La narrazione (distorta) degli adolescenti nei media

[In risposta alla domanda “Che consiglio darebbe ai genitori dei teenager per comunicare con i propri figli?”] Ecco, direi: provate a dare loro spazio. Fate sentire loro che sapete che i sentimenti che provano sono reali, veri, e non solo emozioni di bambini. Non sottovalutateli. Gli adolescenti crescono bene quando sentono che i grandi li rispettano e che non li trattano dall’alto in basso. Trattateci come persone vere. (Lorde, 18 anni, popstar neozelandese)

Spesso ho l’impressione che i media, e di riflesso la società degli adulti, notino degli adolescenti solo i comportamenti trasgressivi, scandalosi, pericolosi, quelli che servono per additarli con moraleggiante raccapriccio. Mi viene in mente l'”inchiesta” di Beatrice Borromeo sul Fatto Quotidiano (vedi anche Gli adolescenti #metalsoft e la presunta santità del succo alla pera: nuova risposta a Beatrice Borromeo), in cui in tono scandalizzato descriveva la sessualità degli adolescenti di oggi intervistandone un campione di ben due (2). Mi vengono in mente i libri di Marida Lombardo Pijola, “Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano principessa” e “Facciamolo a skuola”, in cui l’autrice descrive rispettivamente il fenomeno delle discoteche per preadolescenti (13-14 anni) e il fenomeno delle ragazzine che vendono prestazioni sessuali a scuola in cambio di ricariche o denaro, soffermandosi in modo voyeuristico e morboso sulle foto, i post su Internet, gli scambi in chat di questi ragazzi e ragazze e commentandoli in modo paternalistico, come se fossero – fossimo – una generazione perduta, smarrita, bisognosa di aiuto. Mi vengono in mente gli articoli morbosi (e corredati da foto di repertorio di gambe fasciate da stivali aderenti e minigonne) sulle “baby squillo”, le ragazze minorenni che si prostituivano, presentate come furbe, intraprendenti, mangiauomini invece di puntare l’attenzione sui clienti, uomini che avevano il doppio o anche più della loro età e consapevoli di stare pagando delle minorenni (vedi #Troiofobia, adolescenti, sessismi, bullismi, catene, ribellioni e desiderio).

Proprio perché faccio parte di questa generazione mi rendo conto che a questi adulti (a queste giornaliste, a questi giornalisti) non importa di confrontarsi con gli adolescenti, di capirli e di entrare in relazione con il loro mondo. A questi adulti importa delle storie scabrose sulla sessualità degli adolescenti, non di fornire loro l’educazione sessuale e gli strumenti con cui affacciarsi in modo consapevole al sesso. A questi adulti importa del twerking di Miley Cyrus e delle sue esibizioni volgari e sessualizzate, non di ascoltare Lorde e quello che ha da dire, per dirla con un esempio paradigmatico.

Sono stanca di questa superficialità. Sono stanca di adulti che parlano degli adolescenti senza mai parlare con gli adolescenti. Sono stanca di adulti che, invece di riconoscere la responsabilità dei modelli culturali che la loro generazione ha diffuso, se la prendono solo con gli effetti di quei modelli culturali, come se i ragazzi e le ragazze che li hanno assorbiti crescendo semplicemente non avrebbero dovuto farlo. come se fosse colpa loro, un loro difetto e basta, l’averlo fatto. D’altronde si sa che i ragazzi di oggi sono egoisti, superficiali, senza valori, no? E così non viene posta la vera domanda. Chi ha insegnato ai ragazzi e alle ragazze che la bellezza è un valore da cui dipende il proprio status sociale e che il proprio corpo è una risorsa da vendere? D’altronde una simile visione della sessualità nasce da un ambiente culturale in cui il sesso è ancora considerato scabroso e resta un tabù, invece di essere vissuto in maniera positiva, naturale e gioiosa come un momento di incontro e di piacere.

Sono stanca di adulti che hanno dimenticato che cosa significa essere adolescenti ma si sentono comunque in diritto di pontificare sull’adolescenza. A quei giornalisti e a quelle giornaliste che scrivono degli adolescenti raccontando solo di sesso, droghe e alcool, vorrei ricordare che hanno una responsabilità immensa: quella di costruire un’immagine della mia generazione che per la maggior parte delle persone diventerà verità. Le loro parole sono il filtro attraverso cui la società ci vede. C’è bisogno di un’altra narrazione sugli adolescenti, c’è bisogno che le loro voci siano ascoltate quando si parla di loro, di noi, invece di considerarci incapaci di intendere e di volere e di relazionarci alla pari con gli adulti.

