Alcune riflessioni sul concetto di famiglia

Di cosa parlano coloro che difendono la “famiglia tradizionale”?

La sociologia: uno sguardo critico sulla realtà

Introduzione

La famiglia è un concetto molto utilizzato nel dibattito politico e mediatico italiano. Si leggono proclami a favore della “famiglia tradizionale” e s’ipotizzano derive distruttive in caso di “cambiamenti” nel modo di intendere e definire la “famiglia”.

Ma che cosa è la “famiglia”? In questo breve contributo presenterò una riflessione teorica introduttiva sul concetto di “famiglia”. La domanda che mi pongo è “ha o meno senso parlare oggi di famiglia tradizionale?” e “che cosa è veramente la famiglia tradizionale?”.

1 Che cosa è la famiglia?

Scrive Barbagli (1993) che non c’è accordo tra gli studiosi su come definire la “famiglia” perché gli studi antropologici e sociologici hanno messo in evidenza una grande varietà di “forme” di famiglia. Secondo Murdock (1949)la famiglia è «un gruppo sociale caratterizzato dalla residenza comune, dalla cooperazione economica e dalla riproduzione” la quale “comprende adulti di tutti…

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La mercificazione del corpo maschile (parte 2)

La prima parte di questa serie di post enunciava i criteri di analisi della mercificazione sessuale secondo Caroline Heldman. Qui saranno analizzate altre immagini pubblicitarie raffiguranti uomini in una condizione di oggettivazione. Si ringrazia di nuovo Alessiox1 per la ricerca iconografica alla base di questo post.

Le domande-guida del test dell’oggetto sessuale di Heldman sono le seguenti:

1) L’immagine mostra unicamente una parte o alcune parti del corpo della persona? 

2) L’immagine mostra una persona sessualizzata che ha una funzione di supporto a un oggetto?

 3) L’immagine mostra una persona sessualizzata che può essere scambiata o rinnovata in qualsiasi momento?

4) L’immagine mostra una persona sessualizzata mentre viene sottomessa o umiliata senza il suo consenso?

5) L’immagine suggerisce che la caratteristica principale della persona sia la sua disponibilità sessuale?

6) L’immagine mostra una persona sessualizzata che può essere utilizzata come una merce o un cibo?

 7) L’immagine tratta il corpo di una persona sessualizzata come se fosse un foglio da disegno?

Questa immagine  rientra nel punto 4, perché non c’è nulla nella scena che lasci intuire che il ragazzo sdraiato a terra, nudo, in una posizione di vulnerabilità, si trovi in una situazione in cui la sottomissione può essere consensuale, per esempio un gioco erotico BDSM. I tre uomini sulla sinistra e la donna sulla destra della scena sono in piedi e vestiti, mentre il ragazzo in primo piano è sdraiato e nudo: questi elementi mostrano un rapporto di potere diseguale, accentuato dall’espressione fredda con cui lo osservano e in generale dalla freddezza dell’ambientazione. Non c’è nulla che rimandi all’erotismo o alla sessualità, perché i personaggi nella scena non interagiscono fra loro né sembrano nutrire alcuna attrazione per il ragazzo sdraiato: lo osservano come se fosse una cavia in un esperimento scientifico, oppure un pezzo di carne.

 

Quest’immagine rientra anch’essa nel punto 4 e mostra delle donne dall’aria aggressiva che costringono degli uomini a spogliarsi. Una di loro impugna un frustino. L’immaginario suggerito è quello del femdom, un rapporto BDSM in cui la donna riveste il ruolo dominante e l’uomo quello sottomesso, ma l’idea della complicità erotica è azzerata, sia per la freddezza della scena, sia perché non vediamo i volti dei ragazzi, cosa che annulla loro individualità e soggettività dal momento che ci impedisce di riconoscere dalle loro espressioni le emozioni che stanno provando. Vedere il volto è infatti necessario per riconoscere una persona come tale. Un corpo senza volto è solo un corpo, al contrario. Quella che è raffigurata non è una scena di relazione, perché non sono rappresentati soggetti che interagiscono fra loro, ma solo soggetti che piegano alla propria volontà altri, che sono quindi resi oggetti.

In quest’immagine troviamo invece un’esemplificazione del punto 3, l’interscambiabilità. Lo stuolo di ragazzi adoranti sdraiati ai piedi della giovane donna mostra infatti un solo soggetto chiaramente riconoscibile nella sua individualità, il ragazzo in secondo piano, subito dietro di lei, che comunica un’emozione distinguibile (lo struggimento perché lei si sta allontanando misto all’ammirazione per la sua bellezza). Gli altri uomini, tutti vestiti nello stesso modo, tutti con lo stesso fisico, tutti bianchi e tutti con i capelli corti e scuri, non hanno nessuna individualità e sfumano in una massa indistinguibile.

