Tema: 1914-1918: i cinque anni che cambiarono la Storia

Questo è il penultimo dei temi svolti nel corso di quest’anno scolastico come compiti in classe e raccolti nel blog sotto i tag “tema saggio breve”, “tema storiografico” e “tema di tipologia D”. Questo è un tema-saggio breve di ambito storico-politico, corrispondente alla tipologia B della prima prova dell’Esame di Stato, il cui titolo della traccia è “La Grande Guerra come trauma collettivo”. I documenti storiografici forniti con la traccia sono reperibili con una rapida ricerca su Google.

Qui di seguito il mio svolgimento:

“Nel 1918 l’Europa si risvegliò su un cumulo di rovine. La percezione comune era che nulla sarebbe mai stato più come prima, prima della guerra che aveva sconvolto non solo l’assetto geopolitico del Vecchio Continente e del mondo, ma anche la mentalità, le abitudini e le strutture sociali di interi popoli, fungendo da acceleratore di trasformazioni sociali già operanti. Analizzare l’impatto della Grande Guerra sull’Europa non può prescindere dall’osservare le ripercussioni del conflitto sulle masse, in quanto la guerra rappresenta il culmine dello sviluppo della società di massa.

La Prima Guerra Mondiale esplose come conseguenza, in primo luogo, dell’esasperazione delle tensioni fra le potenze europee, avviate da decenni alla competizione imperialista; tali tensioni erano alimentate dalla mentalità nazionalista che permeava ogni strato della società. Durante la “belle époque” il senso di orgoglio derivante dalla riscoperta romantica delle radici culturali dell’identità nazionale si tinse di connotazioni militariste, per cui la superiorità della propria nazione poteva e doveva essere affermata con la forza delle armi. Parallelamente i bisogni di un’economia capitalista in rapida espansione trovarono la loro risposta da un lato nelle conquiste coloniali, dall’altro nelle commesse militari da parte degli Stati.

A tutto questo vanno aggiunti i conflitti di nazionalità all’interno dell’Impero Austro-ungarico, la complessa situazione dei vari gruppi etnici nella “polveriera balcanica” e il progetto politico dei vertici militari tedeschi, che coniugavano ambizioni di potenza a livello mondiale (Weltpolitik) e un complesso di accerchiamento dovuto alle alleanze fra nemici storici, come Russia e Francia.

Così, quando Gavrilo Princip innescò la miccia della guerra fra Austria e Serbia, tutti questi fattori concorsero a determinare un devastante effetto domino che trascinò il conflitto su scala globale, coinvolgendo milioni di persone. La maggior parte della popolazione sosteneva la partecipazione del proprio Paese alla guerra e si percepiva nitidamente che si era parte di una grande, potentissima trasformazione, che lo storico A. Gibelli, nel suo saggio ‘La prima guerra mondiale’, pubblicato nel volume ‘La Storia’ del 1988, descrive in questi termini: “[…] il passato prossimo appariva ad alcuni come passato remoto, la distanza psicologica da esso si dilatava improvvisamente.’

Ma il conflitto si rivelò ben diverso dalle aspettative, come mostra anche la parabola dei War Poets inglesi, quattro giovani che si arruolarono volontari e scrissero delle loro esperienze in versi: Rupert Brooke, morto nel 1915, scrisse poesie che riflettevano la visione della guerra come purificazione, in cui solo il corpo moriva, mentre l’anima (“A dust whom England bore”) sarebbe stata glorificata dalla morte per la patria, e divenne un eroe della propaganda inglese, mentre Wilfred Owen, Siegfried Sassoon e Isaac Rosenberg, che assistettero ai lunghi, logoranti anni di massacri nelle trincee, descrissero con crudo realismo l’orrore della guerra e la condannarono duramente (Owen, nella poesia Dulce et decorum est, conclude “My friend, you would not tell with such high zest/to children ardent for some desperate glory/the old Lie: dulce et decorum est/pro patria mori”). Invece di risolversi rapidamente, il conflitto si trascinò per anni, anni di battaglie sanguinose e inutili, di vita psicologicamente e fisicamente logorante nelle trincee, di notti trascorse nel terrore di un assalto, di commilitoni caduti, di massacri e crudeltà inumane, che, come nota Sigmund Freud nella sua opera ‘Considerazioni attuali sulla guerra e la morte’, infransero “tutte le barriere riconosciute in tempo di pace e costituenti quello che si diceva il diritto delle genti […] come se dopo non dovesse più esservi un avvenire e una pace fra gli uomini”.

