Libertà sessuale e slut-shaming parte 2

Mi ritrovo a parlare nuovamente in difesa della libertà sessuale delle ragazze dopo essermi imbattuta in un altro post della solita nota pagina Facebook e nell’ormai noto marasma di commenti insultanti e pieni di disprezzo. Ne scrivo perché mi preme far notare come si esplichi concretamente il sessismo fra ragazze e ragazzi ventenni e trentenni, una generazione che dovrebbe essere cresciuta imparando a rispettare la diversità, con un’idea di parità e di libertà ormai acquisite… le centinaia di commenti che questa pagina e altre analoghe ricevono dimostrano che il maschilismo non è un residuo del passato sostenuto solo da una sparuta minoranza di persone dalla mentalità arretrata, ma un insieme di condizionamenti interiorizzati anche dai giovani adulti, tenacemente radicati e mai seriamente messi in discussione.

Il mio post precedente sull’argomento aveva un intento analitico, mi premeva evidenziare gli schemi mentali e i pregiudizi alla base del non-riconoscimento del diritto delle ragazze ad avere una sessualità attiva, ed eventualmente promiscua, da parte dei commentatori.  La maggior parte di queste “motivazioni” non sono razionali, sono semplicemente state acquisite come parte della morale di queste persone e mai messe in discussione, nemmeno superficialmente. Sesso libero? Sei una cagna. Punto. In questo ho ripreso le osservazioni del precedente, integrandole con altre suggeritemi dai commenti.

Quello che mi lascia sgomenta è il fatto che queste persone non abbiamo l’apertura mentale per accettare che altri si comportino in un modo che loro non condividono. Non capiscono nemmeno che si possa difendere il diritto di altre persone a tenere un certo comportamento senza essere parte di quel gruppo di persone, il che è sintomatico di un’ottusità e una chiusura mentale ai massimi livelli.  Un po’ come quelli che non capiscono come si possano difendere i diritti delle persone omosessuali pur essendo etero. Forse per questa gente tutti gli attivisti del WWF sono panda?

Il post in questione stavolta è questo:

Leggendo i commenti ricorrenti in questa pagina mi è parso di capire che ci sia un fraintendimento generale sull’associazione tra figa-dimensione-corridoio e troiaggine.
Esempio dimostrativo (un po’ estremo, forse banalizzato, ma adatto a capire il punto):
DONNA A: fidanzata e fedele, scopa mediamente 3 volte a settimana. Risultato: 1 uomo, 156 scopate l’anno. 
DONNA B: single predisposta alla promiscuità, sta mediamente con 5 persone diverse al mese, scopate una volta e mai più riviste. Risultato: 60 uomini/donne e 60 scopate l’anno.
QUESITO: chi delle due è più sfondata?

Da una donna di tipo B.

Non condivido pienamente i contenuti di questa riflessione: alimentare contrapposizioni non è una logica che apprezzo. Non noto nemmeno una presa di distanza dagli stessi pregiudizi che si cerca di combattere. In ogni caso non voglio soffermarmi sui dettagli del post, quanto piuttosto sulle reazioni dei 343 commenti che ha ricevuto.

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Avere una sessualità libera non significa mancare di rispetto a sé stesse, come potrebbe? Ho notato che per molte ragazze questo comportamento è pressoché equivalente alla prostituzione e degrada irrimediabilmente una donna. Lo trovo assurdo. Scegliere di andare a letto con un ragazzo perché se ne è attratte, liberamente, per divertirsi, non significa farsi usare.  Un’altra cosa significativa – e irritante – di questo commento è il modo in cui condanna solo le ragazze, malvage succubi tentatrici, e non gli uomini, i quali per accettare un’offerta di sesso senza impegno devono avere per forza dei “problemi a casa” o dei “problemi personali”, perché quale altra ragione potrebbe spingere un uomo a degradarsi e umiliarsi tanto da andare con una di queste donne indegne e abiette?

La promiscuità sessuale non manca di rispetto a/danneggia nessuno (premettendo che si parli di due partner single, non scendo nel discorso dei tradimenti perché ogni caso è da valutare a sé), mentre insultare e gettare uno stigma su chi la pratica decisamente sì. Non è una cosa che si può semplicemente ignorare: essere etichettate come “puttana” è l’equivalente moderno della lettera scarlatta del romanzo di Nathaniel Hawthorne. Secondo alcuni commenti, se una ragazza vuole “comportarsi da puttana” deve essere pronta ad accettare che quella sarà l’immagine che tutti avranno di lei, che tutto quello che dirà e farà sarà filtrato attraverso quell’etichetta. Ci sono ragazze che si sono tolte la vita per il peso degli atti di bullismo legati alla loro reputazione, ma anche senza soffermarci su questi casi estremi, è un peso orribilmente grave che potrebbe essere risparmiato se la nostra società accettasse la promiscuità sessuale e la libertà sessuale delle donne come scelte normali e legittime.

