Tema: 1914-1918: i cinque anni che cambiarono la Storia

Questo è il penultimo dei temi svolti nel corso di quest’anno scolastico come compiti in classe e raccolti nel blog sotto i tag “tema saggio breve”, “tema storiografico” e “tema di tipologia D”. Questo è un tema-saggio breve di ambito storico-politico, corrispondente alla tipologia B della prima prova dell’Esame di Stato, il cui titolo della traccia è “La Grande Guerra come trauma collettivo”. I documenti storiografici forniti con la traccia sono reperibili con una rapida ricerca su Google.

Qui di seguito il mio svolgimento:

“Nel 1918 l’Europa si risvegliò su un cumulo di rovine. La percezione comune era che nulla sarebbe mai stato più come prima, prima della guerra che aveva sconvolto non solo l’assetto geopolitico del Vecchio Continente e del mondo, ma anche la mentalità, le abitudini e le strutture sociali di interi popoli, fungendo da acceleratore di trasformazioni sociali già operanti. Analizzare l’impatto della Grande Guerra sull’Europa non può prescindere dall’osservare le ripercussioni del conflitto sulle masse, in quanto la guerra rappresenta il culmine dello sviluppo della società di massa.

La Prima Guerra Mondiale esplose come conseguenza, in primo luogo, dell’esasperazione delle tensioni fra le potenze europee, avviate da decenni alla competizione imperialista; tali tensioni erano alimentate dalla mentalità nazionalista che permeava ogni strato della società. Durante la “belle époque” il senso di orgoglio derivante dalla riscoperta romantica delle radici culturali dell’identità nazionale si tinse di connotazioni militariste, per cui la superiorità della propria nazione poteva e doveva essere affermata con la forza delle armi. Parallelamente i bisogni di un’economia capitalista in rapida espansione trovarono la loro risposta da un lato nelle conquiste coloniali, dall’altro nelle commesse militari da parte degli Stati.

A tutto questo vanno aggiunti i conflitti di nazionalità all’interno dell’Impero Austro-ungarico, la complessa situazione dei vari gruppi etnici nella “polveriera balcanica” e il progetto politico dei vertici militari tedeschi, che coniugavano ambizioni di potenza a livello mondiale (Weltpolitik) e un complesso di accerchiamento dovuto alle alleanze fra nemici storici, come Russia e Francia.

Così, quando Gavrilo Princip innescò la miccia della guerra fra Austria e Serbia, tutti questi fattori concorsero a determinare un devastante effetto domino che trascinò il conflitto su scala globale, coinvolgendo milioni di persone. La maggior parte della popolazione sosteneva la partecipazione del proprio Paese alla guerra e si percepiva nitidamente che si era parte di una grande, potentissima trasformazione, che lo storico A. Gibelli, nel suo saggio ‘La prima guerra mondiale’, pubblicato nel volume ‘La Storia’ del 1988, descrive in questi termini: “[…] il passato prossimo appariva ad alcuni come passato remoto, la distanza psicologica da esso si dilatava improvvisamente.’

Ma il conflitto si rivelò ben diverso dalle aspettative, come mostra anche la parabola dei War Poets inglesi, quattro giovani che si arruolarono volontari e scrissero delle loro esperienze in versi: Rupert Brooke, morto nel 1915, scrisse poesie che riflettevano la visione della guerra come purificazione, in cui solo il corpo moriva, mentre l’anima (“A dust whom England bore”) sarebbe stata glorificata dalla morte per la patria, e divenne un eroe della propaganda inglese, mentre Wilfred Owen, Siegfried Sassoon e Isaac Rosenberg, che assistettero ai lunghi, logoranti anni di massacri nelle trincee, descrissero con crudo realismo l’orrore della guerra e la condannarono duramente (Owen, nella poesia Dulce et decorum est, conclude “My friend, you would not tell with such high zest/to children ardent for some desperate glory/the old Lie: dulce et decorum est/pro patria mori”). Invece di risolversi rapidamente, il conflitto si trascinò per anni, anni di battaglie sanguinose e inutili, di vita psicologicamente e fisicamente logorante nelle trincee, di notti trascorse nel terrore di un assalto, di commilitoni caduti, di massacri e crudeltà inumane, che, come nota Sigmund Freud nella sua opera ‘Considerazioni attuali sulla guerra e la morte’, infransero “tutte le barriere riconosciute in tempo di pace e costituenti quello che si diceva il diritto delle genti […] come se dopo non dovesse più esservi un avvenire e una pace fra gli uomini”.

Coloro che vivevano al fronte si trovarono a sperimentare una condizione psicologicamente insostenibile per periodi prolungati: la deumanizzazione, ovvero la riduzione ad un numero, ad una macchina per uccidere. Come ha teorizzato Chiara Volpato nel suo saggio ‘Deumanizzazione. Come si legittima la violenza’, la privazione dell’individualità imprime traumi profondi nella psiche degli individui, ma è anche un meccanismo mentale necessario per sopravvivere al fatto di essere costretti ad uccidere altre persone: riducendole a numeri, ad un’entità impersonale e ostile come “il nemico”, si evita di provare empatia e di convivere con il pensiero della morte.

Quanto la guerra si concluse, le nazioni europee erano allo stremo, indebitate a livelli insostenibili, con un intero sistema industriale da riconvertire alla produzione non bellica, infrastrutture da ricostruire, profondi mutamenti nelle abitudini, nei costumi, nelle strutture sociali. Fu questa la situazione che trovarono i reduci al momento del loro reinserimento nella società civile. Traumatizzati dalla guerra, di fronte all’emancipazione femminile, alla maggiore libertà dalle strutture sociali tradizionali (come la famiglia borghese patriarcale), ai cambiamenti nel costume, di cui l’abbigliamento è l’esempio più evidente, con il passaggio dalle gonne ampie e lunghe fino alle caviglie e dai corsetti ottocenteschi agli abiti più corti, leggeri e pratici degli anni ’20, i reduci videro che la società era cambiata durante la loro assenza, lasciandoli indietro.

