L’identità maschile nella cultura patriarcale

Scrivo questo post, prendendo spunto da un articolo scritto da Wu Ming 1 su Lipperatura di Loredana Lipperini, per aprire una discussione sul tema di come l’identità maschile si percepisce all’interno della cultura patriarcale, di quali condizionamenti siano all’opera su di essa, e di come gli uomini possano decostruirli e trovare un proprio spazio di autonomia ed autodeterminazione. Non ho la pretesa di esaurire l’argomento, e neppure quella di dare spiegazioni. Il mio scopo vuole essere quello di delineare i punti di partenza per una riflessione che spero sia arricchita da numerosi interventi: per questo raccoglierò qui varie considerazioni su diversi aspetti del crescere e vivere come uomini in questo tipo di società, cercando di fare un confronto con cosa significa e comporta per una donna viverci.

Essere un uomo in una società che affonda le sue radici in una cultura patriarcale comporta, innanzitutto, l’essere circondati da privilegi che appaiono come la norma, al punto che spesso per gli uomini risulta difficile rendersi conto che quei privilegi sono permessi da discriminazioni nei confronti di altri. Altri che restano invisibili. Un po’ come se sotto la strada spianata per l’uomo eterosessuale fossero sepolte le donne, gli omosessuali e gli immigrati che sono stati messi da parte per costruire quella strada. Per un uomo è molto più difficile che per una donna rendersi conto del sessismo che permea la nostra società; per un uomo è anche molto più difficile ribellarsi al ruolo che la società predispone per lui, poiché questo ruolo solitamente non implica un conflitto tra l’identità personale (individuo) e l’identità di genere (donna-uomo), e quindi per la maggioranza degli uomini non si presenta mai la necessità, l’urgenza di ribellarsi. Mi spiego meglio: i ruoli verso cui la società spinge le donne sono molto restrittivi nei confronti dell’individualità, molto limitanti, poiché ad una bambina-ragazza-donna è richiesto di corrispondere alle aspettative che tutti si sentono in diritto di avere nei suoi confronti. Ogni “deviazione” dal sentiero delle aspettative è punita con uno stigma sociale.

Per un uomo, dicevo, questo non avviene. Gli uomini sono educati a percepirsi come soggetti, quindi non sentono mai, o molto raramente, su di sé lo sguardo giudicante e oggettificante cui molte donne sono sottoposte ogni giorno. I ragazzi che osservano le compagne, classificandole a seconda dell’attrattiva sessuale; gli uomini che fischiano per le strade alle donne che camminano e suonano loro il clacson, trattandole come pezzi di carne in esposizione per loro; le ragazze che sussurrano bisbiglii di disapprovazione nei confronti di altre ragazze, perché quei leggings fanno sembrare grasse le cosce, perché gli è apparso un brufolo sul naso, perché guarda com’è sciatta, perché quel maglione è veramente orribile. Queste malignità si riconducono tutte ad una radice comune: le donne sono osservate e si osservano sempre secondo il parametro della bellezza, che diventa una sorta di “condizione necessaria” per poter esistere,  un valore, un merito, qualcosa che in positivo o in negativo condiziona la vita di ognuna di noi.

L’identità degli uomini si costruisce in buona parte per opposizione a quella delle donne, si “staglia” e si fa forte sopra la debolezza, la civetteria, la dolcezza del femminile. L’identità femminile, in modo complementare, si costruisce in buona parte su questi atteggiamenti, che vengono inculcati alle bambine da quando vengono al mondo e che acquistano senso nella relazione con l’uomo, poiché non ne hanno uno autonomo.  (Adrianaaaa su Lipperatura)

I condizionamenti inculcati ai bambini sono quindi speculari a quelli che subiscono le bambine. E a fare da contraltare all’opposizione di cui parla Adrianaaa c’è l’idea che i due sessi, invece che essere uguali nella diversità, siano complementari. Ora, anche un angolo di 89° e un angolo di 1° grado sono complementari, la complementarità può voler dire tutto e niente se non accompagnata da basi strutturali forti come quella di equità, che nasce dall’essere prima individui unici e irripetibili e solo in secondo luogo uomini e donne.