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Molti commenti sostengono che le donne che hanno una sessualità promiscua sarebbero piene di malattie sessualmente trasmissibili, e per questo così “sporche” e disgustose che nessun uomo con un minimo di stima di sé vorrebbe avere rapporti, o perfino contatti, con loro. Ovviamente le malattie veneree si contraggono attraverso rapporti non protetti e si possono evitare utilizzando il preservativo, ma a quanto sembra secondo certi commentatori queste ragazze hanno così poco rispetto di sé stesse da non utilizzarlo. Tra i numerosi commenti di questo genere ne ho scelto uno in cui è presente un’affermazione orribile e gravissima: l’autrice sostiene infatti che le ragazze, probabilmente sentendosi usate o per “giustificare” il fatto che lui dopo il sesso non sia più interessato a loro (di solito chi cerca storie da una notte si aspetta che dopo il sesso ognuno vada per la sua strada ed è quello che vuole, ma tant’è) si inventino stupri. Inqualificabile.

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è ben radicata anche l’idea che le persone che non hanno relazioni stabili e serie, sia perché non vogliono impegnarsi e preferiscono divertirsi spensieratamente, sia perché non hanno trovato la persona giusta, sia perché hanno concluso da poco una relazione e non si sentono pronte a viverne un’altra, siano persone senza valori. La promiscuità sessuale non esclude l’etica. Se analizziamo a quali valori si riferiscono le persone che sostengono questa tesi, alla radice notiamo una concezione cattolica del sesso come un dono di sé da fare solo alla persona che si ama, perché altrimenti il donarsi diventa svendersi, una cosa avvilente e priva di significato. La nostra società è ancora fortemente impregnata dalla morale cattolica, ed emanciparsene completamente è difficile: in molti permane un substrato di idee che condiziona profondamente la loro visione del mondo e soprattutto la loro etica.

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C’è poi un commento che è stato per me un pugno nello stomaco. “Ragazze che si trattano come oggetti”. Vivere la sessualità in modo attivo è l’opposto dell’oggettivazione dell’immagine femminile praticata dai media: i media ci mostrano corpi senza desiderio e senza soggettività, feticci del piacere maschile, mentre una ragazza che vive la propria sessualità in modo attivo si sta ponendo come persona, corpo e mente, dotata di soggettività e desiderio, che ricerca il piacere sia per sé che per il partner. Una sessualità che non posso fare a meno di immaginare come leggera, divertita, gioiosa e spensierata. E la rivendicazione della parità, naturalmente, passa anche dall’ottenere il diritto di esprimersi sessualmente in ogni modo, non sono in quelli convenzionalmente accettati come “normalità”, senza essere per questo giudicate e stigmatizzate. Parità sarà quando nessuna ragazza, nessuna donna sarà più chiamata “troia” per una minigonna o per averci provato con un ragazzo in discoteca e la sua moralità non sarà più valutata in base al numero di partner sessuali che ha avuto.

Concludo con una galleria di insulti vari, giusto per far capire quanto retrograda e irrispettosa sia la mentalità di certa gente.

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Femminicidi: un’idea di normalità che uccide

L’Indice dei Libri del Mese – Femminicidi: un’idea di normalità che uccide. Consiglio caldamente la lettura di quest’articolo, uno dei più stimolanti e approfonditi che abbia mai letto (con tra l’altro una lista di libri che mi riprometto di leggere e di scrivere nel blog in futuro). In particolare, riporto quest’illuminante citazione:

Tutto, in questo particolare tipo di violenza [la violenza maschile sulle donne, ndr], assolutamente tutto ruota intorno alla libertà sessuale delle donne, molto spesso vista – ancora oggi e ancora nel mondo occidentale – come un comportamento “deviante” (anche se, almeno in certi contesti, ciò non viene detto apertamente, il che è ancora più grave, per via di una sorta di “pudore imposto” dal politicamente corretto, dalla paura di apparire primitivi, dalle leggi, dalla convenienza quando ci si trova magari in tribunale, non certo per l’effettiva elaborazione di un pensiero). Tutto ruota intorno all’idea, inaccettabile per determinati uomini, che la sessualità delle donne sia un aspetto su cui le donne stesse non possano e non debbano avere il controllo.

