Lavoro, sfruttamento e cose che non quadrano

Questo post è una decostruzione del post Riflessioni sull’autosfruttamento e i rigurgiti moralisti di VaviRiot, anarcofemminista queer e autrice di Sopravvivere non mi basta, un blog “antifascista, antirazzista, antisessista e antispecista”. Come è successo con Camille Paglia, quindi, analizzerò gli argomenti del post argomentando le ragioni per cui mi trovo in disaccordo. Essere femministe non significa accettare tutto ciò che viene detto e scritto da altre femministe.

“Ho appena finito di litigare con il mio capo. Sono stanca, il lavoro è una violenza continua. Cerco di trattenere le lacrime perché, infondo, mancano poco più di due mesi alla fine dell’anno e poi spero di trovare, per settembre, un altro impiego. Respiro e mi chiedo cosa penserebbero quelle femministe che spendono il loro tempo a dirci che l’unico lavoro indegno è quello di chi vende prestazioni sessuali, perché alimenterebbe l’autosfruttamento del proprio capitale umano.”

Le femministe che si oppongono allo sfruttamento della prostituzione lo fanno perché ritengono che, per come funziona l’industria del sesso allo stato attuale delle cose, non garantisca libertà di scelta ai soggetti coinvolti (donne e ragazze in larghissima maggioranza, ma anche ragazzi e uomini) e non offra loro tutele ai loro diritti umani (come il diritto alla salute o quello alla sicurezza). La tratta delle schiave e la prostituzione forzata sono realtà che finora nessuno, istituzioni statali, ONLUS, agenzie internazionali, è riuscito a debellare e finché anche solo una donna sarà costretta a prostituirsi il problema rimarrà. Se invece la prostituzione fosse al 100% una scelta libera, sicura e rispettata dalla società – come nella serie Firefly di Joss Whedon, dove le Accompagnatrici sono donne raffinate, colte, eleganti e dotate di un’educazione d’élite, godono dello stesso status sociale dei membri del governo e hanno il diritto di scegliere i loro clienti in maniera arbitraria e incontestabile dai video di presentazione che vengono inviati loro via computer – io non avrei nulla in contrario. Ma qualcuno deve dirmi qual è il modo per fare sì che ciò avvenga, e dimostrarmi che funziona.

La prostituzione non è quindi un “lavoro indegno” e il problema non è “l’autosfruttamento del proprio capitale umano”, ma lo sfruttamento in senso schiavistico. Non è un problema morale.

Eh già, in effetti il problema, il mio/nostro problema, è di chi lavora con il proprio corpo e non questo sistema che mi ha costretta ad accettare un lavoro a nero. Infondo, lo so, loro mi direbbero che non è la stessa cosa, che io qui mica vendo la fica? No, non la vendo ancora, ma tutto il resto del mio corpo sì, è completamente in vendita ed è stanco di esserlo.

Allora, lavorare in nero e poi lamentarsi dello sfruttamento è un po’ come prendersi a martellate un piede. Attualmente il mercato del lavoro non offre molte possibilità, lo riconosco, ma se questo lavoro in nero è così opprimente al punto da venire percepito come una violenza continua e l’ambiente è conflittuale, allora anche un lavoro sgradevole ma legale è un’opzione migliore, se non altro perché dà diritto a qualche garanzia in più e permette di accumulare contributi per la pensione. Dubito che non ci fosse proprio nessuna alternativa praticabile ad un lavoro in nero, al punto da essere “costretta” ad accettarlo. Il lavoro nero non danneggia solo chi lo subisce, ma anche tutta la società e l’economia.

Il punto della questione, in ogni caso, è che semplicemente l’obiettivo dovrebbe essere quello d’avere condizioni di lavoro dignitose e servizi alla persona che aiutino le donne, sollevandole dalla sommatoria di lavoro/accudimento della prole/accudimento delle persone in famiglia, che costituisce una forma di sfruttamento tanto quanto lo è la prostituzione forzata. Le due battaglie non sono in contraddizione. 

