono. Sono tutte falsità che sapevamo essere falsità, ma i dati fanno impressione. Leggeteli, perché la conoscenza è l’unica via di salvezza che abbiamo.

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Come ripagare il lavoro creativo

Io non ho intenzione (almeno per parecchio tempo ancora, poi chissà: se Il Ragno dovesse continuare ad espandersi nei prossimi anni, c’è sempre tempo per cambiare idea) di usare il mio blog per guadagnare qualcosa, ma è comunque importante ricordare che vale la pena spendere qualche euro per ripagare il lavoro che i blogger svolgono, un impegno spesso sottovalutato. Perciò, riposto quest’articolo e vi invito a rifletterci.

Plutonia Publications

dignity at work

Primo Maggio. Festa del lavoro.
Da qualche anno m’impunto nello spendere due parole per quel che concerne il lavoro applicato ai settori di cui tratta questo blog: scrittura, comunicazione, blogging (etc etc). No, putroppo nessuna delle attività appena citate è quella che mi procura i soldi necessari per vivere dignitosamente.
Il problema, in fondo, è tutto in questa ammissione. Conosco pochissime persone che in Italia riescono a campare occupandosi di scrittura, dove con questo termine includo derivati vari (narrativa, saggistica, ma anche blogging, web copywriting etc). L’unica alternativa, a quanto pare, è quella di continuare a occuparsi di queste attività come se fossero passioni. Ossia: in modo meno professionale del dovuto.

Qualche mese fa io e altri colleghi blogger abbiamo sollevato la questione dell’opportunità del bloggare a pagamento*. Le risposte sono state moltissime, ma oltre il 50% di esse erano negative. Alcune anche insultanti. Siamo stati chiamati accattoni e…

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Tema: Dubbi e paure degli scienziati

Oggi, proseguendo la serie di trascrizioni dei temi svolti nel corso di quest’anno scolastico, voglio postare un tema-saggio breve, di ambito scientifico-tecnologico, dal titolo “Dubbi e paure degli scienziati”. I documenti proposti per lo svolgimento della traccia comprendevano una riflessione tratta dal saggio Il secolo breve dello storico Eric Hosbawm, una testimonianza di Enrico Fermi riguardo all’entusiasmo, al puro desiderio di conoscenza che lo muoveva nel corso degli esperimenti che avrebbero portato alla costruzione della bomba atomica, un intervento di Rita Levi Montalcini sulla necessità di difendersi dai movimenti oscurantisti e antiscientisti, e un brano riguardo alle implicazioni del processo fatto a Galileo Galilei.

Io ho preso in considerazione solo i brani di Hosbawm e della Montalcini, perché includere anche gli altri avrebbe comportato la necessità di espandere ulteriormente il testo. Comunque, gli spunti di riflessioni offerti da questa traccia sono molteplici, e le possibilità di svilupparla in direzioni anche molto diverse fra loro restano aperte – il che è esattamente ciò che si auspica in un tema del genere.

Ecco il mio svolgimento:

Nel corso del ‘900, il rapido e amplissimo progresso nella conoscenza scientifica ha cambiato radicalmente la vita delle persone e il volto della società, introducendo tecnologie e strumenti utilizzabili dalla maggioranza della popolazione. I settori in cui i progressi sono stati più radicali ed evidenti sono la produzione industriale, le comunicazioni e i trasporti e la medicina, ma trasformazioni importanti sono avvenute anche in ambito bellico e agricolo, e nuove frontiere si sono aperte all’umanità, come l’esplorazione dello spazio.

All’espandersi della conoscenza corrisponde necessariamente una sua specializzazione e settorializzazione, il che comporta la formazione di un’élite che detiene i saperi alla base di quelle tecnologie e quegli strumenti che sono entrati nella nostra vita. Pur trattandosi di conoscenze aperte, cioè accessibili a tutti coloro che vogliano apprenderle attraverso lo studio, la loro comprensione per la maggior parte della popolazione non può che essere superficiale, perché passa dai mezzi di comunicazione di massa, che devono sintetizzarle e semplificarle per i non esperti.