Lo stesso tema è ripetuto in un’altra immagine della stessa campagna pubblicitaria, il cui slogan è “Trail of destruction” (scia di distruzione), in cui l’unica cosa che cambia rispetto all’immagine qui sopra è il contesto. Uno stuolo di uomini adoranti ai piedi di una donna indifferente o compiaciuta, a mio parere, è la negazione di ciò che la seduzione dovrebbe essere: la seduzione dovrebbe essere un incontro, un gioco, per come la vedo io, qui invece abbiamo donne a cui non importa degli uomini che attraggono, interessate solo al potere che la propria bellezza dà loro. Gli uomini che attraggono sono solo numeri, come le tacche sul fucile di un cecchino.

 

Anche quest’altra immagine rientra nel punto 3. La negazione della soggettività e la riduzione alla corporeità sono evidenti nel fatto che i soggetti sono di spalle: non vedendone il volto, lo spettatore non può entrare in relazione con loro. La nudità è l’unica loro caratteristica che si possa intuire dall’esterno, perché non stanno compiendo nessuna azione e non interagiscono con la ragazza che osserva frontalmente lo spettatore con un sorriso divertito.  In teoria si potrebbe dire che l’immagine rientra anche nel punto 5, ma la nudità di per sé non implica disponibilità sessuale e a parte l’atteggiamento di divertito “possesso” nel modo in cui la ragazza pone le mani sul sedere di due degli uomini non c’è nulla che suggerisca una situazione erotica, quindi direi che c’è spazio per le interpretazioni.

Supporto ad un oggetto e rapporto di potere diseguale

Rapporto di potere diseguale 2

Un altro caso frequente di oggettivazione è quello in cui una persona viene rappresentata come un trofeo per un’altra, sottintendendo che il prodotto tal dei tali rende così attraenti da permettere di conquistare l’oggetto del desiderio e poterlo poi sfoggiare come prova tangibile di una vittoria o di uno status raggiunto. Correlata a questa logica è l’idea che il “valore” del “premio” si misura dalla sua bellezza e dal suo essere sexy, che ovviamente vengono evidenziati dalla nudità. Quindi l’oggettivazione sta nella riduzione della persona a trofeo e del suo valore alla bellezza.

In queste immagini una giovane donna vestita stringe a sé o tiene per un braccio il suo trofeo, un avvenente ragazzo nudo che in un caso ricambia l’abbraccio, nell’altro regge la borsa di lei (punto 2 del test di Heldman). Ma l’espressione euforica della ragazza non è rivolta a lui, ma allo spettatore. Le immagini rientrano indirettamente nel punto 5 del test: il valore della persona non è propriamente la disponibilità sessuale, ma l’attrattività sessuale, la bellezza in senso erotico.

Rapporto di potere diseguale

Un altro esempio di questo schema è la pubblicità di una crema antirughe il cui effetto sarebbe così potente da far innamorare di una donna “matura” (molto fra virgolette, perché in pubblicità l’età è relativa, le trentenni sembrano ventenni, le quarantenni trentenni e così via…) un ragazzo attraente. Così la donna è seduta sul divano, vestita in maniera professionale, e fissa lo spettatore con un’espressione compiaciuta, come se volesse dire: “Visto?” tenendo una mano sul polpaccio del ragazzo nudo in segno di possesso. Il ragazzo sembra addormentato e quindi non esprime nessuna emozione né entra in relazione con lo spettatore.

 

Insulti gratuiti

Diffondo questo post per denunciare gli attacchi personali de La Strega, blogger di Femminismo a Sud, nei confronti del Ricciocorno Schiattoso e del suo lavoro, impeccabilmente documentato e approfondito.
Ritengo inaccettabile che si chiami “critica politica” ciò che non è altro che una serie di offese (complottista, fanatica, pavida…), illazioni, accuse senza uno straccio di prova, condite dal rifiuto di entrare nel merito degli argomenti esposti dal Ricciocorno perché non la si ritiene “un interlocutore interessante”, indegna di una confutazione razionale ma di un post di 1400 parole pieno di insulti evidentemente sì.

il ricciocorno schiattoso

festival-fango-corea

Ieri ho provato a scrivere un post il più semplice e chiaro possibile per spiegare che cosa si intende comunemente con l’espressione “vittima di violenza di genere”.

Mi risponde la strega di Femminismo a Sud accusandomi di aver pubblicato un copione prestampato, senza un’oncia di creatività e senza la capacità di allontanarsi, neppure per un attimo, dalla definizione di donna in quanto vittima per la sua connotazione biologica.

