La propaganda “pro-life” sta vincendo negli USA (parte seconda)

La prima parte di questo articolo, traduzione dell’originale di Kate Pickert per “Time“, la trovate qui.

“In Mississippi, gli attivisti pro-life hanno fatto pressioni per far passare una legge del 2012 che richiedesse ai medici che praticano aborti di avere privilegi d’ammissione negli ospedali locali [il privilegio d’ammissione è il diritto di un medico, convenzionato con un determinato ospedale, di servirsi delle strutture di quell’ospedale a fini diagnostici e/o terapeutici, ndr]. Nessuno dei medici provenienti da altri Stati che praticano aborti nell’unica clinica del Mississippi ha questo privilegio. La clinica al momento resta aperta mentre un giudice federale esamina la costituzionalità della legge e determina se rappresenta un “fardello eccessivo” per le donne che hanno bisogno di abortire [la sentenza Casey ha stabilito che il criterio per valutare leggi che regolamentino il diritto all’aborto debba essere appunto quello del “due burden”, un peso equo sulla donna, ndr]. Il governatore Phil Bryant, che ha firmato la legge, ha dichiarato che è parte di uno sforzo per “far cessare gli aborti in Mississippi”.

La Volunteer Women’s Medical Clinic di Knoxville, nel Tennessee, è stata aperta per 38 anni prima di chiudere nell’agosto 2012 a causa del Life Defense Act, una legge statale passata pochi mesi prima, che richiede anch’essa che i medici abbiano privilegi d’ammissione conferiti dagli ospedali locali. Uno dei medici della clinica aveva ottenuto i privilegi ospedalieri, ma poco dopo era morto per un infarto improvviso, e la direttrice, Deb Walsh, ha dichiarato di non potersi permettere di mantenere la clinica operativa mentre era impegnata a cercare un sostituto.

In Virginia, lo scorso anno la commissione statale sulla sanità ha adottato una regola che richiede alle cliniche che praticano aborti di adeguarsi alle normative architettoniche previste per gli ospedali. Proprio come la legge del Mississippi e una legge appena emanata del Michigan che richiede alle cliniche che praticano aborti di avere un’autorizzazione statale, la legge della Virginia è in apparenza progettata per rendere le cliniche più sicure, anche laddove non esiste alcuna prova che in precedenza la salute delle donne fosse a rischio. Loretta Ross, che ha co-fondato Sister Song, un gruppo in difesa dei diritti riproduttivi che ha base ad Atlanta, focalizzato sulle necessità delle donne di colore, è fra coloro nel movimento pro-choice che guardano con ammirazione alla visione strategica dei pro-life, anche se si oppongono ai loro obiettivi. “L’intero movimento per la salute riproduttiva delle donne si è basato sulla mancanza di sicurezza per le donne e di coscienza di genere nell’ambito della sanità”, dice Ross, “è un esempio classico di come i nostri avversari abbiano saputo imparare da noi e impossessarsi del nostro linguaggio”.

In effetti, coloro che sono maggiormente affetti dalle nuove normative architettoniche sono le cliniche indipendenti come la Red River, i cui stretti margini di guadagno rendono alquanto gravoso dal punto di vista finanziario l’adattamento ai nuovi requisiti. Planned Parenthood è il più grande fornitore di aborti negli Stati Uniti, ma sono le cliniche indipendenti nel loro insieme a fornire la maggioranza degli aborti in America. E poiché i servizi di aborto sono effettuati sempre più dalle cliniche specializzate – in opposizione agli ospedali, che contavano per la maggioranza degli aborti nel 1973 – le cliniche sono diventate bersagli facili. I gruppi pro-life festeggiano ogni volta che una clinica chiude.

L’altro punto di forza delle leggi statali che regolano le cliniche, spesso basate su testi scritti da attivisti e avvocati pro-life e distribuiti ai legislatori, è che è molto difficile organizzare campagne per opporvisi. La normativa architettonica della Virginia, per esempio, richiederebbe a tutte le cliniche che praticano aborti di rendere tutti i corridoi larghi minimo 1,5 metri. “Questo è il tipo di cosa che spingerebbe i votanti a protestare?”, chiede Cristina Page, autrice del libro Come il movimento pro-choice ha salvato l’America, “‘Non vogliamo allargare i nostri corridoi fino a 1,5 metri!’ non è un messaggio che fa presa. Il diavolo sta nei dettagli”.

