Tema: la frammentazione del patrimonio culturale italiano

Questo post prosegue la serie di trascrizioni dei temi svolti come compiti in classe durante quest’anno scolastico (potete cercarli nell’archivio dei post usando “tema” come parola chiave, oppure seguendo i tag “tema saggio breve”, “tema storiografico” e “tema di tipologia D”). Si tratta di un tema di tipologia D, il classico tema libero in cui si può sviluppare una riflessione (che deve mantenere un approccio argomentativo-espositivo, ma può essere più personale rispetto al saggio breve e al tema storiografico) a partire da una traccia, lunga circa 4-5 righe, che contiene le indicazioni secondo cui procedere, sulla base delle quali va stesa la scaletta.

La traccia da cui sono partita è la seguente: Paesi e città d’Italia custodiscono un immenso patrimonio artistico e monumentale che, oltre a rappresentare una importantissima testimonianza della nostra storia, costituisce al tempo stesso una primaria risorsa economica per il turismo e lo sviluppo del territorio. Affronta la questione anche in relazione all’ambiente in cui vivi, ponendo in evidenza aspetti positivi e negativi che, a tuo giudizio, lo caratterizzano per la cura, la conservazione e la valorizzazione di tale patrimonio. 

Ecco quindi il mio svolgimento.

La mancata valorizzazione del patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico italiano, risultato straordinario del sovrapporsi di popoli e culture, di fattori climatici e ambientali, di secoli di amore per la bellezza, è un errore strategico che pesa sul futuro della nostra nazione in maniera determinante, precludendo possibilità di sviluppo e di crescita economica necessarie in questo periodo di trasformazione dell’economia globale. Alla base di questo errore ci sono due fattori di ordine culturale: la svalutazione della conoscenza e della competenza avvenuta negli ultimi decenni e la sostanziale mancanza di consapevolezza del problema da parte della classe dirigente, che sono andati a sommarsi ai pregiudizi degli intellettuali e alla mancanza di una prospettiva di respiro internazionale da parte delle istituzioni.

La svalutazione del sapere e con essa della figura dell’esperto, una persona colta e competente la cui prospettiva su un dato argomento è più ampia e approfondita di quella dell’uomo medio, è frutto dell’idea secondo cui democrazia equivale a dare a tutte le opinioni lo stesso peso e della progressiva scomparsa della distinzione fra cultura “alta” e cultura “popolare”, con annesso appiattimento di quest’ultima su un livello sempre più basso. Il risultato di questi processi è da una parte l’arroganza dell’ignorante, non più oggetto di riprovazione da parte della società, e dall’altra lo snobismo delle persone colte che si sono chiuse nella loro torre d’avorio, rifiutando di “contaminarsi” con la cultura delle masse, il che ha generato diffidenza e rifiuto verso la cultura alta, vista come elitaria, obsoleta, troppo concettuale.

Di conseguenza, la maggioranza degli italiani non frequenta musei, teatri, mostre d’arte, così come non legge i quotidiani e non compra libri: la cultura è percepita come superflua e non come un arricchimento personale, né tantomeno come una chiave per comprendere la realtà. Questo atteggiamento riguarda, purtroppo, anche la classe dirigente, incapace di capire il valore anche economico della cultura, come dimostrano l’approccio superficiale alla promozione del patrimonio artistico, architettonico e monumentale con la nomina a Ministro del Turismo, nel 2008, di Michela Vittoria Brambilla, che non aveva alcuna competenza nel settore, oppure i tagli alle ore di insegnamento della storia dell’arte nelle scuole superiori.

Le conseguenze di questi atteggiamenti sono rilevanti: studiosi hanno calcolato che ogni euro investito nel patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico italiano genera altri quattro euro di indotto, il che implica che ogni mancato investimento è un’opportunità perduta. In assenza di un impegno da parte delle istituzioni, motivato sia dalla mancanza di consapevolezza che dalla carenza di fondi, il compito di investire nella cultura spetta ai privati, alle imprese: e se da una parte ci sono imprese che hanno capito l’importanza di associare il proprio marchio ai valori del patrimonio artistico e monumentale italiano per trasmettere lo spirito del “made in Italy” come eredità di una grande tradizione, dall’altra anche in quest’ambito persistono pregiudizi che ostacolano l’imporsi della visione appena descritta.

Consideriamo due esempi che illustrano efficacemente il problema: in primo luogo, la sponsorizzazione dei lavori di restauro del Duomo di Milano, in gran parte operata da marchi stranieri, come Samsung e Donna Karan, che hanno intuito la grande visibilità associata al finanziare il restauro di un monumento simbolo dell’Italia in tutto il mondo; in secondo luogo, l’iniziativa del marchio italiano Intimissimi, che ha ambientato le proprie campagne pubblicitarie in luoghi simbolo del patrimonio artistico italiano, come la Gipsoteca Canova e i Giardini di Villa Borghese a Roma. Entrambe le iniziative sono state criticate da intellettuali che le considerano uno svilimento o una mercificazione dell’arte, ribadendo il vecchio pregiudizio secondo in quale la cultura e l’economia devono restare separate per evitare che la seconda “corrompa” la prima. Il rifiuto degli interventi di privati nel finanziamento del patrimonio artistico e monumentale italiano ci priva dell’opportunità di valorizzarlo e farlo conoscere all’estero, rivelandosi in conclusione una visione sterile e miope.