Altri sintomi di questo “nuovo ordine” che stava nascendo sulle rovine e sul sangue furono le conquiste ottenute dagli operai nel giro di due anni, come il limite delle otto ore lavorative giornaliere e i salari proporzionali al costo della vita, per le quali le organizzazioni sindacali si erano battute per decenni prima della guerra, e il fatto che tutti i tentativi reazionari di riportare la società ad un assetto “tradizionale” caddero nel vuoto, a riprova del fatto che le trasformazioni avvenute negli anni del conflitto, per quanto rapide, erano profonde e irreversibili.

In conclusione, la Prima Guerra Mondiale fu un acceleratore che proiettò definitivamente l’Europa (e di riflesso il mondo intero) fuori dall’Ottocento, facendo in modo che si lasciasse alle spalle ogni resto delle strutture sociali, economiche e politiche ottocentesche. Mai nella storia si erano verificati cambiamenti così drastici in tempi così brevi. Il prezzo di questi cambiamenti non fu solo sangue e distruzione, ma un trauma indelebile (e irrisolto) nella coscienza collettiva dei popoli europei, che, come afferma J. Habernas nel suo libro ‘Filosofia del terrore’, avrebbe poi rappresentato “[…] l’inizio di un’era della guerra totale, dell’oppressione totalitaria, della barbarie meccanizzata e dell’omicidio burocratico di massa”.”

La propaganda “pro-life” sta vincendo negli USA (parte terza)

La prima parte di questo articolo, tradotto dal pezzo di Kate Pickert pubblicato da Time il 14 gennaio 2013, si trova qui, mentre la seconda parte è qui.

“Difficile che gli sguardi s’incrocino alla Red River. Molte pazienti percorrono i corridoi a capo chino, con le braccia incrociate sul petto. Sui quaderni sparsi per tutta la clinica in cui le donne sono invitate a scrivere i loro pensieri, le pazienti scrivono di mariti e fidanzati che non le supportano e chiedono perdono a Dio. Scrivono di come non possono permettersi di avere un altro figlio e come sono sollevate dall’esistenza di posti come la Red River. Fra il ronzio basso dei telefoni che vibrano, la voce di un membro dello staff che legge alle donne un testo imposto per legge statale riecheggia per tutto il piano superiore della clinica: “La legge del Nord Dakota definisce l’aborto come la terminazione della vita di un essere umano completo, distinto, unico e vivente”.

Quando il suo nome viene chiamato, una paziente che deve sottoporsi ad un aborto chirurgico scende una scala ed entra in una stanza dove un tecnico esegue un esame a ultrasuoni. Finito questo, entra in una sala per essere esaminata e incontra il medico di turno. Questo mercoledì è la dottoressa Kathryn Eggleston, che la informa di aver appena rivisto la sua cartella clinica e le domanda “E’ convinta della sua decisione di avere un aborto oggi?”. Se la donna risponde sì, l’operazione ha inizio; il ronzio dell’aspiratore usato per estrarre il feto si sente dal corridoio. Entro 15 minuti, Eggleston emerge dalla stanza ed entra in un’altra, dove i contenuti rimossi sono esaminati e fotografati per le registrazioni mediche.

Nella stanza del recupero, dove le pazienti riposano su divani di pelle super-imbottiti, Kromenaker chiacchiera con una ragazza di circa 20 anni che ha declinato l’offerta di Eggleston di prescriverle dei contraccettivi. “Hai un ragazzo?”, chiede Kromenaker. La ragazza risponde di no. Kromenaker le elenca lo stesso una serie di benefici secondari per la salute dei contraccettivi orali, le offre alcuni profilattici e le mette una mano sulla spalla per incoraggiarla.

Una paziente di 24 anni che ha percorso 130 km da sola per raggiungere la clinica dice che lei e il suo ragazzo hanno scelto insieme di non proseguire la gravidanza, iniziata sei settimane prima. “Nessuno di noi due è neanche lontanamente pronto per avere un bambino in questo momento. Discutiamo per decidere a chi tocca portare fuori il cane, certi giorni, perciò non credo che cambiare i pannolini possa andare tanto  meglio”. Un’altra giovane donna che si trova alla clinica quel giorno è meno sicura. Quando Eggleston le chiede se si sente pronta, risponde di no. Eggleston le fa altre domande, e una volta chiaro che la donna è in conflitto, le prescrive vitamine per la gravidanza e le dice di tornare a casa. La donna ritorna una settimana dopo, e questa volta non cambia idea.

Circa tre quarti delle pazienti della Red River hanno meno di trent’anni. Più di metà hanno almeno un figlio; circa un terzo ha già avuto un aborto in precedenza; meno del 4% sono minorenni. Queste statistiche rispecchiano con buona approssimazione i dati su scala nazionale. In tutto, più di 50 milioni di aborti legali sono stati eseguiti negli Stati Uniti dalla sentenza Roe v. Wade. Secondo il Guttmacher Institute, un gruppo in difesa dei diritti riproduttivi le cui statistiche sono citate sia dagli attivisti pro-choice che da quelli pro-life, circa una donna americana su tre avrà avuto un aborto entro i 45 anni. Circa il 90% degli aborti avviene nel primo trimestre della gravidanza.

La guerra sull’aborto, come molte altre lotte politiche, si combatte spesso ai margini della realtà. Rivedendo le norme che hanno alimentato accesi dibattiti a livello nazionale è facile pensare che gli aborti ad uno stadio prolungato della gravidanza [lateterm abortions, dopo la 20esima settimana di gravidanza, ndr] e quelli eseguiti su minorenni o donne rimaste incinte in seguito a stupro o incesto costituiscano la maggioranza delle interruzioni di gravidanza. In verità, queste sono solo schegge dell’intera storia dell’aborto in America. E, complessivamente, c’è poco disaccordo riguardo alla bontà dell’aborto in questi casi. La maggior parte degli americani supporta l’accesso all’aborto in casi di stupro o incesto o nel caso in cui la vita della madre sia in pericolo,  ma anche molte delle più comuni restrizioni statali all’aborto. I dati Gallup mostrano che il 79% degli americani pro-choice ritiene che l’aborto debba essere illegale nel terzo trimestre della gravidanza e il 60% è a favore di un periodo di attesa di 24 ore prima fra la richiesta e l’intervento e del consenso dei genitori per le minorenni.

