Le donne nell’esercito italiano: testimonianze

Parlando di parità dei sessi, un discorso che saltuariamente emerge è quello della presenza femminile in ambiti tradizionalmente considerati “maschili”, come gli eserciti. Essere un soldato significa affrontare un duro addestramento per essere in grado di svolgere compiti delicati e pericolosi, un lavoro che ai giorni nostri è riservato a professionisti che si arruolano volontariamente, mentre in passato, quando i numeri contavano più dell’abilità e dell’esperienza, la leva era obbligatoria e riservata agli uomini. La specializzazione dei soldati ha aperto anche alle donne la possibilità di scegliere questa carriera, e la cosa ha suscitato dibattiti sull’adeguatezza o inadeguatezza delle stesse che continuano a protrarsi, nonostante la presenza femminile negli eserciti sia diffusa ormai da parecchi anni.

Avevo ripercorso le tappe storiche che hanno condotto le donne a ricoprire il ruolo di soldatesse in effettiva parità con gli uomini e parlato della situazione attuale nell’esercito italiano in questo post: Le donne e la guerra: un fondamentale fattore di emancipazione; qui invece intendo ampliare il discorso citando le testimonianze di alcune soldatesse italiane che hanno partecipato alle operazioni in Afghanistan, intervistate da Grazia.

E’ vero che, nella realtà della vita dura del campo, noi donne, fisicamente, non abbiamo la stessa forza degli uomini, ma non per questo valiamo di meno. In più la differenza di genere all’interno dell’Esercito è un fattore di arricchimento: proprio le nostre qualità diverse ci rendono capaci di operare in missioni che non richiedono solo un intervento militare, ma devono tenere in considerazione gli aspetti sociali, culturali, economici e religiosi di un Paese. Noi lavoriamo “shona ba shona”, ossia spalla a spalla, con gli afghani per lasciare, a breve, la loro terra nelle loro mani. (1° Caporal Maggiore Diana Bellomo, 31 anni)

Anch’io vorrei rimarcare il ruolo chiave che svolge il “female engagement team”, un assetto specifico delle forze armate, su base unicamente femminile, creato per facilitare l’approccio con la popolazione locale. Se anche solo una bambina afghana scoprisse, vedendo noi donne italiane, indipendenti, vestite in maniera tanto diversa e non accompagnate da un mahran (parente maschio), che può esserci un futuro diverso per lei, un futuro senza per forza un burqa azzurro, così com’era normale nel suo Paese fino a pochi decenni prima…ecco, questo per la nostra missione sarebbe già un successo. Siamo l’aiuto esterno per favorire un cambiamento che deve avvenire dall’interno. […] Il ritorno a casa? Surreale, mi sembrava di vivere in un sogno. In caserma, rividi il mio ragazzo, dopo tre mesi, tornato anche lui dall’Afghanistan, ma prima di me. All’epoca fummo fortunati ad andare in licenza insieme. Per molto tempo ho continuato a sobbalzare a ogni rumore forte e improvviso, fosse un portone che sbatteva o i fuochi d’artificio: mi ricordavano i boati degli RPG che annunciavano un nuovo attacco alla base. (1° Caporal Maggiore Sara Galliolo, 26 anni)

I ruoli che ricopriamo sono molteplici, noi svolgiamo le stesse identiche mansioni dei colleghi, sia in ambito operativo che logistico, condividendo quindi gli stessi obiettivi. A 12 anni dall’entrata delle donne nell’esercito mi fa sorridere che esistano ancora tanti luoghi comuni e distinzioni negli appellativi (soldatesse, donne soldato, donne in divisa)…Siamo semplicemente soldati consapevoli di portare tutti la stessa uniforme. Abbiamo donne che pilotano elicotteri, donne che, come me, lavorano ai mortai, donne fucilieri, donne piloti di mezzi blindati, donne al comando di uomini. In Gulistan il mio reggimento in collaborazione con assetti del genio militare ha ricostruito una scuola femminile che era stata distrutta. E’ stata un’opera importantissima che ha permesso di fare un grande passo verso l’emancipazione grazie alla scolarizzazione femminile in Afghanistan. E’ uno di quei traguardi raggiunti che mi rende fiera di ciò che faccio. (1° Caporal Maggiore Veronica Matricardi, 27 anni)

