La libertà di non opporsi: confronto fra femminismi

Questo articolo nasce da un coagulo di riflessioni e sensazioni che sperimento da parecchio tempo, e perciò è la cosa più sentita emotivamente che stia scrivendo su questo blog (non per sminuire tutto il resto, ovviamente: se l’ho scritto, è perché lo ritengo importante, perché sento il bisogno di dirlo) ed è anche molto personale. Parte di queste riflessioni hanno trovato la loro forma nel corso di una discussione con Paolo sul blog del Ricciocorno Schiattoso a proposito delle “women against feminism”: Care donne che non hanno bisogno del femminismo e dei condizionamenti culturali.

Partiamo dal principio. I condizionamenti sociali e culturali che tutti noi subiamo nel corso della nostra crescita, attraverso l’educazione e il rapporto con gli altri, sono una realtà. Alcuni di questi sono negativi di per sé perché limitano le possibilità e la libertà degli individui, precludendo loro alcune scelte attraverso la riprovazione sociale (l’esempio più noto è la rigida distinzione fra “cose da femmine” e “cose da maschi” nell’ambito dei giocattoli e dei prodotti per bambini, come nell’esempio descritto da Liz Smith nel suo pezzo La bicicletta di Amy, tradotto da Maria G. di Rienzo) e sarebbe un bene per tutta la società se smettessero di esistere. A cosa porterebbe l’abolizione del binarismo di genere nei giocattoli? Semplicemente a bambine e bambini più liberi di scegliere con cosa giocare e quindi con più libertà di immaginare, di creare mondi, di inventare. Io non vedo alcun aspetto negativo in questo.

Altri sono di per sé neutri, ma il fatto che la società veda una determinata scelta come “naturale”, “positiva” e “giusta”, e le aspettative affinché si compia quella scelta sono così pesanti da escludere di fatto che la scelta opposta sia un’alternativa praticabile rende necessario, da un punto di vista femminista, mostrare come quella scelta sia un prodotto culturale e rivendicare la legittimità della scelta opposta contro la pervasività della norma culturale. Questo è il caso di scelte come depilarsi o non depilarsi.

Tuttavia, evidenziare che alcune scelte sono frutto di condizionamenti sociali non significa negare la loro legittimità o comunque sostenere che sono “sbagliate”. Purtroppo esistono femministe che fanno questo, credo sia dovuto al fatto che la loro concezione di rapporti di potere e condizionamenti è di tipo deterministico (il perché di questo sarà argomento di un altro post, perché richiede una spiegazione piuttosto lunga). Questo si verifica soprattutto in ambiti relativi all’estetica e alla sessualità, laddove i condizionamenti sono più presenti (com’è ovvio: non è la natura che ci spinge a truccarci o depilarci o, nel caso degli uomini, a rasarsi la barba, ma la cultura. Questo è un fatto).

E ora veniamo al punto. Io sono una femminista che si depila le gambe, le ascelle, e l’area che comprende la vulva e l’inguine. Mi rendo conto della pressione sociale esistente sulle donne perché abbiano corpi perfetti e io per prima combatto con queste pressioni per riuscire a sentirmi bene con me stessa anche se non ho la taglia 40, anche se ci sono giorni in cui tutto il mio corpo mi sembra orribile e sproporzionato, le cosce troppo grosse, le braccia non abbastanza snelle (vado a nuotare da quando andavo alle elementari, perciò ho abbastanza muscoli sulle braccia). Quando sono per conto mio i peli non mi danno particolarmente fastidio, ma non mi piace l’idea che li vedano gli altri, le altre ragazze e i ragazzi. Non perché abbia paura di essere giudicata: so già che molti mi considerano strana per le mie idee e i miei interessi e le mie piccole fissazioni (come quella di correggere la grammatica e l’ortografia altrui). Semplicemente, ogni volta in cui mi trovo in una situazione “sociale” voglio apparire al meglio. Voglio essere bella. Voglio sentirmi bella.

E’ un po’ come quando metto la crema idratante: sentire la pelle fresca, più liscia e più lucida mi fa sentire bene, anche se in realtà non cambia nulla perché dopo cinque minuti la crema si assorbe e non c’è nessuna differenza percettibile rispetto a prima. Però mi fa sentire in ordine, mi rilassa e mi sento anche più bella. Una blogger anglosassone (non mi ricordo il nome) ha scritto una frase che amo: “I prefer how my body looks the specific way I craft it”, ovvero preferisco il modo in cui appare il mio corpo quando sono io a plasmarlo (rispetto al modo in cui appare quando è “incolto”, come sarebbe in natura, se non ce ne prendessimo cura sul piano estetico).