Mi è capitato, coincidenza, di avere occasione di osservare come l’idea della libertà sessuale delle donne non sia ancora accettata nemmeno fra ragazzi e ragazze, a riprova del fatto che una vera rivoluzione sessuale, ma non solo, che porti ad accettare pienamente la libertà di ogni individuo di fare le sue scelte nell’ambito di comportamenti, stili di vita e modi di essere, senza essere vittima di discriminazione, emarginazione o derisione per questo, è ancora da compiersi. I nemici da combattere sono il moralismo e l’ipocrisia: il che non significa auspicare una società in cui non esistano valori, ma una società in cui nessuno si senta in diritto di imporre il proprio sistema di valori agli altri, ma si senta tenuto a rispettarne la libertà di scelta e di autodeterminazione.

Quando noi femministe parliamo di matrice culturale dei femminicidi e di cultura patriarcale, ci riferiamo al concetto che l’articolo ha espresso in maniera, di nuovo, illuminante:

La complessità sta nell’individuare altri livelli ideologici sottesi al fenomeno [dei femminicidi, ndr], a volte esibiti a volte sotterranei, presenti a vari livelli di consapevolezza, ma che costituiscono sempre e comunque un pensiero ancora molto largamente condiviso: la nozione che esista una normalità rappresentata dalla famiglia tradizionale (secondo le varie tradizioni), sacralmente vincolante (secondo le varie religioni, ma talvolta anche laicamente sacra), naturale (qui solo a senso unico, eterosessuale, meglio se legalizzata). Nulla è così fuorviante come immaginare (e veicolare nei media) questo vasto, diffuso, stramaggioritario blocco sociale di ordine, di matrimoni con rapporti equilibrati e felici, e poi qualche caso limite in cui, chissà perché, “si perde il controllo”: esiste una gradazione di sfumature, che percorre parallela tutte le forme di violenza, che va da un giudizio espresso nella mente di un uomo sulla supposta moralità di una donna (anche se nella mente rimane, inespresso a parole) all’omicidio, senza soluzione di continuità.

Ripetere che la violenza non è il prodotto della follia, né tantomeno dell’amore, non basta (anche se è necessario, perché il concetto non passa): occorre analizzare la cultura e l’immaginario per vedere il quadro generale, il quadro in cui vige ancora l’idea che la donna appartenga all’uomo, nascosta in modo subdolo sotto idee all’apparenza innocue, come quella secondo cui una donna dovrebbe sacrificarsi per il bene della famiglia, anziché divorziare, annullando sé stessa in un matrimonio violento o comunque senza amore, come quella che le donne siano naturalmente portate – e tenute – a prendersi cura degli altri, ecc.

Libertà sessuale e slut-shaming

Ieri ho subito il mio primo ban su Facebook, bloccata in scrittura per 12 ore. In attesa che trascorrano, augurando le peggiori cose alle persone civili e aperte al dialogo che mi hanno segnalata e imprecando contro il sistema di gestione delle segnalazioni di Facebook, voglio raccontare come sia accaduto.

Su una nota pagina in cui si raccontano le proprie disavventure in campo sessuale, protetti dall’anonimato, una ragazza scrive il seguente post, premettendo di essere straniera e scusandosi quindi per gli errori di ortografia (il post ha raggiunto 307 316 commenti, per la cronaca):

Per favore non mi uccidete con la critica perché non sono italiana e l’italiano lo so pochissimo… Ho vissuto in Italia per un anno a studiare e ho sempre nuotato che tanti italiani sono dei ‘moralisti’.
Dopo aver letto tante di queste confessioni e anche i commenti sono sconvolta che le persone pensano ancora così! In che anno vivete?! Perché se una ragazza fa sesso, si diverte, etc dev’essere per forza una cagna, una zoccola o puttana?! Stare a leggere i commenti e davvero molto deprimente quando mi rendo conto quanti di voi siete così ottusi.
Certo che non c’e niente più bello di avere una relazione fedele e sincera ma poi non tutte le persone sono fatte per questo! O anzi, c’e il tempo per divertirsi anche! 
Io sono stata sempre molto aperta e sincera; si, sono una ragazza e a me piace fare sesso, tantissimo! E non solo ‘ l’amore’! 
Secondo me, sono le persone insicure di se stesse (uomini o donne) che sentono sempre il bisogno di insultare le donne che si divertono.
Un consiglio che viene dal cuore: Smettete di giudicare tanto e andate a far l’amore che e meglio per tutti!

