#HeForShe: il discorso di Emma

Come ormai tutti sapranno, Emma Watson ha tenuto un discorso presso l’ONU per presentare, nel suo ruolo di Ambasciatrice di Buona Volontà, la campagna “#HeForShe” che si propone di coinvolgere gli uomini nelle lotte per la parità di genere sollecitando un loro impegno diretto, in prima persona. Al discorso sono seguite minacce di rendere pubbliche foto di nudo della giovane attrice da parte di anonimi – minacce che mostrano la volontà di svilire l’impegno intellettuale di una donna riducendola al suo corpo, alla sua sessualità (vedi Emma, you’re the next. Ma noi siamo a fianco a te) – ma anche polemiche da parte femminista (vedi Mai contente?) nel merito delle quali non voglio entrare qui perché la mia opinione l’ho già detta nei commenti del post linkato.

Nel mio post precedente ho parlato di quanto ritenga importante il fatto che siano donne famose, influenti e ammirate dalle giovani generazioni, a dichiararsi femministe e impegnarsi per la causa. La loro capacità di arrivare laddove le attiviste e le accademiche non possono, e anche il fatto che non corrispondano all’odioso stereotipo della femminista (poco attraente, acida, di mezza età è lo stereotipo “classico”, diciamo pure neutro, per cui la femminista è un’accademica, una studiosa; isterica, odiatrice di uomini, lesbica, invidiosa delle donne più attraenti, mascolina e pelosa è invece lo stereotipo “negativo”, quello più diffuso fra i maschilisti, che vorrebbero poter ricondurre il femminismo e le sue istanze a un semplice desiderio meschino di distruggere il potere sessuale delle altre donne) sono armi impareggiabili per la divulgazione del femminismo. Queste donne hanno un privilegio, e il fatto che lo usino per promuovere il femminismo è una cosa meravigliosa.

E poi il discorso di Emma Watson è un bellissimo discorso, con cui mi trovo perfettamente in sintonia (i grassetti sono miei, però).

Vostre eccellenze, Segretario generale dell’ONU, presidente dell’Assemblea Generale , direttore esecutivo di UN Women, distinti ospiti…

Oggi lanciamo una campagna chiamata #HeForShe. Mi sto rivolgendo a voi perché abbiamo bisogno del vostro aiuto. Vogliamo porre fine alla disparità di genere e, per farlo, abbiamo bisogno del coinvolgimento di tutti. Questa è la prima campagna nel suo genere all’ONU, vogliamo spronare tanti più uomini e ragazzi possibili ad essere dei sostenitori del cambiamento… e non vogliamo solo parlarne. Vogliamo assicurarci che sia tangibile.
Sono stata eletta ambasciatrice di buona volontà dell’UN Women sei mesi fa, e più ho parlato di femminismo e più mi sono resa conto che troppo spesso combattere per i diritti delle donne diventa sinonimo di odiare gli uomini. Se c’è una cosa che so con certezza è che questo deve finire. Per la cronaca, il femminismo per definizione è la convinzione che uomini e donne debbano avere pari diritti, pari opportunità. E’ la teoria dell’uguaglianza politica, economica e sociale dei sessi.

Ho cominciato a mettere in dubbio le supposizioni basate sul genere tanto tempo fa. Quando avevo 8 anni ero confusa dal fatto che mi definissero dispotica perché volevo dirigere le recite che allestivamo per i nostri genitori; ma ai maschi non succedeva. Quando a 14 anni, ho cominciato ad essere sessualizzata da certi elementi dei media. Quando a 15 anni, le mie amiche hanno cominciato ad abbandonare le squadre degli sport che amavano perché non volevano apparire muscolose. Quando a 18 anni, i miei amici [maschi, ndt] non erano capaci di esprimere i loro sentimenti… ho deciso che ero femminista e la cosa mi sembrava tutt’altro che complicata. Ma le mie ricerche più recenti mi hanno dimostrato che “femminismo” è diventata una parola impopolare. Le donne si rifiutano di identificarsi come femministe. A quanto pare, [io, ndt] sono tra le schiere di donne le cui parole sono percepite come troppo forti, troppo aggressive, isolanti e anti-uomini, persino non attraenti. Perché è diventata una parola tanto scomoda?

Provengo dalla Gran Bretagna e penso che sia giusto che io sia pagata tanto quanto le mie controparti maschili; penso che sia giusto che io sia in grado di prendere delle decisioni che riguardano il mio corpo; penso che sia giusto che le donne vengano coinvolte in mia vece [nella politica, ndt] in quelle decisioni che influenzeranno la mia vita; penso che sia giusto che socialmente mi sia garantito lo stesso rispetto che è garantito agli uomini. Ma sfortunatamente, posso dire che non c’è neanche una nazione al mondo in cui le donne possono aspettarsi di ricevere questi diritti. Nessuna nazione al mondo può dire di aver raggiunto la parità dei sessi. Considero questi diritti dei diritti umani.