Probabilmente è vero che manco di creatività, che non ho nessuna inclinazione per la sperimentazione linguistica, perché non ho idea di cosa significhi “definizione di donna in quanto vittima per la sua connotazione biologica”. E non sapendo che significa questa frase non posso neanche ribattere.

Ci tengo però a sottolineare che tutto l’articolo è zeppo di insulti alla mia persona, nessuno dei quali corredato di un riferimento a qualche contenuto del mio blog a conferma di quanto viene affermato.

Alcuni esempi:

“E’…

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Lavoro, sfruttamento e cose che non quadrano

Questo post è una decostruzione del post Riflessioni sull’autosfruttamento e i rigurgiti moralisti di VaviRiot, anarcofemminista queer e autrice di Sopravvivere non mi basta, un blog “antifascista, antirazzista, antisessista e antispecista”. Come è successo con Camille Paglia, quindi, analizzerò gli argomenti del post argomentando le ragioni per cui mi trovo in disaccordo. Essere femministe non significa accettare tutto ciò che viene detto e scritto da altre femministe.

“Ho appena finito di litigare con il mio capo. Sono stanca, il lavoro è una violenza continua. Cerco di trattenere le lacrime perché, infondo, mancano poco più di due mesi alla fine dell’anno e poi spero di trovare, per settembre, un altro impiego. Respiro e mi chiedo cosa penserebbero quelle femministe che spendono il loro tempo a dirci che l’unico lavoro indegno è quello di chi vende prestazioni sessuali, perché alimenterebbe l’autosfruttamento del proprio capitale umano.”

Le femministe che si oppongono allo sfruttamento della prostituzione lo fanno perché ritengono che, per come funziona l’industria del sesso allo stato attuale delle cose, non garantisca libertà di scelta ai soggetti coinvolti (donne e ragazze in larghissima maggioranza, ma anche ragazzi e uomini) e non offra loro tutele ai loro diritti umani (come il diritto alla salute o quello alla sicurezza). La tratta delle schiave e la prostituzione forzata sono realtà che finora nessuno, istituzioni statali, ONLUS, agenzie internazionali, è riuscito a debellare e finché anche solo una donna sarà costretta a prostituirsi il problema rimarrà. Se invece la prostituzione fosse al 100% una scelta libera, sicura e rispettata dalla società – come nella serie Firefly di Joss Whedon, dove le Accompagnatrici sono donne raffinate, colte, eleganti e dotate di un’educazione d’élite, godono dello stesso status sociale dei membri del governo e hanno il diritto di scegliere i loro clienti in maniera arbitraria e incontestabile dai video di presentazione che vengono inviati loro via computer – io non avrei nulla in contrario. Ma qualcuno deve dirmi qual è il modo per fare sì che ciò avvenga, e dimostrarmi che funziona.

La prostituzione non è quindi un “lavoro indegno” e il problema non è “l’autosfruttamento del proprio capitale umano”, ma lo sfruttamento in senso schiavistico. Non è un problema morale.

Eh già, in effetti il problema, il mio/nostro problema, è di chi lavora con il proprio corpo e non questo sistema che mi ha costretta ad accettare un lavoro a nero. Infondo, lo so, loro mi direbbero che non è la stessa cosa, che io qui mica vendo la fica? No, non la vendo ancora, ma tutto il resto del mio corpo sì, è completamente in vendita ed è stanco di esserlo.

Allora, lavorare in nero e poi lamentarsi dello sfruttamento è un po’ come prendersi a martellate un piede. Attualmente il mercato del lavoro non offre molte possibilità, lo riconosco, ma se questo lavoro in nero è così opprimente al punto da venire percepito come una violenza continua e l’ambiente è conflittuale, allora anche un lavoro sgradevole ma legale è un’opzione migliore, se non altro perché dà diritto a qualche garanzia in più e permette di accumulare contributi per la pensione. Dubito che non ci fosse proprio nessuna alternativa praticabile ad un lavoro in nero, al punto da essere “costretta” ad accettarlo. Il lavoro nero non danneggia solo chi lo subisce, ma anche tutta la società e l’economia.

Il punto della questione, in ogni caso, è che semplicemente l’obiettivo dovrebbe essere quello d’avere condizioni di lavoro dignitose e servizi alla persona che aiutino le donne, sollevandole dalla sommatoria di lavoro/accudimento della prole/accudimento delle persone in famiglia, che costituisce una forma di sfruttamento tanto quanto lo è la prostituzione forzata. Le due battaglie non sono in contraddizione. 

Non so che lavoro facciano queste donne, se sanno che esiste una cosa che si chiama “classe”, se hanno mai provato tanta frustrazione come ne provo io ora, se hanno mai desiderato abolire il concetto di lavoro nel sistema capitalistico o per loro, infondo, va bene così purché non ci sia la fica.