 

Quando alcune femministe condannano questo desiderio di essere belle, quando condannano tutto ciò che riguarda l’estetica come desiderio di conformarsi allo sguardo maschile, stanno inconsapevolmente riproponendo il pregiudizio secondo cui bellezza e intelligenza sono in contraddizione. In buona fede, perché dopotutto viviamo in una società in cui alle donne non è ancora riconosciuto il diritto di non essere attraenti, perfino di essere brutte, e in cui si pone continuamente l’accento sulla bellezza fisica delle donne anche in contesti in cui sarebbe totalmente superfluo farlo (quando si parla di donne di potere, per esempio, o quando si celebrano i meriti sportivi o intellettuali di una donna) perché in questo modo si riducono le donne ai loro corpi, quando sarebbe opportuno lasciare in disparte l’aspetto fisico.

Il femminismo ha rivendicato e rivendica per le donne il diritto di esprimersi sessualmente e ha focalizzato l’attenzione sul bisogno, anche a livello simbolico, di riappropriarsi del proprio corpo sottraendolo alle imposizioni della cultura patriarcale. Il problema arriva quando si considera il voler essere belle – convenzionalmente belle – come una di queste imposizioni. Ovviamente, visto che l’idea di bellezza è un prodotto culturale, i confini sono molto sfumati. Ma ciò non toglie che, se vogliamo rispettare l’autodeterminazione di ogni donna, allora dobbiamo rispettare anche le scelte che si conformano alle norme culturali vigenti, presumendo che queste scelte siano fatte con altrettanta consapevolezza e altrettanta libertà rispetto alle scelte che si oppongono a tali norme culturali.

C’è una parte del femminismo che “cortocircuita” su questo punto, come dicevo prima. Questo è apparso nella sua evidenza nelle polemiche seguite all’ultima esibizione di Beyoncé agli MTV Video Awards, in cui la cantante (che aveva già dato prova del suo impegno femminista partecipando alla campagna #banbossy di Sheryl Sandberg che si oppone all’etichetta di “prepotente” data alle bambine che vogliono imporsi, scrivendo un saggio per The Shriver Report e postando una foto di sé nei panni di Rosie la rivettatrice come risposta alle “women against feminism”) dopo aver eseguito un medley delle sue canzoni di circa 10 minuti si è fermata sul palco, da sola, mentre dietro di lei compariva la scritta “feminist” e una voce in sottofondo dichiarava:

Insegniamo alle ragazze che non posso essere “sexual beings” come fanno i maschi. Insegniamo alle ragazze a diminuirsi per rendersi più piccole. Diciamo alle ragazze: “puoi avere un ambizione, ma non troppa”, “dovresti ambire ad essere di successo, ma non troppo di successo, per non intimidire l’uomo”. Femminista: una persona che crede nella parità sociale, politica ed economica tra i generi sessuali.

Beyoncé ha portato il femminismo letteralmente sotto i riflettori, in un’occasione in cui nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Ha usato il suo star power per difendere orgogliosamente una parola e una causa spesso fraintese o distorte. Ha ribadito in sintesi cosa è il femminismo e per cosa lotta (c’è molto più di questo, ok, ma è uno show e non un trattato): per liberare le persone dai condizionamenti culturali, e in particolare per liberare le donne da quei condizionamenti culturali che le tengono in una posizione di marginalità o inferiorità rispetto agli uomini, per conquistare la parità dei sessi. Una definizione limpida, cristallina, inequivocabile.

La foto, tratta dal suo profilo Instagram, in cui Beyoncé posa nei panni dell'icona femminista Rosie la Rivettatrice

La foto, tratta dal suo profilo Instagram, in cui Beyoncé posa nei panni dell’icona femminista Rosie la Rivettatrice

Eppure questo ha suscitato molte polemiche, dovute alla presunta contrapposizione fra l’immagine sexy di Beyoncé, la sua sensualità molto fiera e selvaggia, con le rivendicazioni femministe. Ho avuto un lungo e articolato diverbio con femministe che sostengono che Beyoncé non rappresenti il femminismo, che il femminismo non possa ridursi a quanto Beyoncé esprime, ecc, e penso che piuttosto che riassumerlo sia meglio riportarlo nella loro interezza, perché ho già detto quello che penso e ritengo giusto che anche chi la pensa diversamente abbia la possibilità di esprimersi con le proprie parole, senza che io intervenga su di esse. La mia interlocutrice, per ragioni di privacy, è indicata come “C“, e anche le altre persone intervenute nella discussione sono indicate solo con una lettera. Le differenze fra le nostre posizioni, come ho già detto, dipendono da una diversa interpretazione degli stessi concetti, come quelli di condizionamenti culturali o di autodeterminazione, e queste diverse interpretazioni dipendono a loro volta da un diverso background culturale e ideologico (ideologia è una parola che io uso nel suo significato di sistema di idee, e mi rifiuto di cadere nella trappola retorica di chi considera le ideologie negativamente in quanto ideologie). Perciò questo è un confronto fra femminismi che non può pervenire ad una sintesi in senso dialettico.