Ma io sono una delle fortunate. La mia vita è un vero e proprio privilegio perché i miei genitori non mi hanno voluto meno bene perché sono nata femmina; la mia scuola non mi ha limitata perché ero una ragazza; i miei mentori non hanno presupposto che sarei andata meno avanti [nella vita, ndt] perché un giorno avrei potuto avere un figlio. Queste influenze, sono stati gli ambasciatori per la parità dei sessi che mi hanno resa chi sono oggi. Potrebbero non esserne consapevoli, ma sono quei femministi involontari che stanno cambiando il mondo oggi. Ne abbiamo bisogno in numero maggiore. E se ancora odiate la parola: non è la parola che è importante, ma l’idea e l’ambizione che ci sta dietro. Perché non tutte le donne hanno ricevuto i miei stessi diritti. Infatti, statisticamente, sono molto poche ad averli ricevuti.

Nel 1997, Hillary Clinton fece un famoso discorso a Pechino sui diritti delle donne. Tristemente, molte delle cose che voleva cambiare allora, sono ancora vere oggi. Ma quello che mi ha colpito di più, è che meno del 30% del pubblico era composto da uomini. Come possiamo influire sul cambiamento nel mondo quando solo la metà di esso è invitato o si sente benvenuto a partecipare alla conversazione?

Uomini. Vorrei cogliere quest’occasione per estendervi un invito formale. La parità di genere è anche un problema vostro. Perché fino a questo momento, ho visto il ruolo di mio padre considerato meno importante dalla società, nonostante da piccola avessi bisogno della sua presenza tanto quanto quella di mia madre. Ho visto giovani uomini affetti da malattie mentali, incapaci di chiedere aiuto per paura di apparire meno virili, o meno uomini. Infatti, nel Regno Unito il suicidio è la prima causa di morte degli uomini tra i 20 e i 49 anni, eclissando incidenti stradali, cancro e malattie cardiache. Ho visto uomini resi fragili ed insicuri dalla percezione distorta di cosa sia il successo maschile. Neanche gli uomini beneficiano dei diritti della parità di genere. Non parliamo molto spesso di come gli uomini siano imprigionati dagli stereotipi di genere, ma riesco a vedere che lo sono. E quando ne saranno liberati, come conseguenza naturale le cose cambieranno anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno in dovere di essere sottomesse. Se gli uomini non devono controllare, le donne non dovranno essere controllate. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini che le donne devono sentirsi liberi di essere forti. E’ tempo di concepire il genere su uno spettro, e non come due serie di valori opposti. Se smettiamo di definirci l’un l’altro in base a cosa non siamo, e cominciamo a definire noi stessi in base a chi siamo, possiamo essere tutti più liberi. Ed è di questo che si occupa #HeForShe. Di libertà.

Voglio che gli uomini prendano su di sé questo impegno, così che le loro sorelle, madri e figlie possano essere libere dai pregiudizi, ma anche perché anche i loro figli possano avere il permesso di essere vulnerabili e umani. Rivendichiamo quelle parti di loro che hanno abbandonato e così facendo permettere loro di essere una versione più vera e più completa di loro stessi.

Magari starete pensando: chi è questa tipa di Harry Potter? E che diavolo ci sta facendo a parlare all’ONU? E’ una buona domanda. Mi sono chiesta la stessa cosa. Tutto quello che so è che mi importa di questo problema e che voglio far sì che le cose migliori. Avendo visto quello che ho visto e avendone l’opportunità, credo che dire qualcosa sia una mia responsabilità.

Lo statista Edmund Burke ha detto che per far sì che il male trionfi, tutto ciò che serve è che bravi uomini e brave donne non facciamo niente. Nella mia agitazione per questo discorso, e nei miei momenti di insicurezza, mi sono detta con fermezza: se non io, chi? Se non ora, quando? Se avete dei dubbi simili, quando vi si presentano delle opportunità, spero che queste parole vi siano d’aiuto. Perché la realtà è che se non facciamo niente, ci vorranno 75 anni, o che io compia quasi 100 anni, prima che le donne possano aspettarsi di essere pagate tanto quanto gli uomini per lo stesso lavoro. 15 milioni e mezzo di ragazze si sposeranno nei prossimi sedici anni e lo faranno da bambine. E con questi ritmi, non sarà prima del 2086, che tutte le ragazze della campagna africana potranno ricevere un’educazione di livello secondario.

Se credete nella parità, potreste essere uno di quei femministi involontari di cui ho parlato prima e per questo, mi complimento con voi. Stiamo facendo fatica a trovare una parola che ci unisca, ma la buona notizia è che abbiamo un movimento che ci unisce. Si chiama #HeForShe. Vi invito a farvi avanti, a farvi vedere e a chiedervi: se non io, chi? Se non ora, quando?

Vi ringraziamo tantissimo.

 

La libertà di non opporsi: confronto fra femminismi

Questo articolo nasce da un coagulo di riflessioni e sensazioni che sperimento da parecchio tempo, e perciò è la cosa più sentita emotivamente che stia scrivendo su questo blog (non per sminuire tutto il resto, ovviamente: se l’ho scritto, è perché lo ritengo importante, perché sento il bisogno di dirlo) ed è anche molto personale. Parte di queste riflessioni hanno trovato la loro forma nel corso di una discussione con Paolo sul blog del Ricciocorno Schiattoso a proposito delle “women against feminism”: Care donne che non hanno bisogno del femminismo e dei condizionamenti culturali.