Le organizzazioni istituzionalizzate che si battono per il diritto all’aborto si oppongono a quasi tutte le regolamentazioni specifiche sull’aborto. Gli attivisti pro-life vedono la linea radicale dei loro avversari come un’opportunità per servirsi del sostegno dell’opinione pubblica per fare pressioni per leggi che hanno come effetto indiretto il rendere l’interruzione di gravidanza più costosa sia in termini di denaro che di tempo. “Mentre lavoriamo su questi pacchetti legislativi su cui ci sono interessi condivisi, noi siamo più vicini alla posizione del popolo americano”, dice Yoest, del gruppo Americans United for Life. Gli attivisti come Yoest stanno giocando da tempo una partita iniziata quando il movimento antiabortista nel suo insieme ha adottato l’etichetta “pro-life” negli anni ’70. Quindi, negli anni ’80 e ’90, mentre i pro-life venivano trascinati in tribunale per le loro azioni di “attivismo” alle cliniche dove si praticano aborti – bloccare le entrate, “consigliare” le pazienti che cercavano di accedere alle cliniche e occasionalmente ricorrere alla violenza fisica contro medici e membri dello staff – hanno lentamente costruito un formidabile apparato legale che serve egregiamente la loro causa tuttora, come afferma Joshua Wilson, professore di scienze politiche al John Jay College, il cui libro “The street politics of abortion” sarà pubblicato quest’anno. Degli attivisti pro-life dice: “Se riescono ad ottenere regolarmente queste leggi, bene, perché hanno le risorse legali per difenderle quando vengono poste in discussione: è una strategia integrata davvero impressionante”.

La causa antiabortista è stata aiutata indirettamente dai progressi scientifici che hanno complicato l’approccio americano all’aborto. Gli ultrasuoni prenatali, che hanno permesso al pubblico di vedere i feti all’interno dell’utero e di capire che hanno forma umana sin dall’ottava settimana di gravidanza, hanno conosciuto una massiccia diffusione negli anni ’80, e al giorno d’oggi alcuni bambini nati prematuramente alla 24esima settimana di gravidanza possono sopravvivere. Anche le norme culturali riguardo alla gravidanza fuori dal matrimonio sono cambiate nei decenni successivi a Roe v. Wade. “In generale, il movimento pro-choice lascia le persone con la sensazione che noi non vediamo la complessità del problema perché la risposta è quasi sempre ‘è una decisione che spetta alla donna’”, dice Frances Kissling, precedentemente membro di Catholics for Choice, “Ed è vero, ma non abbiamo discussioni aperte e confidenziali a livello di attivismo nazionale”.

Kissling si oppone alle normative specifiche promosse dagli attivisti pro-life a livello nazionale, ma dice che lo sforzo del movimento pro-choice per “normalizzare l’aborto” è controproducente. “Quando le persone ci sentono dire che l’aborto è solo un’altra procedura medica, reagiscono scioccate”, dice, “L’aborto non è come l’estrazione di un dente o l’appendicectomia. Riguarda la soppressione di una forma iniziale di vita umana. Questo merita un po’ di gravitas”.

Mentre un ritorno all’aborto clandestino diffuso prima della sentenza Roe sembra inconcepibile – perfino di fronte al gran numero di leggi statali che restringono l’accesso all’aborto – c’è preoccupazione fra gli attivisti pro-choice che in posti come il Nord Dakota, dove la clinica che pratica aborti più vicina può essere lontana centinaia di kilometri, le donne potrebbero essere spinte a prendere rischi non necessari. Coloro che fanno parte della comunità dei fornitori di aborti dicono di essere preoccupati che le donne nelle aree rurali possano cercare di acquistare farmaci per l’interruzione di gravidanza su Internet, senza supervisione medica. Ad amplificare questa paura c’è il fatto che la generazione di medici che si sono fatti avanti per praticare aborti legali dopo la sentenza Roe sono andati in pensione o sono morti, senza una nuova, robusta classe di dottori pronti a prendere il loro posto. In molti reparti di ostetricia-ginecologia e in molti programmi di tirocinio per medici di famiglia sono in corso sforzi per offrire corsi di preparazione all’aborto a un numero maggiore di medici, ma lo spettro delle proteste e delle attenzioni sgradite permane. “E’ un circolo vizioso”, dice Kathryn Eggleston della Red River, “Se un numero maggiore di noi medici praticasse aborti, ci sarebbe uno stigma meno pesante su coloro che lo fanno”.

Il sempre più ridotto numero di medici disposti a praticare aborti ha probabilmente contribuito alla netta decrescita nel numero totale di aborti, da circa 30 ogni 1000 donne di età compresa fra i 15 e i 44 anni del 1981 al circa 20 ogni 1000 donne del 2008, secondo i dati del Guttmacher Institute. Un accesso più ampio ai contraccettivi, che il movimento pro-choice sostiene fortemente, attitudini diverse rispetto alla famiglia e ai feti, e le sempre più stringenti normative statali sono spesso citate fra le ragioni. In teoria, un numero più basso di aborti dovrebbe essere qualcosa di cui entrambe le fazioni del dibattito sull’aborto dovrebbero celebrare e di cui dovrebbero condividere i meriti. Ma esso mostra anche la sfida definitiva per i pro-choice. Il loro obiettivo più urgente, 40 anni dopo Roe, è di espandere l’accesso a una procedura che la maggioranza degli americani ritiene dovrebbe subire restrizioni – e di cui nessuno vuole avere mai bisogno”.

Concludo l’articolo inserendo qualche dato:

– negli Stati Uniti, nel 2011 sono state approvate 92 normative che restringono l’accesso all’aborto a livello statale.

