La propaganda “pro-life” sta vincendo negli USA (parte terza)

La prima parte di questo articolo, tradotto dal pezzo di Kate Pickert pubblicato da Time il 14 gennaio 2013, si trova qui, mentre la seconda parte è qui.

“Difficile che gli sguardi s’incrocino alla Red River. Molte pazienti percorrono i corridoi a capo chino, con le braccia incrociate sul petto. Sui quaderni sparsi per tutta la clinica in cui le donne sono invitate a scrivere i loro pensieri, le pazienti scrivono di mariti e fidanzati che non le supportano e chiedono perdono a Dio. Scrivono di come non possono permettersi di avere un altro figlio e come sono sollevate dall’esistenza di posti come la Red River. Fra il ronzio basso dei telefoni che vibrano, la voce di un membro dello staff che legge alle donne un testo imposto per legge statale riecheggia per tutto il piano superiore della clinica: “La legge del Nord Dakota definisce l’aborto come la terminazione della vita di un essere umano completo, distinto, unico e vivente”.

Quando il suo nome viene chiamato, una paziente che deve sottoporsi ad un aborto chirurgico scende una scala ed entra in una stanza dove un tecnico esegue un esame a ultrasuoni. Finito questo, entra in una sala per essere esaminata e incontra il medico di turno. Questo mercoledì è la dottoressa Kathryn Eggleston, che la informa di aver appena rivisto la sua cartella clinica e le domanda “E’ convinta della sua decisione di avere un aborto oggi?”. Se la donna risponde sì, l’operazione ha inizio; il ronzio dell’aspiratore usato per estrarre il feto si sente dal corridoio. Entro 15 minuti, Eggleston emerge dalla stanza ed entra in un’altra, dove i contenuti rimossi sono esaminati e fotografati per le registrazioni mediche.

Nella stanza del recupero, dove le pazienti riposano su divani di pelle super-imbottiti, Kromenaker chiacchiera con una ragazza di circa 20 anni che ha declinato l’offerta di Eggleston di prescriverle dei contraccettivi. “Hai un ragazzo?”, chiede Kromenaker. La ragazza risponde di no. Kromenaker le elenca lo stesso una serie di benefici secondari per la salute dei contraccettivi orali, le offre alcuni profilattici e le mette una mano sulla spalla per incoraggiarla.

Una paziente di 24 anni che ha percorso 130 km da sola per raggiungere la clinica dice che lei e il suo ragazzo hanno scelto insieme di non proseguire la gravidanza, iniziata sei settimane prima. “Nessuno di noi due è neanche lontanamente pronto per avere un bambino in questo momento. Discutiamo per decidere a chi tocca portare fuori il cane, certi giorni, perciò non credo che cambiare i pannolini possa andare tanto  meglio”. Un’altra giovane donna che si trova alla clinica quel giorno è meno sicura. Quando Eggleston le chiede se si sente pronta, risponde di no. Eggleston le fa altre domande, e una volta chiaro che la donna è in conflitto, le prescrive vitamine per la gravidanza e le dice di tornare a casa. La donna ritorna una settimana dopo, e questa volta non cambia idea.

Circa tre quarti delle pazienti della Red River hanno meno di trent’anni. Più di metà hanno almeno un figlio; circa un terzo ha già avuto un aborto in precedenza; meno del 4% sono minorenni. Queste statistiche rispecchiano con buona approssimazione i dati su scala nazionale. In tutto, più di 50 milioni di aborti legali sono stati eseguiti negli Stati Uniti dalla sentenza Roe v. Wade. Secondo il Guttmacher Institute, un gruppo in difesa dei diritti riproduttivi le cui statistiche sono citate sia dagli attivisti pro-choice che da quelli pro-life, circa una donna americana su tre avrà avuto un aborto entro i 45 anni. Circa il 90% degli aborti avviene nel primo trimestre della gravidanza.