IoComunque, solo a me queste polemiche sembrano assurde? Pensavo che avessimo superato la fase in cui vestirsi/ballare in modo sexy ed essere femminista erano “in contraddizione”…poi io personalmente penso che le celebrità che si dichiarano femministe/i facciano una cosa positiva, contribuendo a legittimare socialmente un’etichetta che si porta ancora addosso disapprovazione, stereotipi negativi, ecc. E Beyoncé non è l’unica: mi vengono in mente Ellen Page e Joseph Gordon Levitt, ma sono sicura che ce ne sono altri…

C: Il femminismo storicamente quando è stato forte è stato un movimento rivoluzionario e non si è preoccupato di legittimazioni da parte del potere. I media sono uno strumento del potere, non dimentichiamolo e Beyoncé è parte di questo sistema. Nessun femminismo, piuttosto il post-femminismo ha molto a che fare con questo.

GConcordo con C. Penso che Beyoncé abbia dovuto valutare meglio una situazione del genere, per un motivo prettamente legato a quanto il sistema si propone di attuare. Tutto ciò che ha a che fare con la diffusione del sistema o la sua legittimazione, si oppone ad una veduta femminista che invece mira a riformarlo. E non dimentichiamo che il sistema e’ presieduto dai maschilisti.

IoOk, ma il concetto di riforma presuppone un cambiamento dall’interno del sistema. E come pensiamo di fare questo se non diffondiamo la nostra visione e le nostre conoscenze, facendo in modo che diventino una prospettiva globalmente accettata (per esempio attraverso il gender mainstreaming)? «I do not believe that the solution to our problem is simply to elect the right people. The important thing is to establish a political climate of opinion which will make it politically profitable for the wrong people to do the right thing. Unless it is politically profitable for the wrong people to do the right thing, the right people will not do the right thing either, or if they try, they will shortly be out of office.» – Milton Friedman.

CAppunto, Tiziana, hai citato Milton Friedman. Il post-femminismo è strettamente legato all’ordine neoliberista che sta distruggendo ogni conquista dell’umanità, parlando ipocritamente di “riforma” o addirittura “rivoluzione”. Giocare con i contenuti rivoluzionari banalizzandoli e addomesticandoli fino a rovesciarli è una tecnica di largo uso del potere. Per me il sistema non va riformato dall’interno, ci vuole un radicale rovesciamento.  “Quello che è preoccupante è che la cultura del consumo neoliberista ha tentato di fagocitare, travestire da “filosofia del libero mercato” alcune idee politiche femministe. Alcune espressioni chiave del femminismo di seconda ondata come “libera scelta” vengono manipolate e banalizzate dai media e dalla cultura popolare con lo scopo di incoraggiare l’individualismo femminile. Una forma capitalista di “femminismo” viene assunta dai media per giustificare lo sfruttamento delle donne attraverso la retorica della libertà o della versione commercializzata della liberazione sessuale. La libertà di disporre del proprio corpo, quell’autodeterminazione per cui le femministe hanno lottato, oggi è oggetto di manipolazione della retorica liberista del consumo. Noi pensiamo che la definizione data da Angela McRobbie di “postfemminismo” sia essenziale per comprendere questa strategia politico-economica con cui il capitalismo tenta di plasmare mente, comportamento e ideologia delle donne e cerca di respingere gli obiettivi politici femministi. Come l’autrice ha spiegato nel suo illuminante lavoro, il “postfemminismo” è una sensibilità, un’ideologia costruita dai media e dalla cultura popolare in cui l’identità femminile è ridotta al paradosso di un soggetto politico che sceglie liberamente di auto-oggettificarsi rinunciando alla propria agency. Il processo di auto-oggettificazione è rappresentato come una forma di empowerment femminile mentre in realtà l’obiettivo è quello di confermare e rafforzare stereotipi e ruoli di genere.” Tratto da: http://resistenzafemminista.noblogs.org/precarieta…/

Io:  Il brano che hai postato è affascinante, ma non credo sia pertinente al nostro discorso, a meno che non vogliamo affermare che qualunque forma di espressione di sé come “sexual being” sia, per una donna, auto-oggettificarsi. Fra l’altro, io credo che il “radicale rovesciamento” di cui parli sia impossibile, e credo che restare ancorati a questa prospettiva sia un errore, lo stesso che ha fatto il socialismo che non ha saputo seguire Bernstein. Guarda invece quante conquiste sono state ottenute in Europa grazie alla cultura politica riformista di sinistra. Io ribadisco la mia convinzione, l’obiettivo non può essere il rovesciamento del sistema, ma far diventare la prospettiva femminista un criterio di analisi e trasformazione della realtà (politica, economica, sociale) accettato e diffuso. Quanto alla citazione, il fatto che sia di Friedman è irrilevante. Io per esempio l’ho trovata su un blog che fa parte della comunità razionalista italiana (worldsoutsidereality.wordpress.com), comunità che per inciso si pone obiettivi analoghi a quelli di cui parlo, rendere dominante e accettata la cultura del metodo scientifico.