Perché la gente usa la questione di classe come arma per calpestare/cancellare la questione di genere? E perché tirano fuori la questione di classe solo per “invalidare” (o tentare di farlo) le argomentazioni di chi è contraria allo sfruttamento della prostituzione? La questione di classe e la questione di genere si intersecano e intrecciano, in molti casi, non sono mutualmente esclusive, e insinuare che chi si preoccupa della prostituzione forzata lo faccia perché è una privilegiata è un argomento ad hominum, un fallacia logica che nulla aggiunge al discorso. Per inciso, il lavoro non si può abolire: è doveroso lottare affinché le condizioni di lavoro siano le migliori possibili per il maggior numero possibile di persone, riducendo lo sfruttamento fin dove possibile, ma noi viviamo in un sistema capitalistico e non esistono alternative praticabili e funzionanti in modo concreto, perciò dobbiamo fare i conti con questa realtà.

Per loro non è prostituzione obbligare il proprio corpo a lavorare in condizioni di stress allucinanti, obbligarlo a ripetere all’infinito medesime azioni, a restare inchiodato su una sedia per ore a fissare un monitor e pigiare tasti. Non è prostituzione lavare, stirare, cucinare, chiamare il dottore, fare la spesa, pagare le bollette, rassettare ed ect… senza percepire un euro e neanche un grazie, dato che è scontato che lo faccia la “donna di casa”. Non è prostituzione arrivare a metà giornata e sentirsi in gabbia, guardare dalla finestra, oltre questi odiati mostri architettonici, il colore azzurrino del cielo e desiderare di sentire il sole sulla propria pelle perché fuori è una bellissima giornata e tu vorresti solo avere il tempo di goderne.

E così arriviamo ad equiparare tutti i lavori alla prostituzione, senza nessun collegamento logico. A tutti, credo, piacerebbe passare le giornate a godere del sole sulla pelle e a contemplare il cielo azzurro, ma purtroppo lavorare è necessario. Una società non può funzionare se nessuno lavora. Siamo d’accordo sul fatto che i lavori domestici sono gravosi e spesso dati per scontato per le donne, ma questo problema si risolve attraverso la collaborazione e la condivisione con il/la partner, perché comunque sono lavori che devono essere svolti.

Quanto al lavoro d’ufficio…sinceramente io preferirei passare otto ore al giorno “inchiodata su una sedia a fissare un monitor e pigiare tasti” piuttosto che otto ore in un bordello ad avere rapporti sessuali con sconosciuti che non desidero e a cui probabilmente non importa nulla né di me né del mio piacere. Anzi, se mi offrissero un lavoro d’ufficio, accetterei immediatamente, e credo che moltissimi nella mia generazione farebbero questa scelta. Ma se l’autrice ritiene che la prostituzione sia migliore del lavoro d’ufficio, può sempre optare per quest’altra scelta: sono sicura che le possibilità non mancano, la domanda è sempre presente.

No, tutto questo non è prostituzione perché il corpo è in vendita solo quando c’è di mezzo il sesso, solo quando è erotizzato, penetrato, mostrato. Poco importa che chi lo fa possa esercitarlo in modo consapevole, che abbia scelto quel lavoro dopo averne praticato altri, forse anche peggio dei miei. Quello è un crimine, chissà poi per chi.

Continua l’equiparazione fra lavoro e prostituzione. Quali siano i problemi con la prostituzione l’ho già detto, e non ho nulla contro chi si prostituisce in modo consapevole e libero, per propria scelta. Non lo considero un crimine, non m’importa di giudicare queste persone, non è il corpo in vendita che m’interessa.

Ah già, alimentiamo l’autosfruttamento. Posso ridervi in faccia? Ma perché non lo dite a me che alimento lo sfruttamento accettando un lavoro di merda come questo? Perché non lo dice alla casalinga? All’operaria? Alla bidella? Alla ragazza del bar? Ma queste non lavorano con il loro corpo? O sono corpi diversi?

Lo sappiamo tutt@ che c’è una specificità per i nostri organi genitali, che tutto si può mercificare tranne la fica, quella proprio non si può. Ed io vi guardo e non so se ridere o piangere mentre penso alle segretarie o assistenti dell’ufficio accanto in tacchi e pantaloni attillati. Sì, quella non è prostituzione.