Prima ho parlato del fatto che gli uomini si percepiscono come soggetti, anziché assorbire la prospettiva giudicante e oggettivante di uno sguardo esterno sempre puntato su di loro: questo deriva proprio dal fatto che le bambine sono educate a comportarsi in un certo modo per essere lodate, ammirate, apprezzate. Il potere di decidere se sei giusto o sei sbagliato, che questo modello educativo conferisce agli uomini (e alle donne che diventano “vicarie” del loro sguardo) crea in modo “automatico” una gerarchia di potere, un potere di cui i ragazzi si servono in modo involontario, senza neppure accorgersi di stare esercitando una forma di “dominio”.

Per queste ed altre ragioni, un uomo nella società di oggi dispone di più potere rispetto ad una donna, in generale. Questa disparità di forza, anche se non esercitata direttamente, comporta un vantaggio per ogni uomo. Ecco perché la condizione della donna nella nostra società è un problema sociale che riguarda tutti, e che non può essere risolto solo dalle donne: ecco perché le nostre analisi, il nostro impegno, non bastano più.

Sempre su Lipperatura un commentatore, Luca, spiega la questione con una semplicità illuminante:

La questione della colpa collettiva è difficile, spinosa. Dolorosa.
Tuttavia, non può essere derubricata con un’alzata di spalle. Con un “io non c’entro, io non stupro, io non abuso.”
Un sudafricano bianco liberale e di larghe vedute non poteva chiamarsi fuori dall’apartheid e dal regime con uno sbrigativo “io non discrimino, non torturo, non uccido.” Il contesto lo interrogava per via diretta, sempre, molto aldilà dei pur importanti comportamenti personali. Perché quel contesto forniva circostanze, opportunità, vantaggi, che comunque eccedevano la semplice sfera personale per avere ricadute e ripercussioni sull’intero corpo sociale.
Un sudafricano bianco liberale e di larghe vedute in ogni caso si giovava di una quota di privilegio derivata direttamente da un abuso, da uno stupro, da un omicidio.
I tedeschi, settant’anni dopo, sono ancora lì che ci ragionano sopra.
Un motivo dovrà pur esserci. (Luca)

Sono convinta perciò che sia necessario che gli uomini si facciano domande, cerchino di capire come possono contribuire a cambiare le cose, come potrebbe essere ridefinito il loro ruolo nella società per evitare appunto di ricorrere a quelle “quote di privilegio”, come si può favorire un’educazione alla parità e al rispetto (magari a partire dagli stereotipi relativi al concetto di virilità). Il femminismo è un movimento inclusivo, non segregante: è un movimento che parte dalla riflessione interiore del singolo individuo per arrivare ad un’analisi della società all’interno della quale l’individuo agisce e pensa, e dalla quale comunque è condizionato (perché nessun uomo è un’isola). Ora vorrei che fossero gli uomini a raccogliere il testimone e interrogarsi sulle tematiche che ho cercato di portare alla luce in questo post, e su tutto ciò che riguarda “il loro posto” in questa società.

45 pensieri su “L’identità maschile nella cultura patriarcale

  1. credo che per essere liberi non sia necessario rinunciare alla virilità..che peraltro può essere vissuta in tanti modi.
    Ad una ragazza capita di essere giudicata male pure se è tropo elegante o si trucca eccetera.
    Credo poi che ormai pure le ragazze come è giusto che sia guardano i loro coetanei..la dimensione estetica non si può eliminare dalla nostra vita…tutti noi vogliamo piacerci e piacere (e tutti uomini e donne chi più chi meno badiamo al nostro aspetto), ogni epoca ha i suoi canoni maschili e femminili e ogni persona ha i suoi gusti estetici su di sè e sugli altri..non c’è nulla di male, ma dobbiamo imparare a non umiliare il prossimo solo perchè non è esteticamente gradevole ai nostri occhi