Per queste ragioni, di fronte al progresso vi sono sempre stati oppositori reazionari, dai luddisti che nell’800 distruggevano i macchinari a vapore ai dimostranti che al giorno d’oggi devastano le colture sperimentali geneticamente modificate. Il reazionarismo, spiega Eric Hosbawm nel saggio Il secolo breve, è un tratto costante nella storia del ‘900: “Il progresso è avvenuto sullo sfondo di un bagliore di sospetti e paure, che di quando in quando si è acceso in vampate di odio e di rifiuto della ragione e di tutti i suoi prodotti”.

L’opposizione al progresso scientifico, nata dalla paura e dall’ignoranza, è rafforzata dalla complessità della società in cui viviamo, i cui meccanismi sono diventati così complessi ed estesi da sfuggire alla comprensione ed al controllo dei singoli individui. Questo genera l’impressione di essere parte di un sistema oppressivo e manipolatorio le cui fila sono tenute da entità oscure e potenti, di cui i governi non sono altro che burattini e che usano la tecnologia per controllarci. Ma la mentalità antiscientista e la paura irrazionale della scienza non sfociano solo nel complottismo, che rappresenta una deriva estrema di un fenomeno capillarmente diffuso: la disinformazione. Il movimento animalista, facendo leva sull’emotività e diffondendo informazioni false e mistificate, ha diffuso la convinzione che la sperimentazione animale consista solo ed esclusivamente nella vivisezione e venga praticata per l’interesse delle grandi case farmaceutiche, pur essendo inutile in confronto ai metodi alternativi. Il risultato di quest’opera di disinformazione è impressionante: un sondaggio del 2010 mostra che il 38% dei cittadini americani si dichiara contrario alla sperimentazione animale, mentre nel 2006 solo il 22% dava questa risposta. In Italia, un sondaggio indica l’86% della popolazione come contrario alla SA.

Tali convinzioni hanno serie conseguenze: l’articolo 14, più noto come legge Brambilla, sostenuto dagli animalisti, proponeva di vietare l’allevamento di animali da laboratorio e imponeva l’obbligo di anestesia prima di qualsiasi trattamento su animali. L’approvazione di un simile articolo di legge avrebbe significato la fine della ricerca scientifica nel nostro Paese. Rita Levi Montalcini, scienziata premio Nobel per la Medicina, in un suo discorso affermò: “Ho speso tutta la mia vita per la libertà della scienza e non posso accettare che vengano messi dei chiavistelli al cervello. […] Oggi più che mai bisogna affermare il principio che gli scienziati hanno il diritto di partecipare alle decisioni politiche piuttosto che essere vittime di movimenti oscurantisti ed antiscientisti”.

Per combattere il rifiuto della scienza, sostiene la Montalcini, è necessario che scienziati e ricercatori intervengano nel dibattito pubblico, divulgando le loro conoscenze e ribadendo il valore della conoscenza come mezzo insostituibile per la libertà. Ciò che la comunità scientifica deve temere è l’ignoranza, che ha il potere di mettere a repentaglio le conquiste ottenute faticosamente fino ad ora: non bisogna dare per acquisito di vivere in una società dove il valore della conoscenza è riconosciuto.

In the Age of Information, Ignorance is a Choice

Tema: da Galileo alla Rivoluzione Industriale

Questo post rappresenta la trascrizione di un tema di tipologia C, o tema storiografico, la cui traccia era la seguente:

La maturazione di fenomeni storici di lunga durata riposa spesso su precondizioni antropologico-culturali molto profonde. Il caso della rivoluzione industriale è uno di questi; in particolare la cultura della rivoluzione scientifica del ‘600, sia nella versione baconiana del dominio dell’uomo sulla natura, sia in quella galileiana-newtoniana della matematizzazione della natura, rappresentano tessuto vivo di questo sfondo di precondizioni antropologico-culturali, le quali per molti aspetti alludono e rendono pensabile il fenomeno dell’industrializzazione del secolo successivo.Approfondisci ed articola questa affermazione, esibendo criticamente le conoscenze specifiche già acquisite su tale argomento, facendo emergere una riflessione che punti a fornire una considerazione sugli effetti di lungo periodo provocati dalla rivoluzione industriale e dalle logiche capitalistiche sul sistema-mondo, anche contemplando la condizione del nostro presente storico.