Non ho mai sentito nessuno usare l’argomentazione “le donne che si prostituiscono volontariamente alimentano l’autosfruttamento”. Questa è un’altra fallacia logica, uno strawman, un argomento fantoccio, pertanto questo paragrafo non ha alcun senso. Sottolineo, ma non credo sia davvero necessario, che lavoro ≠ mercificazione. Non comprendo come si possa concepire il lavoro solo come vendita di sé stessi, il lavoro è un modo per realizzare sé stessi attraverso le proprie capacità e competenze, per mettere a frutto le proprie conoscenze e fare qualcosa di costruttivo, e per una donna è anche una prova tangibile di emancipazione e realizzazione personale, qualcosa per cui abbiamo combattuto contro una cultura che ci voleva ridotte al ruolo di angelo del focolare in nome di un’idealizzazione slegata dalla realtà.

Quando si tratta questo argomento un’altra tesi riportata per avvallare la tesi della lotta contro la prostituzione è che quest’ultima alimenterebbe la competizione tra donne, come se questo sistema non fosse improntato su questo. A scuola, i voti, secondo voi a che servono? E gli esami di selezione per le facoltà di medicina o architettura? Pensate che alimentino la solidarietà? Oppure l’esistenza delle classi sociali, cosa pensate che ci insegnino?

In realtà anche questo pezzo è uno strawman. Che cosa vuol dire “alimenterebbe la competizione fra donne”? Se si tratta di competizione per l’interesse sessuale degli uomini, si tratta di un pensiero legato ad un paradigma patriarcale che nessuna femminista sosterrebbe, dal momento che pone lo scopo delle donne nel competere per attrarre gli uomini. Non ha davvero senso. Arrivando ai voti o ai test d’ammissione a certi corsi di laurea: la competizione che alimentano non è fra donne, dato che i test sono aperti anche agli uomini, perciò che senso ha parlarne in questo contesto? Oltretutto sono necessari: come si può valutare la preparazione di qualcuno senza un criterio oggettivo? Si può discutere sulla necessità di rivedere questi criteri, ma è ovvio che un criterio ci deve essere.

Questo mondo è così pregno, schifosamente pregno, di individualismo e competizione che il problema non è la donna che usa il suo corpo per accedere a dei servizi. Ma perché gli uomini non fanno lo stesso usando altro? Quello che vi interessa è combattere la cultura della guerra tra simili oppure solo additare chi usa il proprio corpo? Perché a quel punto è davvero insopportabile il vostro moralismo.

Quello che mi interessa veramente è che lo Stato garantisca condizioni di lavoro dignitose ai suoi cittadini, e che l’accesso al lavoro sia regolato da criteri meritocratici perché il sistema sia equo. Se per “donne che usano il corpo per accedere a dei servizi” parliamo di prostitute di professione (libere e consapevoli, ovviamente), allora non ho nulla in contrario. Se parliamo di donne che ottengono il loro lavoro in cambio di favori sessuali, allora la mia contrarietà deriva dal fatto che falsano la competizione meritocratica e che mettere persone non competenti in posti di lavoro di responsabilità (di solito nessuna va a letto con il capo per un posto da donna delle pulizie, dopotutto) è un danno per tutta la società. Sono contraria a questo come sono contraria al nepotismo e al clientelismo.

A me il lavoro fa schifo, mi fa schifo in tutte le sue forme, perché ci rende una paga a fine mese, un numero di ore di sfruttamento, è alienazione e frustrazione, è stare su una sedia e cercare di calmarsi i nervi perché non sei nella posizione di andartene. Eppure, in questo schifo, comprendo che per ora è impossibile realizzare un tipo di lavoro non capitalistico, lo si può immaginare e provare a crearlo con qualche esperimento, ma a livello generale il cambiamento richiede tempo. Quindi, mentre si lotta per cambiare il sistema in cui viviamo, per sopravviverci la cosa più importante è permettere, a chi lavora, di avere più tutele e diritti, per diminuire la violenza che comunque subirebbe. Lo si fa con tutti i lavori tranne che con la prostituzione, solo perché siamo un paese così profondamente moralista che non riusciamo proprio ad accettare il fatto che siamo tutte puttane.

Non credo nella possibilità di realizzare un tipo di lavoro non capitalistico come obiettivo finale, ma credo fortemente nella necessità di più tutele e diritti, lo ribadisco. Anche per la prostituzione. Se l’autrice sa come fare, la ascolterò con interesse. Sono in profondo disaccordo, e sono anche decisamente irritata, dalla conclusione “siamo tutte puttane”: mi spiace, ma no. Io mi chiamo fuori. Io non voglio scendere a compromessi. Io voglio essere assunta per le mie competenze. Io non considero il lavoro come vendersi.