    • Non ho detto che bisognerebbe rinunciare alla virilità, secondo me però quest’idea andrebbe ripensata: siamo sicuri di voler restare fermi al modello di virilità machista, in cui le emozioni sono represse e la forza si esprime nel torreggiare sugli altri?
      Quali alternative si possono costruire? Come si può ripensare il paradigma in cui siamo immersi?

      Io non sto parlando di eliminare la dimensione estetica (ormai dovresti saperlo🙂 ), ma di evitare che sia usata come un’arma per escludere gli altri, per fare del bullismo su di loro, e in generale come ho scritto evitare che la bellezza diventi una “condizione necessaria” per esistere, per non essere relegati in un angolo.

      • sarò ottimista ma credo che la mascolinità (e anche la femminilità), la forza, siano nella nostra società più variegate di quanto si creda, c’è la virilità di cui parli ma c’è anche altro.

  2. Quel modello non è minoritario. La sua diffusione è capillare. Basta osservare, ad esempio, i volti e le storie degli autori di femminicidi su http://www.inquantodonna.it/argomenti/uomini, parlare con una normale classe di diciassettenni, aprire una pagina di Facebook.
    Persone muoiono e soffrono per via di quel modello e delle sue conseguenze sociali, e non credo che si possa negare la correlazione. Poi possiamo essere ottimisti e pensare che le cose cambieranno, ma come possono cambiare senza la presa di coscienza e l’impegno attivo di tutti noi?

    • veramente noi non conosciamo le singole storie di quelle persone e i volti sinceramente non mi dicono nulla.su ciò che hanno fatto. Sulla virilità mi sono già espresso…per me le cose sono un po’ più complesse ma non mi so spiegare meglio

      • Quei volti e quelle storie ci dicono che gli assassini sono persone “comuni”, provenienti da tutta Italia, appartenenti a ceti diversi, residenti in piccoli paesini di provincia e in grandi città, ecc: ci mostrano la pervasività di un modello culturale nocivo.
        Un modello su cui vale la pena interrogarsi, no?

      • a me dicono che in ogni ceto e in ogni parte d’Italia ci sono uomini di ogni età che compiono quelle azioni ma ce ne sono molti altri che non ammazzano la compagna se vengono lasciat, nè la maltrattano

    • Non dovremmo essere felici della normalità, di solito significa che l’anomalia ha raggiunto proporzioni inquietanti…
      D’altronde, pensare che basti non appartenere al gruppo di coloro che non uccidono, maltrattano o stuprano per ignorare il problema è un’illusione.
      Ormai credo che abbiamo tutti gli strumenti per comprendere come diversi problemi si influenzano fra loro per creare un paradigma culturale strutturalmente ostile alle donne: quel paradigma è la nostra società, e in una certa misura ne siamo permeati tutti. Sappiamo come la deumanizzazione e l’oggettivazione della donna siano concausa e legittimazione della violenza, ad esempio. Quello di cui si sente la mancanza è la sensibilità, la consapevolezza e l’impegno degli uomini. Senza, non è possibile neppure incrinare questo paradigma culturale.
      Una voce che grida non è nulla senza nessuno che l’ascolti.

      Tu sei ottimista, ma io un po’ meno, perché mi sento oppressa dall’indifferenza della collettività – e senza la collettività nessun cambiamento concreto è possibile.

  3. non capisco questa presa di posizione contro la virilità, oltre al fatto che cosi come dovrebbero essere le donne a decidere i modelli per loro, dovrebbero essere gli uomini a decidere il loro modello.