Non so che lavoro facciano queste donne, se sanno che esiste una cosa che si chiama “classe”, se hanno mai provato tanta frustrazione come ne provo io ora, se hanno mai desiderato abolire il concetto di lavoro nel sistema capitalistico o per loro, infondo, va bene così purché non ci sia la fica.

Perché la gente usa la questione di classe come arma per calpestare/cancellare la questione di genere? E perché tirano fuori la questione di classe solo per “invalidare” (o tentare di farlo) le argomentazioni di chi è contraria allo sfruttamento della prostituzione? La questione di classe e la questione di genere si intersecano e intrecciano, in molti casi, non sono mutualmente esclusive, e insinuare che chi si preoccupa della prostituzione forzata lo faccia perché è una privilegiata è un argomento ad hominum, un fallacia logica che nulla aggiunge al discorso. Per inciso, il lavoro non si può abolire: è doveroso lottare affinché le condizioni di lavoro siano le migliori possibili per il maggior numero possibile di persone, riducendo lo sfruttamento fin dove possibile, ma noi viviamo in un sistema capitalistico e non esistono alternative praticabili e funzionanti in modo concreto, perciò dobbiamo fare i conti con questa realtà.

Per loro non è prostituzione obbligare il proprio corpo a lavorare in condizioni di stress allucinanti, obbligarlo a ripetere all’infinito medesime azioni, a restare inchiodato su una sedia per ore a fissare un monitor e pigiare tasti. Non è prostituzione lavare, stirare, cucinare, chiamare il dottore, fare la spesa, pagare le bollette, rassettare ed ect… senza percepire un euro e neanche un grazie, dato che è scontato che lo faccia la “donna di casa”. Non è prostituzione arrivare a metà giornata e sentirsi in gabbia, guardare dalla finestra, oltre questi odiati mostri architettonici, il colore azzurrino del cielo e desiderare di sentire il sole sulla propria pelle perché fuori è una bellissima giornata e tu vorresti solo avere il tempo di goderne.

E così arriviamo ad equiparare tutti i lavori alla prostituzione, senza nessun collegamento logico. A tutti, credo, piacerebbe passare le giornate a godere del sole sulla pelle e a contemplare il cielo azzurro, ma purtroppo lavorare è necessario. Una società non può funzionare se nessuno lavora. Siamo d’accordo sul fatto che i lavori domestici sono gravosi e spesso dati per scontato per le donne, ma questo problema si risolve attraverso la collaborazione e la condivisione con il/la partner, perché comunque sono lavori che devono essere svolti.

Quanto al lavoro d’ufficio…sinceramente io preferirei passare otto ore al giorno “inchiodata su una sedia a fissare un monitor e pigiare tasti” piuttosto che otto ore in un bordello ad avere rapporti sessuali con sconosciuti che non desidero e a cui probabilmente non importa nulla né di me né del mio piacere. Anzi, se mi offrissero un lavoro d’ufficio, accetterei immediatamente, e credo che moltissimi nella mia generazione farebbero questa scelta. Ma se l’autrice ritiene che la prostituzione sia migliore del lavoro d’ufficio, può sempre optare per quest’altra scelta: sono sicura che le possibilità non mancano, la domanda è sempre presente.

No, tutto questo non è prostituzione perché il corpo è in vendita solo quando c’è di mezzo il sesso, solo quando è erotizzato, penetrato, mostrato. Poco importa che chi lo fa possa esercitarlo in modo consapevole, che abbia scelto quel lavoro dopo averne praticato altri, forse anche peggio dei miei. Quello è un crimine, chissà poi per chi.

Continua l’equiparazione fra lavoro e prostituzione. Quali siano i problemi con la prostituzione l’ho già detto, e non ho nulla contro chi si prostituisce in modo consapevole e libero, per propria scelta. Non lo considero un crimine, non m’importa di giudicare queste persone, non è il corpo in vendita che m’interessa.

