Tirare le somme: il 2014 de “Il Ragno”

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 25.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 9 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Auguri!

Care lettrici e cari lettori,

in occasione di queste festività vi auguro un Natale trascorso in compagnia di persone delle quali vi importi veramente, pieno di calore e risate, buon cibo e sentimenti sinceri. O, nel caso le convenzioni sociali ve lo impediscano (avete la mia solidarietà) vi auguro di riuscire a vivere tutto questo nei giorni successivi.

Vi auguro un Natale scintillante e di trascorrere i giorni successivi riposando, con un buon libro, un buon film o una buona serie TV – quelli che stavate pregustando da un po’, nei giorni frenetici che precedono le feste – in attesa dell’ultimo dell’anno e dei party.

E vi auguro un 2015 ricco di opportunità ma anche di serenità. Vi auguro di riuscire a realizzare ciò che vi sta a cuore, di stringere nuove amicizie, di trovare nuovi mondi dove stare per un po’, di riuscire a coltivare i vostri progetti.

Quanto a me, queste vacanze saranno dedicate al preparare l’esame di Sociologia, anche se non escludo di riuscire a ritagliarmi un po’ di tempo per finire di raccontare l’esperienza di Malta, in modo da poter cominciare l’anno nuovo mettendo per iscritto una serie di idee che attendono il loro turno da un bel po’.

Mi dispiace un po’ di non essere riuscita a seguire il blog come avrei voluto in questi ultimi mesi e mi brucerebbe non essere in grado di aggiornarlo con costanza nel 2015, dato che ho molto di cui voglio scrivere. Ma purtroppo temo che, almeno in parte, sarà inevitabile visti gli impegni con l’università. Il mio buon proposito per l’anno nuovo, in effetti, è riuscire a far quadrare tutto.

In conclusione, buon Natale e felice Anno Nuovo a tutte/i voi! E grazie per il fatto che mi seguite e per i vostri contributi ^^

Laboratorio Expo: un’opportunità per la scienza di farsi sentire?

L’Expo di Milano 2015 rischia di restare famosa, almeno fra chi si interessa di scienza, solo per l’infausta scelta di Vandana Shiva come ambasciatrice della manifestazione e per la collaborazione con Slow Food, le cui posizioni nel dibattito sugli OGM sono note per l’assenza di considerazione nei confronti dei fatti, due scelte che sembrano mostrare un orientamento dell’evento verso la retorica della decrescita felice, delle meraviglie dell’agricoltura biologica e sostenibile e della sacralizzazione dei cibi tradizionali (su quest’ultimo punto ci tengo a precisare che sono totalmente a favore della tutela della biodiversità e delle varietà di colture che rischiano di scomparire, ma che sono consapevole che queste colture sono state dismesse proprio per la loro incapacità di nutrire una popolazione in continua crescita e che quindi ritornare al passato non sia auspicabile).

Ma per fortuna arrivano anche notizie rassicuranti che fanno sperare che la scienza non resti ai margini del dibattito e delle sfide a livello globale che l’Expo si propone di porre. Il 28 novembre, infatti, Sette del Corriere della Sera ha dedicato un articolo di quattro pagine al Laboratorio Expo, un simposio coordinato dal filosofo della politica Salvatore Veca e organizzato dalla Fondazione Feltrinelli e da Società Expo che Veca descrive in questi termini: “L’idea centrale è semplice: sviluppare la ricerca e il confronto delle idee nella comunità scientifica internazionale intorno al grande tema ‘Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita’. Il Laboratorio vuole essere – attraverso quattro percorsi diversi – lo spazio pubblico dell’offerta di riflessioni, di contenuti, di esperienze e di pratiche, di punti di vista scientificamente e ragionevolmente fondati sui temi dell’evento”.

Il primo dei quattro percorsi è, nelle parole di Veca: “‘Fare cibo’. Quindi la filiera alimentare, la produzione, la distribuzione. L’accesso. Gli stili di educazione alimentare. Tutto ciò che ha a che fare con gli aspetti biologici, agronomici, agrari. Con i dilemmi e le opportunità dei differenti modi con cui le persone si nutrono, laddove ciò accade”. Il filosofo continua nella descrizione degli altri tre quadranti: “Il secondo è quello del punto di vista dell’antropologia culturale: ‘fare società’ attraverso il cibo, che è sempre stato uno degli assi della convivialità – con le diverse maniere di stare a tavola. Il terzo spicchio pone al centro l’idea di equità, di eguaglianza e ineguaglianza nei titoli quanto al diritto al cibo ‘adeguato e nutriente e sicuro’. E’ il percorso dei tipi di povertà assoluta e relativa, delle politiche dello sviluppo, ma anche del problema dell’energia e della sostenibilità”. Il quarto quadrante riguarda il fatto che “per la prima volta nella storia del pianeta, l’ammontare della popolazione urbana ha superato quello della popolazione rurale. Così affrontiamo il tema guardando alle ‘compagnie fisiche’ del convivere, alle città, al fare città e alle loro trasformazioni”.