Partiamo dal principio. I condizionamenti sociali e culturali che tutti noi subiamo nel corso della nostra crescita, attraverso l’educazione e il rapporto con gli altri, sono una realtà. Alcuni di questi sono negativi di per sé perché limitano le possibilità e la libertà degli individui, precludendo loro alcune scelte attraverso la riprovazione sociale (l’esempio più noto è la rigida distinzione fra “cose da femmine” e “cose da maschi” nell’ambito dei giocattoli e dei prodotti per bambini, come nell’esempio descritto da Liz Smith nel suo pezzo La bicicletta di Amy, tradotto da Maria G. di Rienzo) e sarebbe un bene per tutta la società se smettessero di esistere. A cosa porterebbe l’abolizione del binarismo di genere nei giocattoli? Semplicemente a bambine e bambini più liberi di scegliere con cosa giocare e quindi con più libertà di immaginare, di creare mondi, di inventare. Io non vedo alcun aspetto negativo in questo.

Altri sono di per sé neutri, ma il fatto che la società veda una determinata scelta come “naturale”, “positiva” e “giusta”, e le aspettative affinché si compia quella scelta sono così pesanti da escludere di fatto che la scelta opposta sia un’alternativa praticabile rende necessario, da un punto di vista femminista, mostrare come quella scelta sia un prodotto culturale e rivendicare la legittimità della scelta opposta contro la pervasività della norma culturale. Questo è il caso di scelte come depilarsi o non depilarsi.

Tuttavia, evidenziare che alcune scelte sono frutto di condizionamenti sociali non significa negare la loro legittimità o comunque sostenere che sono “sbagliate”. Purtroppo esistono femministe che fanno questo, credo sia dovuto al fatto che la loro concezione di rapporti di potere e condizionamenti è di tipo deterministico (il perché di questo sarà argomento di un altro post, perché richiede una spiegazione piuttosto lunga). Questo si verifica soprattutto in ambiti relativi all’estetica e alla sessualità, laddove i condizionamenti sono più presenti (com’è ovvio: non è la natura che ci spinge a truccarci o depilarci o, nel caso degli uomini, a rasarsi la barba, ma la cultura. Questo è un fatto).

E ora veniamo al punto. Io sono una femminista che si depila le gambe, le ascelle, e l’area che comprende la vulva e l’inguine. Mi rendo conto della pressione sociale esistente sulle donne perché abbiano corpi perfetti e io per prima combatto con queste pressioni per riuscire a sentirmi bene con me stessa anche se non ho la taglia 40, anche se ci sono giorni in cui tutto il mio corpo mi sembra orribile e sproporzionato, le cosce troppo grosse, le braccia non abbastanza snelle (vado a nuotare da quando andavo alle elementari, perciò ho abbastanza muscoli sulle braccia). Quando sono per conto mio i peli non mi danno particolarmente fastidio, ma non mi piace l’idea che li vedano gli altri, le altre ragazze e i ragazzi. Non perché abbia paura di essere giudicata: so già che molti mi considerano strana per le mie idee e i miei interessi e le mie piccole fissazioni (come quella di correggere la grammatica e l’ortografia altrui). Semplicemente, ogni volta in cui mi trovo in una situazione “sociale” voglio apparire al meglio. Voglio essere bella. Voglio sentirmi bella.

E’ un po’ come quando metto la crema idratante: sentire la pelle fresca, più liscia e più lucida mi fa sentire bene, anche se in realtà non cambia nulla perché dopo cinque minuti la crema si assorbe e non c’è nessuna differenza percettibile rispetto a prima. Però mi fa sentire in ordine, mi rilassa e mi sento anche più bella. Una blogger anglosassone (non mi ricordo il nome) ha scritto una frase che amo: “I prefer how my body looks the specific way I craft it”, ovvero preferisco il modo in cui appare il mio corpo quando sono io a plasmarlo (rispetto al modo in cui appare quando è “incolto”, come sarebbe in natura, se non ce ne prendessimo cura sul piano estetico).

 

Quando alcune femministe condannano questo desiderio di essere belle, quando condannano tutto ciò che riguarda l’estetica come desiderio di conformarsi allo sguardo maschile, stanno inconsapevolmente riproponendo il pregiudizio secondo cui bellezza e intelligenza sono in contraddizione. In buona fede, perché dopotutto viviamo in una società in cui alle donne non è ancora riconosciuto il diritto di non essere attraenti, perfino di essere brutte, e in cui si pone continuamente l’accento sulla bellezza fisica delle donne anche in contesti in cui sarebbe totalmente superfluo farlo (quando si parla di donne di potere, per esempio, o quando si celebrano i meriti sportivi o intellettuali di una donna) perché in questo modo si riducono le donne ai loro corpi, quando sarebbe opportuno lasciare in disparte l’aspetto fisico.