La libertà sessuale delle donne, anche tra ragazzi e ragazze, non è accettata. Ancora oggi resistono pregiudizi che impediscono alle ragazze di vivere la propria sessualità come una scoperta, sentendosi libere di sperimentare, di vivere il sesso con partner differenti, di esprimere il proprio desiderio e ricercare il proprio piacere.  Riporto un po’ di commenti che questo sfogo ha ricevuto, per dimostrare quello che intendo dire, ma prima vorrei rammentare a tutti una definizione:

MORALISMO:

1 Atteggiamento che tende a dare un posto di primaria importanza ai valori morali

              2 spreg. Rigido e spesso preconcetto giudizio nel campo della morale, spec. nella valutazione del comportamento altrui: m. ipocrita

Alla luce della seconda definizione, soffermiamoci sull’atteggiamento dei commentatori nei confronti dell’autrice del post citato sopra:

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“Regalarsi in giro” è la frase emblematica, che sottintende il concetto che una ragazza che ha rapporti sessuali con uomini diversi, invece di avere un solo partner, stia svendendosi, quasi come una prostituta, però gratuitamente, il che rende la cosa ancora più disgustosa. Il sesso per il sesso, il divertirsi sono considerati una cosa indegna.  Ora, a parte il fatto che l’autrice del post originale non ha mai detto di “sbattersene uno diverso ogni sera”, ma semplicemente di apprezzare il sesso anche senza coinvolgimento emotivo, è interessante notare come una scelta che non si condivide viene descritta come degradante e svilente, invece di essere accettata nella sua legittimità.

Nei commenti successivi, la stessa persona ribadisce che c’è differenza tra farlo con una persona che si frequenta e “sbattersi il primo che passa in discoteca”, ma non si affanna a spiegarci perché questa differenza implichi che il primo comportamento sia positivo e il secondo no: a quanto pare è un concetto così ovvio che tutti dovremmo pensarla come lei. “Sono contro chi la regala”, conclude. Per me, invece, ogni modo di vivere la propria sessualità, a patto ovviamente che ci sia libero consenso da parte di entrambi, è ugualmente legittimo, perché ognuno/a ha diritto a ricercare il piacere nel modo che preferisce.

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Anche questo commento è significativo. Perché una donna dovrebbe sentirsi la coscienza sporca per il semplice fatto di amare il sesso e viverlo con serenità? Il sesso è una cosa naturale e il piacere lo è altrettanto, infatti l’orgasmo maschile è strettamente necessario al processo riproduttivo, e le donne hanno un organo, il clitoride, formato da circa 8000 terminazioni nervose, la cui unica funzione è produrre l’orgasmo femminile. L’idea che il sesso sia una cosa “sporca” e peccaminosa è un prodotto della religione cristiana, la quale ha rielaborato la dicotomia fra anima e corpo attribuendo alla prima caratteristiche di purezza e al secondo caratteristiche di abiezione: forse sarebbe anche ora che nel 2013 ci lasciassimo alle spalle questa mentalità sessuofobica e opprimente e imparassimo a riconoscere la sessualità come parte integrante e naturale dell’essere umano, che non va repressa e mortificata, ma vissuta in modo libero e sereno.