    • Sì, dovrebbero essere gli uomini a decidere il loro modello. Ho scritto questo post proprio per invitare ad una riflessione – anche critica – sui modelli esistenti, e su come essi hanno delle ripercussioni sull’intera società. Penso che un’analisi del genere possa essere più efficace se parte dalla prospettiva globale.

      Io non sono “contro” la virilità a prescindere. Mi sono limitata ad osservare che certi stereotipi relativi alla sfera della virilità (perché dobbiamo dare per scontato che la virilità possa essere solo come ce la mostrano gli stereotipi? Quali modelli alternativi esistono? Quali aspetti positivi ha l’idea socialmente costruita?) hanno delle conseguenze negative. Quindi, secondo la mia opinione individuale, bisognerebbe domandarsi se è davvero corretto il modello imperante proposto dalla società, viste le sue conseguenze.

      Perciò, Paolo e Alessio, qual è la vostra idea di virilità? E più in generale, come percepite la vostra situazione di uomini in una società che oggettivamente favorisce gli uomini?

      • Ma essendo io una persone giovane senza lavoro e che abito al sud , non mi sento certo un privilegiato,vuoi sapere quale sia la mia idea di virilità? te la dico ma non so se ti piacerà, intanto è un uomo muscolo o comunque bello, che piace alla donna le sa conquistare e se ne lascia una(o viene lasciato) dopo poco tempo riesce a trovarne un altra , sa portarsi una donna a letto al primo appuntamento, e benestante(ma non necessariamente Ricco) riesce a convincere le donne con cui va a letto a soddisfare ogni sua fantasia erotica, be più o meno questo spero che per i tuoi gusti non sia un idea troppo maschilista.

      • qual è la mia idea di virilità? Di sicuro è un uomo che quando è a letto con una donna non pensa solo a soddisfare se stesso ma anche lei, è un uomo che sa essere romantico senza essere mieloso, dotato di sensibilità ma non piagnone, forte, mediamente sicuro di sè senza essere prepotente. Devo dire però che tutte queste caratteristiche potrebbe averle anche una donna.
        Se viene lasciato, capisce sempre se c’è possibilità di tornare assieme e quando è il caso di lasciar stare..ma anche queste caratteristiche potrebbe averle anche una donna..insomma io credo che le idee di virilità e femminilità siano tante quante sono gli uomini e le donne e nessuna di queste, più o meno diffusa, è di per sè più autentica di un’altra.

      • Non so se hai presente il James Bond di Daniel Craig o Jamie Foxx di Django Unchained..ecco, secondo me loro sono uomini virili , e al tempo stesso penso che pure una donna possa avere tutte o in parte le loro doti caratteriali..(del resto le eroine toste, forti, credibili e “vere” non mancano)..insomma virilità e femminilità sono cose complesse e non sempre separabili con l’accetta…vedi J.D. di Scrubs (una delle mie sit-com preferite)…anche il Batman di Nolan, dr House e il dottor Cox (sempre Scrubs) sono a loro modo esempi di personaggi maschili che mi piacciono anche coi loro difetti e fragilità anzi proprio per quelle…la fragilità se la sai affrontare non rende un uomo meno uomo (vedi anche l’ultimo film di Bond) ma si può dire lo stesso anche per le donne che per essere forti non devono per forza negare la fragilità: forza non è non cadere mai ma trovare la forza di rialzarsi dopo ogni caduta..insomma i confini tra virilità e femminilità sono sempre meno netti (n,,ci sarebbero un sacco di cose da dire ma mi fermo qua

      • Non so se hai presente il James Bond di Daniel Craig o Jamie Foxx di Django Unchained..ecco, secondo me loro sono uomini virili , e al tempo stesso penso che pure una donna possa avere tutte o in parte le loro doti caratteriali.” Potrei aggiungere pure il caro vecchio ispettore Callaghan ..vabbè mi fermo qua..perchè da appassionato di cinema e serie tv potrei andare avanti per ore a citare personaggi

      • @ Paolo: un personaggio che per me rappresenta un grande modello di virilità è il capitano Malcolm Reynolds della serie Firefly (e del film Serenity).