Il femminismo ha rivendicato e rivendica per le donne il diritto di esprimersi sessualmente e ha focalizzato l’attenzione sul bisogno, anche a livello simbolico, di riappropriarsi del proprio corpo sottraendolo alle imposizioni della cultura patriarcale. Il problema arriva quando si considera il voler essere belle – convenzionalmente belle – come una di queste imposizioni. Ovviamente, visto che l’idea di bellezza è un prodotto culturale, i confini sono molto sfumati. Ma ciò non toglie che, se vogliamo rispettare l’autodeterminazione di ogni donna, allora dobbiamo rispettare anche le scelte che si conformano alle norme culturali vigenti, presumendo che queste scelte siano fatte con altrettanta consapevolezza e altrettanta libertà rispetto alle scelte che si oppongono a tali norme culturali.

C’è una parte del femminismo che “cortocircuita” su questo punto, come dicevo prima. Questo è apparso nella sua evidenza nelle polemiche seguite all’ultima esibizione di Beyoncé agli MTV Video Awards, in cui la cantante (che aveva già dato prova del suo impegno femminista partecipando alla campagna #banbossy di Sheryl Sandberg che si oppone all’etichetta di “prepotente” data alle bambine che vogliono imporsi, scrivendo un saggio per The Shriver Report e postando una foto di sé nei panni di Rosie la rivettatrice come risposta alle “women against feminism”) dopo aver eseguito un medley delle sue canzoni di circa 10 minuti si è fermata sul palco, da sola, mentre dietro di lei compariva la scritta “feminist” e una voce in sottofondo dichiarava:

Insegniamo alle ragazze che non posso essere “sexual beings” come fanno i maschi. Insegniamo alle ragazze a diminuirsi per rendersi più piccole. Diciamo alle ragazze: “puoi avere un ambizione, ma non troppa”, “dovresti ambire ad essere di successo, ma non troppo di successo, per non intimidire l’uomo”. Femminista: una persona che crede nella parità sociale, politica ed economica tra i generi sessuali.

Beyoncé ha portato il femminismo letteralmente sotto i riflettori, in un’occasione in cui nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Ha usato il suo star power per difendere orgogliosamente una parola e una causa spesso fraintese o distorte. Ha ribadito in sintesi cosa è il femminismo e per cosa lotta (c’è molto più di questo, ok, ma è uno show e non un trattato): per liberare le persone dai condizionamenti culturali, e in particolare per liberare le donne da quei condizionamenti culturali che le tengono in una posizione di marginalità o inferiorità rispetto agli uomini, per conquistare la parità dei sessi. Una definizione limpida, cristallina, inequivocabile.

La foto, tratta dal suo profilo Instagram, in cui Beyoncé posa nei panni dell'icona femminista Rosie la Rivettatrice
La foto, tratta dal suo profilo Instagram, in cui Beyoncé posa nei panni dell’icona femminista Rosie la Rivettatrice

Eppure questo ha suscitato molte polemiche, dovute alla presunta contrapposizione fra l’immagine sexy di Beyoncé, la sua sensualità molto fiera e selvaggia, con le rivendicazioni femministe. Ho avuto un lungo e articolato diverbio con femministe che sostengono che Beyoncé non rappresenti il femminismo, che il femminismo non possa ridursi a quanto Beyoncé esprime, ecc, e penso che piuttosto che riassumerlo sia meglio riportarlo nella loro interezza, perché ho già detto quello che penso e ritengo giusto che anche chi la pensa diversamente abbia la possibilità di esprimersi con le proprie parole, senza che io intervenga su di esse. La mia interlocutrice, per ragioni di privacy, è indicata come “C“, e anche le altre persone intervenute nella discussione sono indicate solo con una lettera. Le differenze fra le nostre posizioni, come ho già detto, dipendono da una diversa interpretazione degli stessi concetti, come quelli di condizionamenti culturali o di autodeterminazione, e queste diverse interpretazioni dipendono a loro volta da un diverso background culturale e ideologico (ideologia è una parola che io uso nel suo significato di sistema di idee, e mi rifiuto di cadere nella trappola retorica di chi considera le ideologie negativamente in quanto ideologie). Perciò questo è un confronto fra femminismi che non può pervenire ad una sintesi in senso dialettico.

IoComunque, solo a me queste polemiche sembrano assurde? Pensavo che avessimo superato la fase in cui vestirsi/ballare in modo sexy ed essere femminista erano “in contraddizione”…poi io personalmente penso che le celebrità che si dichiarano femministe/i facciano una cosa positiva, contribuendo a legittimare socialmente un’etichetta che si porta ancora addosso disapprovazione, stereotipi negativi, ecc. E Beyoncé non è l’unica: mi vengono in mente Ellen Page e Joseph Gordon Levitt, ma sono sicura che ce ne sono altri…

C: Il femminismo storicamente quando è stato forte è stato un movimento rivoluzionario e non si è preoccupato di legittimazioni da parte del potere. I media sono uno strumento del potere, non dimentichiamolo e Beyoncé è parte di questo sistema. Nessun femminismo, piuttosto il post-femminismo ha molto a che fare con questo.