Coloro che vivevano al fronte si trovarono a sperimentare una condizione psicologicamente insostenibile per periodi prolungati: la deumanizzazione, ovvero la riduzione ad un numero, ad una macchina per uccidere. Come ha teorizzato Chiara Volpato nel suo saggio ‘Deumanizzazione. Come si legittima la violenza’, la privazione dell’individualità imprime traumi profondi nella psiche degli individui, ma è anche un meccanismo mentale necessario per sopravvivere al fatto di essere costretti ad uccidere altre persone: riducendole a numeri, ad un’entità impersonale e ostile come “il nemico”, si evita di provare empatia e di convivere con il pensiero della morte.

Quanto la guerra si concluse, le nazioni europee erano allo stremo, indebitate a livelli insostenibili, con un intero sistema industriale da riconvertire alla produzione non bellica, infrastrutture da ricostruire, profondi mutamenti nelle abitudini, nei costumi, nelle strutture sociali. Fu questa la situazione che trovarono i reduci al momento del loro reinserimento nella società civile. Traumatizzati dalla guerra, di fronte all’emancipazione femminile, alla maggiore libertà dalle strutture sociali tradizionali (come la famiglia borghese patriarcale), ai cambiamenti nel costume, di cui l’abbigliamento è l’esempio più evidente, con il passaggio dalle gonne ampie e lunghe fino alle caviglie e dai corsetti ottocenteschi agli abiti più corti, leggeri e pratici degli anni ’20, i reduci videro che la società era cambiata durante la loro assenza, lasciandoli indietro.

Altri sintomi di questo “nuovo ordine” che stava nascendo sulle rovine e sul sangue furono le conquiste ottenute dagli operai nel giro di due anni, come il limite delle otto ore lavorative giornaliere e i salari proporzionali al costo della vita, per le quali le organizzazioni sindacali si erano battute per decenni prima della guerra, e il fatto che tutti i tentativi reazionari di riportare la società ad un assetto “tradizionale” caddero nel vuoto, a riprova del fatto che le trasformazioni avvenute negli anni del conflitto, per quanto rapide, erano profonde e irreversibili.

In conclusione, la Prima Guerra Mondiale fu un acceleratore che proiettò definitivamente l’Europa (e di riflesso il mondo intero) fuori dall’Ottocento, facendo in modo che si lasciasse alle spalle ogni resto delle strutture sociali, economiche e politiche ottocentesche. Mai nella storia si erano verificati cambiamenti così drastici in tempi così brevi. Il prezzo di questi cambiamenti non fu solo sangue e distruzione, ma un trauma indelebile (e irrisolto) nella coscienza collettiva dei popoli europei, che, come afferma J. Habernas nel suo libro ‘Filosofia del terrore’, avrebbe poi rappresentato “[…] l’inizio di un’era della guerra totale, dell’oppressione totalitaria, della barbarie meccanizzata e dell’omicidio burocratico di massa”.”

Un pensiero su “Tema: 1914-1918: i cinque anni che cambiarono la Storia

  1. La Prima guerra mondiale fu un evento molto importante nella storia del umanità, essa come dice pure il nome fu la prima guerra su scala mondiale , dove per la prima volta vennero usate massicciamente armi come le armi chimiche o le mitragliatrici e furono inventati e usati i primi carri armati , esse fecero un numero di morti enormi, la guerra fu una guerra di logoramento e di trincea perché a differenze della seconda guerra mondiale l’enorme potere di fuoco non era contrastato da armi difensive o mobili, la vita nelle trincee era orribile se non erano le armi nemiche ad uccidere ci pensavano la malattie e la fama, esso fu un conflitto che coinvolge anche molti civili basti pensare che circa più del 15% dei morti nella guerra erano civili, e pensare che sarebbero passati solo pochi decenni dopo prima che un evento simile ma molto peggiore come la seconda guerra mondiale scoppiasse , e non credo fu un caso che dopo la prima guerra mondiale ci fu l’influenza spagnola epidemia più mortale di tutti i tempi, del resto dopo quella distruzione pensare a curare le persone non fosse facile , bisogna considerare che una guerra porta via tutto non solo le vite delle persone , per non parlare delle persone mutilate e ferite gravemente e di conseguente il dolore delle famiglie delle madri dei padri e dei figli, ma anche l’enorme distruzione e l’enorme carico economico che una guerra si porta e che si ripercuote anche dopo molto tempo che la guerra è finita.

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