Il metodo per affrontare questi temi, continua Veca, “è stato di costruire un gruppo, con competenze differenti – agraria, antropologia, economia, sociologia urbana, urbanistica – che porta avanti la ricerca interagendo con il mondo, ma lavorando anche al suo interno, in riunioni periodiche”. L’obiettivo finale della comunità scientifica che si è raccolta attorno al Laboratorio, partendo dalle università milanesi ed estendendosi attraverso i loro network a livello internazionale, è di definire “12 grandi questioni che vorremmo fossero discusse ad aprile, quando daranno luogo ad un ‘Protocollo di Milano’. In sostanza diremo: qui ci sono le questioni centrali, per come le abbiamo messe a fuoco noi in due anni di lavoro intorno al tema di Expo 2015”.

All’interno di queste questioni, Veca anticipa: “Una delle questioni aperte è senz’altro il calcolo costi-benefici, non basato su dichiarazioni di fede, sul problema ogm e biodiversità. E’ ineludibile”, “E’ ragionevole considerare quella tra smart cities e slow cities una reale alternativa? E quindi puntare tutto su tecnologie che hanno effetti su persone oppure puntare tutto sull’interazione fra persone? O dovremmo pensare a un mix?” e “E’ ragionevole pensare di ridurre le ineguaglianze che spaccano le società e come?”.

Ma non si tratta solo di definire un insieme di linee guida: “Oltre all’individuazione delle 12 questioni fondamentali per il futuro, la nostra idea – siamo però ancora nell’ambito del ‘desiderabile’ – è che Milano abbia in eredità una possibile Istituzione di alti studi e ricerca, con compiti formativi, con quella visione della sostenibilità ‘a più volti’ che è del Laboratorio”.

Insomma, il progetto è ambizioso e il rischio che tutti i contributi raccolti nel corso dell’iniziativa finiscano poi per disperdersi o per non trovare applicazioni concrete una volta conclusosi l’Expo è forte. Nonostante questo, già il fatto di voler valorizzare la ricerca scientifica dandole uno spazio privilegiato e di darle supporto sia attraverso la creazione di un think tank collegato alla manifestazione, il che implica visibilità e prestigio per i giovani ricercatori coinvolti, sia attraverso il sostegno finanziario è meritorio di per sé.

Sette ha pubblicato anche cinque articoli più piccoli dedicati a cinque dei progetti di ricerca di Laboratorio Expo, che si preannunciano interessanti anche se forse deluderanno un po’ chi si aspettava da subito una presa di posizione netta a favore della valorizzazione degli OGM (anche se le parole di Veca fanno sperare che, almeno all’interno del Laboratorio se non dell’intera esibizione, l’ideologia non prevalga sui fatti): il primo è uno studio sull’attuale stato della coltivazione della quinoa e su come ridurne l’impatto ambientale, ad opera dell’agronoma Bianca Dendena; il secondo, uno studio coordinato da Nadia von Jacobi, economista dello sviluppo, volto a valutare l’efficacia della Bolsa Familia, un programma di sostegno all’istruzione avviato in Brasile nel 2003; il terzo, una ricerca guidata dalla filosofa applicata all’antropologia culturale Federica Riva sull’agricoltura di sussistenza praticata dalle donne nello Stato indiano dell’Uttarakhand, ai confini con l’Himalaya; il quarto, coordinato dalla sociologa e urbanista Nunzia Borrelli, è un case study sulla città di Portland, modello che coniuga aspetti smart e slow in modo efficace; il quinto, portato avanti da Jacopo Bonan, economista dello sviluppo, indaga il perché fra le comunità rurali del Mali i fornelli a carbone più ecologici stentino ad affermarsi rispetto a quelli tradizionali e, nel farlo, si concentra sull’influenza delle reti sociali nel condizionare le scelte dei membri della comunità.

