Il sacrificio della cura

L’idea che la cura sia un compito principalmente o esclusivamente femminile per ragioni naturali, ovvero perché le donne sarebbero accudenti in virtù della capacità di essere madri, è fonte di seri problemi sociali, come ad esempio il fatto che alle donne, anche se lavoratrici, nella maggior parte delle famiglie spettino tutti o quasi i lavori domestici. La mancanza di ripartizione dei lavori domestici è una conseguenza diretta di un’educazione squilibrata, in cui alle figlie femmine è spesso richiesto di imparare ad aiutare le madri nei lavori domestici, mentre nei confronti dei figli maschi i genitori tendono ad essere meno esigenti e a non considerare particolarmente importante che imparino a rifare i letti, pulire, tenere in ordine, cucinare. Questa mentalità è alimentata dall’industria dei giocattoli, che propone solo alle bambine riproduzioni rosa di kit per pulire i pavimenti, cucine dotate di ogni accessorio, asse e ferro da stiro, aspirapolveri, carrelli della spesa con prodotti vari, lavatrici. Il colore rosa manda un segnale inconfondibile: roba da femmine.

A perpetuare lo status quo contribuisce inoltre il mito del multitasking, che trasforma una condizione di oggettiva diseguaglianza a sfavore delle donne in un motivo di orgoglio, un segno della “superiorità intellettuale” femminile. La “forza delle donne”, secondo il mito, risiede nella loro abilità di fare tutto, gestire il lavoro, la famiglia, i rapporti sociali mantenendosi in equilibrio, nella loro dedizione e talento in tutto ciò che fanno, nella generosità con cui mettono gli altri al primo posto. Il mito del multitasking rientra nel campo del sessismo benevolo, che Chiara Volpato, docente di Psicologia Sociale presso l’Università Bicocca di Milano e autrice del saggio Psicosociologia del Maschilismo (2013), descrive in questo modo: “Il sessismo benevolo riconosce alle donne una serie di qualità positive, arrivando a definirle creature preziose, da proteggere, adorare e adulare perché bravissime a fare tutto ciò che gli uomini non desiderano fare”. Il sessismo benevolo, prosegue Volpato, “propone alle donne di identificarsi con un’immagine femminile positiva, ma subalterna” che si incarna esattamente nel ruolo di cura.

Se la cura è affidata principalmente ad una sola persona, invece di essere condivisa in maniera più o meno equa, la persona su cui questo lavoro grava si trova in una posizione subalterna, poiché è tenuta a dedicare una porzione considerevole del proprio tempo e delle proprie energie a servizio degli altri, semplicemente perché è ciò che ci si aspetta che faccia, perché questo lavoro è dato per scontato, al punto che la fatica che richiede viene sottostimata, così come il suo valore. Questa è anche la ragione per cui le professioni di cura, nella nostra società, sono sottopagate e godono di una bassa considerazione sociale. Se invece la cura è condivisa, in uno spirito di collaborazione e reciprocità, allora la parola ritorna ad assumere il suo vero significato: prendersi cura di qualcun altro. La cura non può essere a senso unico.

Le donne immerse in una cultura patriarcale spesso reagiscono agli scarsi spazi di autoaffermazione concessi dalla società rivendicando il loro ruolo di cura – nei fatti, un fardello – come una prerogativa di cui essere orgogliose: traggono soddisfazione compensando la fatica che fanno (e che potrebbero non fare se imponessero la condivisione dei lavori domestici al 50%: tutti i lavori domestici, non solo cucinare, ma anche quelli più ingrati come pulire le persiane e i vetri, stirare, pulire i pavimenti, lavori che possono essere svolti senza alcun problema anche da esseri umani di sesso maschile, dato che non richiedono abilità particolari, solo tempo e disponibilità a faticare un po’) con l’orgoglio di essere indispensabili, di essere brave a occuparsi degli altri. Il meccanismo è così insito nella mentalità collettiva che è frequente che, quando una donna “delega” (scelta lessicale che sottolinea come comunque spetterebbe a lei occuparsene) una parte dei lavori domestici al proprio compagno, sia oggetto di malignità , mentre il compagno sia considerato una “vittima” (la situazione è stata raccontata dalla Zitella Felice qui).

Le aspettative sociali sono interiorizzate dalle donne stesse, sia da quelle che rivendicano con orgoglio la superiorità derivante dall’essere multitasking e dal prendersi cura della famiglia con abnegazione, a metà fra la casalinga anni ’50 e la mamma del Mulino Bianco, (senza riconoscere il sessismo benevolo radicato in questi due modelli), sia da quelle che li respingono, ma ne sono comunque condizionate e si sentono “inadeguate” o “imperfette” perché non sono in grado di soddisfare le aspettative sociali che si riverberano su di loro.