  4. E che spazio hanno i sentimenti nella vita di quest’uomo-modello? La sensibilità? L’empatia? Il rispetto? L’emotività? (non sono domande polemiche; è solo che senza questi aspetti non posso farmi un’idea completa).
    E nei confronti degli altri uomini come si pone? Come vive i conflitti con le altre persone?

    • i sentimenti fanno parte di questo uomo-modello , be e ovvio che ne deve essere una persone rispettosa ,specialmente con la propria partner,sul emotività be deve avere molto auto-controllo,sensibile al punto giusto cioè ne troppo ne troppo poco,be con gli altri uomini si relazione o in modo neutro o comunque come amici, sul conflitto con le altre persone bisogna sempre vedere a che livello di conflitto, ma cerca di dialogare come prima cosa ma sa farsi rispettare se deve.

  5. @ Paolo.
    Infatti. Ci sono idee di virilità/femminilità che sono individuali, soggettive, e stereotipi connessi alla virilità/femminilità che sono prodotti dalla società.
    Per me è importante cercare di guardare dentro sé stessi e capire quale parte della nostra visione abbiamo acquisito dall’esterno e quale invece è intimamente nostra. Il che non vuol dire che ciò che viene dall’esterno è sempre sbagliato, ma che occorre vagliarlo criticamente e capire se vogliamo tenerlo con noi oppure no.

    Per esempio: la depilazione per le donne è una pratica che deriva dai costumi della nostra società (in altre società, le donne non lo fanno). Ciò non significa che depilarsi sia sbagliato o giusto. Può essere “sbagliato” se lo viviamo come un’imposizione quando vorremmo non farlo ma ci sentiamo in qualche modo “obbligate” dal giudizio altrui.
    Può essere “giusto” se ci fa sentire bene, se lo facciamo sì per essere apprezzate, ma al contempo stiamo bene con noi stesse nel farlo.

    [Parziale off-topic, lo so, ma volevo fare un esempio relativo a una questione di cui si dibatte ancora oggi]

    • ma pure gli uomini si depilano lrmai..io mi faccio la barba, mi tolgo i peli in mezzo alle sopracciglia perchè voglio farlo..se sono influenzato culturalmente la cosa non mi pesa..noi tutti siamo un mix di natura e cultura ma questo non ci rende incapaci di decidere per noi stessi anche esteticamente. Tutti vogliamo piacerci e piacere..per me depilarsi non è di per sè una cosa meno libera o autentica che non depilarsi..poi dipende dalle persone

      • Infatti mi pareva di averlo detto: depilarsi è una cosa neutra in sé, né giusta né sbagliata. Una persona può viverla come una cosa giusta per sé, un’altra come una cosa sbagliata per sé.
        Riconoscere l’origine “esterna” di una cosa non significa darle un giudizio di valore. Quindi direi che siamo d’accordo🙂

        Le influenze esterne non ci impediscono di decidere, ovviamente. Forse le nostre decisioni possono non essere pienamente consapevoli se ci limitiamo ad assorbirle passivamente, senza mai metterle in discussione (penso a quelle persone, ad esempio, che vanno a messa ogni domenica, senza magari sentire veramente la fede, ma solo perché è quello che hanno sempre fatto, sin da bambini). Ma di certo sono decisioni * nostre * e siamo noi ad esserne responsabili.

        Sul commento di prima, non ho presenti tutti i riferimenti cinematografici e televisivi che citi (non ho visto né Django Unchained né i film di Batman), ma capisco quello che intendi dire. La fragilità è un aspetto della vita con cui è difficile venire a patti, forse la vera essenza degli esseri umani…e forza e fragilità sono due opposti inscindibili.