Le storie diverse sono come una boccata d’aria: ce n’è bisogno per liberarsi dall’atmosfera soffocante delle rappresentazioni stereotipate degli adolescenti. Ormai quattro anni fa (per l’esattezza, il 27 marzo 2010), in occasione del restyling per il proprio 14esimo anniversario, Io Donna intervistò una ragazza di 14 anni, Elisa. Oggi, rileggendo quell’intervista (di Daniela Monti, onore al merito), sono rincuorata dalla semplice normalità che emerge dalle sue risposte, una normalità in cui mi rispecchio, fatta di shopping da H&M e Pimkie, di pomeriggi a studiare dalle amiche o passati in piazza a chiacchierare, dell’ansia di essere diventata grande troppo in fretta (la sento anch’io, e mi fa sorridere), della paura e del desiderio di impegnarsi per l’esame di terza media.

Il contrasto con il racconto di Beatrice Borromeo (fra ragazze di 14 anni che dichiarano “Se non ti fai sverginare sei una sfigata” e ragazzi di 15 che raccontano della propria ex che, ubriaca, ad una festa, dopo aver gridato “Chi vuole un pompino?” ha partecipato ad un’orgia) è stridente. La visibilità di una piccola porzione della realtà degli adolescenti italiani è smisurata rispetto a quella della maggioranza di Elise, ed è così perché questo è quello che certi adulti vogliono vedere, la conferma ai loro pregiudizi, qualcosa per cui esclamare scuotendo la testa: “O tempora, o mores!”.

Penso a una canzone dei Marillion, Runaway: “Were they deaf to the prayer behind your lies? Maybe they didn’t care to ask you why…was a runaway girl all they chose to see…” (traduzione: “Erano sordi alle preghiere nascoste dietro le tue bugie? Forse non gl’importava di chiederti il perché…tutto quello che hanno scelto di vedere era una ragazza fuggita da casa…”).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Irlanda. La violenza dopo la violenza: le impediscono di interrompere la gravidanza, la obbligano a nutrirsi, la costringono al parto cesareo.

Questa notizia proveniente dall’Irlanda mostra in modo angosciante le conseguenze dell’equiparare per legge la vita della donna e quella del feto. La difesa della vita non può spingersi fino a questo punto, fino a calpestare la libertà di una persona.

womenareurope

Proteste morte di Savita Foto Getty

Ecco cosa succede in Irlanda, dove le donne non possono decidere del  loro corpo.

Violenza su violenza: perché l’Irlanda costringe una donna che fa lo sciopero della fame  a partorire il figlio del suo stupratore? Come spettatrice di questo caso, ciò che mi colpisce è il traffico costante di corpi estranei attraverso il corpo di questa donna, imponendo la volontà di altri.

Quando le donne in Irlanda potranno dire “no”? Oggi scopriamo che la risposta è “mai”, no davvero – no, se un uomo ha altre idee, se lo Stato decide di imporre l’uso di un corpo di donna.
La storia riportata nel Sunday Times di oggi è un catalogo di violazioni. In primo luogo, una donna è stata violentata (violenza numero uno).
Cercò di abortire ma a quanto pare i medici le imperdirono di ottenere il trattamento di cui aveva bisogno (violenza numero due);   anche se molte donne irlandesi viaggiano verso il Regno Unito…

View original post 1.227 altre parole

Fuori dagli schemi: uomini che si vestono da donne

Una premessa: quando in ambito femminista si critica una “regola” vigente nella nostra società che contribuisce a perpetuare il sessismo e il binarismo di genere (per esempio le fiabe e i racconti per bambini in cui le principesse sono passivamente salvate da un principe coraggioso) non si vuole sostituire questa regola con il suo opposto (fiabe in cui ardite principesse salvano principi indifesi) ma ampliare le possibilità e i modelli, facendo coesistere entrambe le cose.

In effetti il binarismo di genere e il sessismo sopravvivono così tenacemente perché sono considerati normali, naturali, nell’ordine delle cose. Perché è sempre stato così. Mostrare altre possibilità ponendole tutte sullo stesso piano è quindi il modo più semplice e logico di scardinare questo assunto. Il nodo centrale della questione è proprio quel “tutte sullo stesso piano”: quando il femminismo rivendica più libertà di scelta, non implica che alcune scelte abbiano un valore superiore ad altre, se non nella misura in cui, essendo minoritarie, vanno difese e divulgate affinché siano accettate dalla società. Così la libertà di non depilarsi va rivendicata, ma questo non significa che non depilarsi sia “meglio” che depilarsi (chi la pensa così sbaglia, ma questo è un altro discorso in cui non voglio addentrarmi ora). E così la principessa che salva il principe non è “meglio” del principe che salva la principessa.

