La propaganda “pro-life” sta vincendo negli USA (parte prima)

Questo articolo rappresenta la traduzione di un pezzo di sette pagine scritto da Kate Pickert per Time del 14 gennaio 2013, originariamente intitolato What choice? U.S. abortion-rights activists won an epic victory in “Roe v. Wade”. They’ve been losing ever since (Le traduzioni rientrano nell’ambito del fair use (nello specifico, a scopo divulgativo) e non costituiscono una violazione del copyright).  “Roe v. Wade” (fonte: Wikipedia in lingua inglese) è la sentenza della Corte Suprema del gennaio 1973 che ha reso legale l’aborto negli Stati Uniti. Anche in Italia stiamo assistendo ad un attacco sistematico al diritto all’aborto tramite l’obiezione di coscienza sempre più diffusa, le azioni dei gruppi pro-life e i tentativi di attaccare legalmente la Legge 194 (finora falliti, fortunatamente). Le informazioni più recenti in merito alla situazione italiana sono esposte in questo articolo di Marina Terragni.

 

“Sono le otto del mattino di un mercoledì, e Tammi Kromenaker è al telefono, impegnata a cercare di districare un casino con l’assicurazione. Dopo 15 minuti passati a discutere con un operatore addetto alla fatturazione, la direttrice della Red River Women’s Clinic di Fargo, nel North Dakota, inizia a prepararsi per le pazienti che arriveranno a breve. I membri dello staff arrivano uno dopo l’altro. Uno mette un DVD di vecchie sitcom sul televisore della sala d’attesa. Un altro raddrizza una pila di riviste. Qualcuno prepara una tazza di caffè. Per le dieci, la clinica è affollata di pazienti. Prima della fine della giornata, 18 donne si sottoporranno ad aborti chirurgici alla Red River. Altre quattro riceveranno aborti farmacologicamente indotti.

Kromenaker è nata nel gennaio 1972, un anno prima che la Corte Suprema degli Stati Uniti deliberasse sul caso Roe v. Wade. Ha trascorso la sua intera vita da adulta a fornire aborti ed è fra le centinaia di direttori di cliniche sparsi per gli USA che stanno fronteggiando un numero sempre crescente di normative sull’aborto imposte dai singoli Stati. Alla Red River, l’unica clinica che pratica aborti dell’intero North Dakota, una donna deve attendere 24 ore fra la prenotazione di un appuntamento e l’arrivo alla struttura. Una volta lì, deve sottoporsi ad una seduta di assistenza psicologica e test che può durare fino a cinque ore. Se è minorenne, deve comunicarlo ai genitori, ottenere il permesso di uno o entrambi, a seconda di chi abbia la custodia, oppure ottenere l’approvazione di un giudice. Come in altri 30 Stati, il programma Medicaid del North Dakota non copre l’aborto eccetto che nei casi di stupro o incesto o se necessario per proteggere la vita della madre.

Negli ultimi due decenni, leggi come quella che regolano gli appuntamenti alla Red River sono state emanate regolarmente da legislatori pro-life a livello statale, che hanno ridisegnato i confini dell’aborto legale negli Stati Uniti. Nel 2011 sono passate 92 nuove norme che regolano l’aborto – un numero da record – dopo che i Repubblicani hanno ottenuto nuove e più ampie maggioranze nel 2010 in molte legislature in tutto il Paese. Queste leggi rendono ogni anno più difficile esercitare un diritto considerato il più importante successo del movimento femminista nel ventesimo secolo. Oltre al North Dakota, altri tre stati (Sud Dakota, Mississippi e Arkansas) hanno una sola clinica operativa che fornisce aborti chirurgici. Il numero delle cliniche che forniscono aborti in tutto il Paese è sceso dai 2908 del 1982 ai 1793 del 2008, l’ultimo anno per cui sono disponibili dati. Ottenere un aborto in America al giorno d’oggi, in alcuni posti è più difficile di quanto non lo fosse 40 anni fa, quando è diventato un diritto protetto dalla Costituzione.

Si potrebbe pensare che le recenti vittorie elettorali di Barack Obama e dei Democratici al Congresso abbiano creato i presupposti per un’inversione della tendenza. La campagna del presidente ha mobilitato i votanti democratici e le donne attorno al tema dei diritti riproduttivi – uno sforzo che, secondo alcuni exit poll, ha prodotto la più ampia frattura di genere nel voto mai registrata nella storia. Ma mentre il diritto all’aborto è garantito da una legge federale, la prerogativa di decidere chi può avere accesso al servizio e sotto quali circostanze spetta ai singoli Stati. E a livello statale, gli attivisti che difendono il diritto all’aborto stanno inequivocabilmente perdendo.