Quando la Red River ha aperto nel centro di Fargo 15 anni fa, l’area circostante era un mare di degrado e negozi vuoti. Negli anni seguenti, l’area ha subito una drammatica rivitalizzazione che le ha fatto guadagnare recentemente un posto nella classifica dei migliori quartieri d’America. Due negozi più in là rispetto alla clinica, i clienti di una gastronomia pagano il conto usando l’iPad. Dall’altra parte della strada, un hotel-boutique e un ristorante servono cocktails raffinati e cibo a kilometro zero. L’edificio di mattoni beige che ospita la clinica sembra il relitto di un’epoca più ostile. Un muro di vetro protegge coloro che si trovano all’interno dalla vista. La serratura sulla porta d’ingresso è comandata da un interruttore posto all’interno, e le pazienti sono ammesse solo se hanno un appuntamento. Da 20 a 25 aborti sono praticati ogni settimana alla Red River, e le procedure sono di solito programmate tutte per un singolo giorno. In questi giorni, un membro dello staff all’interno tiene d’occhio un set di telecamere a circuito chiuso che monitorano l’entrata e lo sparuto gruppo di manifestanti della locale chiesa cattolica che si presentano per girare in tondo davanti all’ingresso reggendo cartelli che raffigurano feti abortiti.

L’atmosfera all’esterno è tesa, ma all’interno, al secondo piano, la sala d’attesa è immersa nella luce. Piante d’appartamento rigogliose sono appoggiate ovunque, mentre scritte e poster decorano le pareti: TU SEI BELLISSIMA. NOI CREDIAMO NELLE DONNE. LE DONNE BENEDUCATE RARAMENTE FANNO LA STORIA. Kromenaker, che ha gestito la Red River sin dalla sua apertura, è nata in una piccola cittadina nel nord del Minnesota. La sua famiglia si è in seguito stabilita in un quartiere residenziale di Minneapolis, e Kromenaker si è laureata alla Minnesota State University di Moorhead, a pochi chilometri da Fargo. Lei e suo marito, originario della California, sono rimasti in quest’area in parte per permettere a lei di continuare il suo lavoro. “Siamo dediti a questa clinica”, dice lei. A Fargo, Kromenaker sta combattendo contro la legislatura statale e la comunità pro-life locale. Ma a Washington, gli attivisti pro-choice più influenti stanno affrontando un altro set di minacce per la maggior parte auto-inflitte.

Ciò che gli attivisti pro-choice chiamano “il movimento” è, per molti versi, più frammentato di quanto sia mai stato, per colpa di un gap generazionale in continuo allargamento. Il problema ha le sue radici nella leadership, che è concentrata nelle mani di un gruppo ristretto ma potente di donne che erano ventenni e trentenni quando è stata emanata la sentenza Roe e che ora presiedono un vasto numero di influenti organizzazioni femministe, incluse NARAL Pro-Choice America [NARAL è acronimo di  National Abortion and Reproductive Rights Action League, ovvero “Lega nazionale per l’azione per l’aborto e i diritti riproduttivi”, ndt], diretta da Nancy Keenan (60 anni), la National Organization for Women (NOW), con a capo Terry O’Neill (60 anni); e Feminist Majority, guidata dalla co-fondatrice Eleanor Smeal (73 anni).