– negli Stati Uniti, solo 9 Stati su 50 non hanno leggi che restringano il diritto all’aborto; 37 su 50 impongono che una minorenne informi i genitori e/o ottenga il loro consenso prima di poter subire un aborto; in 35 su 50 l’aborto è gratuito solo se la vita della madre è in pericolo o in caso di stupro o incesto; in 26 su 50 una donna deve attendere un certo periodo di tempo tra la richiesta di un aborto e la somministrazione della procedura; 11 Stati su 50 impongono una sessione di “consiglio” sull’abilità dei feti di percepire dolore (cosa che io considero un atto ignobile di terrorismo psicologico su una donna provata da una decisione difficile, sofferta e gravosa, per inciso); 9 Stati su 50 impongono esami con ultrasuoni prenatali per far visualizzare il feto alla donna.

– in 9 Stati su 50 sono disponibili più di 5 fornitori di aborti ogni 100.000 donne di età compresa fra 15 e 44 anni; in altri 9 Stati, il tasso di fornitori di aborto è compreso fra 3 e 5 ogni 100.000 donne fra i 15 e i 44 anni; in 19 Stati ce ne sono da 1 a 2,9 ogni 100.000 donne in età fertile; 13 Stati hanno meno di 1 fornitore di aborti ogni 100.000 donne (fra questi, il Mississippi ne ha 0,2 ogni 100.000 donne, e insieme all’Arkansas, al Nord Dakota e al Sud Dakota ha una sola clinica sul suo territorio).

La propaganda “pro-life” sta vincendo negli USA (parte seconda)

La prima parte di questo articolo, traduzione dell’originale di Kate Pickert per “Time“, la trovate qui.

“In Mississippi, gli attivisti pro-life hanno fatto pressioni per far passare una legge del 2012 che richiedesse ai medici che praticano aborti di avere privilegi d’ammissione negli ospedali locali [il privilegio d’ammissione è il diritto di un medico, convenzionato con un determinato ospedale, di servirsi delle strutture di quell’ospedale a fini diagnostici e/o terapeutici, ndr]. Nessuno dei medici provenienti da altri Stati che praticano aborti nell’unica clinica del Mississippi ha questo privilegio. La clinica al momento resta aperta mentre un giudice federale esamina la costituzionalità della legge e determina se rappresenta un “fardello eccessivo” per le donne che hanno bisogno di abortire [la sentenza Casey ha stabilito che il criterio per valutare leggi che regolamentino il diritto all’aborto debba essere appunto quello del “due burden”, un peso equo sulla donna, ndr]. Il governatore Phil Bryant, che ha firmato la legge, ha dichiarato che è parte di uno sforzo per “far cessare gli aborti in Mississippi”.

La Volunteer Women’s Medical Clinic di Knoxville, nel Tennessee, è stata aperta per 38 anni prima di chiudere nell’agosto 2012 a causa del Life Defense Act, una legge statale passata pochi mesi prima, che richiede anch’essa che i medici abbiano privilegi d’ammissione conferiti dagli ospedali locali. Uno dei medici della clinica aveva ottenuto i privilegi ospedalieri, ma poco dopo era morto per un infarto improvviso, e la direttrice, Deb Walsh, ha dichiarato di non potersi permettere di mantenere la clinica operativa mentre era impegnata a cercare un sostituto.

In Virginia, lo scorso anno la commissione statale sulla sanità ha adottato una regola che richiede alle cliniche che praticano aborti di adeguarsi alle normative architettoniche previste per gli ospedali. Proprio come la legge del Mississippi e una legge appena emanata del Michigan che richiede alle cliniche che praticano aborti di avere un’autorizzazione statale, la legge della Virginia è in apparenza progettata per rendere le cliniche più sicure, anche laddove non esiste alcuna prova che in precedenza la salute delle donne fosse a rischio. Loretta Ross, che ha co-fondato Sister Song, un gruppo in difesa dei diritti riproduttivi che ha base ad Atlanta, focalizzato sulle necessità delle donne di colore, è fra coloro nel movimento pro-choice che guardano con ammirazione alla visione strategica dei pro-life, anche se si oppongono ai loro obiettivi. “L’intero movimento per la salute riproduttiva delle donne si è basato sulla mancanza di sicurezza per le donne e di coscienza di genere nell’ambito della sanità”, dice Ross, “è un esempio classico di come i nostri avversari abbiano saputo imparare da noi e impossessarsi del nostro linguaggio”.

In effetti, coloro che sono maggiormente affetti dalle nuove normative architettoniche sono le cliniche indipendenti come la Red River, i cui stretti margini di guadagno rendono alquanto gravoso dal punto di vista finanziario l’adattamento ai nuovi requisiti. Planned Parenthood è il più grande fornitore di aborti negli Stati Uniti, ma sono le cliniche indipendenti nel loro insieme a fornire la maggioranza degli aborti in America. E poiché i servizi di aborto sono effettuati sempre più dalle cliniche specializzate – in opposizione agli ospedali, che contavano per la maggioranza degli aborti nel 1973 – le cliniche sono diventate bersagli facili. I gruppi pro-life festeggiano ogni volta che una clinica chiude.

L’altro punto di forza delle leggi statali che regolano le cliniche, spesso basate su testi scritti da attivisti e avvocati pro-life e distribuiti ai legislatori, è che è molto difficile organizzare campagne per opporvisi. La normativa architettonica della Virginia, per esempio, richiederebbe a tutte le cliniche che praticano aborti di rendere tutti i corridoi larghi minimo 1,5 metri. “Questo è il tipo di cosa che spingerebbe i votanti a protestare?”, chiede Cristina Page, autrice del libro Come il movimento pro-choice ha salvato l’America, “‘Non vogliamo allargare i nostri corridoi fino a 1,5 metri!’ non è un messaggio che fa presa. Il diavolo sta nei dettagli”.

Quando la Red River ha aperto nel centro di Fargo 15 anni fa, l’area circostante era un mare di degrado e negozi vuoti. Negli anni seguenti, l’area ha subito una drammatica rivitalizzazione che le ha fatto guadagnare recentemente un posto nella classifica dei migliori quartieri d’America. Due negozi più in là rispetto alla clinica, i clienti di una gastronomia pagano il conto usando l’iPad. Dall’altra parte della strada, un hotel-boutique e un ristorante servono cocktails raffinati e cibo a kilometro zero. L’edificio di mattoni beige che ospita la clinica sembra il relitto di un’epoca più ostile. Un muro di vetro protegge coloro che si trovano all’interno dalla vista. La serratura sulla porta d’ingresso è comandata da un interruttore posto all’interno, e le pazienti sono ammesse solo se hanno un appuntamento. Da 20 a 25 aborti sono praticati ogni settimana alla Red River, e le procedure sono di solito programmate tutte per un singolo giorno. In questi giorni, un membro dello staff all’interno tiene d’occhio un set di telecamere a circuito chiuso che monitorano l’entrata e lo sparuto gruppo di manifestanti della locale chiesa cattolica che si presentano per girare in tondo davanti all’ingresso reggendo cartelli che raffigurano feti abortiti.