CIl femminismo a mio avviso non potrà mai essere parte della cultura dominante di un sistema basato strutturalmente sul dominio di alcuni gruppi su altri, sul massimo profitto e non sul rispetto dell’ambiente e di ogni essere vivente nella sua unicità. Trovo comunque che il brano postato sia pertinente, perché non si tratta qui di esprimersi come “sexual being”, ma di usare un’espressione di grande significato politico e trasformativo come “feminist” svuotando la parola del suo contenuto, visto che la cantante non fa che banalmente esprimere il ruolo che mediaticamente viene assegnato alle donne. Ti ripeto, per me il problema non è Beyoncé, ma la strategia del sistema mediatico-commerciale di cui lei fa parte integrante. L’analisi sul post-feminism in Italia andrebbe approfondita perché senza capire il contesto in cui siamo immersi si rischia di restare in superficie.

IoIo non credo che Beyoncé stia svuotando la parola del suo contenuto usandola nel corso di uno show. La definizione che ne ha dato è essenziale ma corretta, ed è stata preceduta da una piccola riflessione su come la socializzazione delle ragazze sia limitante. Non è un saggio, ma è un gesto di grande impatto, specie perché giunge subito dopo le “women against feminism. Beyoncé ha qualcosa che nessuna teorica, saggista o militante può avere, lo star power, la capacità di far sentire la sua voce nel “sistema mediatico-commerciale”. Comunque, al di là di Beyoncé, allora qual è la tua risposta? Aspettare e preparare una rivoluzione che non avverrà mai?

ACome si fa a “scegliere liberamente” e contemporaneamente “rinunciare alla propria agency”? “Agency” corrisponde esattamente alla “libera scelta” (quale che essa sia).

C:  Ma perché dovrei stare ad aspettare? Ci sono tante femministe che agiscono concretamente per un mondo migliore provando a incarnare loro stesse il cambiamento. Penso alle femministe in America latina, alle donne indiane o mi viene in mente una figura come Vandana Shiva, per dirne una. E poi che ti ha detto che la rivoluzione non verrà mai? Nella storia ci sono sempre state e sono state precedute da radicali mutamenti del pensiero con profondo rigetto del sistema vigente. Penso, per esempio alla fine dell’ancien regime e alla rivoluzione francese. Non si può cambiare nulla se si è immersi fino al collo nel pensiero dominante, bisogna osare di immaginare altro. il femminismo per me non significa fare i soldi e diventare famose nel capitalismo, senza peraltro proporre valori alternativi.

C (in risposta ad A): Appunto. E infatti è paradossale. Ho letto Bambole viventi di Natasha Walter e in quel libro il paradosso viene sviscerato in tutti i sui aspetti. In realtà si tratta di un ritorno indietro mascherato da libertà di scelta. Io scelgo il rosa (e in realtà le bimbe trovano solo rosa), io scelgo di essere sottomessa all’uomo e così via.

IoIn America latina, India o Africa il retroterra è completamente diverso dal nostro. (E Vandana Shiva è una donna disonesta e/o incompetente, ma non apriamo questo discorso ora). Io non sono d’accordo quando dici che “non si può cambiare nulla se si è immersi fino al collo nel pensiero dominante”, credo che l’Occidente sia a un punto di evoluzione sociale e culturale che va perfezionato – eliminando l’oppressione, che secondo me esiste perché semplicemente è “normale”, ma non esisterebbe se tutti fossimo consapevoli ed educati a combatterla – edificando sull’esistente. Non è suprematismo occidentale: non pretendo che questo debba essere applicato alle altre culture. Ma per me la riforma non solo è possibile, ma è l’unica strada praticabile.

A:  C, capisco, ma il fatto di scegliere qualcosa quando si ha una sola possibilità è diverso dallo scegliere qualcosa tra le molte possibilità.

Io: Sono l’unica che crede che noi possiamo crearle, quelle possibilità, anche all’interno di questa cultura, di questa società?

C:  Per me la riforma è utopistica, le multinazionali del profitto e della guerra non si faranno mai togliere il potere “dall’interno”. E comunque, rispetto il tuo pensiero, ma è evidente che non siamo d’accordo, visto che tu dici che l’oppressione è “normale”. Io sono femminista perché sono contro ogni forma di dominio, sento che potremmo vivere nel rispetto di ogni essere umano e della natura. E che questa è anche l’unica strada percorribile, visto che il capitalismo sta letteralmente distruggendo il pianeta. La violenza sulle donne sul piano globale sta aumentando così come lo sfruttamento sessuale delle donne povere nell’industria del sesso globalizzata. Il mio femminismo mi porta a guardare alla condizione delle donne nel suo insieme, non alla mia affermazione personale nel sistema, che è quello che, in definitiva, promuovono i media. Comunque, mi ha fatto piacere questo scambio, anche se la pensiamo diversamente.