Alcune di queste leader e delle loro quasi-coetanee vicepresidenti sono state riluttanti nel passare la fiaccola alle nuove generazioni, secondo un numero crescente di attiviste più giovani, che affermano che le loro predecessore stanno intralciando il movimento, impedendogli di aggiornare la propria strategia per ampliarsi ad un pubblico più vasto. Questa tensione si è addensata per anni, ma nel 2010, Nancy Keenan ha dichiarato a Newsweek di essere preoccupata che la causa pro-choice potrebbe essere vulnerabile perché le giovani non erano abbastanza motivate per mettersi in gioco in prima persona. Questo lamento è sembrato alle giovani attiviste come Steph Herold (25 anni) come un modo per dare la colpa ad altri per gli errori che le voci accreditate del movimento pro-choice hanno fatto nel corso degli anni. “Loro sono la generazione che ha ottenuto la legalizzazione dell’aborto, ma stanno anche mandando tutto all’aria”, dice Herold, puntando il dito contro il fallimento dell’establishment pro-choice nel fermare l’Emendamento Hyde del 1976, una legge che proibisce i finanziamenti federali all’aborto e che colpisce in maniera sproporzionata le donne più povere.

Durante una conferenza dello scorso maggio, Herold ha sentito la proprietaria di una clinica per la salute delle donne che ha lavorato nel campo dell’aborto per circa 40 anni ripetere il lamento di Keenan – che le giovani donne non erano abbastanza impegnate nel movimento pro-choice. Herold era furiosa. Si è alzata, fremente, e ha afferrato un microfono. “Noi siamo quelle che ascoltano le vostre pazienti e si occupano delle scartoffie”, ha detto alla proprietaria della clinica, “Dovresti parlare con noi, non soltanto di noi”. La lotta per il potere non è basata soltanto sulle divergenze riguardo al diritto di accedere all’aborto. Le attiviste della nuova generazione che lottano per i diritti riproduttivi condividono la stessa posizione radicale sull’accesso all’aborto delle loro predecessore: sostengono che non debba essere ristretto dalle leggi a livello statale e che la decisione di interrompere una gravidanza dovrebbe essere lasciata solo ed esclusivamente alle donne e ai loro medici di fiducia. Ma la lotta intestina potrebbe dividere il movimento se le generazioni più giovani abbandonassero le istituzioni femministe che sono state, tradizionalmente, i quartieri generali per le campagne di mobilitazione dei votanti, per le raccolte fondi e i gruppi di pressione, ovvero la linfa vitale di qualsiasi movimento politico.

Erin Matson, 32 anni, è diventata vicepresidente della NOW nel 2009, ma si è dimessa recentemente. “Quando vuoi costruire un jetpack, a volte sei costretta ad abbandonare la fabbrica di biciclette”, ha dichiarato. Matson ha aggiunto di stare pensando di fondare una nuova organizzazione rivolta specificamente alle nuove generazioni. “Molte giovani donne stanno pensando semplicemente ‘Al diavolo, me ne occuperò io'”, dice, “è più semplice per le giovani donne diventare leader ora, rispetto a prima che avessimo a disposizione tutta questa tecnologia”. La tecnologia a cui Matson si riferisce è Internet. Lo scorso febbraio, quando la Fondazione Susan G. Komen per la Ricerca sul Cancro al Seno ha tagliato il suo finanziamento di lunga data a Planned Parenthood, la reazione si è scatenata rapidamente su Twitter. Sotto questa tremenda pressione, Komen ha ripristinato il finanziamento. Dopo questo episodio, dice Steph Herold, “Nessuno può più dire che ai giovani non importa di questo tema”. Oltre ad essere più agili con l’attivismo via Internet, le giovani femministe hanno un altro vantaggio quando si tratta di fare presa sui millennials [i nati dagli anni ’90 in poi e cresciuti con Internet, ndt], che costituiranno il 40% dell’elettorato entro il 2020: la capacità di fare sì che essi sentano di poter essere in contatto, di poter essere capiti [in inglese esiste un’unica parola che sintetizza questo concetto, relatability, sostantivo che deriva da “relatable”, ovvero “Enabling a person to feel that they can relate to someone or something”, ndt]. 

“Abbiamo bisogno di più leader in questo movimento che si trovino nell’età fertile”, dice Cristina Page, 42 anni. Sandra Fluke, la studentessa di Legge a cui i Repubblicani hanno impedito di testimoniare davanti ad una commissione del Congresso lo scorso anno, è stata una risorsa preziosa per la causa pro-choice in parte proprio per la sua giovane età. Ha parlato pubblicamente dei suoi personali diritti riproduttivi e delle scelte delle sue coetanee in merito alla contraccezione. Keenan, consapevole che la sua stessa età potrebbe impedirle di agire in modo efficace, ha annunciato lo scorso maggio che si sarebbe ritirata nel 2013. Ha detto di sperare che una persona più giovane possa sostituirla. “Si stanno azzannando per avere la loro opportunità”, ha detto.