L’atmosfera all’esterno è tesa, ma all’interno, al secondo piano, la sala d’attesa è immersa nella luce. Piante d’appartamento rigogliose sono appoggiate ovunque, mentre scritte e poster decorano le pareti: TU SEI BELLISSIMA. NOI CREDIAMO NELLE DONNE. LE DONNE BENEDUCATE RARAMENTE FANNO LA STORIA. Kromenaker, che ha gestito la Red River sin dalla sua apertura, è nata in una piccola cittadina nel nord del Minnesota. La sua famiglia si è in seguito stabilita in un quartiere residenziale di Minneapolis, e Kromenaker si è laureata alla Minnesota State University di Moorhead, a pochi chilometri da Fargo. Lei e suo marito, originario della California, sono rimasti in quest’area in parte per permettere a lei di continuare il suo lavoro. “Siamo dediti a questa clinica”, dice lei. A Fargo, Kromenaker sta combattendo contro la legislatura statale e la comunità pro-life locale. Ma a Washington, gli attivisti pro-choice più influenti stanno affrontando un altro set di minacce per la maggior parte auto-inflitte.

Ciò che gli attivisti pro-choice chiamano “il movimento” è, per molti versi, più frammentato di quanto sia mai stato, per colpa di un gap generazionale in continuo allargamento. Il problema ha le sue radici nella leadership, che è concentrata nelle mani di un gruppo ristretto ma potente di donne che erano ventenni e trentenni quando è stata emanata la sentenza Roe e che ora presiedono un vasto numero di influenti organizzazioni femministe, incluse NARAL Pro-Choice America [NARAL è acronimo di  National Abortion and Reproductive Rights Action League, ovvero “Lega nazionale per l’azione per l’aborto e i diritti riproduttivi”, ndt], diretta da Nancy Keenan (60 anni), la National Organization for Women (NOW), con a capo Terry O’Neill (60 anni); e Feminist Majority, guidata dalla co-fondatrice Eleanor Smeal (73 anni).

Alcune di queste leader e delle loro quasi-coetanee vicepresidenti sono state riluttanti nel passare la fiaccola alle nuove generazioni, secondo un numero crescente di attiviste più giovani, che affermano che le loro predecessore stanno intralciando il movimento, impedendogli di aggiornare la propria strategia per ampliarsi ad un pubblico più vasto. Questa tensione si è addensata per anni, ma nel 2010, Nancy Keenan ha dichiarato a Newsweek di essere preoccupata che la causa pro-choice potrebbe essere vulnerabile perché le giovani non erano abbastanza motivate per mettersi in gioco in prima persona. Questo lamento è sembrato alle giovani attiviste come Steph Herold (25 anni) come un modo per dare la colpa ad altri per gli errori che le voci accreditate del movimento pro-choice hanno fatto nel corso degli anni. “Loro sono la generazione che ha ottenuto la legalizzazione dell’aborto, ma stanno anche mandando tutto all’aria”, dice Herold, puntando il dito contro il fallimento dell’establishment pro-choice nel fermare l’Emendamento Hyde del 1976, una legge che proibisce i finanziamenti federali all’aborto e che colpisce in maniera sproporzionata le donne più povere.

Durante una conferenza dello scorso maggio, Herold ha sentito la proprietaria di una clinica per la salute delle donne che ha lavorato nel campo dell’aborto per circa 40 anni ripetere il lamento di Keenan – che le giovani donne non erano abbastanza impegnate nel movimento pro-choice. Herold era furiosa. Si è alzata, fremente, e ha afferrato un microfono. “Noi siamo quelle che ascoltano le vostre pazienti e si occupano delle scartoffie”, ha detto alla proprietaria della clinica, “Dovresti parlare con noi, non soltanto di noi”. La lotta per il potere non è basata soltanto sulle divergenze riguardo al diritto di accedere all’aborto. Le attiviste della nuova generazione che lottano per i diritti riproduttivi condividono la stessa posizione radicale sull’accesso all’aborto delle loro predecessore: sostengono che non debba essere ristretto dalle leggi a livello statale e che la decisione di interrompere una gravidanza dovrebbe essere lasciata solo ed esclusivamente alle donne e ai loro medici di fiducia. Ma la lotta intestina potrebbe dividere il movimento se le generazioni più giovani abbandonassero le istituzioni femministe che sono state, tradizionalmente, i quartieri generali per le campagne di mobilitazione dei votanti, per le raccolte fondi e i gruppi di pressione, ovvero la linfa vitale di qualsiasi movimento politico.

Erin Matson, 32 anni, è diventata vicepresidente della NOW nel 2009, ma si è dimessa recentemente. “Quando vuoi costruire un jetpack, a volte sei costretta ad abbandonare la fabbrica di biciclette”, ha dichiarato. Matson ha aggiunto di stare pensando di fondare una nuova organizzazione rivolta specificamente alle nuove generazioni. “Molte giovani donne stanno pensando semplicemente ‘Al diavolo, me ne occuperò io'”, dice, “è più semplice per le giovani donne diventare leader ora, rispetto a prima che avessimo a disposizione tutta questa tecnologia”. La tecnologia a cui Matson si riferisce è Internet. Lo scorso febbraio, quando la Fondazione Susan G. Komen per la Ricerca sul Cancro al Seno ha tagliato il suo finanziamento di lunga data a Planned Parenthood, la reazione si è scatenata rapidamente su Twitter. Sotto questa tremenda pressione, Komen ha ripristinato il finanziamento. Dopo questo episodio, dice Steph Herold, “Nessuno può più dire che ai giovani non importa di questo tema”. Oltre ad essere più agili con l’attivismo via Internet, le giovani femministe hanno un altro vantaggio quando si tratta di fare presa sui millennials [i nati dagli anni ’90 in poi e cresciuti con Internet, ndt], che costituiranno il 40% dell’elettorato entro il 2020: la capacità di fare sì che essi sentano di poter essere in contatto, di poter essere capiti [in inglese esiste un’unica parola che sintetizza questo concetto, relatability, sostantivo che deriva da “relatable”, ovvero “Enabling a person to feel that they can relate to someone or something”, ndt]. 