      • Volentieri ^^
        La mia idea di femminilità è di una ragazza, una donna risoluta, intelligente, sicura di sé, e allo stesso tempo empatica e comprensiva. Una donna che sa essere forte e razionale, ma allo stesso tempo non ha represso la propria emotività e vive le sue emozioni con intensità, anche se questo può renderla vulnerabile agli occhi degli altri. Razionalità ed emotività in armonia fra loro, ecco.
        è una donna a cui piace sentirsi bella ed essere desiderata, che ama il piacere, ma ha un grande rispetto di sé e della propria libertà. Vive i sentimenti profondamente e detesta la superficialità.
        Se ne frega delle aspettative e dei giudizi della gente, tranne che delle persone di cui ha stima.

        Spero che renda l’idea🙂

      • Sa mantenere amicizie sincere e profonde sia con uomini che con donne di cui ha stima e con cui condivide interessi, in varia misura, anche se è piuttosto selettiva nei confronti delle persone a cui accordare fiducia. Questo perché credo che avere molte amicizie ma superficiali, con persone con cui devi indossare una maschera per timore di non essere accettato, sia una cosa inutile e triste.

        Sa stare bene con sé stessa, ecco. Per questo coltiva le sue amicizie con cura.

        Come ho detto, vive i sentimenti profondamente, perciò mette tutta sé stessa in un rapporto, sia d’amicizia che d’amore, accettando di esporsi a delusioni e dolore.

      • Be’, la donna-modello che ho in mente crede nell’importanza della condivisione e del dialogo: lei e il suo partner parlano dei loro bisogni, desideri e fantasie in modo aperto e sapendo di poter contare sulla comprensione e il sostegno l’uno dell’altra.
        I limiti li pone sulla base del proprio istinto: se l’idea di fare una certa cosa la fa star male, la disgusta, la mette a disagio, la fa sentire umiliata, si rifiuterà di farla – spiegandolo al partner, e ovviamente lasciando a lui il pieno diritto di fare lo stesso.

        Al di là della sfera sessuale, in una relazione non si aspetta di vivere in simbiosi con il partner, ma gli lascia i suoi spazi e si tiene i propri. Non fa di lui il centro della sua vita, ma dà importanza anche agli altri legami, amici, familiari, ecc. Non pretende l’esclusiva attenzione del partner quando è in gruppo con amici comuni, né si aspetta una considerazione speciale per il fatto di essere “la ragazza di…”.

      • Non saprei davvero, è un modello ideale che ho costruito mettendo insieme qualità che ammiro e per opposizione a ciò che vedo intorno a me, non credo di aver ancora conosciuto un personaggio che rappresenti appieno questo mio ideale di donna.

      • Non mi piace per niente l’idea che una ragazza “femminile” debba essere paziente, tranquilla e remissiva, perché “l’aggressività è una cosa da maschi/i maschi sono più ribelli”, né l’idea che il destino, scopo o vocazione che dir si voglia di una donna debba essere il sacrificarsi per gli altri, mettendo sempre sé stessa al secondo posto.
        Mi arrabbio quando sento dire che le donne sono “naturalmente” portate per la cura degli altri e quando sento dire che l’essere madre è ciò che rende una donna completa.
        Insomma, davvero la femminilità deve esprimersi nel seguire un cammino fatto dalle aspettative altrui per tutta la vita? Bambina tranquilla, studentessa diligente, brava ragazza e madre perfetta?

        Non mi piace, inoltre, il modello di mascolinità del vincente, sempre in competizione con tutti e con sé stesso, incapace di accettare una sconfitta, che considera le emozioni come un’inutile debolezza e tratta gli altri come strumenti per arrivare al traguardo dettato dalla sua ambizione o come ostacoli. Quello per cui le donne sono trofei, come le tacche sul fucile di un soldato.
        Quello che fa lo spaccone con i suoi amici e che si sente il migliore di tutti, un dio-del-sesso anche se non sa dare piacere ad una donna (perché per lui la sessualità, come il resto del mondo, ha centro solo su di sé, perché lui è l’Uomo Perfetto).