Quello che più mi dà fastidio è che le rivendicazioni della “forza delle donne” da link di Facebook (le solite cascate di retorica su quanto sia nobile essere una madre che si dona completamente ai figli, una moglie che fa di tutto per compiacere il marito, una donna che fa tutto, e sempre con il sorriso sulle labbra perché non esiste gratificazione più alta che annullarsi per gli altri e vederli sorridere per come si è state brave) sono comunemente scambiate per femminismo. E mentre il vero femminismo lotta per la liberazione dagli stereotipi e dalle norme sociali, inclusi quelli “benevoli”, questi link alimentano l’idea che il femminismo celebri la superiorità femminile, presa come un dato a priori.

Il femminismo rifiuta l’idea di un’essenza femminile che s’incarna nel prendersi cura degli altri a scapito di sé stesse. Il femminismo lotta perché la parità sia costruita attraverso la collaborazione, riequilibrando il carico di lavoro domestico che oggi grava in maniera sproporzionata sulle donne.

 

Voice Your Support for Animal Transport

Ci sono tanti modi per mettere in difficoltà la ricerca biomedica che coinvolge l’uso di animali. In Italia, l’emendamento Brambilla sta tentando la strada dell’impedire l’allevamento di animali destinati alla ricerca sul territorio italiano, mentre all’estero si bersagliano le compagnie aeree che si assumono la responsabilità di provvedere al trasporto di questi animali. L’unica che resiste alle pressioni e continua a garantire questo fondamentale servizio è Air France. La Foundation for Biomedical Research (FBR) ha lanciato una petizione per esprimere il supporto della comunità scientifica – e di tutti i suoi sostenitori – alla compagnia aerea francese, vittima di innumerevoli atti di vandalismo da parte dei terroristi ALF e delle pressioni del mondo animalista.

Speaking of Research

Quick Summary. FBR have a petition to support Air France who continue to be one of the few airlines willing to transport primates for research. Please support them by signing the petition.

For several years animal rights activists have targeted the airlines which transport animals for medical, veterinary and scientific research. They have had a lot of success, with few companies willing to transport animals. In the words of Nature:

The pressures on primate researchers have taken many forms. In the United States, for example, commercial airlines have effectively ceased all primate shipments by air within the country, making it difficult for researchers to transport animals. Many airlines in Europe have taken similar steps, but Air France continues to provide service.

In March, China Southern Airlines announced it would cease transporting primates. This leaves Air France as one of the few international airlines that continue to transport animals.

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Tema: la frammentazione del patrimonio culturale italiano

Questo post prosegue la serie di trascrizioni dei temi svolti come compiti in classe durante quest’anno scolastico (potete cercarli nell’archivio dei post usando “tema” come parola chiave, oppure seguendo i tag “tema saggio breve”, “tema storiografico” e “tema di tipologia D”). Si tratta di un tema di tipologia D, il classico tema libero in cui si può sviluppare una riflessione (che deve mantenere un approccio argomentativo-espositivo, ma può essere più personale rispetto al saggio breve e al tema storiografico) a partire da una traccia, lunga circa 4-5 righe, che contiene le indicazioni secondo cui procedere, sulla base delle quali va stesa la scaletta.

La traccia da cui sono partita è la seguente: Paesi e città d’Italia custodiscono un immenso patrimonio artistico e monumentale che, oltre a rappresentare una importantissima testimonianza della nostra storia, costituisce al tempo stesso una primaria risorsa economica per il turismo e lo sviluppo del territorio. Affronta la questione anche in relazione all’ambiente in cui vivi, ponendo in evidenza aspetti positivi e negativi che, a tuo giudizio, lo caratterizzano per la cura, la conservazione e la valorizzazione di tale patrimonio. 

Ecco quindi il mio svolgimento.

La mancata valorizzazione del patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico italiano, risultato straordinario del sovrapporsi di popoli e culture, di fattori climatici e ambientali, di secoli di amore per la bellezza, è un errore strategico che pesa sul futuro della nostra nazione in maniera determinante, precludendo possibilità di sviluppo e di crescita economica necessarie in questo periodo di trasformazione dell’economia globale. Alla base di questo errore ci sono due fattori di ordine culturale: la svalutazione della conoscenza e della competenza avvenuta negli ultimi decenni e la sostanziale mancanza di consapevolezza del problema da parte della classe dirigente, che sono andati a sommarsi ai pregiudizi degli intellettuali e alla mancanza di una prospettiva di respiro internazionale da parte delle istituzioni.