GConcordo con C. Penso che Beyoncé abbia dovuto valutare meglio una situazione del genere, per un motivo prettamente legato a quanto il sistema si propone di attuare. Tutto ciò che ha a che fare con la diffusione del sistema o la sua legittimazione, si oppone ad una veduta femminista che invece mira a riformarlo. E non dimentichiamo che il sistema e’ presieduto dai maschilisti.

IoOk, ma il concetto di riforma presuppone un cambiamento dall’interno del sistema. E come pensiamo di fare questo se non diffondiamo la nostra visione e le nostre conoscenze, facendo in modo che diventino una prospettiva globalmente accettata (per esempio attraverso il gender mainstreaming)? «I do not believe that the solution to our problem is simply to elect the right people. The important thing is to establish a political climate of opinion which will make it politically profitable for the wrong people to do the right thing. Unless it is politically profitable for the wrong people to do the right thing, the right people will not do the right thing either, or if they try, they will shortly be out of office.» – Milton Friedman.

CAppunto, Tiziana, hai citato Milton Friedman. Il post-femminismo è strettamente legato all’ordine neoliberista che sta distruggendo ogni conquista dell’umanità, parlando ipocritamente di “riforma” o addirittura “rivoluzione”. Giocare con i contenuti rivoluzionari banalizzandoli e addomesticandoli fino a rovesciarli è una tecnica di largo uso del potere. Per me il sistema non va riformato dall’interno, ci vuole un radicale rovesciamento.  “Quello che è preoccupante è che la cultura del consumo neoliberista ha tentato di fagocitare, travestire da “filosofia del libero mercato” alcune idee politiche femministe. Alcune espressioni chiave del femminismo di seconda ondata come “libera scelta” vengono manipolate e banalizzate dai media e dalla cultura popolare con lo scopo di incoraggiare l’individualismo femminile. Una forma capitalista di “femminismo” viene assunta dai media per giustificare lo sfruttamento delle donne attraverso la retorica della libertà o della versione commercializzata della liberazione sessuale. La libertà di disporre del proprio corpo, quell’autodeterminazione per cui le femministe hanno lottato, oggi è oggetto di manipolazione della retorica liberista del consumo. Noi pensiamo che la definizione data da Angela McRobbie di “postfemminismo” sia essenziale per comprendere questa strategia politico-economica con cui il capitalismo tenta di plasmare mente, comportamento e ideologia delle donne e cerca di respingere gli obiettivi politici femministi. Come l’autrice ha spiegato nel suo illuminante lavoro, il “postfemminismo” è una sensibilità, un’ideologia costruita dai media e dalla cultura popolare in cui l’identità femminile è ridotta al paradosso di un soggetto politico che sceglie liberamente di auto-oggettificarsi rinunciando alla propria agency. Il processo di auto-oggettificazione è rappresentato come una forma di empowerment femminile mentre in realtà l’obiettivo è quello di confermare e rafforzare stereotipi e ruoli di genere.” Tratto da: http://resistenzafemminista.noblogs.org/precarieta…/

Io:  Il brano che hai postato è affascinante, ma non credo sia pertinente al nostro discorso, a meno che non vogliamo affermare che qualunque forma di espressione di sé come “sexual being” sia, per una donna, auto-oggettificarsi. Fra l’altro, io credo che il “radicale rovesciamento” di cui parli sia impossibile, e credo che restare ancorati a questa prospettiva sia un errore, lo stesso che ha fatto il socialismo che non ha saputo seguire Bernstein. Guarda invece quante conquiste sono state ottenute in Europa grazie alla cultura politica riformista di sinistra. Io ribadisco la mia convinzione, l’obiettivo non può essere il rovesciamento del sistema, ma far diventare la prospettiva femminista un criterio di analisi e trasformazione della realtà (politica, economica, sociale) accettato e diffuso. Quanto alla citazione, il fatto che sia di Friedman è irrilevante. Io per esempio l’ho trovata su un blog che fa parte della comunità razionalista italiana (worldsoutsidereality.wordpress.com), comunità che per inciso si pone obiettivi analoghi a quelli di cui parlo, rendere dominante e accettata la cultura del metodo scientifico.

CIl femminismo a mio avviso non potrà mai essere parte della cultura dominante di un sistema basato strutturalmente sul dominio di alcuni gruppi su altri, sul massimo profitto e non sul rispetto dell’ambiente e di ogni essere vivente nella sua unicità. Trovo comunque che il brano postato sia pertinente, perché non si tratta qui di esprimersi come “sexual being”, ma di usare un’espressione di grande significato politico e trasformativo come “feminist” svuotando la parola del suo contenuto, visto che la cantante non fa che banalmente esprimere il ruolo che mediaticamente viene assegnato alle donne. Ti ripeto, per me il problema non è Beyoncé, ma la strategia del sistema mediatico-commerciale di cui lei fa parte integrante. L’analisi sul post-feminism in Italia andrebbe approfondita perché senza capire il contesto in cui siamo immersi si rischia di restare in superficie.