Io sono una puttana, tu sei una puttana, loro sono delle puttane. Ma non lo siamo tutte allo stesso modo. C’è chi se ne vergogna, chi si nasconde, chi lo è ma non lo riconosce, chi dice “no! io non lo sono, non mi vendo” e chi prova pena per quelle che lo sono. Eppure la verità è proprio che siamo tutt@ in vendita perché è questo quello che fa il capitalismo e in questo mercato dell’orrore vendere un braccio non è più dignitoso che vendere la figa. La dignità è oltre questo lavoro di merda, pagato una miseria a ore o a progetto, a contratto o quando gli pare. La dignità è poter scegliere di non lavorare o di farlo secondo schemi anche non siano questi.

Io non mi riconosco in queste parole, e non per moralismo o vergogna, ma perché rifiuto la logica che ci sta dietro. La dignità non è poter scegliere di non lavorare, quello è un privilegio. La dignità è lavorare senza compromessi.

Ma dato che dobbiamo viverci in questo schifo allora sarebbe il caso di esser onest@ e dare a tutt@ certi diritti perché nessun@ debba esser marginalizzat@, messo in pericolo perché altr@ pensano che non sia corretto farlo. La sovradeterminazione è una cosa che odio ma sfortunatamente il femminismo non ne è immune. Personalmente credo che quando si tratta il tema della mercificazione del corpo bisognerebbe essere un tantino corrett@ e iniziare a parlare di tutti i lavori e non solo di uno, quello che vi fa prurito. Se mai qualcun@ associasse la prostituzione a lavori come la casalinga, l’infermiera, l’operaia e la maestra, allora sì che avrebbe più senso quel discorso e non risulterebbe un rigurgito moralista.

L’autrice è la prima a sovradeterminare le altre quando dice “siamo tutte puttane” e “tu sei una puttana, loro sono delle puttane”, appiccicandoci addosso etichette che non tutte condividiamo come se fosse naturale e legittimo farlo. Non è “prurito moralista” l’opposizione allo sfruttamento della prostituzione: non è un lavoro come gli altri finché le persone vi sono costrette e sono picchiate, stuprate, ingannate e vendute per farlo. Accade lo stesso a casalinghe, infermiere, operaie, maestre? Sentite mai parlare di tratta delle schiave in riferimento a insegnanti rumene o slave o bulgare o nigeriane che vengono attirate in Italia con l’inganno, facendo debiti che non potranno mai ripagare, e poi costrette a insegnare nelle nostre scuole?

Di censor@ ne ho davvero piene le ovaie e anche di donne borghesi che mi vengono a fare la morale quando non sanno un bel niente di cosa vuol dire guadagnare una miseria e non poterla rifiutare. E poi dicono che il reddito minimo garantito è una stronzata! No, non lo è se mi permette di uscire da una situazione di ricatto. Non lo è se impedisce alle persone di non suicidarsi, anche a quelle che combattevano, come Maria, contro i suicidi dei/lle collegh@ e che poi, a loro volta, lo hanno compiuto. Non lo è se lo si vede come un momento di transizione da un sistema classista ad uno in cui vi è una ridistribuzione delle ricchezze, perché è questo il vero obiettivo di chi lotta per il reddito di esistenza e non l’elemosina che quest’ultimo è, e tutt@ ne siamo coscient@.

Il reddito minimo garantito può essere una soluzione, di fatto. Il reddito di esistenza, o di cittadinanza, invece, E’ una stronzata. Come ho già detto, se nessuno lavora, come fa la società a sopravvivere? Dove li trova i soldi per distribuire il reddito di esistenza, lo Stato? Lasciando poi perdere i progetti utopistici, su cui non mi pronuncio, dato che la Storia ha già parlato per me.

In conclusione, l’articolo di VaviRiot è un’accozzaglia di argomentazioni prive di senso e/o fallaci che non tiene conto della realtà. Io mi dissocio da questo femminismo.

Il dispositivo della puttana

Ragazzini e ragazzine delle medie parlano dello stigma associato alla parola “puttana”, uno schema mentale che mette radici in fretta, con grande consapevolezza. I miei complimenti ai mediatori che hanno stimolato in loro queste riflessioni, è un compito prezioso e importante.

Eleonora Cirant

“I ragazzi come insulto conoscono solo ‘puttana’ e ‘troia’”, dice lei. “E figlio di puttana”, aggiunge lui. “Te lo dicono sempre, anche quando stai parlando di altro, per qualsiasi cosa”, continua lei.