Ah già, alimentiamo l’autosfruttamento. Posso ridervi in faccia? Ma perché non lo dite a me che alimento lo sfruttamento accettando un lavoro di merda come questo? Perché non lo dice alla casalinga? All’operaria? Alla bidella? Alla ragazza del bar? Ma queste non lavorano con il loro corpo? O sono corpi diversi?

Lo sappiamo tutt@ che c’è una specificità per i nostri organi genitali, che tutto si può mercificare tranne la fica, quella proprio non si può. Ed io vi guardo e non so se ridere o piangere mentre penso alle segretarie o assistenti dell’ufficio accanto in tacchi e pantaloni attillati. Sì, quella non è prostituzione.

Non ho mai sentito nessuno usare l’argomentazione “le donne che si prostituiscono volontariamente alimentano l’autosfruttamento”. Questa è un’altra fallacia logica, uno strawman, un argomento fantoccio, pertanto questo paragrafo non ha alcun senso. Sottolineo, ma non credo sia davvero necessario, che lavoro ≠ mercificazione. Non comprendo come si possa concepire il lavoro solo come vendita di sé stessi, il lavoro è un modo per realizzare sé stessi attraverso le proprie capacità e competenze, per mettere a frutto le proprie conoscenze e fare qualcosa di costruttivo, e per una donna è anche una prova tangibile di emancipazione e realizzazione personale, qualcosa per cui abbiamo combattuto contro una cultura che ci voleva ridotte al ruolo di angelo del focolare in nome di un’idealizzazione slegata dalla realtà.

Quando si tratta questo argomento un’altra tesi riportata per avvallare la tesi della lotta contro la prostituzione è che quest’ultima alimenterebbe la competizione tra donne, come se questo sistema non fosse improntato su questo. A scuola, i voti, secondo voi a che servono? E gli esami di selezione per le facoltà di medicina o architettura? Pensate che alimentino la solidarietà? Oppure l’esistenza delle classi sociali, cosa pensate che ci insegnino?

In realtà anche questo pezzo è uno strawman. Che cosa vuol dire “alimenterebbe la competizione fra donne”? Se si tratta di competizione per l’interesse sessuale degli uomini, si tratta di un pensiero legato ad un paradigma patriarcale che nessuna femminista sosterrebbe, dal momento che pone lo scopo delle donne nel competere per attrarre gli uomini. Non ha davvero senso. Arrivando ai voti o ai test d’ammissione a certi corsi di laurea: la competizione che alimentano non è fra donne, dato che i test sono aperti anche agli uomini, perciò che senso ha parlarne in questo contesto? Oltretutto sono necessari: come si può valutare la preparazione di qualcuno senza un criterio oggettivo? Si può discutere sulla necessità di rivedere questi criteri, ma è ovvio che un criterio ci deve essere.

Questo mondo è così pregno, schifosamente pregno, di individualismo e competizione che il problema non è la donna che usa il suo corpo per accedere a dei servizi. Ma perché gli uomini non fanno lo stesso usando altro? Quello che vi interessa è combattere la cultura della guerra tra simili oppure solo additare chi usa il proprio corpo? Perché a quel punto è davvero insopportabile il vostro moralismo.

Quello che mi interessa veramente è che lo Stato garantisca condizioni di lavoro dignitose ai suoi cittadini, e che l’accesso al lavoro sia regolato da criteri meritocratici perché il sistema sia equo. Se per “donne che usano il corpo per accedere a dei servizi” parliamo di prostitute di professione (libere e consapevoli, ovviamente), allora non ho nulla in contrario. Se parliamo di donne che ottengono il loro lavoro in cambio di favori sessuali, allora la mia contrarietà deriva dal fatto che falsano la competizione meritocratica e che mettere persone non competenti in posti di lavoro di responsabilità (di solito nessuna va a letto con il capo per un posto da donna delle pulizie, dopotutto) è un danno per tutta la società. Sono contraria a questo come sono contraria al nepotismo e al clientelismo.