Appena arrivi in una FOB (Forward Operative Base, ndr), hai la sensazione di essere fagocitato da disagi e pericoli; il caldo torrido del deserto afghano azzera qualsiasi tentativo di pensiero, il letto in cui dormi è una brandina da campo capace di romperti le articolazioni, la mancanza di acqua non sempre ti permette di fare una doccia calda dopo una giornata trascorsa su un Lince, l’ansia di essere colpiti da un razzo che impatta all’interno della base in qualsiasi momento è alta… Con il passare dei giorni però ti abitui, tutto sembra essere un po’ meno sgradevole. E’ incredibile come l’essere umano abbia la capacità di adattarsi a situazioni talvolta estreme. Nella FOB in cui mi sono trovata a operare, abbiamo mangiato razioni da combattimento per quaranta giorni, ma già dopo due settimane si faceva a gara per accaparrarsi quelle più succulente e una bustina di burro d’arachidi o un panino appena sfornato erano sufficienti a fare di te la persona più felice al mondo. Vivere in una FOB per sei mesi ti fa apprezzare le piccole cose della vita. Scherzi camerateschi? La goliardia è inevitabile, ma certo non mi è mai successo di trovare un serpente sotto le coperte… (Capitano Monica Segat, 33 anni).

Queste testimonianze raccontano di una realtà in cui la parità si costruisce giorno per giorno, attraverso la collaborazione con i propri compagni e compagne, affrontando insieme i disagi e le difficoltà con la consapevolezza di stare lavorando per un obiettivo nobile e importante. Non ho la pretesa che i racconti di queste giovani donne possano esaurire la complessità del ruolo delle donne nelle forze armate, dell’integrazione e di tutti i problemi che comporta, tuttavia quello che se ne ricava è un quadro incoraggiante: donne convinte di poter fare la differenza e rappresentare una risorsa in più per l’esercito, ma che non si sentono diverse o inferiori rispetto agli uomini e non considerano la diversità in senso “ghettizzante”, di isolamento nella propria specificità.

Il caso di Valentina e la legge 40 sulla fecondazione assistita

La vicenda di Valentina ci mostra quanto sia urgente iniziare a riportare al centro del dibattito femminista italiano la legge 40, uno scempio condannato dall’Europa, antiscientifico e in contraddizione con il principio di autodeterminazione sancito dalla legge 194.

#Centonovantaquattro

163153731-01aeeb1e-903e-44d0-b993-87da7a08bd0f La storia di Valentina , la donna che ha abortito in un bagno del Pertini di Roma senza ricevere alcuna assistenza medica, ha fatto il giro della rete e delle pagine dei quotidiani, ha suscitato giustamente indignazione e rabbia.
In un periodo storico in cui i diritti delle donne all’autodeterminazione sono costantemente minacciati, una vicenda come quella di Valentina ha ribadito la necessità di lottare perchè non si torni indietro, non si torni agli aborti clandestini, quelli in cui le donne morivano.

I siti femministi nel riportare la storia di Valentina si sono soffermati sulla sacrosanta denuncia dell’eccesso di obiezione di coscienza che viene a configurarsi in questo caso, ma in realtà in tutti, come mancata assistenza medica, sulla necessità quindi di rivedere la legge 194 in questo senso, limitando o eliminando, io personalmente sono per la seconda opzione, la possibilità di obiezione dei medici ginecologi, ma non ho visto…

View original post 816 altre parole

La mercificazione del corpo maschile

La mercificazione del corpo consiste essenzialmente nel rappresentare esseri umani come oggetti sessuali equiparandoli ad un prodotto commerciale: è una forma di oggettivazione in cui il corpo è assimilato al prodotto, il corpo diventa il mezzo attraverso cui vendere il prodotto e, implicitamente, il prodotto stesso che la pubblicità offre al consumatore. Il fenomeno riguarda prevalentemente i corpi femminili (vedi La cosificazione sessuale: rappresentazione della donna nella pubblicità, su OrbitaDiversa), poiché la maggior parte delle pubblicità sono pensate in un’ottica sessista (dal momento che pervasa dal sessismo è tutta la società) e si rivolgono quindi a uomini o a donne che hanno interiorizzato “valori” come una certa immagine di sé, l’attrattiva e la desiderabilità per l’uomo, ecc. Tuttavia la mercificazione (o cosificazione) riguarda anche gli uomini, e questo non significa che preoccuparsi di questo fenomeno in un’ottica antisessista non abbia senso, significa piuttosto che si sta verificando un appiattimento verso lo standard negativo, non un innalzamento verso quello positivo. Infatti, scindere il corpo dall’individuo, deumanizzandolo, significa negare una dimensione fondamentale dell’essere umano, che viene equiparato ad un prodotto che ha valore solo in quanto consumabile. 