Siamo in una classe di terza media, durante un laboratorio in contrasto alla violenza maschile sulle donne. Ragazzi e ragazze sono seduti in cerchio e noi che conduciamo il laboratorio, un uomo e una donna, siamo parte di questo cerchio. L’attività principale del laboratorio è discutere. Non in astratto, bensì partendo dai propri vissuti e pensieri. Noi rilanciamo con domande, sottolineiamo, riprendiamo il filo, cuciamo nessi. Non diamo giudizi, siamo lì, dentro al cerchio, per oliare il flusso della parola e per aprire finestre su scenari che forse gli studenti non avevano avuto occasione di osservare, prima. Quando sentiamo che abbiamo toccato un punto nevralgico per il tema su cui stiamo lavorando, ci fermiamo e lo analizziamo, mettiamo dei paletti…

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#mediawelike: personaggi femminili da ricordare

Il mondo dei blog femministi (soprattutto quelli anglosassoni)dedica spesso la sua attenzione all’analisi dei personaggi femminili nella letteratura, nel cinema, nei videogiochi, nelle serie televisive, nella consapevolezza che “representation matters“, la rappresentazione conta, perché influenza il nostro immaginario e crea dei modelli, a volte esempi positivi a cui ispirarsi, altre volte stereotipi dannosi da cui rifuggire. L’hashtag del titolo si riferisce alla campagna omonima lanciata su Pinterest dal progetto “Miss Representation“.

Io stessa, sin da piccola, mi sono identificata nei personaggi femminili forti che ho avuto modo di conoscere, e questa ammirazione non mi è ancora passata, per cui ho raccolto volentieri l’ispirazione fornita da Emily Temple nel suo articolo Feminist Avenging Angels: 10 of the Most Powerful Female Book Characters, e ho apprezzato molto la sua lista. Personalmente, penso che Katniss Everdeen meriti più considerazione, e non lo dico perché sono innamorata della saga di Hunger Games (nella versione dei libri: gli adattamenti cinematografici, fermo restando che Jennifer Lawrence è bravissima, non dicono molto), ma perché Katniss, oltre ad essere una ragazza dallo spirito libero e indipendente per natura, ha uno spiccato senso di giustizia, ha sorretto la sua famiglia da sola dopo la morte del padre a soli 11 anni, con grande spirito di sacrificio, risolutezza e pragmatismo, ha una profonda sensibilità (pensate a come ha voluto circondare il corpo di Rue di fiori dopo la sua ingiusta morte nell’arena) e non è un personaggio romantico. Nel caratterizzarla, l’autrice ha creato un personaggio che possiede il giusto equilibrio fra emotività, istinto e razionalità, forte ma non insensibile, combattente per necessità e per i suoi ideali, ma non spietata.

La lista di Emily Temple è stata ripresa dalla 27esima Ora in Protagoniste del cambiamento(nei romanzi): ecco le nostre eroine di Serena Danna. Anche qui gli spunti sono interessanti, sebbene meno attinenti all’argomento di questo post.

Quindi mi accingo a compilare la mia personalissima lista. Ho scelto i personaggi in base alla complessità della loro caratterizzazione psicologica (un personaggio monodimensionale, che può essere descritto con uno o due aggettivi, non è mai un personaggio interessante, né può essere un modello in cui identificarsi, qualcuno che si sogna di essere). Fondamentalmente, un personaggio femminile “femminista” è semplicemente un personaggio femminile ben costruito, che non cada nella piattezza di uno stereotipo. Per esempio, in questo articolo intitolato We’re losing all our Strong Female Characters to Trinity Sif Syndrome Tasha Robinson sottolinea come molti personaggi femminili in ruoli di supporto siano confinati in un nuovo cliché: l’eroina determinata, forte e potente…che tuttavia è un passo indietro all’eroe protagonista, e quando il gioco si fa duro ha comunque bisogno di essere salvata. Una damigella in pericolo 2.0: autonoma, fiera, forte, ma comunque incapace di collaborare con il protagonista su un piano di parità. La definizione secondo me non si applica a Trinity di Matrix, uno dei migliori personaggi femminili di sempre, ma rende l’idea se consideriamo come esempio paradigmatico Sif di Thor Thor: the Dark World, che nonostante venga presentata come una guerriera fiera e temeraria ha un ruolo fin troppo marginale nei film e pochissima caratterizzazione psicologica.

Non che io condivida pienamente l’articolo della Robinson – stralcerei subito Tauriel dalla lista (aggiungendo un grazie a Peter Jackson per aver inserito un personaggio femminile come lei ne Lo Hobbit nonostante il romanzo originale non lo preveda), ma la sua lista conclusiva esprime perfettamente quello che intendo dire: se un personaggio femminile viene presentato come “forte”, ma poi in concreto non fa nulla di rilevante all’interno del film/libro/videogame di cui fa parte, allora non è un personaggio ben fatto. Nota: l’articolo della Robinson parla di support characters, non di protagoniste, perciò considerare personaggi femminili che siano le protagoniste delle loro storie come controesempi non ha molto senso.