A me il lavoro fa schifo, mi fa schifo in tutte le sue forme, perché ci rende una paga a fine mese, un numero di ore di sfruttamento, è alienazione e frustrazione, è stare su una sedia e cercare di calmarsi i nervi perché non sei nella posizione di andartene. Eppure, in questo schifo, comprendo che per ora è impossibile realizzare un tipo di lavoro non capitalistico, lo si può immaginare e provare a crearlo con qualche esperimento, ma a livello generale il cambiamento richiede tempo. Quindi, mentre si lotta per cambiare il sistema in cui viviamo, per sopravviverci la cosa più importante è permettere, a chi lavora, di avere più tutele e diritti, per diminuire la violenza che comunque subirebbe. Lo si fa con tutti i lavori tranne che con la prostituzione, solo perché siamo un paese così profondamente moralista che non riusciamo proprio ad accettare il fatto che siamo tutte puttane.

Non credo nella possibilità di realizzare un tipo di lavoro non capitalistico come obiettivo finale, ma credo fortemente nella necessità di più tutele e diritti, lo ribadisco. Anche per la prostituzione. Se l’autrice sa come fare, la ascolterò con interesse. Sono in profondo disaccordo, e sono anche decisamente irritata, dalla conclusione “siamo tutte puttane”: mi spiace, ma no. Io mi chiamo fuori. Io non voglio scendere a compromessi. Io voglio essere assunta per le mie competenze. Io non considero il lavoro come vendersi.

Io sono una puttana, tu sei una puttana, loro sono delle puttane. Ma non lo siamo tutte allo stesso modo. C’è chi se ne vergogna, chi si nasconde, chi lo è ma non lo riconosce, chi dice “no! io non lo sono, non mi vendo” e chi prova pena per quelle che lo sono. Eppure la verità è proprio che siamo tutt@ in vendita perché è questo quello che fa il capitalismo e in questo mercato dell’orrore vendere un braccio non è più dignitoso che vendere la figa. La dignità è oltre questo lavoro di merda, pagato una miseria a ore o a progetto, a contratto o quando gli pare. La dignità è poter scegliere di non lavorare o di farlo secondo schemi anche non siano questi.

Io non mi riconosco in queste parole, e non per moralismo o vergogna, ma perché rifiuto la logica che ci sta dietro. La dignità non è poter scegliere di non lavorare, quello è un privilegio. La dignità è lavorare senza compromessi.

Ma dato che dobbiamo viverci in questo schifo allora sarebbe il caso di esser onest@ e dare a tutt@ certi diritti perché nessun@ debba esser marginalizzat@, messo in pericolo perché altr@ pensano che non sia corretto farlo. La sovradeterminazione è una cosa che odio ma sfortunatamente il femminismo non ne è immune. Personalmente credo che quando si tratta il tema della mercificazione del corpo bisognerebbe essere un tantino corrett@ e iniziare a parlare di tutti i lavori e non solo di uno, quello che vi fa prurito. Se mai qualcun@ associasse la prostituzione a lavori come la casalinga, l’infermiera, l’operaia e la maestra, allora sì che avrebbe più senso quel discorso e non risulterebbe un rigurgito moralista.

L’autrice è la prima a sovradeterminare le altre quando dice “siamo tutte puttane” e “tu sei una puttana, loro sono delle puttane”, appiccicandoci addosso etichette che non tutte condividiamo come se fosse naturale e legittimo farlo. Non è “prurito moralista” l’opposizione allo sfruttamento della prostituzione: non è un lavoro come gli altri finché le persone vi sono costrette e sono picchiate, stuprate, ingannate e vendute per farlo. Accade lo stesso a casalinghe, infermiere, operaie, maestre? Sentite mai parlare di tratta delle schiave in riferimento a insegnanti rumene o slave o bulgare o nigeriane che vengono attirate in Italia con l’inganno, facendo debiti che non potranno mai ripagare, e poi costrette a insegnare nelle nostre scuole?