In conclusione, non posso che augurarmi che questo Laboratorio Expo raggiunga i suoi risultati. Continuerò a seguire il progetto e spero di pubblicare presto ulteriori aggiornamenti. Voi cosa ne pensate?

 

 

Simposi contemporanei. Sulla diatriba tra Valentina Nappi e Diego Fusaro.

Lo so che questo c’entra poco con quello di cui scrivo di solito, ma ho riso molto.

Riflessioni sulla vita debosciata

Ho deciso di aprire una rubrica chiamata “Il Simposio dei giorni nostri” e di raccogliervi tutte le diatribe tra pseudo-intellettuali a cui mi capita malauguratamente di assistere. Forse saprete che tanto tempo fa, quando non esistevano i social network e non c’era ancora Gasparri che insultava le 13enni chiatte fan di Fedez, gli intellettuali usavano litigare e insultarsi tra di loro pubblicando dei saggi nei quali rispondevano ad accuse poste dall’avversario a sua volta in un suo scritto. Senza voler arrivare necessariamente ai tempi antichi, voglio ricordare il caso di Thomas Mann – al quale sono particolarmente legata – il quale litigava furentemente con il fratello Heinrich a colpi di saggi. Sì, con il fratello. Avete presenti le lotte di cuscini, i dispetti tipo legare i lacci delle scarpe alla sedia o rubare le mutande, ecco, no, loro scrivevano dei saggi e dentro ci “nascondevano” velati insulti rivolti all’altro. Un po’…

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Two months in Malta: the internship, third week

Dopo due settimane in ufficio, ho iniziato ad adattarmi ai ritmi dell’ufficio, il che significa che ho trovato l’ora ideale per svegliarmi e riuscire a prendere l’autobus per Valletta in maniera tale da non mancare la coincidenza con il secondo autobus, quello da Valletta a Qormi, senza dover correre e senza dover aspettare troppo a lungo alla stazione degli autobus. In effetti sui trasporti pubblici a Malta bisognerebbe aprire un capitolo a parte, ma mi limiterò a dire che di fronte a prezzi decisamente convenienti – l’abbonamento settimanale da 6,50€ consente un numero illimitato di viaggi diurni, su ogni tratta dell’isola, non va timbrato ma solo mostrato al conducente ed è possibile acquistarlo direttamente sull’autobus – il servizio ha le sue pecche, come il sovraffollamento. Al mattino è impossibile sedersi se non si sale alle prime fermate, di fatto, e si sta talmente stretti che ogni volta che l’autobus si ferma si urta contro qualche altro passeggero. Io mi sono abituata a occupare l’area dei bagagli, uno spazio rialzato dove posso stare relativamente comoda sedendomi con le ginocchia al petto.

Nadine è tornata da Londra, ma essendo stata assente per l’intera settimana e dovendo rimettersi in pari con il lavoro lasciato da parte mi ha detto già da lunedì di non avere tempo per occuparsi di me, così anche in questi cinque giorni ho aiutato chiunque avesse bisogno di me. Cosa che ha i suoi lati positivi – mansioni più diversificate e la possibilità di vedere diversi aspetti dell’attività aziendale e il modo in cui si completano a vicenda – ma anche i suoi lati negativi. E infatti…

L’undicesimo giorno di stage l'”IT team” mi ha affibbiato di nuovo le registrazioni delle telecamere di sorveglianza. Questa volta il mio compito consisteva nell’annotare gli orari di arrivo e di uscita delle donne delle pulizie dalla Dolceria, più il tempo impiegato per le pause-sigaretta, in tre giorni differenti del mese di ottobre, e in effetti non sono riuscita a svolgerlo interamente perché, non conoscendo la pianta della Dolceria, mi era impossibile capire se, quando le due donne uscivano da una delle porte visibili nell’inquadratura, fossero dirette in un’altra stanza oppure all’esterno, e nelle registrazioni dell’esterno non si sono viste. Pur scorrendo il nastro con il tasto fast-forward, questo compito mi ha occupato l’intera giornata (sei ore, in effetti. Mi sono concessa più pause che in qualsiasi altro giorno, ma d’altronde fissare quelle registrazioni dopo un po’ mi fa crollare dal sonno e ho semplicemente bisogno di muovermi, di spostare lo sguardo altrove, di bagnare gli occhi con un po’ d’acqua fresca). Questo ha reso il mio 11esimo giorno la giornata peggiore di tutto lo stage.