IoIo non credo che Beyoncé stia svuotando la parola del suo contenuto usandola nel corso di uno show. La definizione che ne ha dato è essenziale ma corretta, ed è stata preceduta da una piccola riflessione su come la socializzazione delle ragazze sia limitante. Non è un saggio, ma è un gesto di grande impatto, specie perché giunge subito dopo le “women against feminism. Beyoncé ha qualcosa che nessuna teorica, saggista o militante può avere, lo star power, la capacità di far sentire la sua voce nel “sistema mediatico-commerciale”. Comunque, al di là di Beyoncé, allora qual è la tua risposta? Aspettare e preparare una rivoluzione che non avverrà mai?

ACome si fa a “scegliere liberamente” e contemporaneamente “rinunciare alla propria agency”? “Agency” corrisponde esattamente alla “libera scelta” (quale che essa sia).

C:  Ma perché dovrei stare ad aspettare? Ci sono tante femministe che agiscono concretamente per un mondo migliore provando a incarnare loro stesse il cambiamento. Penso alle femministe in America latina, alle donne indiane o mi viene in mente una figura come Vandana Shiva, per dirne una. E poi che ti ha detto che la rivoluzione non verrà mai? Nella storia ci sono sempre state e sono state precedute da radicali mutamenti del pensiero con profondo rigetto del sistema vigente. Penso, per esempio alla fine dell’ancien regime e alla rivoluzione francese. Non si può cambiare nulla se si è immersi fino al collo nel pensiero dominante, bisogna osare di immaginare altro. il femminismo per me non significa fare i soldi e diventare famose nel capitalismo, senza peraltro proporre valori alternativi.

C (in risposta ad A): Appunto. E infatti è paradossale. Ho letto Bambole viventi di Natasha Walter e in quel libro il paradosso viene sviscerato in tutti i sui aspetti. In realtà si tratta di un ritorno indietro mascherato da libertà di scelta. Io scelgo il rosa (e in realtà le bimbe trovano solo rosa), io scelgo di essere sottomessa all’uomo e così via.

IoIn America latina, India o Africa il retroterra è completamente diverso dal nostro. (E Vandana Shiva è una donna disonesta e/o incompetente, ma non apriamo questo discorso ora). Io non sono d’accordo quando dici che “non si può cambiare nulla se si è immersi fino al collo nel pensiero dominante”, credo che l’Occidente sia a un punto di evoluzione sociale e culturale che va perfezionato – eliminando l’oppressione, che secondo me esiste perché semplicemente è “normale”, ma non esisterebbe se tutti fossimo consapevoli ed educati a combatterla – edificando sull’esistente. Non è suprematismo occidentale: non pretendo che questo debba essere applicato alle altre culture. Ma per me la riforma non solo è possibile, ma è l’unica strada praticabile.

A:  C, capisco, ma il fatto di scegliere qualcosa quando si ha una sola possibilità è diverso dallo scegliere qualcosa tra le molte possibilità.

Io: Sono l’unica che crede che noi possiamo crearle, quelle possibilità, anche all’interno di questa cultura, di questa società?

C:  Per me la riforma è utopistica, le multinazionali del profitto e della guerra non si faranno mai togliere il potere “dall’interno”. E comunque, rispetto il tuo pensiero, ma è evidente che non siamo d’accordo, visto che tu dici che l’oppressione è “normale”. Io sono femminista perché sono contro ogni forma di dominio, sento che potremmo vivere nel rispetto di ogni essere umano e della natura. E che questa è anche l’unica strada percorribile, visto che il capitalismo sta letteralmente distruggendo il pianeta. La violenza sulle donne sul piano globale sta aumentando così come lo sfruttamento sessuale delle donne povere nell’industria del sesso globalizzata. Il mio femminismo mi porta a guardare alla condizione delle donne nel suo insieme, non alla mia affermazione personale nel sistema, che è quello che, in definitiva, promuovono i media. Comunque, mi ha fatto piacere questo scambio, anche se la pensiamo diversamente.

Io:  Non è quello che ho detto! Non ho detto che l’oppressione è normale: ho detto che l’oppressione esiste perché è considerata “normale”. L’idea di normalità è ciò che fa esistere l’oppressione. Il punto per me è che il cambiamento è possibile dall’interno perché l’oppressione esiste in quanto “normale”, scontata. Se l’intera società ne prende consapevolezza e si educa a combatterla, allora le “istituzioni” possono essere “epurate” dall’oppressione.

C: Sì, A, concordo, ma il problema è che c’è anche il sistema culturale dominante che spinge a determinate scelte. E poi non è tutto bianco o nero: tra nessuna scelta e molte scelte ci sono anche le scelte limitate fortemente dalla cultura, dalla società, dalla storia familiare, ecc..

A:  Però escludendo quelle scelte che coincidono con le imbeccate del patriarcato stiamo comunque limitando la libertà di scelta di altre compagne femministe. Che si fa?

IoEh, già. Alla fine non possiamo pensare che solo le scelte “di opposizione” rispetto agli standard sociali-culturali siano veramente libere. 