“Abbiamo bisogno di più leader in questo movimento che si trovino nell’età fertile”, dice Cristina Page, 42 anni. Sandra Fluke, la studentessa di Legge a cui i Repubblicani hanno impedito di testimoniare davanti ad una commissione del Congresso lo scorso anno, è stata una risorsa preziosa per la causa pro-choice in parte proprio per la sua giovane età. Ha parlato pubblicamente dei suoi personali diritti riproduttivi e delle scelte delle sue coetanee in merito alla contraccezione. Keenan, consapevole che la sua stessa età potrebbe impedirle di agire in modo efficace, ha annunciato lo scorso maggio che si sarebbe ritirata nel 2013. Ha detto di sperare che una persona più giovane possa sostituirla. “Si stanno azzannando per avere la loro opportunità”, ha detto.

Le giovani attiviste per il diritto all’aborto hanno una strategia per modernizzare la loro causa, il che include l’espanderla. Spesso non usano nemmeno il termine “pro-choice”, che considerano limitante e obsoleto. Invece queste giovani leader si sono unite alla causa della giustizia riproduttiva – un programma più ampio, più diffuso che include l’accesso all’aborto, ma anche alla contraccezione, all’assistenza all’infanzia, all’assicurazione sanitaria e alle pari opportunità in ambito economico. “E’ un quadro più olistico”, dice Erin Matson, “E ho riscontrato che le nuove generazioni reagiscono positivamente a questo concetto”. Il termine “giustizia riproduttiva” fu coniato negli anni ’90 dalle femministe nere che volevano espandere l’appello per i diritti riproduttivi e rivolgersi alle necessità delle donne afroamericane, il cui tasso di aborti è 3,5 volte superiore a quello delle donne bianche. “Il movimento pro-choice si focalizzava sull’apertura di nuove cliniche, e il movimento anti-choice [pro-life, ndr] sull’impedire alle donne di rivolgersi ad esse”, dice Loretta Ross, 59 anni, dell’organizzazione Sister Song. “Noi del movimento per la giustizia riproduttiva invece ci chiedevamo perché ci fosse un tasso di gravidanze indesiderate così elevato nella nostra comunità. Quali erano i fattori alla base di questo fatto?”.

Affrontare questioni come la disparità economica segna un grosso cambio di paradigma rispetto ai messaggi pro-choice degli anni ’70 che consideravano la scelta come la virtù per eccellenza e un fine di per sé. Ma il cambiamento, dice Ross, è la naturale maturazione del movimento pro-choice e vale uno sforzo extra. Il tasso di aborti nelle comunità nere più povere rimane sproporzionatamente alto nonostante gli sforzi di Planned Parenthood e altre organizzazioni per fornire accesso ai servizi di pianificazione familiare. “Questo dimostra”, dice Ross, “che se le persone non sono convinte di avere opportunità di istruzione e opportunità economiche realistiche, potremmo mettere una clinica nella cameretta di una ragazza, e lei continuerebbe a pensare che diventare una ragazza madre sia comunque una scelta migliore rispetto all’aborto”.”

Fine seconda parte.

 

 

La propaganda “pro-life” sta vincendo negli USA (parte prima)

Questo articolo rappresenta la traduzione di un pezzo di sette pagine scritto da Kate Pickert per Time del 14 gennaio 2013, originariamente intitolato What choice? U.S. abortion-rights activists won an epic victory in “Roe v. Wade”. They’ve been losing ever since (Le traduzioni rientrano nell’ambito del fair use (nello specifico, a scopo divulgativo) e non costituiscono una violazione del copyright).  “Roe v. Wade” (fonte: Wikipedia in lingua inglese) è la sentenza della Corte Suprema del gennaio 1973 che ha reso legale l’aborto negli Stati Uniti. Anche in Italia stiamo assistendo ad un attacco sistematico al diritto all’aborto tramite l’obiezione di coscienza sempre più diffusa, le azioni dei gruppi pro-life e i tentativi di attaccare legalmente la Legge 194 (finora falliti, fortunatamente). Le informazioni più recenti in merito alla situazione italiana sono esposte in questo articolo di Marina Terragni.

 

“Sono le otto del mattino di un mercoledì, e Tammi Kromenaker è al telefono, impegnata a cercare di districare un casino con l’assicurazione. Dopo 15 minuti passati a discutere con un operatore addetto alla fatturazione, la direttrice della Red River Women’s Clinic di Fargo, nel North Dakota, inizia a prepararsi per le pazienti che arriveranno a breve. I membri dello staff arrivano uno dopo l’altro. Uno mette un DVD di vecchie sitcom sul televisore della sala d’attesa. Un altro raddrizza una pila di riviste. Qualcuno prepara una tazza di caffè. Per le dieci, la clinica è affollata di pazienti. Prima della fine della giornata, 18 donne si sottoporranno ad aborti chirurgici alla Red River. Altre quattro riceveranno aborti farmacologicamente indotti.

Kromenaker è nata nel gennaio 1972, un anno prima che la Corte Suprema degli Stati Uniti deliberasse sul caso Roe v. Wade. Ha trascorso la sua intera vita da adulta a fornire aborti ed è fra le centinaia di direttori di cliniche sparsi per gli USA che stanno fronteggiando un numero sempre crescente di normative sull’aborto imposte dai singoli Stati. Alla Red River, l’unica clinica che pratica aborti dell’intero North Dakota, una donna deve attendere 24 ore fra la prenotazione di un appuntamento e l’arrivo alla struttura. Una volta lì, deve sottoporsi ad una seduta di assistenza psicologica e test che può durare fino a cinque ore. Se è minorenne, deve comunicarlo ai genitori, ottenere il permesso di uno o entrambi, a seconda di chi abbia la custodia, oppure ottenere l’approvazione di un giudice. Come in altri 30 Stati, il programma Medicaid del North Dakota non copre l’aborto eccetto che nei casi di stupro o incesto o se necessario per proteggere la vita della madre.