Caroline Heldman, sociologa statunitense, ha ideato il Test dell’Oggetto Sessuale appositamente per il riconoscimento delle immagini mercificanti, fondato su sette domande:

1) L’immagine mostra unicamente una parte o alcune parti del corpo della persona? 

2) L’immagine mostra una persona sessualizzata che ha una funzione di supporto a un oggetto?

 3) L’immagine mostra una persona sessualizzata che può essere scambiata o rinnovata in qualsiasi momento?

4) L’immagine mostra una persona sessualizzata mentre viene sottomessa o umiliata senza il suo consenso?

5) L’immagine suggerisce che la caratteristica principale della persona sia la sua disponibilità sessuale?

6) L’immagine mostra una persona sessualizzata che può essere utilizzata come una merce o un cibo?

 7) L’immagine tratta il corpo di una persona sessualizzata come se fosse un foglio da disegno?

Alla luce del test di Heldman, quindi, mi propongo di analizzare alcune immagini pubblicitarie raffiguranti uomini mercificati. La ricerca iconografica alla base di questo articolo è stata svolta da Alessiox1.

Marc Jacobs - Bang

Questa immagine rientra nel punto 2 e nel punto 5: lo stilista si raffigura chiaramente come sessualmente disponibile, nudo, sguardo languido e corpo scolpito e lucente d’olio, e allo stesso tempo regge un enorme flacone del profumo che gli copre il pube. Il profumo (il cui nome è “Bang”, che può riferirsi all’effetto ‘esplosivo’ di seduzione, ma è anche termine gergale in inglese per riferirsi al sesso – “to bang someone” equivale al nostro “scopare qualcuno”), quindi, è il mezzo per arrivare a lui. La pubblicità di Marc Jacobs è sostanzialmente identica ad un’altra, di Tom Ford, sia nel messaggio sia nell’estetica, con gli stessi corpi lisci, lucidi, tonici; corpi che vediamo in entrambi i casi dall’alto, con una prospettiva che fa del pube il punto focale della scena.

Nessuna resistenza

Solo un accessorio

Vi è poi un gran numero di esempi che ricadono nel punto 4, dove la violenza e l’umiliazione dei soggetti maschili raffigurati non solo sono rese glamour, ma sembrano essere presentate come una sorta di “rivalsa”, in cui le donne domano gli uomini, la cui “colpa” è l’essere attraenti. Nel primo esempio, l’uomo è descritto esplicitamente come un accessorio e viene ritratto con il volto contratto nello sforzo di sopportare l’umiliazione. Inoltre indossa un collare borchiato che rimanda all’idea di un cane.

Nel secondo esempio, due ragazze si accaniscono aggressive su un ragazzo costretto a terra, nudo. La sua espressione è rassegnata, remissiva: l’espressione di una resa. La nudità in questo caso suggerisce vulnerabilità, che contrasta con la rabbia aggressiva delle due ragazze. Like dogs

Nel terzo esempio due uomini nudi e dai corpi possenti e lucidi vengono portati al guinzaglio da una ragazza, il cui volto non è raffigurato nell’immagine, ma la cui postura suggerisce ostentata sicurezza. Nemmeno i volti dei due uomini sono rappresentati nell’immagine, e questa spersonalizzazione dei protagonisti fa sì che il fulcro dell’immagine sia il rapporto di dominio della donna sugli uomini.

helmi-liquor-playing-with-hearts-small-33787

Questa immagine rientra nel punto 3: una persona che può essere scambiata o rinnovata in qualsiasi momento. Privi di qualsiasi individualità e di agency (ovvero della capacità di agire, di essere soggetti attivi), gli uomini stanno come pedine sulla scacchiera di tre ragazze che li valutano, compiaciute e attente, davanti ad un bicchiere di liquore. Il tema della campagna pubblicitaria sono le confidenze fra amiche, ma questa immagine suggerisce che le ragazze trattino gli uomini come giocattoli, come oggetti da collezione, ridendone fra loro e ammirando compiaciute i trofei delle compagne. Una visione delle relazioni desolante, che oltre a presupporre totale mancanza di agency  da parte degli uomini – loro sono quelli che vengono scelti, presi e scartati a piacimento delle ragazze – dipinge le ragazze come superficiali e manipolatrici.