La svalutazione del sapere e con essa della figura dell’esperto, una persona colta e competente la cui prospettiva su un dato argomento è più ampia e approfondita di quella dell’uomo medio, è frutto dell’idea secondo cui democrazia equivale a dare a tutte le opinioni lo stesso peso e della progressiva scomparsa della distinzione fra cultura “alta” e cultura “popolare”, con annesso appiattimento di quest’ultima su un livello sempre più basso. Il risultato di questi processi è da una parte l’arroganza dell’ignorante, non più oggetto di riprovazione da parte della società, e dall’altra lo snobismo delle persone colte che si sono chiuse nella loro torre d’avorio, rifiutando di “contaminarsi” con la cultura delle masse, il che ha generato diffidenza e rifiuto verso la cultura alta, vista come elitaria, obsoleta, troppo concettuale.

Di conseguenza, la maggioranza degli italiani non frequenta musei, teatri, mostre d’arte, così come non legge i quotidiani e non compra libri: la cultura è percepita come superflua e non come un arricchimento personale, né tantomeno come una chiave per comprendere la realtà. Questo atteggiamento riguarda, purtroppo, anche la classe dirigente, incapace di capire il valore anche economico della cultura, come dimostrano l’approccio superficiale alla promozione del patrimonio artistico, architettonico e monumentale con la nomina a Ministro del Turismo, nel 2008, di Michela Vittoria Brambilla, che non aveva alcuna competenza nel settore, oppure i tagli alle ore di insegnamento della storia dell’arte nelle scuole superiori.

Le conseguenze di questi atteggiamenti sono rilevanti: studiosi hanno calcolato che ogni euro investito nel patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico italiano genera altri quattro euro di indotto, il che implica che ogni mancato investimento è un’opportunità perduta. In assenza di un impegno da parte delle istituzioni, motivato sia dalla mancanza di consapevolezza che dalla carenza di fondi, il compito di investire nella cultura spetta ai privati, alle imprese: e se da una parte ci sono imprese che hanno capito l’importanza di associare il proprio marchio ai valori del patrimonio artistico e monumentale italiano per trasmettere lo spirito del “made in Italy” come eredità di una grande tradizione, dall’altra anche in quest’ambito persistono pregiudizi che ostacolano l’imporsi della visione appena descritta.

Consideriamo due esempi che illustrano efficacemente il problema: in primo luogo, la sponsorizzazione dei lavori di restauro del Duomo di Milano, in gran parte operata da marchi stranieri, come Samsung e Donna Karan, che hanno intuito la grande visibilità associata al finanziare il restauro di un monumento simbolo dell’Italia in tutto il mondo; in secondo luogo, l’iniziativa del marchio italiano Intimissimi, che ha ambientato le proprie campagne pubblicitarie in luoghi simbolo del patrimonio artistico italiano, come la Gipsoteca Canova e i Giardini di Villa Borghese a Roma. Entrambe le iniziative sono state criticate da intellettuali che le considerano uno svilimento o una mercificazione dell’arte, ribadendo il vecchio pregiudizio secondo in quale la cultura e l’economia devono restare separate per evitare che la seconda “corrompa” la prima. Il rifiuto degli interventi di privati nel finanziamento del patrimonio artistico e monumentale italiano ci priva dell’opportunità di valorizzarlo e farlo conoscere all’estero, rivelandosi in conclusione una visione sterile e miope.

L’ultimo, ma non meno importante, fattore che pesa sul mancato sviluppo delle possibilità offerte dal nostro patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico è la dispersione: questa fonte di ricchezza è diffusa su tutto il territorio, il che causa diversi problemi che ne impediscono una gestione efficace. In primo luogo, la dispersione rende difficoltoso il coordinamento degli interventi di restauro da parte del Ministero dei Beni Culturali, poiché non è possibile stabilire delle priorità d’intervento nello stanziamento dei fondi. Questo problema può essere risolto con la realizzazione di un censimento generale del patrimonio artistico e monumentale, suddiviso in categorie, i cui risultati saranno poi pubblicati in un archivio su Internet che potrà essere aggiornato, o in cui potranno essere segnalate situazioni critiche, dalle pubbliche amministrazioni, dai sovrintendenti ai beni culturali, dai direttori di musei e siti archeologici.