L’ultimo, ma non meno importante, fattore che pesa sul mancato sviluppo delle possibilità offerte dal nostro patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico è la dispersione: questa fonte di ricchezza è diffusa su tutto il territorio, il che causa diversi problemi che ne impediscono una gestione efficace. In primo luogo, la dispersione rende difficoltoso il coordinamento degli interventi di restauro da parte del Ministero dei Beni Culturali, poiché non è possibile stabilire delle priorità d’intervento nello stanziamento dei fondi. Questo problema può essere risolto con la realizzazione di un censimento generale del patrimonio artistico e monumentale, suddiviso in categorie, i cui risultati saranno poi pubblicati in un archivio su Internet che potrà essere aggiornato, o in cui potranno essere segnalate situazioni critiche, dalle pubbliche amministrazioni, dai sovrintendenti ai beni culturali, dai direttori di musei e siti archeologici.

In secondo luogo, la dispersione rende difficile anche la promozione turistica di una specifica area sia a livello nazionale sia a livello internazionale. Per esempio, l’area del medio corso del fiume Adda, sede di un complesso ecomuseale articolato attorno al naviglio di Paderno e al suo sistema di conche, integrata nel Parco Adda Nord, che ospita aree significative per la loro biodiversità come le paludi di Brivio o l’Oasi WWF “Le Foppe”, e luoghi d’interesse storico come il villaggio operaio di Crespi d’Adda (che fa parte della lista dei Patrimoni dell’Umanità censiti dall’UNESCO), il Castello Visconteo di Trezzo sull’Adda e le ville di Vaprio d’Adda, Villa Castelbarco e Villa Melzi d’Eril, non viene valorizzata a livello turistico come meriterebbe a causa della mancanza di coordinamento fra gli enti e le istituzioni che presiedono a ciascun elemento. Ogni comune ha un proprio sito Internet, in cui la promozione turistica è una sezione fra le altre, da quelle sui servizi al cittadino a quelle sulle imposte comunali, il che significa che queste informazioni non sono poste in una posizione di rilevanza e non risultano facilmente accessibili. Inoltre, spesso non sono disponibili in lingua straniera, un fattore d’importanza fondamentale per far conoscere le attrattive turistiche di un’area ad un pubblico più ampio.

L’analisi del problema nei suoi aspetti socio-culturali, politici, economici e strutturali, corredata dall’osservazione di un caso specifico, ci permette di concludere che il rilancio del patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico italiano può avvenire solo a partire da una generalizzata presa di consapevolezza della sua importanza e delle sue potenzialità da parte delle istituzioni e in primis degli enti locali, da parte dei cittadini, delle imprese e infine della comunità degli intellettuali. Solo in questo modo è possibile pensare ad interventi sistematici che abbiano impatto su larga scala nell’economia italiana.

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8 pensieri su “Tema: la frammentazione del patrimonio culturale italiano

      • Roma è praticamente un colossale museo a cielo aperto (tranne le periferie più recenti, in cui si trovano solo case), con così tante cose da vedere che una vita non basta. I guai sono principalmente tre: difficoltà della promozione turistica per la vastità del patrimonio, tanto che i turisti finiscono per visitare sempre le stesse cose; cronica mancanza di fondi da parte del comune più un po’ di incompetenza endemica nelle istituzioni da anni; ignoranza e incuria soprattutto da parte dei giovani.
        Per esempio i “giovani” si vanno a ubriacasa in piazza Campo di Fiori per poi buttarsi a schiamazzare sotto la statua di Giordano Bruno, senza nemmeno sapere chi sia stato. Oppure molti giovani trovano divertente scrivere sui muri, tanto che non si riesce a pulire, oppure rompono statue o commettono altri atti di vandalismo del genere, famosi sono i busti dei grandi italiani del Pincio che vengono sistematicamente massacrati e restaurati.
        Per finire, non si riesce a capire per quale motivo i Musei Capitolini del Campidoglio non attirino visitatori quanto quelli Vaticani sebbene non abbiano nulla da invidiare a questi ultimi. A volte mi chiedo chi sia il rimbambito che si occupa della promozione turistica…
        In sostanza, la capitale è un po’ una miniatura della situazione nazionale di cui parla il tuo tema.

        P.S. Roma è una città da visitare, prima o poi!

      • Mi piacerebbe visitarla una volta o l’altra nella vita, sicuramente è nella lista dei posti da vedere, ma altrettanto sicuramente so che dovrà aspettare qualche altro anno :/

        La tua descrizione mi lascia molto amareggiata, è davvero uno spreco…

      • Per me invece è deprimente… Abitandoci e avendo un minimo di cultura si sente tutto il peso di questa situazione.

  1. Pingback: I beni culturali tra frammentazione e carenza di risorse | Il Ragno

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