Parte del motivo sta nel fatto che l’opinione pubblica si sta schierando sempre di più con i loro oppositori. Anche se tre quarti degli americani ritiene che l’aborto debba essere legale in alcune o in tutte le circostanze, solo il 41% si è dichiarato esplicitamente pro-choice in un sondaggio Gallup condotto nel maggio 2011. In quest’era di ultrasuoni prenatali e neonatologia sofisticata, un’ampia maggioranza degli americani supporta restrizioni all’aborto come periodi di attesa e leggi che impongano l’obbligo del consenso dei genitori. Gli attivisti pro-life scrivono le leggi che predispongono queste regole. I loro avversari pro-choice, intanto, hanno scelto di restare ancorati alla loro posizione storica secondo cui il governo non dovrebbe mai interferire con le decisioni delle donne sul proprio corpo, una presa di posizione che sembra ignorare la situazione corrente.

Il fallimento degli attivisti pro-choice nell’adattarsi al cambiamento nelle attitudini dell’opinione pubblica sull’aborto ha lasciato la loro causa arenata nel passato, sostiene Frances Kissling, che ha lottato a lungo per il diritto all’aborto ed è stata presidente del gruppo Catholics for Choice. Kissling fa parte di un piccolo gruppo all’interno del movimento pro-choice che cerca di spingere la causa verso posizioni più sfaccettate. “La posizione pro-choice consolidata – che essenzialmente è: l’aborto dovrebbe essere legale, una questione privata fra una donna e il suo medico, senza alcuna regolamentazione o restrizione oltre a quelle strettamente necessarie per proteggere la salute della donna – mette il 50% della popolazione estremamente a disagio e restio ad associarsi con noi”, spiega.

Allo stesso tempo una ribellione interna alla causa pro-choice – che vede contrapposte giovani femministe ventenni e trentenni contro le leader pro-choice che sono state ventenni e trentenni al tempo di Roe v. Wade – minaccia di spaccarla in due. Molte giovani attiviste stanno bypassando l’eredità delle organizzazioni femministe che hanno storicamente protetto l’accesso all’aborto, indebolendo la struttura del movimento pro-choice proprio nel momento in cui ha più bisogno di stringersi attorno a nuove strategie per combattere le vittorie dei pro-life e connettersi con l’opinione pubblica.

Mentre i ricordi delle donne che morivano per gli aborti illegali prima della Roe v. Wade diventano sempre più distanti, la causa pro-choice è in crisi. Nel 1973, le avvocatesse del Center for Constitutional Rights dichiararono che Roe v. Wade fu “un tributo agli sforzi coordinati delle organizzazioni femministe, delle avvocatesse e di tutte le donne di questo paese”. Scrivere un nuovo copione per la causa pro-choice – uno che assicuri che la sentenza Roe v. Wade non venga rovesciata e che l’accesso all’aborto sia preservato e ampliato – richiederà la stessa coordinazione di allora. Se gli attivisti a favore del diritto all’aborto non si uniranno per adattarsi ai cambiamenti nell’opinione pubblica sul tema dei diritti riproduttivi, l’accesso all’aborto in America quasi certamente continuerà a restringersi. Per molte ragioni, la lotta per preservare l’accesso all’aborto è perfino più scoraggiante della lotta per legalizzarlo di 40 anni fa. In una democrazia dinamica come quella americana, difendere lo status quo è sempre più difficile che combattere per cambiarlo. La storia dell’attivismo pro-choice dopo Roe v. Wade rivela che potrebbe non esserci nulla di peggio per il futuro di un movimento politico del conquistare il suo obiettivo primario.