Io:  Non è quello che ho detto! Non ho detto che l’oppressione è normale: ho detto che l’oppressione esiste perché è considerata “normale”. L’idea di normalità è ciò che fa esistere l’oppressione. Il punto per me è che il cambiamento è possibile dall’interno perché l’oppressione esiste in quanto “normale”, scontata. Se l’intera società ne prende consapevolezza e si educa a combatterla, allora le “istituzioni” possono essere “epurate” dall’oppressione.

C: Sì, A, concordo, ma il problema è che c’è anche il sistema culturale dominante che spinge a determinate scelte. E poi non è tutto bianco o nero: tra nessuna scelta e molte scelte ci sono anche le scelte limitate fortemente dalla cultura, dalla società, dalla storia familiare, ecc..

A:  Però escludendo quelle scelte che coincidono con le imbeccate del patriarcato stiamo comunque limitando la libertà di scelta di altre compagne femministe. Che si fa?

IoEh, già. Alla fine non possiamo pensare che solo le scelte “di opposizione” rispetto agli standard sociali-culturali siano veramente libere. 

C:  Il problema infatti non è criticare le singole donne, ma è aumentare la nostra consapevolezza sul fatto che il sistema ci “imbecca”. Una volta si faceva l’autocoscienza, proprio per liberarsi per riscoprire cosa si era, al di là di una società che tutto sommato ci ha escluse per millenni e ci continua di fatto ad escludere con tante forme di oppressione.

A:  Ma è anche possibile che una persona, pur fregandosene del gradimento maschile, faccia certe scelte perché corrispondono al suo gusto personale. E sarei condiscendente se andassi da una persona adulta, femminista e consapevole a dirle che le decisioni che prende non sono autonome.

C: Ma infatti io non andrei da nessuna a dirle così. Però per me scelgo di riflettere su ciò che mi impone la cultura dominante e di fare un mio percorso di liberazione. Inoltre, è naturale che voglia lottare contro una cultura di riduzione ad “oggetto sessuale” che per altre donne mie sorelle si traduce in violenza e sopraffazione.

Io: Anche per me, tuttavia è difficile definire i confini fra “espressione di sé come sexual being” e “auto-oggettivazione”, tanto per dirne una. Così come è difficile definire un confine fra ciò che io ritengo bello e ciò che la società mi ha insegnato a ritenere bello. Io mi ci arrovello spesso, ma non trovo risposte nette. So però che voglio seguire Caitlin Moran: “Ricordate, lo scopo del femminismo non è creare un tipo di donna. L’idea che esistano tipi di donna intrinsecamente sbagliati o giusti è ciò che ha rovinato il femminismo: la convinzione che “noi femministe” non saremmo disposte ad accettare ragazze un po’ superficiali, o ignave, ragazze che fanno le stronze con le altre, ragazze che assumono collaboratrici domestiche, ragazze che stanno a casa con i figli, ragazze che guidano Mini Rosa con l’adesivo “Va a cipria!”, ragazze col burka o ragazze a cui piace credersi sposate a Zach Braff di Scrubs e che sognano di fare sesso con lui in ambulanza di fronte al resto del cast, con tanto di applauso finale. Sapete una cosa, care? Il femminismo vi abbraccia tutte. Che cos’è il femminismo? E’ la convinzione che le donne debbano essere libere quanto gli uomini, per quanto siano stupide, tonte, illuse, malvestite, grasse, pigre, compiaciute, o con i capelli un po’ radi.”

AQuoto con tutte le mie forze.

C:  Sicuramente c’è un atteggiamento moralista e non femminista da parte di molte donne che criticano le show girls e che in definitiva non si discosta dalla doppia morale patriarcale. Resta però il fatto che io non mi rivedo nemmeno nella definizione di Caitlin Moran che hai riportato. Il femminismo non può essere ridotto alla “scelta di fare delle scelte”, (il cosiddetto “choice feminism”) semplicemente perché un mondo in cui tutte le donne siano libere di scegliere la propria esistenza è assolutamente al di là da venire. Se si pensa il femminismo come liberazione delle donne come genere, per dare veramente a tutte una possibilità di essere libere dall’oppressione, ci si rende conto che certe scelte individuali sono assolutamente integrate al sistema e a volte oppressive per altre donne (si pensi alle manager che non assumono le donne perché si rischia che vadano in maternità.)