 Questo è solo un campionario delle varie forme che la rappresentazione oggettivante assume nella pubblicità e in generale nei mass-media. Quello che si riscontra con maggiore evidenza è come all’oggettivazione dell’uomo corrisponda in maniera esplicita, evidente, una dominazione della donna, mentre nell’oggettivazione femminile questo rapporto è lasciato in secondo piano, affidato ad elementi come le inquadrature, le pose, gli sguardi maliziosi e invitanti delle donne oggettivate. L’oggettivazione presuppone una gerarchia di dominio-subordinazione, strutturalmente, perché se l’oggetto è uno strumento per scopi altrui (per definizione) allora la persona che si serve dell’oggetto ha potere su di esso. Interessante notare le forme in cui è rappresentato questo potere, però.

 

Criminalità sui generis

Un approfondimento sulla criminalità femminile e sulle teorie avanzate per osservare il fenomeno, dall’Ottocento ai giorni nostri, interessante e insolito 🙂

Ex UAGDC

Qualche settimana fa, guardando in rete il video di bullismo femminile avvenuto a Bollate, ho notato che molti utenti, oltre ad esprimere commenti/insulti sessisti (appellativi quale “troia”, “puttana” et similia, giudizi sull’aspetto fisico, etc…), si sono indignati in particolare per il fatto che a compiere un atto di violenza sia stata proprio una donna.

In generale, la donna  violenta o la donna delinquente viene rappresentata dai media ed avvertita dalla società come particolarmente crudele, anormale ed imprevedibile (la c.d. strega), psicologicamente instabile e perciò subdolamente pericolosa, soggetta (a parità di gravità del reato) ad un maggior rimprovero da parte della società.

Difatti, quando una donna compie un atto violento, penalmente rilevante, in realtà – a differenza dell’uomo – sta violando due norme: una norma di carattere naturale (cioè vìola la sua natura femminile, che la vede buona, calma, sottomessa, incapace di violare coscientemente una legge); ed una norma

View original post 1.246 altre parole

Tema: le scelte della generazione Y fra speranza e disillusione

Questo post rappresenta la trascrizione di un tema-saggio breve di ambito socio-economico sull’argomento “I giovani e la crisi”, tratto dalla sessione ordinaria dell’Esame di Stato del 2012, che mi è stato assegnato come compito in classe, com’è ormai una piccola tradizione del blog. Infatti sono convinta che tenere un blog in cui pubblicare post che sviluppino un’idea, argomentandola con il ricorso a citazioni, dati, fatti, sia molto simile allo scrivere un tema e per questo rappresenti la migliore preparazione possibile alla prima prova dell’Esame di Stato (specie considerando che due-tre temi per quadrimestre non sono abbastanza per acquisire l’abilità di ricavare una tesi da una semplice traccia o dalla lettura di testi e svilupparla in una struttura organica e coerente).

Non riporto i documenti, a partire dai quali va scritto il tema come richiede la tipologia B della prova, perché da soli occuperebbero l’intero post e perché, come tutte le tracce degli esami degli anni scorsi, sono facilmente reperibili su Internet. Mi limito a citarli:

– Mario Sensini, “Crolla l’occupazione tra i 15 e i 35 anni”, Corriere della Sera – 8/04/2012

– 45° Rapporto CENSIS, “Lavoro, professionalità, rappresentanze”, Comunicato stampa 2/12/2011

– ISTAT, Università e lavoro: orientarsi con la statistica – http://www.istat.it/it/files/2011/03/seconda_parte.pdf

– Giovanna Favro, “Steve Jobs, un folle geniale”, “La Stampa” – 6/10/2011.

Di seguito, il mio svolgimento:

La “generazione Y” è costituita dai ragazzi e dalle ragazze nati negli anni ’90, che hanno vissuto la loro infanzia nel nuovo millennio e sono cresciuti fra globalizzazione e nuove tecnologie, figli dei baby boomer, la cosiddetta “generazione egoista”: i quaranta-cinquantenni che hanno vissuto negli agi preparati loro dai loro padri e nonni, artefici dell’Italia, dal boom economico alla Prima Repubblica. In mezzo, i trentenni, la “generazione invisibile”.