C:  Il problema infatti non è criticare le singole donne, ma è aumentare la nostra consapevolezza sul fatto che il sistema ci “imbecca”. Una volta si faceva l’autocoscienza, proprio per liberarsi per riscoprire cosa si era, al di là di una società che tutto sommato ci ha escluse per millenni e ci continua di fatto ad escludere con tante forme di oppressione.

A:  Ma è anche possibile che una persona, pur fregandosene del gradimento maschile, faccia certe scelte perché corrispondono al suo gusto personale. E sarei condiscendente se andassi da una persona adulta, femminista e consapevole a dirle che le decisioni che prende non sono autonome.

C: Ma infatti io non andrei da nessuna a dirle così. Però per me scelgo di riflettere su ciò che mi impone la cultura dominante e di fare un mio percorso di liberazione. Inoltre, è naturale che voglia lottare contro una cultura di riduzione ad “oggetto sessuale” che per altre donne mie sorelle si traduce in violenza e sopraffazione.

Io: Anche per me, tuttavia è difficile definire i confini fra “espressione di sé come sexual being” e “auto-oggettivazione”, tanto per dirne una. Così come è difficile definire un confine fra ciò che io ritengo bello e ciò che la società mi ha insegnato a ritenere bello. Io mi ci arrovello spesso, ma non trovo risposte nette. So però che voglio seguire Caitlin Moran: “Ricordate, lo scopo del femminismo non è creare un tipo di donna. L’idea che esistano tipi di donna intrinsecamente sbagliati o giusti è ciò che ha rovinato il femminismo: la convinzione che “noi femministe” non saremmo disposte ad accettare ragazze un po’ superficiali, o ignave, ragazze che fanno le stronze con le altre, ragazze che assumono collaboratrici domestiche, ragazze che stanno a casa con i figli, ragazze che guidano Mini Rosa con l’adesivo “Va a cipria!”, ragazze col burka o ragazze a cui piace credersi sposate a Zach Braff di Scrubs e che sognano di fare sesso con lui in ambulanza di fronte al resto del cast, con tanto di applauso finale. Sapete una cosa, care? Il femminismo vi abbraccia tutte. Che cos’è il femminismo? E’ la convinzione che le donne debbano essere libere quanto gli uomini, per quanto siano stupide, tonte, illuse, malvestite, grasse, pigre, compiaciute, o con i capelli un po’ radi.”

AQuoto con tutte le mie forze.

C:  Sicuramente c’è un atteggiamento moralista e non femminista da parte di molte donne che criticano le show girls e che in definitiva non si discosta dalla doppia morale patriarcale. Resta però il fatto che io non mi rivedo nemmeno nella definizione di Caitlin Moran che hai riportato. Il femminismo non può essere ridotto alla “scelta di fare delle scelte”, (il cosiddetto “choice feminism”) semplicemente perché un mondo in cui tutte le donne siano libere di scegliere la propria esistenza è assolutamente al di là da venire. Se si pensa il femminismo come liberazione delle donne come genere, per dare veramente a tutte una possibilità di essere libere dall’oppressione, ci si rende conto che certe scelte individuali sono assolutamente integrate al sistema e a volte oppressive per altre donne (si pensi alle manager che non assumono le donne perché si rischia che vadano in maternità.)

A:  Tanto più che trovo legittima anche la scelta di auto-oggettificarsi, anche con l’intenzione di farlo. Purché non sia *un uomo* a permettersi di farlo. Perché lì non c’è la scelta della singola, ma l’imposizione di un altro.

C: Sì, A, ma la cultura dominante e mass-mediatica dell’oggettificazione e la propaganda di questo come “empowerment” non fa che giustificare ad esempio la cultura del “cliente”. Anche il nostro concetto di “sexy” e “sexual being” è assolutamente indottrinato e mi metto io per prima. Il fallocentrismo è ancora ben presente.

Io:  Per me il femminismo è soprattutto eliminare quei costrutti culturali che limitano la possibilità di essere realmente libere (tipo il binarismo di genere, tutti i vari stereotipi, o l’idea di “normalità = maschio bianco etero”). Parlo della cultura occidentale, in questo caso, dove non ci sono ostacoli “materiali” (parlo di leggi e simili) alla parità, ma solo ostacoli culturali.

A: Quello a cui mi oppongo è il dare per scontato che una intraprenda un determinato percorso perché non è stata in grado di opporsi al lavaggio del cervello.

C:  Se è per questo nessuna di noi è in grado di opporsi, quindi non c’è nessuna esente, per cui per me non ha senso criticare le altre.

A:  Sul fatto che nessuna sia in grado di opporsi non mi trovo d’accordo; qualcuna chiaramente non ci riesce, qualcuna ci prova, qualcuna c’è riuscita, secondo me.  E’ obbligatorio distinguere, e questo si può fare solo ascoltando i singoli individui.

C:  Non so, io parlo a partire da me e sento comunque che molte mie scelte, pensieri, atteggiamenti, sono senz’altro indotti e che ci potrebbe essere di meglio. Sono sempre in cerca per scoprire qualcos’altro.