Di censor@ ne ho davvero piene le ovaie e anche di donne borghesi che mi vengono a fare la morale quando non sanno un bel niente di cosa vuol dire guadagnare una miseria e non poterla rifiutare. E poi dicono che il reddito minimo garantito è una stronzata! No, non lo è se mi permette di uscire da una situazione di ricatto. Non lo è se impedisce alle persone di non suicidarsi, anche a quelle che combattevano, come Maria, contro i suicidi dei/lle collegh@ e che poi, a loro volta, lo hanno compiuto. Non lo è se lo si vede come un momento di transizione da un sistema classista ad uno in cui vi è una ridistribuzione delle ricchezze, perché è questo il vero obiettivo di chi lotta per il reddito di esistenza e non l’elemosina che quest’ultimo è, e tutt@ ne siamo coscient@.

Il reddito minimo garantito può essere una soluzione, di fatto. Il reddito di esistenza, o di cittadinanza, invece, E’ una stronzata. Come ho già detto, se nessuno lavora, come fa la società a sopravvivere? Dove li trova i soldi per distribuire il reddito di esistenza, lo Stato? Lasciando poi perdere i progetti utopistici, su cui non mi pronuncio, dato che la Storia ha già parlato per me.

In conclusione, l’articolo di VaviRiot è un’accozzaglia di argomentazioni prive di senso e/o fallaci che non tiene conto della realtà. Io mi dissocio da questo femminismo.

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15 pensieri su “Lavoro, sfruttamento e cose che non quadrano

  1. Il post che hai commentato è a dir poco folle: il messaggio che vuole far passare sembra essere “non è giusto che le donne lavorino”. Cosa vuole, oziare tutto il giorno e avere schiavi uomini che provvedano a ogni sua necessità?

    • Mah, credo che più in generale lei si opponga al lavoro in quanto tale all’interno di una società capitalista, vista la sua posizione favorevole al reddito di cittadinanza (o di esistenza che dir si voglia).
      Una pretesa illogica, ovviamente, ma almeno non sembra fare distinzioni.

      • Diciamo che il suo “messaggio” sembra essere un po’ confuso!
        Comunque hai ragione nel testo: il reddito di cittadinanza è una scempiaggine perché con esso non lavorerebbe più nessuno.

      • Senza contare che mi sembra contraddittorio da parte di una persona che si definisce anarchica sostenere una soluzione che affidi allo Stato il compito di mantenere i propri cittadini.
        Alla fine è una fortuna che sia concretamente impraticabile.

      • Il punto è: lo stato mantiene i cittadini, ma chi mantiene lo stato?
        Questo è il motivo fondamentale per cui il reddito di cittadinanza non è praticabile.

  2. Allora il lavoro serve, e una cosa che è sempre esistita fin dagli albori della società, il lavoro serve per ottenere del denaro con cui vivere per se e per la propria famiglia, oltre che in molti casi è utile alla società stessa, faccio notare che il lavoro può essere anche di tipo autonomo, quindi non esiste società umana senza lavoro anche al tempo dei sumeri esistevano sebbene in forme e modalità diverse, quello che semmai bisognerebbe fare e lavorare in modo dignitoso sia fisicamente che psicologicamente e avere una retribuzione adeguata e dignitosa che possa permettere il sostentamento della persona e della sua famiglia ,a questo servono i sindacati ad evitare sfruttamenti ed angherie del principale sui lavoratori, per ciò che riguarda la prostituzione, premettendo che non tutte le prostitute sono uguali, voglio dire fare la escort significa andare con uomini facoltosi e dove la donna può selezionare i clienti , in questo caso essa in genere è completamente autonoma e non deve rispondere a nessuno , ma questa rappresenta solo una piccolissima parte delle prostitute queste sono quelle più fortunate , la maggior parte invece esercita la professione nei marciapiedi la sera con pochi abiti addosso anche quando fa freddo, e quando finiscono il “turno” non penso che semplicemente vadano a casa a farsi una doccia e riposare , purtroppo nella maggior parte dei casi sono sfruttati da organizzazioni criminali senza scrupoli che li riducono in condizioni di schiavitù, per ciò che riguarda invece le prostitute che dovrebbero essere libere come quelle tedesche, be lo sono ma come in altri ambiti lavorativi dove ci possono essere casi di abusi e sfruttamento , idem vale per la pornografia ,della serie se ti dicono che devi fare questa cosa e per te va bene e dici si facendo capire bene quali sono i tuoi limiti e dove oltre non vuoi andare va bene , il problema e quando la donna venga forzata , voglio dire nella realtà le prostitute non sono mica protette come nel film sin city dove si autogestiscono, certo se ci fosse un bordello completamente gestito dalle prostitute allora magari sarebbe diverso, che poi magari alla prostituta possono anche capitare magari clienti carini ma anche alcuni che non lo sono affatto, senza considerare che nei bordelli mica vanno solo i single come ci si aspetterebbe ma anche uomini sposati di una certa eta.