Il diritto ad un ventaglio di possibilità più ampio, e quindi a più opportunità di conoscere, esprimersi o definire la propria identità, è uno dei capisaldi del femminismo, in quanto presupposto del diritto all’autodeterminazione e alla scelta. Difficile scegliere fra A e B se tutta la società esalta come giusta, normale e positiva la scelta A mentre condanna e stigmatizza la scelta B. Questo è un fatto evidente, ma non significa che chi sceglie A sbagli e chi sceglie B sia da lodare.

Le regole di genere, ovvero tutte quelle aspettative, pregiudizi e stereotipi che gravano sugli uomini e sulle donne, limitano le possibilità sia per gli uomini che per le donne. L’esempio classico di questo sono le rigide identificazioni per genere dei giocattoli, per cui esistono “cose da femmine”, contrassegnate dai colori rosa, fucsia, lilla, viola, e “cose da maschi”, di solito colorate in arancione, rosso, nero, grigio, blu.

Questa battaglia per un ventaglio di possibilità più ampio riguarda anche gli uomini, quindi. Per questo ho scelto di dedicare questo post a una cosa insolita (perché urta contro la nostra idea di normalità) come gli uomini che si vestono da donne. Non sto parlando di travestiti o drag queen, ma di uomini eterosessuali che sperimentano un look diverso, per gioco, perché gli piace farlo. Queste immagini all’inizio appaiono bizzarre, ma continuando a guardarle ci si rende conto che non c’è nessun motivo affinché sia così.

 

Lingerie per uomini 2

Lingerie per uomini

Intimo femminile

 

Iggy Pop

Si ringraziano Alessiox1 e la pagina facebook “Femminismo” per le ricerche iconografiche. Grazie ancora!

 

Una modesta proposta sulle scuole superiori

Dopo cinque anni di liceo e una discreta permanenza su Internet, sono giunta alla conclusione che alcuni cambiamenti sono urgentemente necessari nell’istruzione superiore italiana. La mia riflessione è nata soprattutto dall’osservazione del fatto che non è previsto che si insegni agli studenti ad argomentare, cosa che ha ricadute nelle difficoltà a scrivere temi, o che li si aiuti ad avvicinarsi alla complessità della società contemporanea, lasciando sostanzialmente una grande ignoranza (nel senso di assenza di conoscenza), un grande vuoto su ciò che sarebbe più importante conoscere, cioè il mondo in cui viviamo.

Questo vuoto è dato da una combinazione di fattori: i principali sono il fatto che molti insegnanti si rifiutano di introdurre collegamenti con l’attualità nelle loro discipline, anche dove sarebbe possibile e logico farlo (letteratura italiana e  filosofia soprattutto, talvolta scienze) per via della regola non scritta secondo cui “a scuola non si fa politica” e il fatto che nei programmi di storia, filosofia e letteratura raramente si arriva a trattare la contemporaneità per mancanza di tempo. Tipicamente alla fine della quinta in storia si arriva alla Seconda Guerra Mondiale o alla guerra fredda se si è fortunati, ma non c’è tempo per spiegare la seconda metà del Novecento. Questo “buco del secondo Novecento” è molto grave: la civiltà umana ha conosciuto un’evoluzione rapidissima nel corso del secolo breve, in cui le trasformazioni tecnologiche e scientifiche e i mutamenti sociali sono avvenuti con una rapidità senza precedenti nella Storia.

Nel corso del ‘900 sono avvenute due guerre mondiali, tre totalitarismi sono nati e sono morti, il colonialismo è finito e decine di Stati hanno iniziato ad esistere come entità indipendenti, dall’India all’Algeria al Congo, i popoli europei divisi da secoli hanno fondato un’Unione, il capitalismo si è affermato come il sistema economico dominante a livello mondiale, è nata la globalizzazione e con essa il multiculturalismo, si è verificato un immenso incremento demografico a livello mondiale, si sono poste le premesse di un conflitto di culture che probabilmente segnerà la storia dei prossimi secoli, quello fra Islam e Occidente.

E questi sono solo macrofenomeni. In mezzo a questi si insinuano fenomeni più piccoli ma altrettanto rilevanti: la Rivoluzione Verde in India, l’emancipazione delle donne e la conquista dei diritti politici e civili, la fine dell’apartheid in Sudafrica con Nelson Mandela, la prima sconfitta militare degli Stati Uniti in Vietnam, la conquista della parità dei diritti per i neri degli Stati Uniti con Martin Luther King, lo sbarco degli esseri umani sulla Luna, il movimento studentesco del ’68, la nascita di Internet…(non sono in ordine cronologico, ovviamente, sto solo elencando). Ma per noi italiani il buco del secondo Novecento è gravissimo anche per un altro motivo: l’intera storia della Repubblica italiana si svolge in quel periodo, ed è una storia complessa che va conosciuta per essere cittadini consapevoli.