Attorno alla sua area di lavoro alla Red River, Kromenaker ha appeso fotografie di sua figlia e numeri di telefono del dipartimento di polizia di Fargo e di una linea di sicurezza gestita dalla National Abortion Federation. Nello schedario dietro la sua scrivania, conserva una cartelletta verde contenente le lettere che riceve dagli attivisti pro-life. La corrispondenza spazia da note vagamente minacciose a preghiere per l’anima di Kromenaker, dei dottori che lavorano alla Red River e delle sue pazienti. Kromenaker parla pubblicamente con orgoglio del proprio lavoro, ma prende strade diverse ogni giorno per recarsi alla clinica per evitare di cadere in una routine che potrebbe esporla agli attacchi di estremisti pro-life. (Il medico abortista George Tiller si trovava alla messa domenicale della sua parrocchia quando è stato ucciso da un estremista pro-life con un colpo d’arma da fuoco nel 2009). “Anche quando sono da Target [una catena d’abbigliamento statunitense, ndt] a fare shopping, non abbasso mai la guardia”, dice Kromenaker. Può sembrare paranoico essere così vigili, ma verso la fine degli anni ’90 Kromenaker ha testimoniato al processo di un uomo accusato di aver cercato di dare fuoco alla clinica dove lavorava prima della Red River.

Nel 2011, Kromenaker ha testimoniato di nuovo, questa volta di fronte ad una commissione del Senato dello Stato del Nord Dakota, che stava prendendo in considerazione una proposta di legge passata dalla Camera [ciascuno dei 50 Stati che compongono gli USA, a parte il Nebraska che ha ordinamento monocamerale, ha una propria Camera e un proprio Senato, ndt] che proponeva, fra le altre cose, di proibire l’aborto farmacologicamente indotto. Nonostante la testimonianza di Kromenaker e gli sforzi degli attivisti pro-choice del Nord Dakota, la proposta è stata votata al Senato con 42 voti favorevoli e 5 contrari ed è diventata legge il 18 aprile 2011. (La Red River ha avviato un’azione legale per rovesciare la legge, a cui un giudice ha impedito di diventare effettiva).

A novembre, le femministe hanno celebrato la sconfitta di Todd Akin, candidato del Missouri al Senato federale, che aveva dichiarato che il corpo di una donna è in grado di impedire una gravidanza in caso di “stupro legittimo” e di Richard Mourdock dell’Indiana, che aveva dichiarato che le gravidanze risultanti da stupri sono “volute da Dio”. Prima dell’Election Day, Cecile Richards, presidente di Planned Parenthood [associazione di grande rilevanza che si occupa di diritti riproduttivi, inclusi contraccezione, aborto ed educazione sessuale, molto avversata dai conservatori, ndt], ha dichiarato: “L’ultimo anno e mezzo è stato un periodo notevole nell’unire le donne e gli uomini e un’intera nuova generazione di persone che capiscono che nessuno di questi diritti o servizi può essere dato per acquisito”. Eppure il candidato che ha battuto Mourdock, il democratico Joe Donnelly, è anch’esso un pro-life e ritiene che l’aborto debba essere illegale eccetto che nei casi di stupro, incesto e necessità per salvaguardare la vita della madre. I votanti dell’Indiana hanno eletto il repubblicano conservatore Mike Pence come nuovo governatore. Pence ha lavorato per introdurre leggi che eliminassero i finanziamenti federali alle cliniche per la salute delle donne che forniscono aborti dal 2007, ivi incluso uno sforzo da parte del Partito Repubblicano per tagliare i fondi a Planned Parenthood nel 2011. E nel Nord Dakota, che ha un governatore repubblicano e un parlamento a maggioranza repubblicana, Kromenaker si sta preparando per le nuove leggi che si aspetta saranno introdotte e che dovrebbero garantire ai feti lo status di persona e mettere in discussione direttamente le basi costituzionali della sentenza Roe v. Wade.

Le moderne restrizioni all’aborto sono cominciate nel 1992 con la decisione della Corte Suprema sul caso Planned Parenthood v. Casey (qui sulla Wikipedia in lingua inglese). La corte ha difeso Roe v. Wade, ma ha affermato che gli Stati hanno diritto di regolare l’aborto a condizione che non impongano un “fardello eccessivo” sulle donne. I politici pro-life che emanano leggi che restringono l’accesso all’aborto stanno testando i limiti della sentenza CaseyIl loro obiettivo finale è far arrivare un altro caso di aborto davanti ad una Corte Suprema schierata dalla loro parte per tentare di rovesciare la sentenza Roe. Nel frattempo, in quello che Charmaine Yoest, presidente del gruppo antiabortista Americans United for Life, descrive come una strategia per “aggirare Roe” [oppure “attaccare ai fianchi Roe“, ndt], i pro-life sperano di tagliare drasticamente – o completamente – l’accesso all’aborto a livello statale.” 