Comunque sia, la lista. Ovviamente non ha nessuna pretesa di essere esaustiva, so che si potrebbero citare decine di buoni personaggi femminili (cosa di cui sono molto felice, ovviamente! Sia come femminista sia come ragazza a cui piacciono le storie ben scritte e i personaggi sviluppati in maniera interessante). Questa lista è solo una mia personale “hall of fame” di personaggi che amo.

Maka Albarn dell’anime Soul Eater. Maka è una maestra d’armi che combatte in squadra con Soul Eater Evans, un ragazzo che ha il potere di trasformarsi in una falce, figlia della Falce della Morte. Nel corso della serie rivela una personalità molto complessa, a volte insicura, molto sensibile e protettiva nei confronti dei suoi amici, coraggiosa e generosa. In particolare mi ha molto colpita la profonda empatia che Maka sa dimostrare, e l’umanità con cui è tratteggiata una ragazza alla ricerca di sé stessa. 

 

Maka Albarn, dalla serie anime Soul Eater

Ellen Ripley della saga cinematografica di Alien. Ripley (interpretata da Sigourney Weaver), la coraggiosa, libera, indipendente, intelligente, materna, protettiva Ellen Ripley è una delle icone femministe nel cinema per eccellenza, la capostipite di tutte le eroine. Lascio il compito di renderle omaggio a questi due link: The Rise of Ripley: Gender and ‘Alien,’ Part 1 e Dalla Nostromo alla spada – Lipperatura di Loredana Lipperini.

Ellen Ripley come appare nel primo film, Alien.
Ellen Ripley come appare nel primo film, Alien.

Alice della saga cinematografica di Resident Evil. Alice (interpretata da Milla Jovovich) non è solo una guerriera dalla spiccata intelligenza strategica, ma è una vendicatrice mossa da un forte spirito di giustizia, che ha superato numerosi traumi, come lo scoprire di essere stata una pedina nelle mani dell’Umbrella Corporation e indirettamente responsabile dell’epidemia di T-virus che ha trasformato quasi tutta la popolazione mondiale in non-morti. Per questo si sente in dovere di proteggere con tutte le sue forze ciò che rimane dell’umanità e distruggere l’Umbrella. Nel corso della serie di film Alice si innamora e vede il suo innamorato, Carlos Oliveira, sacrificarsi per la salvezza del gruppo, stringe amicizia con le poche persone che conquistano il suo rispetto e superano la sua coltre di freddezza, come Claire e Chris Redfield, Luther West e Jill Valentine, e vede quest’ultima diventare un burattino nelle mani del suo nemico. Nell’ultimo film rischia la vita per salvare una bambina, figlia di un suo clone. Le esperienze da cui è passata l’hanno resa fredda e implacabile, dedita solo al suo obiettivo, ma con le persone di cui ha imparato a fidarsi dimostra una grande lealtà, generosità e spirito di sacrificio.

Alice nel terzo film della saga, Extinction
Alice nel terzo film della saga, Extinction

Natasha Romanoff, meglio nota come Vedova Nera (interpretata da Scarlett Johansson), in The Avengers e in Captain America: the Winter Soldier. Agente d’élite dello S.H.I.E.L.D., verso il quale nutre una profonda lealtà a causa del fatto che il collega Clint Barton (Occhio di Falco) ha scelto di risparmiarle la vita e offrirle una seconda occasione quando era una criminale, Vedova Nera ha un’intelligenza brillante, una grande capacità di reazione agli imprevisti e di elaborazione rapida di strategie, elevate conoscenze informatiche, un addestramento impeccabile nelle arti marziali. Il tratto più spiccato della sua personalità è la lealtà nei confronti delle persone che sente il bisogno di proteggere e la dedizione al lavoro, che nasce dal senso del dovere. Appare fredda e controllata, ma solo perché fa parte del suo lavoro il dissimulare le emozioni: in realtà i legami con le persone a cui tiene sono profondi in lei e darebbe ogni cosa per loro.

 

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La diversità è spesso una ricchezza, e ancora di più se si parla di personaggi e storie. Ci sono molti modi di essere “donne forti”, esattamente come nella vita reale (lo esemplifica benissimo questa lista redatta dal blog The Mary Sue, che focalizza l’attenzione su personaggi femminili privi di poteri e/o costumi da supereroe, diversi fra loro quanto possono esserlo Mulan e Lois Lane). Non è importante vedere fotocopie di questi personaggi ovunque, è importante che gli autori, scrittori o sceneggiatori, quando scrivono un personaggio femminile ci mettano la stessa cura e la stessa complessità che adottano per i personaggi maschili. “Donna” NON è una caratteristica a sé stante, sufficiente a caratterizzare un personaggio, perché ci sono infiniti modi di essere donna.