Negli ultimi due decenni, leggi come quella che regolano gli appuntamenti alla Red River sono state emanate regolarmente da legislatori pro-life a livello statale, che hanno ridisegnato i confini dell’aborto legale negli Stati Uniti. Nel 2011 sono passate 92 nuove norme che regolano l’aborto – un numero da record – dopo che i Repubblicani hanno ottenuto nuove e più ampie maggioranze nel 2010 in molte legislature in tutto il Paese. Queste leggi rendono ogni anno più difficile esercitare un diritto considerato il più importante successo del movimento femminista nel ventesimo secolo. Oltre al North Dakota, altri tre stati (Sud Dakota, Mississippi e Arkansas) hanno una sola clinica operativa che fornisce aborti chirurgici. Il numero delle cliniche che forniscono aborti in tutto il Paese è sceso dai 2908 del 1982 ai 1793 del 2008, l’ultimo anno per cui sono disponibili dati. Ottenere un aborto in America al giorno d’oggi, in alcuni posti è più difficile di quanto non lo fosse 40 anni fa, quando è diventato un diritto protetto dalla Costituzione.

Si potrebbe pensare che le recenti vittorie elettorali di Barack Obama e dei Democratici al Congresso abbiano creato i presupposti per un’inversione della tendenza. La campagna del presidente ha mobilitato i votanti democratici e le donne attorno al tema dei diritti riproduttivi – uno sforzo che, secondo alcuni exit poll, ha prodotto la più ampia frattura di genere nel voto mai registrata nella storia. Ma mentre il diritto all’aborto è garantito da una legge federale, la prerogativa di decidere chi può avere accesso al servizio e sotto quali circostanze spetta ai singoli Stati. E a livello statale, gli attivisti che difendono il diritto all’aborto stanno inequivocabilmente perdendo.

Parte del motivo sta nel fatto che l’opinione pubblica si sta schierando sempre di più con i loro oppositori. Anche se tre quarti degli americani ritiene che l’aborto debba essere legale in alcune o in tutte le circostanze, solo il 41% si è dichiarato esplicitamente pro-choice in un sondaggio Gallup condotto nel maggio 2011. In quest’era di ultrasuoni prenatali e neonatologia sofisticata, un’ampia maggioranza degli americani supporta restrizioni all’aborto come periodi di attesa e leggi che impongano l’obbligo del consenso dei genitori. Gli attivisti pro-life scrivono le leggi che predispongono queste regole. I loro avversari pro-choice, intanto, hanno scelto di restare ancorati alla loro posizione storica secondo cui il governo non dovrebbe mai interferire con le decisioni delle donne sul proprio corpo, una presa di posizione che sembra ignorare la situazione corrente.

Il fallimento degli attivisti pro-choice nell’adattarsi al cambiamento nelle attitudini dell’opinione pubblica sull’aborto ha lasciato la loro causa arenata nel passato, sostiene Frances Kissling, che ha lottato a lungo per il diritto all’aborto ed è stata presidente del gruppo Catholics for Choice. Kissling fa parte di un piccolo gruppo all’interno del movimento pro-choice che cerca di spingere la causa verso posizioni più sfaccettate. “La posizione pro-choice consolidata – che essenzialmente è: l’aborto dovrebbe essere legale, una questione privata fra una donna e il suo medico, senza alcuna regolamentazione o restrizione oltre a quelle strettamente necessarie per proteggere la salute della donna – mette il 50% della popolazione estremamente a disagio e restio ad associarsi con noi”, spiega.

Allo stesso tempo una ribellione interna alla causa pro-choice – che vede contrapposte giovani femministe ventenni e trentenni contro le leader pro-choice che sono state ventenni e trentenni al tempo di Roe v. Wade – minaccia di spaccarla in due. Molte giovani attiviste stanno bypassando l’eredità delle organizzazioni femministe che hanno storicamente protetto l’accesso all’aborto, indebolendo la struttura del movimento pro-choice proprio nel momento in cui ha più bisogno di stringersi attorno a nuove strategie per combattere le vittorie dei pro-life e connettersi con l’opinione pubblica.

Mentre i ricordi delle donne che morivano per gli aborti illegali prima della Roe v. Wade diventano sempre più distanti, la causa pro-choice è in crisi. Nel 1973, le avvocatesse del Center for Constitutional Rights dichiararono che Roe v. Wade fu “un tributo agli sforzi coordinati delle organizzazioni femministe, delle avvocatesse e di tutte le donne di questo paese”. Scrivere un nuovo copione per la causa pro-choice – uno che assicuri che la sentenza Roe v. Wade non venga rovesciata e che l’accesso all’aborto sia preservato e ampliato – richiederà la stessa coordinazione di allora. Se gli attivisti a favore del diritto all’aborto non si uniranno per adattarsi ai cambiamenti nell’opinione pubblica sul tema dei diritti riproduttivi, l’accesso all’aborto in America quasi certamente continuerà a restringersi. Per molte ragioni, la lotta per preservare l’accesso all’aborto è perfino più scoraggiante della lotta per legalizzarlo di 40 anni fa. In una democrazia dinamica come quella americana, difendere lo status quo è sempre più difficile che combattere per cambiarlo. La storia dell’attivismo pro-choice dopo Roe v. Wade rivela che potrebbe non esserci nulla di peggio per il futuro di un movimento politico del conquistare il suo obiettivo primario.