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Screen 8Non mancano i commenti di puri e semplici insulti, da “zitta e ingoia!” (152 “mi piace”, stiamo scherzando?) a “peccatrice extracomunitaria” (eh?), a “si era capito che sei una dell’est” (il solito vecchio pregiudizio sessista-razzista secondo cui le ragazze dell’est sono tutte puttane), a “scrivi male in italiano non perché sei straniera ma perché sei una cagna”, a “cagna”, “cagna straniera”, l’ossimoro “cagna moralista”, l’acuta deduzione “devi essere una grande zoccola”, lo xenofobo “cagna extra italiana”, a variazioni sul tema di “zoccola”, “troia” e via discorrendo: a riprova del fatto che una ragazza non può vivere la propria sessualità senza essere etichettata come una “puttana”, senza subire uno stigma sociale molto pesante il cui unico scopo è ribadire che non ha il diritto di vivere autonomamente e liberamente la propria sessualità, perché è una cosa indecente, immorale, sbagliata. Il mondo sarebbe un posto migliore se ci liberassimo di queste gabbie mentali, pregiudizi che ci spingono a conformare il nostro comportamento alle norme sociali e gettare disapprovazione su chi invece rifiuta di farlo. D’altronde, la dicotomia fra “brave ragazze” e “troie” è una struttura mentale esistente da secoli, dalla biblica contrapposizione fra Eva, la ribelle, e Maria, l’obbediente e sottomessa serva del Signore: una dicotomia fatta per schiacciare le donne nella disapprovazione sociale, in cui qualunque comportamento tengano deluderà le aspettative di qualcuno. Chiunque sottovaluti il problema della disapprovazione provi a pensare al fatto che molte società, come quella dell’Arabia Saudita e della Somalia, si basano su uno strettissimo controllo sociale fondato sui pettegolezzi: ogni famiglia controlla la moralità delle altre, pronta a spettegolare al resto del paese qualunque “infrazione” al codice sociale, e chi prova a ribellarsi subisce l’ostracismo di tutta la comunità, una pressione così forte che spesso porta al suicidio o alla fuga. Certo, nella nostra società il controllo non è così marcato, ma essere bollate come “troie”, ed essere considerate da tutti solo una “scopata facile” comporta una dose di scherno, disprezzo e umiliazione molto forte: i ragazzi che si aspettano che tu sia disponibile a fargli una fellatio solo perché l’hai fatta ad altri, le ragazze che mormorano malignità su di te, le battutine e i gesti osceni…

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Il moralista-psicologo si sente in diritto di giudicare il desiderio sessuale femminile e i limiti entro cui è normale, passati i quali diventa una cosa turpe e malata: ninfomani! Ninfomani ovunque! Qualcuno giustamente ha fatto notare l’assurdità delle sue affermazioni con uno splendido, sarcastico “Quindi a 29 va bene ma a 30 sei malata?”. Resta il fatto che è ancora molto radicato il pregiudizio secondo cui il desiderio sessuale femminile è scarso oppure inesistente rispetto a quello maschile, per cui una donna che desideri il sesso dev’essere per forza una ninfomane malata. Preciso che la ninfomania non è considerata una patologia dal 1992 secondo l’OMS.

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C’è chi poi la mette sui valori, dimenticando che ognuno ha un proprio sistema di valori e che non si può pretendere che la propria morale sia universale e tutti vi si conformino. Oltretutto, la definizione di pudore è “senso di vergogna, associato a dettami morali o sociali”: se per lei, come per me, il sesso non è una cosa sporca o immorale, farlo senza vergognarsene non significa essere impudiche, ma bensì avere una concezione diversa di cosa è il pudore, punto.  Un altro commento analogo riprende il concetto (“Si chiama dignità”) ma io non vedo come amare il piacere e godersi il sesso possa essere una cosa degradante e svilente. Ha più dignità una persona che ha avuto rapporti sessuali solo dopo il matrimonio di una che ha vissuto molte esperienze? Forse hanno entrambe la stessa dignità perché sono entrambe persone.

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E c’è quello che cerca di ammantare i propri pregiudizi di un velo di “scientificità”, per affermare che una donna che abbia lo stesso desiderio sessuale di un uomo è malata e anormale, ma subito dopo si contraddice affermando che la normalità è solo un concetto che sta ad indicare ciò che viene considerato accettabile dalla società. La distinzione fra ragazze disinibite, quelle considerate da lui accettabili, quelle a cui il sesso piace e a cui piace sperimentare ma hanno una relazione stabile, e troie, quelle non si rispettano, quelle degradate e disgustose che si concedono a tutti ma vivono il sesso con freddezza, è la versione aggiornata della dicotomia “brave ragazze”/”troie”: la disinibita ma solo con me e la puttana che fra l’altro non gode nemmeno.

Ci sono poi gli spiritosoni che ripropongono la vecchia metafora della chiave e della serratura, non tenendo conto che dietro quelle “serrature” ci sono persone con un desiderio sessuale e una volontà, non oggetti passivi in attesa di essere aperti dalle “chiavi”. E come ha sottolineato una compagna di lotte femministe, le serrature sono fatte per stare chiuse, mentre le vagine sono fatte per “essere aperte”, per il sesso. La metafora della chiave e della serratura sottintende che la verginità sia un valore e che le ragazze dovrebbero restare caste e pure in attesa dell’unica chiave adatta a loro…

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Per un altro individuo, le malattie sessualmente trasmissibili sarebbero una sorta di castigo divino per coloro che hanno una sessualità promiscua, evidentemente ignari dell’esistenza dei preservativi, o forse troppo malvagi e abietti per utilizzarli. “La natura ha posto un freno al sesso libero”, oltre a rifarsi a questa visione “religiosa”, è un esempio di come giustificare la propria posizione etica soggettiva con una presunta legge universale.  Non manca la visione sessista in cui le donne sono equiparate a dei trofei per gli uomini, come le automobili, il cui valore è però inversamente proporzionale al numero di partner avuti, e la concezione della verginità come di un valore in grado di trasformare una Fiat in una Ferrari agli occhi dell’orgoglioso proprietario, rinfrancato nella certezza di essere stato il primo.