A:  Tanto più che trovo legittima anche la scelta di auto-oggettificarsi, anche con l’intenzione di farlo. Purché non sia *un uomo* a permettersi di farlo. Perché lì non c’è la scelta della singola, ma l’imposizione di un altro.

C: Sì, A, ma la cultura dominante e mass-mediatica dell’oggettificazione e la propaganda di questo come “empowerment” non fa che giustificare ad esempio la cultura del “cliente”. Anche il nostro concetto di “sexy” e “sexual being” è assolutamente indottrinato e mi metto io per prima. Il fallocentrismo è ancora ben presente.

Io:  Per me il femminismo è soprattutto eliminare quei costrutti culturali che limitano la possibilità di essere realmente libere (tipo il binarismo di genere, tutti i vari stereotipi, o l’idea di “normalità = maschio bianco etero”). Parlo della cultura occidentale, in questo caso, dove non ci sono ostacoli “materiali” (parlo di leggi e simili) alla parità, ma solo ostacoli culturali.

A: Quello a cui mi oppongo è il dare per scontato che una intraprenda un determinato percorso perché non è stata in grado di opporsi al lavaggio del cervello.

C:  Se è per questo nessuna di noi è in grado di opporsi, quindi non c’è nessuna esente, per cui per me non ha senso criticare le altre.

A:  Sul fatto che nessuna sia in grado di opporsi non mi trovo d’accordo; qualcuna chiaramente non ci riesce, qualcuna ci prova, qualcuna c’è riuscita, secondo me.  E’ obbligatorio distinguere, e questo si può fare solo ascoltando i singoli individui.

C:  Non so, io parlo a partire da me e sento comunque che molte mie scelte, pensieri, atteggiamenti, sono senz’altro indotti e che ci potrebbe essere di meglio. Sono sempre in cerca per scoprire qualcos’altro.

La discussione è proseguita su argomenti che non sono pertinenti a questo post. Comunque, dopo più di 4000 parole, sento di essermi tolta un peso e spero di aver anche chiarito il mio punto di vista, il mio modo di essere femminista e qualcosa di più su quello in cui credo.

 

24 pensieri su “La libertà di non opporsi: confronto fra femminismi

  1. come ogni movimento di liberazione (il movimento degli afroamericani, dei gay, anche il movimento operaio) anche il femminismo (oppure i femminismi) ha i suoi Martin Luther king e i suoi Malcolm X o se preferisci i suoi professor Xavier e i suoi Magneto

    sul fatto depilazione, estetica eccetera ho già detto come la penso

    • Paolo, ne approfitto per ringraziarti qui, innanzitutto. E’ anche grazie ai tuoi commenti che ho elaborato il mio punto di vista su queste questioni.

      In secondo luogo, la metafora sul professor Xavier e Magneto è perfetta. Xavier crede nella necessità di integrarsi nella società, Magneto crede che sia impossibile: nessuno di loro è malvagio, e quando c’è un nemico comune da combattere sanno superare le divergenze e allearsi, ma alla fine le loro posizioni sono inconciliabili.

      • Sono sincera. Il mio essere femminista è una ricerca, che avviene attraverso scoperte e confronti (e questo blog è il posto dove raccolgo i risultati). Entrare in contatto con punti di vista diversi è una cosa utile, perché mi spinge a riflettere su cosa ritengo giusto e a “schierarmi”.

  2. Allora nel articolo c’è tantissima carne al fuoco , allora è normale che una persona si voglia curare per apparire più bella di fronte agli altri e in questo non c’è nulla di male , ormai anche molti uomini si depilano si mettono creme ecc…. , quindi su questo punto siamo quasi alla pari , per quanto riguarda a beyonce solo perché una donna di spettacolo che ha uno stile sexy non significa che non possa essere una femminista , (a parte che consideri alle sue dettatrici di vedersi il video ed ascoltare la canzone run the world(girl) ) che poi avere un immagine sexy e questo mi riferisco sia per le donne comuni sia per le donne di spettacolo non penso sia in contrasto con il femminismo, voglio dire se tu prendi un attore maschio Stephen Amell che interpreta Oliver Queen/freccia verde nella serie Arrow, noi uomini lo vediamo positivamente è ricco è famoso , è sposato con una splendida moglie e le sue foto per promuovere Arrow cosi http://www.popgunchaos.com/wp-content/uploads/2014/06/Arrow-promo.jpg fanno “impazzire” molte donne (come quelle degli altri personaggi penso http://www.eatgeekplay.com/wp-content/uploads/2014/05/Arrow-TV-Series-Actors-Abs-Wallpaper.jpg) e di certo noi uomini al massimo vorremo essere come lui di certo non ci preoccupiamo di oggettivazione e altri discorsi del genere, e poi come ben saprai le donne hanno una possibilità nel vestirsi più ampia di quelle degli uomini non parliamo delle showgirl nei concerti hanno portato abiti stranissimi/belissimi basti pensare a Lady Gaga solo per fare un nome o se vogliamo rimanere qui in italia (ma lasciando la musica) possiamo prendere Ilary Blasi che conduceva le iene cosi http://lookdavip.tgcom24.it/ilary-blasi-iene-sottoveste-burberry/#gallery/34745/ilary-blasi-le-iene-abito-sottoveste-burberry-prorsum-scarpe-gianvito-rossi , poi mi sembra che le tue interlocutrici pensano che l’unico femminismo esistente sia quello di estrema sinistra ambientalista, allora ammetto che questo femminismo fosse molto forte in europa negli anni 70, ma siamo nel 2014 e dobbiamo pensare al mondo intero, gli obbiettivi del femminismo possono essere fatti benissimo in una società capitalistica , ovviamente il femminismo rimmara sempre di “sinistra” , in quanto la destra si oppone agli aborti hai congedi parentali alle tutele per le donne lavoratrici ecc….(poi ovviamente ci sono delle eccezioni e non in tutti i paesi e cosi ma nella maggior parte si)