Questo squilibrio va colmato, e per farlo bisogna sacrificare qualcosa. A mio parere la scelta più sensata è tagliare (nel senso di svolgere più rapidamente, non di eliminare) sulle civiltà antiche, in particolare su quella greca e su quella romana, considerando che (almeno nei licei classici e scientifici) la storia e la cultura di quelle civiltà vengono comunque trattate in modo approfondito in letteratura latina. Un’altra cosa che si può comprimere senza troppi danni è il Medioevo, la cui cultura sarà comunque ripresa in letteratura italiana e inglese. E comunque, non so voi, ma io preferisco che una persona non sappia dirmi con esattezza tutta la successione di invasioni che hanno attraversato la penisola italiana dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente oppure tutte le dinastie alternatesi al trono di Francia piuttosto che non sappia analizzare la società in cui vive e non capisca, per esempio, le ragioni dell’immigrazione oppure il perché l’Unione Europea ha vinto un Nobel per la Pace.

Non bisogna dimenticare che le scuole superiori sono l’ultima possibilità per gli studenti di avere programmi omogenei e alcune materie obbligatoriamente comuni a tutti gli indirizzi (letteratura italiana, storia, inglese, matematica). Quando ho parlato di queste cose con i miei insegnanti, mi hanno risposto che è dovere degli studenti documentarsi sulla realtà che li circonda, leggere i giornali e seguire l’attualità, e che la scuola non può occuparsi di queste questioni perché bisogna andare avanti con i programmi. Ma ho visto quegli stessi insegnanti perdere così tante ore inutilmente (correggendo verifiche in classe, ripetendo la stessa lezione della volta precedente senza accorgersene…) che non posso che sorridere con un po’ di amarezza per loro scuse. Oltretutto, non capisco come si possa chiedere a ragazzi e ragazze di documentarsi leggendo i giornali se non hanno una cornice più ampia in cui inquadrare gli eventi di cui leggono, che per loro stessa natura sono presentati in modo frammentario. Quella cornice in cui contestualizzarli può essere fornita solo dalla scuola, così come la capacità di discernimento necessaria per capire il valore di un’informazione e la sua affidabilità. 

Ci sono insegnanti volenterosi che fanno ciò che ho descritto, ma accade troppo spesso in Italia che le tematiche importanti siano lasciate alla buona volontà dei singoli, come dimostra l’assenza di un programma ministeriale per l’educazione sessuale.

Qui di seguito riporto una lista di cose che secondo me sarebbe indispensabile insegnare durante le scuole superiori:

1) Imparare e applicare il principio di Patrick Stokes: “No, Non hai Diritto alla tua Opinione almeno finché non sei in grado di difenderla argomentando in maniera razionale e coerente, tenendo presente la distinzione fra i fatti accertati e le opinioni. Questo è indispensabile per approcciarsi alle materie scientifiche (la prima lezione delle quali dovrebbe essere dedicata al metodo scientifico) ma è una regola d’oro anche nella vita, nel formare i propri punti di vista e schierarsi su questioni importanti per quanto riguarda l’etica, la politica, ecc.

2) Sviluppare la capacità di leggere e interpretare dati e fonti. In particolare è importante insegnare a valutare l‘affidabilità delle fonti, a interpretare correttamente i grafici (per esempio ricordando il principio “correlation is not causation”) e contestualizzare le informazioni in essi contenute, e a valutare le competenze di figure presentate come “esperti” documentandosi sul loro curriculum.

3) Sviluppare le abilità argomentative-espositive necessarie per elaborare una tesi e sostenerla con argomentazioni razionali e coerenti a partire da dati e fonti. Questo significa anche riconoscere le fallacie logiche presenti in un testo e imparare a evitare di commetterne quando si scrive o si argomenta. Un percorso del genere dovrebbe avvenire anche tramite momenti di rielaborazione in cui l’insegnante presenta una problematica (per esempio temi di bioetica o altri argomenti di dibattito sui media, come gli OGM), gli studenti svolgono ricerche in merito e poi confrontano i dati raccolti e le opinioni elaborate in classe. Un’altra possibilità è iniziare confronti di punti di vista in modo più libero a partire dal pensiero di qualche filosofo, scrittore o poeta.

Insomma, un allenamento al ragionamento critico. Ce n’è bisogno.