Il dodicesimo giorno di stage, invece, ho dato una mano a Kimberly nel reparto finanze, svolgendo tanti piccoli compiti, come sommare il totale degli incassi derivanti dalle vendite del negozio di dolci prendendo i dati dal blocchetto delle ricevute VAT (l’equivalente della nostra IVA), riempire un foglio Excel con i dati bancari dei fornitori dell’azienda trasferendoli dai moduli forniti dai suddetti, poi forare e disporre in un raccoglitore ad anelli questi moduli, per archiviarli in ordine alfabetico, quindi preparare un nuovo foglio Excel contenente le informazioni relative alla raccolta dei rifiuti (data, numero del veicolo, tipo di rifiuti raccolti – carta, plastica, cartone – e peso per ciascun tipo) prendendo i dati dalle fatture relative al servizio.

E’ stata una mattinata piacevole, perché Kimberly ha pochi anni più di me ed è una persona con cui è piacevole chiacchierare. Mi ha raccontato che la sua generazione ha imparato l’italiano perché è cresciuta con la nostra televisione, guardando di tutto, dai cartoni di Italia 1 ai programmi di Barbara d’Urso e Maria de Filippi (be’, adesso sappiamo chi li guarda veramente – i maltesi! All’inizio pensavo che fosse solo la mia padrona di casa, magari le vecchie generazioni…invece no). Questo discorso è iniziato perché lei ha commentato la lentezza del computer su cui stavo lavorando dicendo che avrebbe potuto tranquillamente tornare a casa, fare colazione e ritornare in ufficio, e io ho risposto che da noi si usa dire più o meno la stessa cosa in riferimento alle pause pubblicitarie su Italia 1…

Il pomeriggio, invece, Shaun, sempre del reparto finanze, mi ha assegnato il compito di preparare le buste paga, piegando insieme i fogli relativi alle ultime due settimane di ottobre e alle prime due settimane di novembre e disponendoli nelle loro buste. Poiché l’azienda ha molti dipendenti (ma non ho contato le buste, quindi non so quanti con esattezza), il compito mi ha assorbita per l’intero pomeriggio.

Il tredicesimo giorno di stage l’altra Maria, una signora piuttosto anziana che svolge la funzione di segretaria, nonché di Suprema Custode della Cancelleria, e che sembra prendere come un’offesa personale la richiesta di qualsiasi nuovo materiale, mi ha affidato il compito di disporre in ordine di numero di serie, riportato su una tabella, dei buoni regalo. I buoni regalo sono diversi dalle gift card che stanno prendendo piede da noi: si comprano all’ufficio postale e possono essere spesi in qualunque negozio che li accetti.
Finito questo compito, sono tornata da Maria del servizio catering e l’ho aiutata ad archiviare gli assegni ricevuti in pagamento per gli eventi, trasferendo i dati relativi (importo, nome del cliente, numero di conto corrente, IBAN, sigla della banca e numero della banca) su una tabella cartacea, per poi riempire con questi dati le fatture VAT, da abbinare alla fattura dell’azienda (quella derivante dalla prenotazione, che contiene le specificazioni del costo di ciascun prodotto e della quantità acquistata), per poi imbustare e spedire il tutto ai clienti nelle eleganti buste intestate dell’azienda.

Una volta finito anche questo, Ann mi ha dato nuovi fogli con le specifiche dei prodotti contenuti nei cesti di Natale da piegare, imbustare e contrassegnare con l’iniziale del nome del cesto. E così un altro giorno è passato.

Il quattordicesimo giorno di stage è stato parecchio insignificante, l’unico lavoro significativo che ho svolto è stato preparare un foglio Excel in cui trascrivere le informazioni prese dal catalogo di un’azienda che fornisce scatole per dolci. Alexia, la manager responsabile del reparto catering, nonché capa di Maria, aveva cerchiato le illustrazioni delle scatole che aveva scelto, e il mio compito consisteva nel disporre sul foglio Excel il codice, le dimensioni in centimetri, la descrizione e il colore delle scatole scelte per semplificare l’ordinazione.