Attorno alla sua area di lavoro alla Red River, Kromenaker ha appeso fotografie di sua figlia e numeri di telefono del dipartimento di polizia di Fargo e di una linea di sicurezza gestita dalla National Abortion Federation. Nello schedario dietro la sua scrivania, conserva una cartelletta verde contenente le lettere che riceve dagli attivisti pro-life. La corrispondenza spazia da note vagamente minacciose a preghiere per l’anima di Kromenaker, dei dottori che lavorano alla Red River e delle sue pazienti. Kromenaker parla pubblicamente con orgoglio del proprio lavoro, ma prende strade diverse ogni giorno per recarsi alla clinica per evitare di cadere in una routine che potrebbe esporla agli attacchi di estremisti pro-life. (Il medico abortista George Tiller si trovava alla messa domenicale della sua parrocchia quando è stato ucciso da un estremista pro-life con un colpo d’arma da fuoco nel 2009). “Anche quando sono da Target [una catena d’abbigliamento statunitense, ndt] a fare shopping, non abbasso mai la guardia”, dice Kromenaker. Può sembrare paranoico essere così vigili, ma verso la fine degli anni ’90 Kromenaker ha testimoniato al processo di un uomo accusato di aver cercato di dare fuoco alla clinica dove lavorava prima della Red River.

Nel 2011, Kromenaker ha testimoniato di nuovo, questa volta di fronte ad una commissione del Senato dello Stato del Nord Dakota, che stava prendendo in considerazione una proposta di legge passata dalla Camera [ciascuno dei 50 Stati che compongono gli USA, a parte il Nebraska che ha ordinamento monocamerale, ha una propria Camera e un proprio Senato, ndt] che proponeva, fra le altre cose, di proibire l’aborto farmacologicamente indotto. Nonostante la testimonianza di Kromenaker e gli sforzi degli attivisti pro-choice del Nord Dakota, la proposta è stata votata al Senato con 42 voti favorevoli e 5 contrari ed è diventata legge il 18 aprile 2011. (La Red River ha avviato un’azione legale per rovesciare la legge, a cui un giudice ha impedito di diventare effettiva).

A novembre, le femministe hanno celebrato la sconfitta di Todd Akin, candidato del Missouri al Senato federale, che aveva dichiarato che il corpo di una donna è in grado di impedire una gravidanza in caso di “stupro legittimo” e di Richard Mourdock dell’Indiana, che aveva dichiarato che le gravidanze risultanti da stupri sono “volute da Dio”. Prima dell’Election Day, Cecile Richards, presidente di Planned Parenthood [associazione di grande rilevanza che si occupa di diritti riproduttivi, inclusi contraccezione, aborto ed educazione sessuale, molto avversata dai conservatori, ndt], ha dichiarato: “L’ultimo anno e mezzo è stato un periodo notevole nell’unire le donne e gli uomini e un’intera nuova generazione di persone che capiscono che nessuno di questi diritti o servizi può essere dato per acquisito”. Eppure il candidato che ha battuto Mourdock, il democratico Joe Donnelly, è anch’esso un pro-life e ritiene che l’aborto debba essere illegale eccetto che nei casi di stupro, incesto e necessità per salvaguardare la vita della madre. I votanti dell’Indiana hanno eletto il repubblicano conservatore Mike Pence come nuovo governatore. Pence ha lavorato per introdurre leggi che eliminassero i finanziamenti federali alle cliniche per la salute delle donne che forniscono aborti dal 2007, ivi incluso uno sforzo da parte del Partito Repubblicano per tagliare i fondi a Planned Parenthood nel 2011. E nel Nord Dakota, che ha un governatore repubblicano e un parlamento a maggioranza repubblicana, Kromenaker si sta preparando per le nuove leggi che si aspetta saranno introdotte e che dovrebbero garantire ai feti lo status di persona e mettere in discussione direttamente le basi costituzionali della sentenza Roe v. Wade.

Le moderne restrizioni all’aborto sono cominciate nel 1992 con la decisione della Corte Suprema sul caso Planned Parenthood v. Casey (qui sulla Wikipedia in lingua inglese). La corte ha difeso Roe v. Wade, ma ha affermato che gli Stati hanno diritto di regolare l’aborto a condizione che non impongano un “fardello eccessivo” sulle donne. I politici pro-life che emanano leggi che restringono l’accesso all’aborto stanno testando i limiti della sentenza CaseyIl loro obiettivo finale è far arrivare un altro caso di aborto davanti ad una Corte Suprema schierata dalla loro parte per tentare di rovesciare la sentenza Roe. Nel frattempo, in quello che Charmaine Yoest, presidente del gruppo antiabortista Americans United for Life, descrive come una strategia per “aggirare Roe” [oppure “attaccare ai fianchi Roe“, ndt], i pro-life sperano di tagliare drasticamente – o completamente – l’accesso all’aborto a livello statale.” 

Fine prima parte. A questo punto, vorrei aggiungere qualche nota a margine relativa alla situazione di cui parla l’articolo di Kate Pickert. La prima è una serie di considerazioni della femminista statunitense Jessica Valenti riguardo alle restrizioni sull’aborto tradotte in italiano da Maria G. di Rienzo (grazie!), che mostrano a quali livelli siano arrivati i legislatori americani nel tentativo di “testare i limiti della sentenza Casey“. La seconda è che questa situazione mostra con chiarezza la necessità di avere la parità di genere ai vertici del potere legislativo e giudiziario, perché le donne (pur non avendo intrinsecamente qualità migliori o peggiori rispetto agli uomini, e nemmeno differenti, dato che non esistono qualità “femminili” o “maschili” di per sé e a priori, ma uomini e donne individualmente diversi, lo ribadisco), come tutte le minoranze, hanno un’altra ottica nei confronti dei privilegi e delle discriminazioni esistenti nella società e vedono alcune tematiche con un punto di vista diverso. In particolare sul diritto all’aborto in America la divisione fra Democratici-pro-choice e Repubblicani-pro-life sta sfumando perché sempre più Democratici uomini si dichiarano pro-life (così come avviene nell’opinione pubblica), e la tendenza suggerisce che in futuro a difendere l’aborto potrebbero rimanere solo le donne del Partito Democratico.
Attualmente nella storia della Corte Suprema federale statunitense ci sono solo tre giudici donna (Sandra Day O’ Connor, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor, quest’ultima attualmente in carica), e questo squilibrio di genere potrebbe effettivamente portare al futuro rovesciamento di Roe v. Wade auspicato dai pro-life.