La guerra sull’aborto, come molte altre lotte politiche, si combatte spesso ai margini della realtà. Rivedendo le norme che hanno alimentato accesi dibattiti a livello nazionale è facile pensare che gli aborti ad uno stadio prolungato della gravidanza [lateterm abortions, dopo la 20esima settimana di gravidanza, ndr] e quelli eseguiti su minorenni o donne rimaste incinte in seguito a stupro o incesto costituiscano la maggioranza delle interruzioni di gravidanza. In verità, queste sono solo schegge dell’intera storia dell’aborto in America. E, complessivamente, c’è poco disaccordo riguardo alla bontà dell’aborto in questi casi. La maggior parte degli americani supporta l’accesso all’aborto in casi di stupro o incesto o nel caso in cui la vita della madre sia in pericolo,  ma anche molte delle più comuni restrizioni statali all’aborto. I dati Gallup mostrano che il 79% degli americani pro-choice ritiene che l’aborto debba essere illegale nel terzo trimestre della gravidanza e il 60% è a favore di un periodo di attesa di 24 ore prima fra la richiesta e l’intervento e del consenso dei genitori per le minorenni.

Le organizzazioni istituzionalizzate che si battono per il diritto all’aborto si oppongono a quasi tutte le regolamentazioni specifiche sull’aborto. Gli attivisti pro-life vedono la linea radicale dei loro avversari come un’opportunità per servirsi del sostegno dell’opinione pubblica per fare pressioni per leggi che hanno come effetto indiretto il rendere l’interruzione di gravidanza più costosa sia in termini di denaro che di tempo. “Mentre lavoriamo su questi pacchetti legislativi su cui ci sono interessi condivisi, noi siamo più vicini alla posizione del popolo americano”, dice Yoest, del gruppo Americans United for Life. Gli attivisti come Yoest stanno giocando da tempo una partita iniziata quando il movimento antiabortista nel suo insieme ha adottato l’etichetta “pro-life” negli anni ’70. Quindi, negli anni ’80 e ’90, mentre i pro-life venivano trascinati in tribunale per le loro azioni di “attivismo” alle cliniche dove si praticano aborti – bloccare le entrate, “consigliare” le pazienti che cercavano di accedere alle cliniche e occasionalmente ricorrere alla violenza fisica contro medici e membri dello staff – hanno lentamente costruito un formidabile apparato legale che serve egregiamente la loro causa tuttora, come afferma Joshua Wilson, professore di scienze politiche al John Jay College, il cui libro “The street politics of abortion” sarà pubblicato quest’anno. Degli attivisti pro-life dice: “Se riescono ad ottenere regolarmente queste leggi, bene, perché hanno le risorse legali per difenderle quando vengono poste in discussione: è una strategia integrata davvero impressionante”.

La causa antiabortista è stata aiutata indirettamente dai progressi scientifici che hanno complicato l’approccio americano all’aborto. Gli ultrasuoni prenatali, che hanno permesso al pubblico di vedere i feti all’interno dell’utero e di capire che hanno forma umana sin dall’ottava settimana di gravidanza, hanno conosciuto una massiccia diffusione negli anni ’80, e al giorno d’oggi alcuni bambini nati prematuramente alla 24esima settimana di gravidanza possono sopravvivere. Anche le norme culturali riguardo alla gravidanza fuori dal matrimonio sono cambiate nei decenni successivi a Roe v. Wade. “In generale, il movimento pro-choice lascia le persone con la sensazione che noi non vediamo la complessità del problema perché la risposta è quasi sempre ‘è una decisione che spetta alla donna’”, dice Frances Kissling, precedentemente membro di Catholics for Choice, “Ed è vero, ma non abbiamo discussioni aperte e confidenziali a livello di attivismo nazionale”.

Kissling si oppone alle normative specifiche promosse dagli attivisti pro-life a livello nazionale, ma dice che lo sforzo del movimento pro-choice per “normalizzare l’aborto” è controproducente. “Quando le persone ci sentono dire che l’aborto è solo un’altra procedura medica, reagiscono scioccate”, dice, “L’aborto non è come l’estrazione di un dente o l’appendicectomia. Riguarda la soppressione di una forma iniziale di vita umana. Questo merita un po’ di gravitas”.