In secondo luogo, la dispersione rende difficile anche la promozione turistica di una specifica area sia a livello nazionale sia a livello internazionale. Per esempio, l’area del medio corso del fiume Adda, sede di un complesso ecomuseale articolato attorno al naviglio di Paderno e al suo sistema di conche, integrata nel Parco Adda Nord, che ospita aree significative per la loro biodiversità come le paludi di Brivio o l’Oasi WWF “Le Foppe”, e luoghi d’interesse storico come il villaggio operaio di Crespi d’Adda (che fa parte della lista dei Patrimoni dell’Umanità censiti dall’UNESCO), il Castello Visconteo di Trezzo sull’Adda e le ville di Vaprio d’Adda, Villa Castelbarco e Villa Melzi d’Eril, non viene valorizzata a livello turistico come meriterebbe a causa della mancanza di coordinamento fra gli enti e le istituzioni che presiedono a ciascun elemento. Ogni comune ha un proprio sito Internet, in cui la promozione turistica è una sezione fra le altre, da quelle sui servizi al cittadino a quelle sulle imposte comunali, il che significa che queste informazioni non sono poste in una posizione di rilevanza e non risultano facilmente accessibili. Inoltre, spesso non sono disponibili in lingua straniera, un fattore d’importanza fondamentale per far conoscere le attrattive turistiche di un’area ad un pubblico più ampio.

L’analisi del problema nei suoi aspetti socio-culturali, politici, economici e strutturali, corredata dall’osservazione di un caso specifico, ci permette di concludere che il rilancio del patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico italiano può avvenire solo a partire da una generalizzata presa di consapevolezza della sua importanza e delle sue potenzialità da parte delle istituzioni e in primis degli enti locali, da parte dei cittadini, delle imprese e infine della comunità degli intellettuali. Solo in questo modo è possibile pensare ad interventi sistematici che abbiano impatto su larga scala nell’economia italiana.

Cose da maschi. La teoria maschilista della civiltà.

Il nuovo mondo di Galatea

Come nick ha scelto Libertyfirst. A leggere l’ultimo post, però, ho come l’impressione che la Libertà da lui tanto vagheggiata abbia confini abbastanza precisi: non comprenda, cioè, tutti, ma solo quel segmento del genere umano che ha la fortuna di nascere del sesso giusto, che nella fattispecie è quello maschile. Per donzelle infatti, per carità, la libertà di far ciò che si vuole esiste, in teoria; però in pratica, stando alle sue meditazioni, sarebbe meglio se noi signorine ci rassegnassimo a capire che il nostro ruolo al mondo è quello di partorir marmocchi e scodellare pranzetti ai mariti. Ma mica lo dice, sia ben chiaro, per un reflusso di maschilismo: no, Libertyfirst lo afferma quasi a malincuore, e dopo ponderati studi, perché è convinto che solo così noi donne saremo felici. Per spiegarcelo, ha elaborato una vera e propria teoria scientifica, che ha battezzato La teoria maschilista della cultura…

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FAQ: What is the “male gaze”?

La presenza dello sguardo maschile (“male gaze”) non ha niente a che vedere con il valore di un prodotto cinematografico, fumettistico, artistico, tuttavia la pervasività di certe forme di rappresentazione influenza il nostro immaginario e il nostro modo di agire nella realtà, spingendoci a introiettare questo tipo di sguardo e ad applicarlo nella nostra vita di tutti i giorni (succede anche a me, e anche se me ne rendo conto non posso “riprogrammarmi”, solo cercare razionalmente di impedire che quello sguardo influenzi il modo in cui interagisco con gli altri). Una rappresentazione non è mai “solo” una rappresentazione, e come sono solite dire le femministe anglosassoni, “Art doesn’t exist in a vacuum”.

Finally, A Feminism 101 Blog

The Male Gaze Before talking about the male gaze, it is first important to introduce its parent concept: the gaze. According to Wikipedia the gaze is a concept used for “analysing visual culture… that deals with how an audience views the people presented.” The types of gaze are primarily categorized by who is doing the looking.

While the ideas behind the concept were present in earlier uses of the gaze, the introduction of the term “the male gaze” can be traced back to Laura Mulvey and her essay “Visual Pleasure and Narrative Cinema” which was published in 1975. In it, Mulvey states that in film women are typically the objects, rather than the possessors, of gaze because the control of the camera (and thus the gaze) comes from factors such as the as the assumption of heterosexual men as the default target audience for most film genres. While this was more true in…

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