    • “Quello per cui le donne sono trofei, come le tacche sul fucile di un soldato.” ladymismagius quando dici questo ti riferisci a uomini che cambiano spesso compagnia oppure quelli che magari hanno una fidanzata molto bella e magari vogliono farla vedere agli altri uomini “per vantarsi”?

      • Mi riferisco a quelli da “una botta e via”, che in sé non è una cosa che disapprovo, ma trovo squallido che certi uomini abbiano come obiettivo il farsi il maggior numero di donne possibile, non perché ci sia qualche coinvolgimento emotivo o attrazione fisica, ma per una sorta di “gara” con gli amici.
        Un mio compagno ha ideato una graduatoria di punteggio basata sull’età delle ragazze con cui riesce a limonare in discoteca. Lo trovo un po’ squallido, ecco.

    • ladymismagius be su questo concordo , io penso che ho uno faccia “una botta e via” facendolo anche capire alla donna, oppure si metta in una relazione e finché dura dura,poi non capisco questo tuo compagno , capirei prendere in considerazione riuscire a limonare con le ragazze più belle ma quelle più giovani in alcuni casi più giovani sono più facili è.Ti avevo fatto la domanda precedentemente perché per me se uno si vanta di essersi fidanzato o essere riuscito ad andare a letto con una ragazza molto bella non e un comportamento maschilista l’importante è non spezzarle il cuore , come dice una frase presa da Facebook “non giocare con il cuore di una donna gioca con le sue tette”(ok ammetto che questa frase non e proprio romantica ma almeno il messaggio non è cattivo)

      • Il vantarsi in sé non è un comportamento maschilista, è comprensibile orgoglio, poi dipende ovviamente dai termini con cui lo si fa. Una cosa che non sopporto sono quelli che prima ci provano con una ragazza e sono tutti tronfi di sé per la loro conquista, e il giorno dopo sparlano di lei dandole della troia perché ha “ceduto” così facilmente. Irritante.

        E per te, ritornando al discorso generale, ci sono modelli di mascolinità e femminilità che non ti piacciono, o ti sembrano sbagliati?

    • ladymismagius, be come modello femminile non sopporto,le donne arroganti,presuntuose,che si credono superiore agli altri/e che pensano che il mondo abbia come perno loro,e a cui non si può dare fiducia, per ciò che riguarda gli uomini(anche a me da fastidio che una donna venga chiamata Troia, solo perché ha una vita sessuale libera,lo capirei solo come insulto se tradisce il proprio uomo o cose cosi ,)be non sopporto il tipico spaccone , quelli che si intromette sempre ,che da fastidio ad altri,se la prende con i più deboli ecc… (a un altra cosa quando gli uomini usano termini come “porcona” per riferirsi ad una donna non è un insulto come troia, ma vogliono dire che quella donna ha letto è molto brava.)

      • Anch’io non sopporto le persone arroganti.
        L’arroganza purtroppo sembra essere considerata un pregio, o almeno un segno di forza, nella nostra società così incentrata sulla competizione ossessiva.

      • La questione è complicata, in effetti. La mia “linea-guida” è che una scelta per essere veramente libera deve essere fatta con consapevolezza, escludendo (per quanto possibile) i condizionamenti provenienti dall’esterno: in questo caso, per quanto io individualmente possa non approvare una scelta, la rispetto e lotterò perché le persone siano libere di compierla nelle migliori condizioni possibili.

