Donna e giudice: il genere e il ruolo

Questo post è la ripresa, a fini divulgativi, di un’intervista di Alessandra Beltrame alla giudice Paola Di Nicola, comparsa su Donna Moderna nel marzo 2013. Non ho modificato l’articolo dal punto di vista dei contenuti, sebbene in certi punti sentissi il bisogno di farlo, per correttezza. I grassetti sono miei.

Il “conflitto” fra genere e ruolo è ritenuto un problema che riguarda solo le donne, come se per un uomo il genere non influisse in alcun modo sulla sua imparzialità (nei confronti degli uomini il problema è posto quasi solo da femministe consapevoli di come la cultura e i pregiudizi influenzino tutti, senza che ne siamo consapevoli, e di come basti alterare la narrazione di un fatto per influenzare la percezione che la gente ne ha; tuttavia questo non significa attaccare gli uomini in quanto tali o presumere che gli uomini si difendano a vicenda in quanto uomini, significa porre l’attenzione su un contesto sociale e culturale più ampio che ha degli effetti sulle nostre azioni, sulla nostra visione del mondo e sulle nostre scelte). Io credo, comunque, che una persona che svolge una professione come quella del giudice sia consapevole dell’importanza e della delicatezza di quello che sta facendo e che sappia mettere la professionalità e la competenza al di sopra di qualsiasi altra cosa quando affronta un processo.

Paola di Nicola, al centro della foto.

Paola di Nicola, al centro della foto.

” – Chi mi processerà? Un giudice o una donna? – ha chiesto due giorni fa un arrestato prima dell’udienza per direttissima. Non è una frase detta tanto per dire. Significa che la persona che devi giudicare non ti riconosce nel ruolo. Perché sei una donna”. Paola Di Nicola fa il magistrato da vent’anni (ne ha 46), ora al Tribunale penale di Roma. E, strano ma vero, queste frasi continua a sentirle. Prima si irrigidiva, oggi sa reagire. Come racconta in La Giudice (881 Agency/Ghena), libro con cui si è tolta un bel po’ di “sassolini” dalle scarpe con i tacchi, che oggi porta orgogliosa. Non basta indossare una toga per scacciare i pregiudizi. D’altro canto, lo sapevate?, le donne sono entrate in magistratura solo 50 anni fa (nel 1963), mentre prima erano state escluse perché considerate “superficiali, emotive, passionali, e quindi non indicate per la difficile arte del giudicare”, ricorda Paola Di Nicola, citando le parole di un illustre magistrato degli anni Cinquanta. Ma oggi le magistrate sono il 46% (però solo il 10 nelle posizioni di vertice) e si avviano al sorpasso: l’ultimo concorso è stato vinto da 114 maschi e 210 femmine.

D: Nonostante i giudici donna siano ormai quasi la metà, possibile che le discriminazioni siano ancora diffuse?

R: Purtroppo sì. Il pregiudizio c’è. E, di conseguenza, la mancanza di rispetto. Ci sono uomini che ti guardano con insistenza il décolleté; quelli che fanno la battuta volgare. Quelli che non ti ritengono credibile. Come quando ti vedono in udienza e ti dicono, come mi è successo: “Signuri’, vacci a chiamare ‘o giudice”.

D: Il suo viaggio nel mondo della giustizia visto con gli occhi di una donna comincia con un interrogatorio. Ce lo racconta?

R: Ho incontrato in carcere un criminale, imputato di reati gravissimi. Lui mi guardava in modo insistente. Mi sentivo a disagio. “Perché?”, mi sono chiesta. Allora mi sono vista come davanti a uno specchio. Con la mia camicetta a fiori; i tacchi che risuonavano sul pavimento; la collana di perle. E la borsa da Mary Poppins, con dentro anche gli ovetti Kinder per i miei bambini, invece di una austera cartella. La toga non nascondeva la mia femminilità. Sotto lo sguardo di quest’uomo, mi sentivo come denudata.

D: Al punto da desiderare di “avere la barba”.

R: Un uomo non avrebbe avuto su di sé quello sguardo molesto. Leggendomi dentro, ho capito una cosa: che il pregiudizio era prima di tutto dentro me stessa. Noi per prime ci sentiamo inadeguate a fare mestieri dove finora i modelli sono stati tutti maschili. Ma non è facile se, al primo incarico, il tuo capo ti domanda: “Ha intenzione di fare figli? Sarebbe un problema”. E’ da lì che cominci a vivere la tua femminilità quasi come una colpa. Con un capo donna, forse non ci avrei messo 20 anni per portare una camicetta a fiori e sentirmi ugualmente autorevole.

D: Racconta che la vita da magistrata è faticosa, fra sopralluoghi, udienze-fiume e le tante ore passate a scrivere le sentenze. Dice che non si è goduta i figli. Pentita?

R: No, ma è la verità. Però ho ingaggiato una prova di forza contro una mentalità distorta (innanzitutto mia!) che vive con senso di colpa la maternità. Per 19 anni ho lavorato a 80 chilometri di distanza da casa, partivo all’alba e tornavo prima di cena. I figli, se li coinvolgi, capiscono: un giorno li ho portati con me, ho fatto vedere loro dove lavoravo. Da allora non hanno più fatto i capricci.

D: I suoi colleghi non le hanno reso la vita facile: quando ha chiesto di trasferirsi in una sede più vicina a casa, gliel’hanno negato perché era separata.

R: Se fossi stata con mio marito me l’avrebbero concesso: strano, no? Ho dovuto fare una causa, che ho vinto, per vedermi riconoscere questo diritto. Ora lavoro a Roma e vado a lavorare in bicicletta. Impagabile.

D: Cosa portano le donne in magistratura?

R: Un diverso punto di vista. Una diversa sensibilità, in particolare per i reati più segnati dai pregiudizi: quelli degli stranieri e delle donne. L’accusa che ci veniva rivolta, quella di essere emotive, diventa un valore aggiunto. Le faccio un esempio. Un giudice uomo chiede sempre alla vittima di uno stupro: “Perché non ha gridato?”. Una giudice no, non fa questa domanda. Perché sa come una donna reagisce, perché quella donna forse è stata lei. Da ragazzina su un autobus affollato mi è capitato di subire palpeggiamenti. Cercavo di allontanarmi, ma non ho mai urlato. Perché ero paralizzata dalla vergogna, dalla paura. Una donna giudice, questo, lo sa.

D: Coinvolge ancora i figli nel suo lavoro?

R: A volte mi aiutano a trasportare in studio i voluminosi e sgualciti faldoni dei processi, così si rendono conto del peso (e delle pecche!) della giustizia. E mi sono fatta accompagnare da mio figlio in tipografia per ordinare il nuovo timbro per firmare le sentenze, dove ho fatto scrivere “la giudice”. E sottolineo il “la”.

D: Perché è così importante specificare l’articolo femminile?

R: Perché vuol dire che non mi devo più nascondere. Finalmente sono libera, libera di essere donna. Anche e soprattutto quando giudico.

Paola Di Nicola ha rilasciato un’intervista, dal taglio più personale, anche al sito Tipi Tosti, qui: Paola Di Nicola, giudice, si racconta anche come mamma. L’intervista approfondisce il tema della conciliazione fra lavoro e famiglia e quello del modo in cui la giudice svolge il suo lavoro, valutando il contesto per cercare di avere più elementi possibile a disposizione prima di trarre un giudizio. “Coscienza e responsabilità” sono le parole che usa per descriverlo, parole bellissime, secondo me.

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