La discussione è proseguita su argomenti che non sono pertinenti a questo post. Comunque, dopo più di 4000 parole, sento di essermi tolta un peso e spero di aver anche chiarito il mio punto di vista, il mio modo di essere femminista e qualcosa di più su quello in cui credo.

 

Il volto pacato del regresso: Vandana Shiva

In un lungo articolo sul New Yorker, Vandana Shiva’s Crusade Against Genetically Modified Crops, il giornalista Michael Specter descrive in modo approfondito il pensiero di Vandana Shiva, comparando le sue affermazioni a descrizioni dei fatti storici di cui la Shiva parla (la Rivoluzione Verde e il retroterra in cui si è sviluppata), a spiegazioni sul funzionamento di alcuni OGM (il cotone BT) e a pareri contrastanti di esperti. Inoltre racconta di come la Shiva sia giunta ad elaborare le sue idee e a fondare la sua associazione, Navdanya (Nove Semi) e dell’influenza globale che esercita, testimoniata dai numerosi premi e lauree ad honorem da lei ricevute. L’articolo è molto interessante soprattutto perché svela risvolti ancora più inquietanti della visione del mondo della Shiva rispetto alle sue note teorie sul fatto che gli OGM siano da estirpare perché distruggono le sementi tradizionali, portando i contadini alla fame e al suicidio perché costretti a ricomprare le sementi ogni anno. Teorie ampiamente confutate, ovviamente.

L’articolo dimostra in maniera inequivocabile come le idee della Shiva dal punto di vista scientifico non abbiano alcun valore e come ormai sia costretta ad arrampicarsi sugli specchi per continuare la sua crociata contro gli OGM dopo che la sua argomentazione principale è stata demolita nientemeno che da Nature: l’ultima menzogna che si è inventata è che la presenza del glifosato negli OGM avrebbe causato negli ultimi anni un incremento dell’autismo, del diabete, dell’insufficienza renale e del morbo di Alzheimer. Questo mostra la sua malafede o la sua ignoranza scientifica: sia che abbia deliberatamente spacciato una correlazione per una causa sia che non sappia distinguere la differenza fra le due cose, la sua accusa non sta in piedi.

D’altronde però stiamo parlando di una persona che afferma che la Monsanto – multinazionale che si occupa di OGM, fertilizzanti e diserbanti – “controlla l’intera letteratura scientifica mondiale” (!) e che perfino Nature, Scientific American e Science “sono diventate solo estensioni della sua [della Monsanto, ndt] propaganda. Non esiste più una scienza indipendente nel mondo”.

Ma la crociata della Shiva non è indifendibile solo dal punto di vista scientifico, ma anche da quello etico. Infatti l’opposizione della Shiva agli OGM è così radicale che, dopo il ciclone che si è abbattuto sulla regione indiana di Orissa nel 1999, lei ha tenuto una conferenza in cui chiedeva al governo indiano di respingere gli aiuti alimentari statunitensi perché contenenti OGM e ha chiesto ad Oxfam di non inviare aiuti contenenti OGM. Avrebbe preferito lasciare morire migliaia di persone piuttosto che permettere loro di nutrirsi con gli OGM, in una situazione di emergenza dopo una catastrofe naturale?

Ma la cosa più inquietante è che Vandana Shiva ha utilizzato il suo carisma e la sua influenza per scomunicare Mark Lynas, un ambientalista inglese che ha cambiato idea sugli OGM dopo aver studiato attentamente la letteratura scientifica, per poi dichiarare pubblicamente alla Oxford Farming Conference di aver creduto a delle “leggende metropolitane verdi” e scusarsi per aver “demonizzato una tecnologia che può essere usata a beneficio dell’ambiente”. La similitudine usata dalla Shiva nel suo tweet di condanna è agghiacciante: “Mark Lynas che dice che gli agricoltori dovrebbero essere liberi di usare OGM che contaminano l’agricoltura biologica…è come se dicesse che gli stupratori dovrebbero essere liberi di stuprare”.

So che nemmeno un articolo così approfondito dell’autorevole New Yorker può scalfire le idee di coloro che aderiscono al culto che si è formato attorno alla Shiva, dovuto alla fascinazione che sa creare con la sua abilità comunicativa e con la sua presenza (ne ha parlato qualche tempo fa Giovanna Cosenza, docente di Semiotica presso l’Università di Bologna, in Vandana Shiva vs. Davide Serra: un contrasto fra mondi…è un peccato che i video di YouTube contenuti nel post risultino privati), ma le informazioni che contiene meritano di essere divulgate, nella speranza che possano essere utili.

PS: L’articolo di Michael Specter ha provocato una reazione decisamente irritata da parte della Shiva, che nel suo sito ha risposto con un articolo dal titolo Seeds of Truth – A response to The New Yorker che linko per dovere di completezza. All’articolo di Shiva ha risposto a sua volta David Remnick, puntualizzando sulla risposta della Shiva, qui: New Yorker editor David Remnick responds to Vandana Shiva criticism of Michael Specter’s profile.