        Se mai un giorno dovessi essere madre, non vorrei che mia figlia o mio figlio crescessero avendo come modelli le showgirl e le pornostar, ecco. Vorrei che si sentissero incoraggiati dalla società a dare valore alla cultura, all’intelligenza, all’onestà e non solo alla bellezza (specie se per valore della bellezza si intende il suo uso come merce di scambio!).
        Nonostante questo, non disapprovo in sé le pornostar e le showgirl: il punto è che se si accende la televisione sembra che una donna possa essere solo questo (o una casalinga). La rappresentazione nei media non è un semplice specchio della realtà, ma contribuisce a plasmarla, e per questo per me è importante che le donne, le ragazze e soprattutto le bambine possano vedere aperta ogni strada per sé, e non solo quella del corpo. Perché non voglio che pensino che sarà il corpo ciò dovranno usare per farsi strada nel mondo.

    • ladymismagius essendo che parli di figli e sesso , una domanda se avessi un figlio maschio , quanto è nella eta della pubertà gli parlerai del sesso? se si come lo consiglierai? e cosa gli dirai del rapporto con le donne? sono curioso a chiedertelo non solo perché se una donna ma sopratutto perché sei una femminista.

      • Credo che se avessi un figlio maschio, fin da piccolo cercherei di insegnargli ad essere empatico nei confronti delle altre persone, adulti e bambini, e a non imporre la propria volontà sugli altri con prepotenza.
        Penso che a 12-13 anni, ma anche prima se ne sentissi la necessità o se me lo chiedesse, potrei iniziare il “discorso sul sesso”, ponendo l’accento sull’importanza di capire e rispettare i desideri del/della partner, del dialogo e della condivisione, oltre che ovviamente sulla contraccezione (perché è una responsabilità di entrambi) e le malattie sessualmente trasmissibili.
        Vorrei riuscire a insegnargli che non è l’arroganza né l’imporsi sugli altri a fare di una persona un vincente, un leader o una persona popolare e rispettata dagli altri, in tutti i campi.
        A 16-17 anni, se ne sentisse il bisogno, vorrei parlargli più approfonditamente dell’argomento, anche raccontandogli le mie esperienze, per cercare di spiegare, almeno in parte, come le donne vivono la sessualità.

        Penso che basti “gettare i semi” del rispetto di sé e degli altri, dell’ascolto reciproco e dell’empatia per permettergli di costruire relazioni che lo arricchiscano e facciano sentire bene, senza al contempo causare disagio nelle persone con cui si relazionerà.

  6. ladymismagius saresti una brava mamma, comunque correggimi se sbaglio ma mi sembri una persona come dire molto dolce che tiene molto hai sentimenti, e da come capisco una cosa che ti da molto fastidio nei modelli patriarcali sono la mancanza di sentimenti? il fatto che gli uomini non devono piangere giusto? be però su questo ti vorrei dire che ci sono delle eccezioni essendo prendi John Rambo nel film Rambo 2 , si vede lui che piange dopo che hanno ucciso la guida vietnamita di cui lui si stava innamorando, e in alcuni film d’azione non è raro vedere i protagonisti che piangono perché un loro amico viene ucciso, e pure io ammetto che ci sono certe scene di film che mi vanno piangere(non parlo di quelli rmantici quelli a me non piacciono)

    • Grazie del complimento, Alessio🙂 mi ha fatto sorridere e commuovere un po’ quando l’ho letto.

      Quello che non accetto della cultura patriarcale (e che non accetterei in nessun altro paradigma culturale) è che dica alle persone come devono essere. Ho passato anni della mia adolescenza, fino a non molto tempo, fa, a sentirmi sbagliata e diversa dagli altri perché non riuscivo ad adeguarmi alle “norme sociali” non scritte che determinano chi è accettato e chi è escluso. Penso che il mio femminismo derivi molto da questo fatto.
      E hai ragione: l’obbligo di negare, reprimere i propri sentimenti che comporta l’aderire ai ruoli che la società si aspetta è la parte peggiore di tutto questo. Mi sembra che il patriarcato crei uomini e donne mutilati, che sono stati educati a soffocare una parte di sé.

      Sono felice che ci siano eccezioni, e grazie per la segnalazione. (Anche se non ho mai visto un film della serie di Rambo, in effetti)

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