    • Tutto quello che chiedo è che il lavoro di prostituta sia tutelato e che i diritti umani di tutte le persone che lo svolgono siano protetti. Queste condizioni devono essere garantite. Queste condizioni devono essere garantite in tutte le professioni, in tutti gli ambiti lavorativi, a tutti i lavoratori (questo è compito dei sindacati, hai ragione).
      Non c’è contraddizione fra l’opporsi allo sfruttamento della prostituzione (dato che esso viola queste condizioni) e il chiedere più tutele per tutti i lavoratori, al contrario di quello che sostiene VaviRiot nel suo articolo, in cui pone a contrasto lo sfruttamento dei lavoratori e la prostituzione.

      Poi, se lei parte da un’ottica in cui TUTTO il lavoro è sfruttamento, in cui il lavoro è SEMPRE sfruttamento, io non posso seguire il suo ragionamento perché non ha senso.

  3. Concordo con te,e poi per esempio nel nostro ordinamento non viene punita ne la prostituta ne il cliente , ma lo sfruttatore si , cosa in cui concordo, il problema e lo sfruttamento della prostituzione non la prostituzione in se,poi semmai se proprio quella femminista vuole difendere le prostitute piuttosto che dire che tutte le donne sono puttane , dovrebbe dire cose del tipo “perché si disprezzano le prostitute ed esse vengono viste negativamente e poi milioni di uomini ci vanno e loro non vengono visti negativamente?”

    • “Siamo tutte puttane” è il titolo di un libro di Annalisa Chirico, che non ho letto e non ho intenzione di leggere. Penso che l’autrice, e anche VaviRiot se la segue, confonda e fonda due significati del termine “puttana” (puttana come spregiativo di prostituta e puttana come insulto rivolto alle donne che hanno una sessualità attiva e autonoma) per indicare un modello di donna vincente perché fa leva sul sesso per avere successo nel lavoro. Il modello di donna berlusconiana che tre anni fa il femminismo si è impegnato per distruggere, un modello fortemente negativo perché la prostituzione come professione è una cosa, la libertà sessuale un’altra, il fare favori sessuali ad un uomo più potente per fare carriera non è né l’una né l’altra, è concorrenza sleale, è negazione del merito.
      Questo non fa altro che accrescere la confusione.

  4. certo su questo concordo ovviamente una prostituta può anche essere contenta del suo lavoro , e non vedo perché le altre donne dovrebbero avercela con lei, e un lavoro particolare ma qualcuno deve pur farlo e la domanda ci sarà sempre alla fine

  5. Spero che la domanda che ti sto facendo non sia troppo personale ma se per esempio una persona che conosci e che frequenti dovesse scegliere di entrare a fare parte di questo mondo tu continueresti ancora a frequentarla o non vorresti più averci nulla a che fare?

    • Lo so, scherzavo. Però non so risponderti, dipende dalle circostanze. Se questa persona dovesse cambiare in un modo che non mi piace, smetterei di frequentarla. Se dovesse avere problemi, cercherei di aiutarla. Se stesse bene, ovviamente continuerei a frequentarla.

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