Mentre un ritorno all’aborto clandestino diffuso prima della sentenza Roe sembra inconcepibile – perfino di fronte al gran numero di leggi statali che restringono l’accesso all’aborto – c’è preoccupazione fra gli attivisti pro-choice che in posti come il Nord Dakota, dove la clinica che pratica aborti più vicina può essere lontana centinaia di kilometri, le donne potrebbero essere spinte a prendere rischi non necessari. Coloro che fanno parte della comunità dei fornitori di aborti dicono di essere preoccupati che le donne nelle aree rurali possano cercare di acquistare farmaci per l’interruzione di gravidanza su Internet, senza supervisione medica. Ad amplificare questa paura c’è il fatto che la generazione di medici che si sono fatti avanti per praticare aborti legali dopo la sentenza Roe sono andati in pensione o sono morti, senza una nuova, robusta classe di dottori pronti a prendere il loro posto. In molti reparti di ostetricia-ginecologia e in molti programmi di tirocinio per medici di famiglia sono in corso sforzi per offrire corsi di preparazione all’aborto a un numero maggiore di medici, ma lo spettro delle proteste e delle attenzioni sgradite permane. “E’ un circolo vizioso”, dice Kathryn Eggleston della Red River, “Se un numero maggiore di noi medici praticasse aborti, ci sarebbe uno stigma meno pesante su coloro che lo fanno”.

Il sempre più ridotto numero di medici disposti a praticare aborti ha probabilmente contribuito alla netta decrescita nel numero totale di aborti, da circa 30 ogni 1000 donne di età compresa fra i 15 e i 44 anni del 1981 al circa 20 ogni 1000 donne del 2008, secondo i dati del Guttmacher Institute. Un accesso più ampio ai contraccettivi, che il movimento pro-choice sostiene fortemente, attitudini diverse rispetto alla famiglia e ai feti, e le sempre più stringenti normative statali sono spesso citate fra le ragioni. In teoria, un numero più basso di aborti dovrebbe essere qualcosa di cui entrambe le fazioni del dibattito sull’aborto dovrebbero celebrare e di cui dovrebbero condividere i meriti. Ma esso mostra anche la sfida definitiva per i pro-choice. Il loro obiettivo più urgente, 40 anni dopo Roe, è di espandere l’accesso a una procedura che la maggioranza degli americani ritiene dovrebbe subire restrizioni – e di cui nessuno vuole avere mai bisogno”.

Concludo l’articolo inserendo qualche dato:

– negli Stati Uniti, nel 2011 sono state approvate 92 normative che restringono l’accesso all’aborto a livello statale.

– negli Stati Uniti, solo 9 Stati su 50 non hanno leggi che restringano il diritto all’aborto; 37 su 50 impongono che una minorenne informi i genitori e/o ottenga il loro consenso prima di poter subire un aborto; in 35 su 50 l’aborto è gratuito solo se la vita della madre è in pericolo o in caso di stupro o incesto; in 26 su 50 una donna deve attendere un certo periodo di tempo tra la richiesta di un aborto e la somministrazione della procedura; 11 Stati su 50 impongono una sessione di “consiglio” sull’abilità dei feti di percepire dolore (cosa che io considero un atto ignobile di terrorismo psicologico su una donna provata da una decisione difficile, sofferta e gravosa, per inciso); 9 Stati su 50 impongono esami con ultrasuoni prenatali per far visualizzare il feto alla donna.

– in 9 Stati su 50 sono disponibili più di 5 fornitori di aborti ogni 100.000 donne di età compresa fra 15 e 44 anni; in altri 9 Stati, il tasso di fornitori di aborto è compreso fra 3 e 5 ogni 100.000 donne fra i 15 e i 44 anni; in 19 Stati ce ne sono da 1 a 2,9 ogni 100.000 donne in età fertile; 13 Stati hanno meno di 1 fornitore di aborti ogni 100.000 donne (fra questi, il Mississippi ne ha 0,2 ogni 100.000 donne, e insieme all’Arkansas, al Nord Dakota e al Sud Dakota ha una sola clinica sul suo territorio).

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