Il resto della giornata l’ho passato nell’ufficio di Maria, in attesa di qualcosa da fare che non è arrivato perché lei era troppo indaffarata per trovare il tempo di assegnarmi qualcosa da fare, alternativamente leggendo il libro di Merton e sfogliando un po’ le notizie dagli amici su Facebook, finché Maria non è stata rimproverata da Alexia per il fatto che ero su Facebook a cazzeggiare. Ma d’altronde non l’ho chiesto io di non avere nulla da fare. Alla fine ho chiuso Facebook e continuato a leggere e a riordinare i miei appunti relativi ai miei incarichi nel mio ufficio, finché Nadine mi ha chiamato per annunciarmi che il giorno successivo l’avrei passato nel negozio BHS di Sliema per vedere come funziona un ambiente diverso da un ufficio, cosa che mi ha fatto davvero piacere.

Il quindicesimo giorno di stage è stato il più interessante di tutti. Già solo il fatto di potermi svegliare un’ora dopo e non dover prendere l’autobus mi ha messa di buon umore sin dall’inizio, e quando sono arrivata al negozio, prima dell’orario di apertura, una delle commesse mi ha aperto la porta e condotta all’ufficio di Julie, la responsabile del negozio, una persona molto cordiale e amichevole che, dopo avermi presentata allo staff, mi ha spiegato come si organizza la giornata: a lei spetta il compito di adattare la tabella dei turni predisposta da Krista, la brand manager, in modo da tenere conto della situazione concreta giorno per giorno, come prima cosa, dopodiché occorre contare gli incassi del giorno precedente, dividere gli assegni, i pagamenti con carta di credito e i contanti, registrare tutti i pagamenti in triplice copia (una per la banca, una per il reparto finanze, una da conservare nei registri del negozio) e preparare le buste con i contanti e gli assegni da consegnare alla banca.

Dopo aver aiutato Julie con i conti, sono andata ad aiutare le commesse a disporre i nuovi arrivi al loro posto: una volta aperte le scatole provenienti dal magazzino, occorre controllare che le taglie e i colori effettivamente presenti corrispondano alle ordinazioni, rimuovere le etichette con i prezzi in sterline e sostituirle con quelle in euro, porre i capi sulle grucce con il logo della linea a cui appartengono, e infine porli sui loro appendiabiti, in ordine crescente dalla taglia più piccola alla più grande.

Il tempo passa molto più in fretta quando invece dell’ambiente bianco e insignificante di un ufficio si è immersi fra i vestiti e si possono occupare i momenti vuoti osservandoli per decidere quali mi piacciono, quali comprerei, e quali non vorrei mai. In effetti, dato che amo lo stile inglese, la lista delle cose che mi sarebbe piaciuto comprare si è fatta parecchio lunga rapidamente. Ma stare in un negozio è anche una questione di piccole cose, sorridere alle clienti, rimettere a posto i capi caduti dalle loro grucce, raddrizzare quelli storti, rispondere alle domande delle clienti (tutto bene finché sono in inglese, ma dover rispondere “Sorry, I don’t understand Maltese” è lievemente imbarazzante) e svuotare i camerini dai capi lasciati lì quando il piano è semivuoto.

La cosa più importante che ho capito è, per dirla in uno slogan, che per fare la commessa occorrono discrezione e convinzione. Discrezione, perché nessuno sopporta le commesse invadenti che appena entri nel negozio ti piombano addosso per chiederti “How may I help you?”, costringendoti ad un imbarazzato “Ehm, I am just having a look around, thanks…”. Un semplice sorriso da ‘se ha bisogno di me, sono qui’ è più professionale. E convinzione, perché la falsità di una commessa che cerca di venderti qualcosa che non comprerebbe mai e poi mai si riconosce, così come la stucchevolezza di un parere non sincero in risposta a domande tipo “Quale mi consiglia?”.

Dopo la pausa pranzo, che ho passato mangiando su una panchina in piazza con una delle commesse, Rita, mi hanno messa nel reparto da uomo, a sistemare altri vestiti sugli appendiabiti e a osservare come funziona il software della cassa insieme a Jane, un’altra commessa, con cui mi sono messa a chiacchierare su quanto sia complicato trovare il regalo giusto per un uomo. Alla fine, parlando con lei, ho avuto anche un lampo di ispirazione, ma questa è un’altra storia. Dopo un’oretta Eugenie, del reparto oggetti per la casa – cuscini, lenzuola, coperte, stoviglie e tovaglie, cornici, quadri, candele, lampade, asciugamani, ecc – mi ha chiesto se potevo “presidiare” il suo reparto mentre lei si occupava di sistemare alcune cose in magazzino, così sono rimasta lì per il resto del pomeriggio, sorridendo ai clienti, camminando avanti e indietro e, nei tempi morti, osservando il porto di Marsamxett, l’insenatura fra la penisola di Sliema e la penisola di Valletta, con la splendida skyline della città sullo sfondo dalle vetrate del negozio.