La crisi economica iniziata nel 2008 ha investito la generazione Y mentre era impegnata a compiere scelte cruciali per il proprio futuro, quelle della scuola superiore e dell’università, lasciandola scoraggiata e priva di una prospettiva ottimistica sul futuro. I ventenni sono arrivati all’età della consapevolezza e si sono accorti che intorno a loro era tutto uno schifo [nda: in un tema-saggio breve, che ha finalità argomentative/espositive, il lessico dovrebbe essere rigoroso, alto, oggettivo, ma in questo caso ho ritenuto, e la mia insegnante si è detta d’accordo, che un’espressione informale fosse più efficace nel comunicare il senso di disgusto, sconforto e rabbia che la situazione economica-sociale-politica italiana comunica a chiunque voglia vederla], che su di loro gravava un’ipoteca che non avevano scelto e che la colpa di tutto questo era della generazione dei loro genitori.

Il momento della scelta della facoltà universitaria per i giovani è stato ed è segnato dalla consapevolezza che l’ingresso al mondo del lavoro è una strettoia che solo pochi riusciranno ad oltrepassare, e che quei pochi spesso non saranno i migliori, ma dei privilegiati. Per la generazione Y, trovare un lavoro è difficile (solo il 20,5% dei ragazzi e delle ragazze tra 15 e 24 anni e il 58,8% di quelli fra 25 e 29 ha un lavoro, a fronte di una media UE rispettivamente del 34,1% e del 72,2%, secondo il Rapporto CENSIS su Lavoro, professionalità, rappresentanze del 2011), ma mantenerlo è ancora più arduo (tra il 2008 e il 2011 più di un milione di giovani fra i 15 e i 34 anni ha perso il posto di lavoro, riporta il Corriere della Sera) e la maggior parte di coloro che lavorano lo fanno con un contratto a tempo determinato che non permette loro di essere economicamente indipendenti.

Di fronte a questa situazione, una parte della generazione Y si è già arresa: secondo il già citato Rapporto CENSIS l’11,2% dei giovani fra i 15 e i 24 anni non studia né lavora, mentre la percentuale sale al 16,7% fra quelli di età compresa fra i 25 e i 29 anni. La loro rassegnazione è un fallimento di tutta la società, così come lo è la mancanza di opportunità in cui languono le nuove generazioni: la crescita economica dell’Italia è ostacolata dall’assenza di ricambio generazionale, specialmente in quei settori in cui i tagli dovuti alla crisi hanno ridotto pesantemente l’organico, provocando serie carenze nei servizi, come nella pubblica amministrazione, nella scuola e nella sanità. Ciò va unito alla mancanza di un tessuto industriale forte e alle difficoltà nell’apertura di nuove imprese (start-up) a causa dei costi elevati e dei lunghi tempi richiesti dalle procedure burocratiche, al punto che, sempre secondo il Rapporto CENSIS, solo il 32,5% dei giovani tra i 15 e i 35 anni è intenzionato ad avviare un’attività economica in proprio.

Il quadro che ne emerge è sconfortante e incombe sulle scelte della generazione Y, indecisa se seguire i propri interessi e le proprie ambizioni, sapendo che solo il 58,1% di coloro che possiedono una laurea specialistica dichiara di averne avuto bisogno come requisito di accesso al lavoro e di utilizzare concretamente sul lavoro le competenze acquisite all’università, e così il 56,1% di coloro che possiedono una laurea triennale, come riportato dall’ISTAT nel 2011. Il 20% di coloro che possiedono una laurea specialistica e il 21,4% di coloro che possiedono una laurea triennale, inoltre, dichiara di non averne avuto bisogno nel loro attuale impiego né sotto il profilo formale né sotto quello sostanziale, e il 71% dei laureati, senza distinzioni, non ritiene le competenze acquisite all’università necessarie per svolgere il proprio lavoro.

In conclusione, la generazione Y non gode di quella fiducia nel futuro che ha caratterizzato la crescita e l’affacciarsi alla società come cittadini attivi delle generazioni precedenti, fiducia che è un presupposto necessario per il progresso della società stessa. Sia sul piano politico che su quello economico, i giovani si sentono sopraffatti da problemi troppo grandi e complessi, e impotenti a cambiare le cose. La sfiducia dei giovani nella nazione è una condanna al suo futuro: se nessuno della generazione Y si assumerà la responsabilità di riparare i danni fatti dai baby boomer, il declino dell’Italia sarà inevitabile.