Sembra complesso, ma non lo è: l’importante è soffermarsi con attenzione su ogni richiesta della traccia e non trascurare nessun aspetto di quanto richiesto; in questo caso, le richieste erano: 1. il dominio sulla natura di Bacone, 2. la matematizzazione della natura di Galileo e Newton, 3. come questo ha creato il clima culturale in cui è nata la rivoluzione industriale 4. gli effetti della rivoluzione industriale 5. il capitalismo al giorno d’oggi, nella società globale. è importante quindi cogliere i collegamenti e ordinarli in una visione complessiva. Non dovrei dirlo, ma ho preso 10 in questo tema e ne sono molto felice :). Di seguito lo svolgimento.

Per comprendere le grandi trasformazioni che cambiano il volto di intere società e civiltà in modo radicale, aprendo prospettive inimmaginate anche solo pochi decenni prima, occorre analizzare non solo il substrato di condizioni sociali, politiche, economiche e delle innovazioni tecnologiche, ma anche le mentalità, i paradigmi di pensiero, le idee che attraversano la società, la guidano e permettono di concretizzare le possibilità offerte da quel substrato.

Le idee plasmano la visione del mondo di una società.

La società europea del Medioevo era pervasa dall’idea di Dio come architetto del cosmo, che aveva stabilito un ordine immutabile e perfetto sia nella natura che nella società, e che interveniva per attuare questo ordine attraverso la divina Provvidenza. Questa visione  condizionava l’esistenza degli uomini dell’epoca, dai contadini, ai governanti, ai letterati, ai filosofi, e non possiamo prescindere da essa, se vogliamo comprendere le ragioni delle decisioni politiche, interpretare le opere letterarie o analizzare la vita quotidiana dell’epoca.

Questo paradigma fu scosso nelle fondamenta dalle scoperte della Rivoluzione scientifica, ma la Rivoluzione stessa non sarebbe potuta avvenire se nei secoli precedenti non si fosse sviluppata una mentalità più laica e attenta al valore e alle potenzialità dell’individuo e della sua ragione. L’opera di Galileo Galilei rappresenta uno snodo fondamentale nella formazione del paradigma culturale della Rivoluzione scientifica, in quanto egli elabora il metodo scientifico, basato sull’osservazione, la formulazione di ipotesi, la verifica sperimentale e l’elaborazione di una legge matematica che spieghi il fenomeno nei suoi aspetti misurabili, quantitativi. Galileo, inoltre, distinse l’ambito di competenza della religione da quello della scienza e criticò il principio d’autorità, rivendicano l’autonomia della ricerca.

La sua opera fu proseguita dall’inglese Isaac Newton, che sistematizzò le elaborazioni di Galileo e le osservazioni di Tycho Brahe e Johannes Keplero in un’unica teoria, quella della gravitazione universale, in grado di spiegare con cause uniche una pluralità di fenomeni, e formulò in modo rigoroso i principi del metodo scientifico.

Parallelamente all’attività di Galilei, Francesco Bacone elaborò l’idea del dominio del’uomo sulla natura attraverso la conoscenza scientifica e le conseguenti innovazioni tecnologiche, sottolineando come la superiorità tecnologica fosse il fattore che aveva permesso agli Europei di sottomettere gli altri popoli. Queste idee, insieme al concetto elaborato dai pensatori illuministi del progresso come fonte di benessere e scopo da perseguire per la società, costituirono i presupposti che, innestandosi su un substrato di condizioni favorevoli, permisero la nascita della prima Rivoluzione industriale nell’Inghilterra di fine ‘700.