    • Credo che tu abbia centrato il punto: la società è cambiata molto dagli anni ’70 (molto meno per quanto riguarda le cose che il femminismo si prefigge di combattere, ma questo è un altro discorso) ma certi rami del femminismo invece no.
      Io non c’ero negli anni ’70 e quindi probabilmente non posso capire pienamente il clima culturale ma anche emotivo di quegli anni, però sono convinta di tre cose:
      – le elaborazioni teoriche di quegli anni, rinnovate e approfondite scientificamente, restano tutt’ora valide (uno dei primi saggi sugli stereotipi di genere, “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti, è stato scritto nel 1973 ma è ancora illuminante e attuale, per dire).
      – in quegli anni dal punto di vista dei diritti e della legittimazione sociale il femminismo ha fatto grandissimi balzi avanti.
      – il modo di porsi politico di allora, tuttavia, è ormai obsoleto anche perché il clima culturale non è più lo stesso e le problematiche da affrontare sono diverse. La trasmissione di generazione in generazione delle idee e delle conquiste del femminismo è stata carente, e 40 anni dopo occorre ripartire dalla divulgazione perché le nuove generazioni non sanno nulla o quasi del femminismo e del perché è ancora necessario.

      Detto questo, io credo che una società capitalista, per quanto abbia i suoi grossi difetti, sia una buona cosa perché ha grandi possibilità di trasformazione al suo interno. In effetti la struttura capitalista separa politica ed economia in maniera sufficiente da rendere possibili sviluppi autonomi dei due ambiti. Inoltre come dico spesso nessuno ha ancora pensato ad un’alternativa praticabile e concreta al capitalismo, perciò anche le femministe che lo disprezzano devono sapere che non hanno alternativa all’agire all’interno di un contesto capitalista.

      Anche per me il femminismo è di sinistra, per i motivi che dici e perché la destra almeno in Italia è fortemente legata a valori tradizionali-religiosi che si oppongono direttamente ed esplicitamente alle richieste del femminismo (matrimoni gay, educazione sessuale).
      Non conosco abbastanza il contesto politico di altri Stati (a parte gli Stati Uniti, dove il femminismo non può proprio essere repubblicano per lo stesso motivo, la difesa repubblicana dei valori tradizionali) per dire se è così ovunque, ma in Italia lo è.

  3. sulla questione depilazione (e più in generale cura dell’aspetto estetico) e femminismo ho trovato questo articolo ripreso da Intersezioni che mi pare sottilmente colpevolizzante anche verso le proprie scelte (del tipo”sono femminista e mi depilo, metto i tacchi, mi trucco ma so che così facendo rafforzo il patriarcato della società in cui vivo quindi anche se sono femminista quello che faccio al mio corpo è anti-femminista)..insomma non sono d’accordo.
    http://intersezioni.noblogs.org/condivisioni/depilarsi-le-gambe-non-e-femminista-ma-puoi-comunque-essere-femminista-e-depilarti/

    ho rovato sullo stesso tema un altro articolo scritto da una psicologa che mi pare migliore:
    http://zauberei.blog.kataweb.it/2013/06/07/peli-e-femminismo/

    che ne pensi?

    • che poi anche in riferimento all’articolo di zauberei (con cui pure sono più d’accordo) non credo che una s depili le ascelle sempre e solo per piacere a “lui”

    • Innanzitutto ti ringrazio per le segnalazioni🙂

      Io credo che non tutta la mia vita, non tutte le mie scelte, possano essere viste attraverso la prospettiva del femminismo. Ci sono molte cose che sono e che faccio che non riguardano il femminismo e sinceramente non percepisco nessun conflitto fra queste e il mio essere femminista.
      Depilarmi è una cosa che faccio per me stessa. Non la sbandiero come una Scelta Femminista, semplicemente lascio fuori il femminismo dalla faccenda per quanto mi riguarda.