A un certo punto sono arrivate tre ragazze, il cui inglese era veramente scarso e il cui italiano pure, e io ed Eugenie abbiamo passato tre quarti d’ora a cercare di capire cosa volessero – dovevano comprare lenzuola e cuscini, ma non capivamo per quali tipi di letto, quali tipi di coperte gli servissero, ecc. Ho ammirato la pazienza di Eugenie, il suo stoicismo nel comunicare a gesti continuando a sorridere incoraggiante, quando io avrei voluto mettermi a usare il tono ‘parlo-con-un-idiota’ o, in alternativa, a spaccare qualcosa solo per sfogare l’irritazione.

Alla fine della giornata ho aiutato Eugenie e Odessia – una ragazza dolcissima – a riporre nelle loro scatole le merci difettose destinate ad essere riportate al magazzino e a smontare una lampada, reggendo la parte in vetro mentre Odessia svitava le viti, avvolgendola nella plastica prima di rimetterla nella scatola, mettendo nelle buste di plastica i pezzi piccoli, aiutando Eugenie a chiudere la scatola in cartone una volta finito di smontare la lampada. Come ha commentato Odessia, quando lavori in un negozio devi essere pronta a fare qualunque cosa.

Vedere come funziona un negozio “dall’altra parte” è stata un’esperienza davvero coinvolgente, e mi sono trovata molto bene con le ragazze del negozio, oltre al fatto che ho trovato almeno due regali perfetti, fra cui un bellissimo omino di pan di zenzero formato gigante da portare in università per dividerlo con le amiche.

Sì, sembra piccino, ma in realtà è un omino di 400g!
Sì, sembra piccino, ma in realtà è un omino di 400g!

Ok, parliamo della violenza sugli uomini.

Fermo restando che la violenza sugli uomini, per quanto sia meno diffusa e non costituisca un fenomeno sistematico come quella sulle donne, va studiata e analizzata per poterla combattere efficacemente, non credo che questa ricerca sia un punto di partenza adatto. Anzi, la considero decisamente faziosa.
Alcune delle domande presuppongono che siano definiti come “violenza” alcuni comportamenti che, per quanto sgradevoli, non sono tali da rappresentare una violenza, data la vaghezza delle domande stesse (“criticare sgradevolmente perché non riesci a guadagnare abbastanza” è un’azione da stronza, ma non una violenza, e così pure “criticare e/o offendere i tuoi parenti”, mentre altre, come “criticare, in pubblico o in privato, per abbigliamento, calzature, pettinatura, barba incolta, aspetto in generale” e “ignorare, non parlarti, non prendere in considerazione ciò che dici o non rispondere alle tue domande” sono situazioni normalissime).
Sono convinta che il questionario avrebbe reso un servizio migliore alla propria causa, e avrebbe mostrato molta più onestà intellettuale, se si fosse limitato alle domande serie (diciamo dalla 15 in poi, con l’eccezione della 30, dato che scegliere se abortire in ultima istanza spetta solo ed esclusivamente alla donna).

La Zitella Felice

Ogni santa volta che pubblico un articolo in merito alla violenza sulle donne (e Brahma, Shiva e Visnù sanno che vorrei tanto non doverne scrivere MAI) spunta sempre qualcuno che mi dice qualcosa come: “Sì, ma guarda che anche le donne sono violente”. Di norma rispondo: “Certo, siamo tutti esseri umani. Sicuramente ci sono casi terribili su cui occorre far luce. Però a me sembra che l’incidenza della violenza sugli uomini da parte delle donne sia assai inferiore rispetto al contrario”.

E qui gli uomini cominciano a gridare alla lesa maestà. Sono andata a cercare alcuni articoli (ho fatto fatica a trovarne, sarà l’antico gomblotto femminista…) ed alla fine credo di averne trovato uno che possa fare a caso nostro anche se purtroppo si basa su un’unica ricerca.  Trovate qui il testo completo, raccolto da Nadia Francalacci.

L’articolo tratta della ricerca della psicologa Sara Pezzuolo, la quale ha…

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