La Rivoluzione industriale trasformò profondamente la società dell’epoca: se dapprima l’economia si basava in prevalenza sulla produzione artigianale, i cui ricavi erano immediatamente investiti in nuova materia prima e in cui il lavoratore era proprietario del proprio lavoro e dei mezzi di produzione, all’interno del modello della fabbrica il lavoratore era subordinato al macchinario, che apparteneva al padrone, all’imprenditore. Il fine di questo modello produttivo non è il prodotto, ma il profitto, che si realizza nella trasformazione della materia prima in oggetto attraverso lo sfruttamento della manodopera salariata, secondo la teoria elaborata dal filosofo Karl Marx.

Le conseguenze sulla società di allora furono molteplici: si formò una nuova classe sociale, il proletariato, composto dai lavoratori sottopagati, che vivevano in condizioni di povertà e malnutrizione, con un’aspettativa di vita molto bassa; le città si ingrandirono per ospitare gli emigrati dalle campagne, che si raccolsero in quartieri malsani e sovrappopolati; l’uso del carbone come forza motrice primaria per i macchinari e i mezzi di trasporto diede inizio ai fenomeni di inquinamento del suolo, dell’acqua e dell’atmosfera che al giorno d’oggi rappresentano uno dei problemi più gravi che la nostra società si trova a dover affrontare.

Il capitalismo si è imposto come sistema economico dominante a livello mondiale nel corso del Novecento, con il crollo del suo principale oppositore, il modello socialista/comunista. Se in Europa e negli Stati Uniti le sue tendenze allo sfruttamento sono state ridimensionate attraverso le leggi ottenute in seguito a lunghe e dure battaglie sindacali, nel resto del mondo le condizioni dei lavoratori non sono molto diverse da quelle dei proletari ottocenteschi: sfruttamento della manodopera minorile, turni di 12-16 ore al giorno, nessuna tutela, ambienti di lavoro sovraffollati e pericolosi, stipendi insufficienti alla sopravvivenza.

Il benessere ottenuto nella nostra società deriva semplicemente dall’aver trasferito altrove la sofferenza: il modello basato sul perseguire il profitto non ha alcuna considerazione per l’individuo, che è solo un ingranaggio del sistema, perfettamente sostituibile, né per l’ambiente, visto solo come una risorsa da sfruttare.

La produzione, affinché ci sia profitto, deve crescere sempre di più, e al contempo i costi di produzione devono essere ridotti il più possibile. Questo sistema fondato sulla competizione e sorretto dall’avidità non può che rivelarsi fallimentare, dato che per guadagnare occorre vendere i prodotti a un prezzo elevato e pagare il meno possibile chi li produce: se i prodotti restano invenduti, si ha una stagnazione e il sistema smette di funzionare.

La situazione di crisi economica che l’Occidente sta attraversando mostra con chiarezza che il sistema è arrivato ad un punto di rottura e che occorre ripensare globalmente la struttura della nostra economia, tornando alle radici del termine: oìkos, casa. Abbiamo gli strumenti e le possibilità per costruire un modello di sviluppo il cui scopo sia il benessere degli individui, che non può prescindere dal rispetto dei diritti fondamentali, e che tenga conto della nostra appartenenza al complesso insieme di rapporti di interdipendenza della natura. Per farlo, è necessario quindi creare un nuovo paradigma di pensiero che possa indirizzare la società verso una nuova rivoluzione, quella di una civiltà rispettosa, responsabile ed eco-sostenibile.

Ogni società costruita dall’uomo è stata ed è fondata sull’oppressione, dalla schiavitù nelle società dell’antichità, al patriarcato, al colonialismo capitalista, alla segregazione razziale. La vera sfida del Terzo Millennio è realizzare un modello di convivenza realmente libero e inclusivo, in cui il valore di ogni individuo sia rispettato e le differenze valorizzate.