Le giovani attiviste per il diritto all’aborto hanno una strategia per modernizzare la loro causa, il che include l’espanderla. Spesso non usano nemmeno il termine “pro-choice”, che considerano limitante e obsoleto. Invece queste giovani leader si sono unite alla causa della giustizia riproduttiva – un programma più ampio, più diffuso che include l’accesso all’aborto, ma anche alla contraccezione, all’assistenza all’infanzia, all’assicurazione sanitaria e alle pari opportunità in ambito economico. “E’ un quadro più olistico”, dice Erin Matson, “E ho riscontrato che le nuove generazioni reagiscono positivamente a questo concetto”. Il termine “giustizia riproduttiva” fu coniato negli anni ’90 dalle femministe nere che volevano espandere l’appello per i diritti riproduttivi e rivolgersi alle necessità delle donne afroamericane, il cui tasso di aborti è 3,5 volte superiore a quello delle donne bianche. “Il movimento pro-choice si focalizzava sull’apertura di nuove cliniche, e il movimento anti-choice [pro-life, ndr] sull’impedire alle donne di rivolgersi ad esse”, dice Loretta Ross, 59 anni, dell’organizzazione Sister Song. “Noi del movimento per la giustizia riproduttiva invece ci chiedevamo perché ci fosse un tasso di gravidanze indesiderate così elevato nella nostra comunità. Quali erano i fattori alla base di questo fatto?”.

Affrontare questioni come la disparità economica segna un grosso cambio di paradigma rispetto ai messaggi pro-choice degli anni ’70 che consideravano la scelta come la virtù per eccellenza e un fine di per sé. Ma il cambiamento, dice Ross, è la naturale maturazione del movimento pro-choice e vale uno sforzo extra. Il tasso di aborti nelle comunità nere più povere rimane sproporzionatamente alto nonostante gli sforzi di Planned Parenthood e altre organizzazioni per fornire accesso ai servizi di pianificazione familiare. “Questo dimostra”, dice Ross, “che se le persone non sono convinte di avere opportunità di istruzione e opportunità economiche realistiche, potremmo mettere una clinica nella cameretta di una ragazza, e lei continuerebbe a pensare che diventare una ragazza madre sia comunque una scelta migliore rispetto all’aborto”.”

Fine seconda parte.

 

 

2 pensieri su “La propaganda “pro-life” sta vincendo negli USA (parte seconda)

  1. Mi chiedo come una donna possa essere contro il diritto di scelta, se essa non vuole abortire ok , ma perché imporre alle altre donne sue scelte questa cosa la trovo illogica e priva di senso , e sugli uomini che sono pure contro l’aborto, lasciando stare che essi non possono rimanere incinta mi viene in mente una proposta di legge che era un provocazione contro i gruppi contro l’aborto,che chiedeva di vietare per legge la masturbazione, ovviamente era una atto simbolico e di protesta ma il concetto e che per esempio agli uomini non sarebbe piaciuto che qualcuno per via legali dicesse cose dovrebbero fare o cosa non dovrebbero fare col proprio corpo ,e aggiungo un altro dettaglio se posso in genere quelli contro gli aborti sono di destra quindi repubblicani che sono i primi a favore della pena di morte, i primi per quanto riguarda le azioni belliche, e i primi contro i sussidi per le parti più povere della popolazione non penso che siano molto pro-life.

    • Onestamente fatico molto a comprendere la posizione del Partito Repubblicano: hanno una mentalità troppo diversa dalla nostra, specie per quanto riguarda il welfare.
      Quanto alla questione pro-life, non ho ancora conosciuto una persona pro-life che non argomentasse la sua posizione in nome di “valori assoluti”, senza rendersi conto che magari sono assoluti solo per lui/lei, ma non per altre persone.

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