E ora la degna conclusione di tutto questo, il ban. Il commento per cui sono stata bloccata è una risposta all’autrice del commento che ho riportato nel primo screen e di un’infinità di altri tutti sullo stesso tenore (fare sesso con un partner fisso è giusto e bello, “farsene uno a sera” è disgustoso e degradante). La ragazza ha dato un grande sfoggio di maturità continuando a ribadire il concetto senza degnarsi di spiegarne le ragioni – suppongo non ne sia in grado: si tratta di un pregiudizio illogico – e ad aggredire coloro che esprimevano un punto di vista differente.

Lo screen seguente riporta il commento “offensivo” rimosso da Facebook, molto solerte nell’eliminare offese, come si evince dall’elenco pubblicato sopra, rimasto perfettamente intatto.

Ban

Disobbedienza civile?

Lo Strano Anello

Un po’ di background: siamo in Europa. L’Europa esce dal ventesimo secolo, il secolo dei totalitarismi, il secolo del potere assoluto dello stato che porta tutto alla rovina.

Conseguentemente, l’Europa al momento è spaventata dal potere dello stato. Questo vale principalmente per gli intellettuali, per i quali vi è una moda diffusa di avere il terrore per qualunque forma di ordine, di potere o di autorità, fosse anche l’autorità delle leggi della scienza o della logica. Insomma siccome non vogliamo che governi il serpente, ci abbarbichiamo al travicello, non pensando che magari ci possono essere anche vie di mezzo fra un pezzo di legno e un possente mostro assassino.

Conseguentemente ancora, a molti nostri intellettuali brillano gli occhi parlando di disobbedienza civile. Sembrerebbe che la disobbedienza civile sia un atto criminale che per qualche ragione, dicono costoro, dovremmo guardare con simpatia e solidarietà, addirittura ritenerlo magari legittimo.

Sono…

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A cosa serve la ricerca di base?

Le ragioni della ricerca inutile | Borborigmi di un fisico renitente. Questo articolo dà una risposta interessante ai pregiudizi nei confronti della scienza “inutile”, che non produce risultati concreti e immediatamente utilizzabili. Ci ricorda l’importanza del progresso della conoscenza umana e della comprensione dell’Universo che ci circonda, ci ricorda che a volte la vera conquista della scienza è un cambiamento di prospettiva, la creazione di un nuovo paradigma entro il quale pensare il mondo. L’ignoranza e l’indifferenza sono i grandi mali di questa società che ha tutto e non accetta più la morte, il dolore, le rinunce. Una società nella quale l’arte è una merce, gli ideali sono considerati vacui sogni di gente illusa e la scienza vale solo in funzione di ciò che può produrre non è quella in cui voglio vivere.

Capire il rapporto fra Islam e Occidente: segnalazioni

colsi la prima mela: Corano, Femminismo e Manipolazione Patriarcale. Nasreen Amina, studiosa delle fonti della religione islamica (Corano e Sunna), confuta i pregiudizi che la nostra cultura ha assimilato nei confronti dell’Islam in riferimento al ruolo delle donne, parlando del problema del velo, del matrimonio e della poligamia, della violenza sulle donne.

Per comprendere il rapporto fra l’Occidente e l’Islam vale la pena leggere L’Islam in Occidente, di Tariq Ramadan, un saggio dedicato in modo specifico al problema del definire un’identità che sia al contempo musulmana e occidentale, del coniugare la dimensione della fede con quella della cittadinanza in un Paese occidentale. L’autore apre il saggio parlando dei principi fondamentali dell’Islam, della visione filosofica dell’uomo e del suo rapporto con Dio secondo la religione islamica, per poi approfondire le fonti della giurisprudenza islamica, i criteri e i processi adottati nei secoli per elaborare il diritto islamico, e infine analizzare come la vita in una società laica e moderna come l’Occidente non crei automaticamente un conflitto con l’identità musulmana, ma sia anzi perfettamente compatibile con essa e come anzi vada ripensato, partendo dalle radici della fede e del diritto, il modo in cui i musulmani si collocano nel contesto occidentale.