Fine prima parte. A questo punto, vorrei aggiungere qualche nota a margine relativa alla situazione di cui parla l’articolo di Kate Pickert. La prima è una serie di considerazioni della femminista statunitense Jessica Valenti riguardo alle restrizioni sull’aborto tradotte in italiano da Maria G. di Rienzo (grazie!), che mostrano a quali livelli siano arrivati i legislatori americani nel tentativo di “testare i limiti della sentenza Casey“. La seconda è che questa situazione mostra con chiarezza la necessità di avere la parità di genere ai vertici del potere legislativo e giudiziario, perché le donne (pur non avendo intrinsecamente qualità migliori o peggiori rispetto agli uomini, e nemmeno differenti, dato che non esistono qualità “femminili” o “maschili” di per sé e a priori, ma uomini e donne individualmente diversi, lo ribadisco), come tutte le minoranze, hanno un’altra ottica nei confronti dei privilegi e delle discriminazioni esistenti nella società e vedono alcune tematiche con un punto di vista diverso. In particolare sul diritto all’aborto in America la divisione fra Democratici-pro-choice e Repubblicani-pro-life sta sfumando perché sempre più Democratici uomini si dichiarano pro-life (così come avviene nell’opinione pubblica), e la tendenza suggerisce che in futuro a difendere l’aborto potrebbero rimanere solo le donne del Partito Democratico.
Attualmente nella storia della Corte Suprema federale statunitense ci sono solo tre giudici donna (Sandra Day O’ Connor, Ruth Bader Ginsburg e Sonia Sotomayor, quest’ultima attualmente in carica), e questo squilibrio di genere potrebbe effettivamente portare al futuro rovesciamento di Roe v. Wade auspicato dai pro-life.

 

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8 pensieri su “La propaganda “pro-life” sta vincendo negli USA (parte prima)

    • Io sono fermamente d’accordo con questa linea. Mi fa specie che un concetto così semplice – se sei contraria/o, non farlo, ma non impedirlo ad altri – sia messo in discussione in nome di presunti “valori assoluti”. Nessun valore per me può calpestare la libertà di scelta e autodeterminazione altrui.

      • Per farti un esempio i testimoni di geova, per esempio sono contrari alla donazione di sangue ed è successo che per esempio i medici non hanno potuto farli una trasfusione , e li si tratta di salvare la propria vita, e poi una donna non potrebbe abortire mi sembra assurdo, alla fine parliamo del proprio corpo , senza considerare che se si vuole diminuire gli aborti basterebbe investire sul educazione sessuale cosa che in genere gli anti-abortisti non vogliono fare.

      • Negli Stati Uniti l’educazione sessuale voluta dagli antiabortisti è fondata sull’astinenza. Varie ricerche hanno dimostrato (ce n’era bisogno?) che gli adolescenti che ricevono questo tipo di educazione sessuale sono più inclini ad avere rapporti non protetti e meno consapevoli.

  1. è difficile ragionare con queste persone, il sesso è una cosa normale, basta che sia fatto fra persone adulte e consenzienti, piace e ci pensano sia gli uomini che le donne , ed è ovvio che per evitare gravidanze indesiderate e malattie basta usare i preservativi cosi si limiterebbero gli aborti, che comunque non sono una cosa leggera per una donna lasciando stare il piano mentale anche per un fatto puramente fisico,è sempre l’ultima spiaggia infatti non è un metodo contraccettivo.

    • Sono d’accordo. Per me questo dovrebbe essere il “terreno comune” da cui impostare una discussione serena e costruttiva: le persone contrarie all’aborto dovrebbero essere le prime a volere soluzioni efficaci per ridurre il ricorso all’aborto stesso, invece di pensare che il problema sparirà rendendo inaccessibile l’aborto. Perché non è quello che succede: laddove l’aborto è proibito le donne abortiscono clandestinamente, mettendo a rischio le loro vite, come accadeva anche in Italia prima che venisse legalizzato.

  2. appunto sarebbe ancora peggio, io sono un uomo ma sicuramente se fossi una donna sarei ancora più convinto in questa battaglia , essere madri sicuramente è una cosa bella cosi come una gravidanza, ma solo quando essa è una cosa voluta.

    • Concordo pienamente. Uno slogan pro-choice che mi piace particolarmente dice: “Every boy wanted, every mother willing”, che si può tradurre più o meno con “Ogni bambino desiderato, ogni madre volente”.

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