      Non è una soluzione di comodo: per me è così e basta.
      L’autrice dell’articolo di Intersezioni ha ragione quando dice che i dadi sono truccati – quel paragrafo è bellissimo – ma per me il punto non è che depilarsi, truccarsi, mettere i tacchi e avere i fori per gli orecchini siano scelte anti-femministe. Per me sono scelte a-femministe, che non riguardano il femminismo.

      Il femminismo entra in gioco quando rivendichiamo il diritto a fare scelte che deviano dalla norma senza essere “punite” con il disprezzo e la disapprovazione sociale, ed entra in gioco quando difendiamo le scelte che si conformano alla norma dalle accuse di altre femministe.

      Ma in sé, idealmente, queste cose sono neutre rispetto al femminismo. O almeno è così che voglio che siano. Spero di essermi spiegata.

      In riferimento all’articolo, quando l’autrice conclude che alcune scelte sono frutto di condizionamenti culturali, la mia risposta è: “Sì, lo sono e non ho problemi ad ammetterlo. Ma a me piace comunque farle. Non sono due alternative che si escludono.

      Riguardo al secondo articolo, invece (premettendo che lo stile di Zauberei non mi piace granché, ma mi piace quello che dice) ho apprezzato davvero molto la sincerità. è rinfrescante, a volte sembra che parlare di cose come il desiderio di piacere o la sottile invidia involontaria per le persone più attraenti (quella da “vorrei essere magra come lei”, non quella meschina).
      In realtà non sento il bisogno di aggiungere altro. Non so abbastanza per commentare sulla questione gerarchia psichica vs gerarchia politica.

      • sì credo di capire. poi su condizionamenti ed estetica mi sono già espresso più volte
        grazie per le risposte

      • sono d’accordo con te quando parli di neutralità, purtroppo sembra che per alcuni molto radicali ogni nostra preferenza e abitudine in ogni campo debba avere un significato socio-politico più o meno recondito

      • Il problema è che politicizzando ogni scelta conseguentemente si sta dicendo che alcune scelte sono più giuste e/o migliori di altre.
        Il che significa, come hai notato, creare una norma speculare, non risolvere il problema delle norme sociali sulle scelte.

  4. che poi vorrei capire: una donna che si depila mettiamo le ascelle e le gambe e non il pube sta rafforzando il patriarcato per quanto riguarda ascelle e gambe e lo sta indebolendo per quanto riguarda il pube? E un donna femminista che sposa un uomo sta rafforzando l’istituzione patriarcale del matrimonio etero? No, sta scegliendo

    insomma io vedo troppe regole speculari a quelle che si vorrebbero combattere

    • comunque noto ancora come i maschi possono fare quello che vogliono al loro corpo, ai loro peli per motivi estetici senza doversi preoccupare di rafforzare quello o quell’altro. scusa se insisto ma il tema mi prende

      • Lo so, e fai bene.
        Per gli uomini queste scelte sono giunte alla piena neutralità, quella che io nel commento precedente auspicavo anche per le donne.
        Scommetto che nessun uomo femminista si preoccupa delle possibili connotazioni politiche della sua barba o del suo taglio di capelli.

        (Così come io possiedo una camicia nera, anche se sono di sinistra, e non mi preoccupo di eventuali implicazioni che qualcuno potrebbe vederci. Queste cose per la mia generazione hanno perso totalmente il colore politico che avevano qualche decennio fa, e uno dei miei amici è andato con la camicia nera all’Esame di Stato, ed era una scelta politicamente neutra, non ci ha nemmeno pensato al fascismo).

    • Se ti depili ascelle e gambe stai dando +2 punti d’attacco al patriarcato, ma siccome non depili il pube – 1 punto di difesa al patriarcato.

      Partiamo dal principio. Marx sosteneva che le istituzioni dello Stato liberale, in quanto espressione dell’egemonia della borghesia nella società/economia, non potessero essere poste al servizio del proletariato.
      Alcune femministe applicano questo ragionamento anche alle istituzioni della cultura patriarcale, ma io non credo che sia così.
      Credo nelle trasformazioni dall’interno, credo nel fatto che possiamo rielaborare strutture preesistenti.

  5. Sulla depilazione ormai molti uomini se la fanno per esempio e la versione del uomo sexy mainstrem è depilato, per quanto riguarda le donne allora anche se ognuna e libera di fare come preferisce le donne alla fine si sono sempre depilate, al massimo i può dire che è una cose recente depilarsi nel area vicina alle zone intime, quindi una donna che non si depila però fa un pò strana ,ma questo non c’entra col femminismo o col patriarcato a meno a mio avviso.

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