Sì, vestirsi in modo sexy è un nostro diritto. Problemi?

All’inizio dell’estate Internet è stato infiammato dall’intervento di uno ‘scrittore’ venticinquenne genovese che ha conquistato il suo quarto d’ora di notorietà nel modo più banale possibile: dicendo un’idiozia. In risposta, decine di siti hanno prodotto argomentate confutazioni, iniziative di protesta, lunghi post di dileggio, che hanno il grande merito di aver affrontato di petto non solo l’idiozia contingente, ma la mentalità ad essa sottesa, che a giudicare dai commenti a quegli stessi articoli continua a girare impunemente (e orgogliosamente!) nella nostra società. Pertanto, ignorando l’idiozia, mi accingo ad affrontare la vera, fondamentale questione: c’è ancora troppa gente che pensa che le donne e le ragazze vestite in modo sexy siano “troie”, e per questo “se la siano cercata”/”se lo meritino” nel caso vengano molestate o stuprate, oppure rappresentino un’offesa al decoro, oppure stiano mercificando sé stesse, svendendosi e riducendosi ad oggetto, oppure stiano svendendo la loro femminilità. Qualunque sia la scusa prescelta, ci sarà sempre qualche Catone pronto a suggerire che le donne, per il loro bene, dovrebbero coprirsi ed essere più pudiche.

Perciò, ribadiamolo ancora una volta: ogni ragazza e ogni donna, così come ogni ragazzo e ogni uomo, ha diritto a vestirsi come vuole, senza essere giudicata per questo, senza che questo dia ad altre persone “diritto” a delle pretese su di lei, come quella di invadere il suo spazio personale, fischiare nella sua direzione, suonarle il clacson, ecc: tutte queste sono molestie sessuali, a meno che lei non manifesti esplicitamente che questi comportamenti le fanno piacere.

Le ragazze e le donne scelgono come vestirsi soprattutto per stare bene con sé stesse, per sentirsi a proprio agio: come ha riassunto brillantemente Caitlin Moran, la femminista più divertente degli Anni Duemila (nonché icona di costume e critico musicale inglese):

Quando una donna dice “Non ho niente da mettermi!”, ciò che davvero intende è: “Qui non c’è nulla che vada bene per incarnare la persona che voglio essere oggi”. 

L’abbigliamento di una donna è costantemente sotto osservazione e fin troppo spesso determina l’atteggiamento delle persone nei suoi confronti, in modi purtroppo non sempre piacevoli. Alcune persone pensano che il fatto che una ragazza sia vestita in modo sexy li autorizzi a trattarla come un pezzo di carne in mostra, per altre il fatto che una donna manager indossi un sari ad una conferenza sminuisce automaticamente la sua autorevolezza, per altre una ragazza che ad una fiera del fumetto faccia cosplay con un costume succinto significa che è un’attention whore, che vuole solo mettersi in mostra.

Le donne non si vestono per lo sguardo altrui. Questo non significa che le donne non si vestano in modo sexy (anche) per essere ammirate, o per sedurre un uomo, significa che è dovuto loro rispetto indipendentemente da come sono vestite, perché il loro abbigliamento è una questione che riguarda solo loro e tutte le persone che loro decidono di coinvolgere nella questione, non chiunque passi per strada. L’abbigliamento non implica niente: né disponibilità o indisponibilità sessuale, né moralità o immoralità, né stupidità o intelligenza. Queste cose le vedono coloro che guardano le donne attraverso la loro lente di matrice patriarcale in cui le donne esistono solo in funzione degli uomini, e di conseguenza tutto ciò che le donne fanno loro fanno per gli uomini. Sì, una donna può vestirsi in un certo modo per essere ammirata dagli uomini (c’è differenza fra un discreto sguardo d’interesse e l’essere fissate in modo morboso, e se il primo fa piacere, il secondo è disgustoso e umiliante), ma nessuna donna si veste appositamente per attirare l’attenzione degli idioti che le urlano contro “bel culo!” o per farsi palpeggiare dal vicino di sedile in metro. Insinuare ciò è disgustoso ed è un ottimo modo per delegittimare la voce delle donne attraverso lo slut-shaming (umiliare e disprezzare le donne che si vestono in modo sexy e/o hanno una vita sessuale attiva con diversi partner) e il victim-blaming (dare la colpa alla vittima per crimini come stupro, violenza domestica o molestie sessuali, insinuando che sia stata la causa della violenza in quanto avrebbe “provocato” l’autore della violenza).

Una donna che si veste in modo sexy lo fa perché vuole essere bella e sexy, punto. Questo non significa che stia “mercificandosi”, come obiettano tante e tanti che hanno una visione moralista del femminismo: mercificare significa “ridurre a merce o a fonte di profitto valori, beni o attività che non hanno di per sé una natura commerciale” (Zingarelli 2011) e non vedo assolutamente come esprimere in modo libero e autonomo la propria sessualità attraverso l’abbigliamento sia una forma di mercificazione. Un simile ragionamento implica che è l’essere sexy ad essere “sbagliato”, non l’oggettivazione. Vestirsi in modo sexy o volersi mostrare in modo sexy è molto diverso dalla mercificazione del corpo femminile operata dai media. Come femministe, siamo ancora impegnate, nel 2013, a lottare contro la mentalità comune per cui chi indossa la minigonna o gli shorts se l’è cercata, è una troia, è una persona superficiale e vuota, ecc.: per quanto non lo condividiamo (il che non significa che io sia fra quelle che non lo condivide, tutt’altro, è un discorso generale), dobbiamo sostenere la libertà di vestirsi come si vuole ed esprimersi e apparire come si vuole sia nella vita reale che su Internet. Altrimenti non facciamo altro che alimentare ciò contro cui combattiamo, i doppi standard, la divisione troia/brava ragazza, lo slut-shaming.

Ai saldi ho trovato un meraviglioso paio di shorts in pizzo nero. Sono eleganti e rock allo stesso tempo, comodi, leggeri, mi slanciano le gambe e vanno con tutto: per quest’estate praticamente non ho indossato altro, abbinati ad una t-shirt, con le ballerine o gli anfibi. Li metto perché mi fanno sentire bene, mi fanno sentire bella e perché sono adatti al caldo estivo (mentre scrivo ci sono 29.6° nella mia stanza, e fuori sotto il sole è peggio). Indossandoli, sto “svendendo” la mia femminilità? Non credo proprio. Credo anzi che ogni ragazza e ogni donna esprima la sua femminilità in modi diversi (si può essere femminili amando il rosa e i peluche, si può essere femminili amando lo stile gotico, femminili in shorts e scarpe da tennis, femminili in jeans da uomo e camicia a quadri) perché la femminilità è un’essenza individuale, che ognuna sente e interpreta diversamente, non una “norma” rigida e immutabile alla quale bisogna conformarsi.

Credo che la libertà di vestirsi come si desidera, anche in modo sexy, rientri pienamente nell’ambito della libertà d’espressione e debba essere tutelato come tale, senza considerazioni di tipo moralistico. Vorrei concludere con due testimonianze sull’argomento di due ragazze americane, raccolte sul blog Dr. Nerdlove, per cui nutro ammirazione sconfinata:

Women don’t really have a space where we can express our sexuality without being ridiculed or shamed for it. (Think about it… how many “slutty” costumes do you see women wearing on Halloween? A lot of girls feel that that’s the only time they can wear something audacious like that.) We also grow up in a culture where women are taught to be ashamed of their beauty, that there is something wrong in taking pride in it or, God forbid, flaunting it. We’re taught to downplay compliments. “Wow, your hair looks so good today!” “Really? I don’t think my hair is that pretty.” It took me a very, very long time to be able to respond to sincere compliments with a “Thank you!” instead of deprecating myself a little. So, yeah, for me, admitting that I’m beautiful, celebrating that and letting the world know that I won’t be shamed into submission is a liberating form of self expression. (Hannah Solo)

Girls are told to be pure and beautiful – the “saint” side – because otherwise they’re sluts/only looking for attention. Yet we’re expected to have a “naughty” side as well, or otherwise we’re just prudes. Sometimes, wearing slutty costumes in what we consider a “safe” or “pre-approved” environment isn’t about attention. It’s about gaining control over our own sexuality and beauty. 
Example: I frequent a goth club. I often wear thigh highs, short skirts, high heels, and corsets with dramatic eye make up and “kinky” jewelry. But I guarantee you, I don’t do it for the attention. I have large boobs and I get unwanted stares and catcalls on public transportation, streets, and stores enough as it is. I don’t want or need more attention. Wearing those clothes to a club that I think of as safe and non-judgmental, surrounded by friends and the other regulars, is a way of taking back what I feel is sometimes stolen from me in my daily life by those stares and catcalls. It’s a way of saying “Yes, this is me, this is what I feel beautiful in and I refuse to feel dirty when you look at me.(MikanGirl)