Two months in Malta: the internship, third week

Dopo due settimane in ufficio, ho iniziato ad adattarmi ai ritmi dell’ufficio, il che significa che ho trovato l’ora ideale per svegliarmi e riuscire a prendere l’autobus per Valletta in maniera tale da non mancare la coincidenza con il secondo autobus, quello da Valletta a Qormi, senza dover correre e senza dover aspettare troppo a lungo alla stazione degli autobus. In effetti sui trasporti pubblici a Malta bisognerebbe aprire un capitolo a parte, ma mi limiterò a dire che di fronte a prezzi decisamente convenienti – l’abbonamento settimanale da 6,50€ consente un numero illimitato di viaggi diurni, su ogni tratta dell’isola, non va timbrato ma solo mostrato al conducente ed è possibile acquistarlo direttamente sull’autobus – il servizio ha le sue pecche, come il sovraffollamento. Al mattino è impossibile sedersi se non si sale alle prime fermate, di fatto, e si sta talmente stretti che ogni volta che l’autobus si ferma si urta contro qualche altro passeggero. Io mi sono abituata a occupare l’area dei bagagli, uno spazio rialzato dove posso stare relativamente comoda sedendomi con le ginocchia al petto.

Nadine è tornata da Londra, ma essendo stata assente per l’intera settimana e dovendo rimettersi in pari con il lavoro lasciato da parte mi ha detto già da lunedì di non avere tempo per occuparsi di me, così anche in questi cinque giorni ho aiutato chiunque avesse bisogno di me. Cosa che ha i suoi lati positivi – mansioni più diversificate e la possibilità di vedere diversi aspetti dell’attività aziendale e il modo in cui si completano a vicenda – ma anche i suoi lati negativi. E infatti…

L’undicesimo giorno di stage l'”IT team” mi ha affibbiato di nuovo le registrazioni delle telecamere di sorveglianza. Questa volta il mio compito consisteva nell’annotare gli orari di arrivo e di uscita delle donne delle pulizie dalla Dolceria, più il tempo impiegato per le pause-sigaretta, in tre giorni differenti del mese di ottobre, e in effetti non sono riuscita a svolgerlo interamente perché, non conoscendo la pianta della Dolceria, mi era impossibile capire se, quando le due donne uscivano da una delle porte visibili nell’inquadratura, fossero dirette in un’altra stanza oppure all’esterno, e nelle registrazioni dell’esterno non si sono viste. Pur scorrendo il nastro con il tasto fast-forward, questo compito mi ha occupato l’intera giornata (sei ore, in effetti. Mi sono concessa più pause che in qualsiasi altro giorno, ma d’altronde fissare quelle registrazioni dopo un po’ mi fa crollare dal sonno e ho semplicemente bisogno di muovermi, di spostare lo sguardo altrove, di bagnare gli occhi con un po’ d’acqua fresca). Questo ha reso il mio 11esimo giorno la giornata peggiore di tutto lo stage.

Il dodicesimo giorno di stage, invece, ho dato una mano a Kimberly nel reparto finanze, svolgendo tanti piccoli compiti, come sommare il totale degli incassi derivanti dalle vendite del negozio di dolci prendendo i dati dal blocchetto delle ricevute VAT (l’equivalente della nostra IVA), riempire un foglio Excel con i dati bancari dei fornitori dell’azienda trasferendoli dai moduli forniti dai suddetti, poi forare e disporre in un raccoglitore ad anelli questi moduli, per archiviarli in ordine alfabetico, quindi preparare un nuovo foglio Excel contenente le informazioni relative alla raccolta dei rifiuti (data, numero del veicolo, tipo di rifiuti raccolti – carta, plastica, cartone – e peso per ciascun tipo) prendendo i dati dalle fatture relative al servizio.

E’ stata una mattinata piacevole, perché Kimberly ha pochi anni più di me ed è una persona con cui è piacevole chiacchierare. Mi ha raccontato che la sua generazione ha imparato l’italiano perché è cresciuta con la nostra televisione, guardando di tutto, dai cartoni di Italia 1 ai programmi di Barbara d’Urso e Maria de Filippi (be’, adesso sappiamo chi li guarda veramente – i maltesi! All’inizio pensavo che fosse solo la mia padrona di casa, magari le vecchie generazioni…invece no). Questo discorso è iniziato perché lei ha commentato la lentezza del computer su cui stavo lavorando dicendo che avrebbe potuto tranquillamente tornare a casa, fare colazione e ritornare in ufficio, e io ho risposto che da noi si usa dire più o meno la stessa cosa in riferimento alle pause pubblicitarie su Italia 1…

Il pomeriggio, invece, Shaun, sempre del reparto finanze, mi ha assegnato il compito di preparare le buste paga, piegando insieme i fogli relativi alle ultime due settimane di ottobre e alle prime due settimane di novembre e disponendoli nelle loro buste. Poiché l’azienda ha molti dipendenti (ma non ho contato le buste, quindi non so quanti con esattezza), il compito mi ha assorbita per l’intero pomeriggio.

Il tredicesimo giorno di stage l’altra Maria, una signora piuttosto anziana che svolge la funzione di segretaria, nonché di Suprema Custode della Cancelleria, e che sembra prendere come un’offesa personale la richiesta di qualsiasi nuovo materiale, mi ha affidato il compito di disporre in ordine di numero di serie, riportato su una tabella, dei buoni regalo. I buoni regalo sono diversi dalle gift card che stanno prendendo piede da noi: si comprano all’ufficio postale e possono essere spesi in qualunque negozio che li accetti.
Finito questo compito, sono tornata da Maria del servizio catering e l’ho aiutata ad archiviare gli assegni ricevuti in pagamento per gli eventi, trasferendo i dati relativi (importo, nome del cliente, numero di conto corrente, IBAN, sigla della banca e numero della banca) su una tabella cartacea, per poi riempire con questi dati le fatture VAT, da abbinare alla fattura dell’azienda (quella derivante dalla prenotazione, che contiene le specificazioni del costo di ciascun prodotto e della quantità acquistata), per poi imbustare e spedire il tutto ai clienti nelle eleganti buste intestate dell’azienda.

Una volta finito anche questo, Ann mi ha dato nuovi fogli con le specifiche dei prodotti contenuti nei cesti di Natale da piegare, imbustare e contrassegnare con l’iniziale del nome del cesto. E così un altro giorno è passato.

Il quattordicesimo giorno di stage è stato parecchio insignificante, l’unico lavoro significativo che ho svolto è stato preparare un foglio Excel in cui trascrivere le informazioni prese dal catalogo di un’azienda che fornisce scatole per dolci. Alexia, la manager responsabile del reparto catering, nonché capa di Maria, aveva cerchiato le illustrazioni delle scatole che aveva scelto, e il mio compito consisteva nel disporre sul foglio Excel il codice, le dimensioni in centimetri, la descrizione e il colore delle scatole scelte per semplificare l’ordinazione.

Il resto della giornata l’ho passato nell’ufficio di Maria, in attesa di qualcosa da fare che non è arrivato perché lei era troppo indaffarata per trovare il tempo di assegnarmi qualcosa da fare, alternativamente leggendo il libro di Merton e sfogliando un po’ le notizie dagli amici su Facebook, finché Maria non è stata rimproverata da Alexia per il fatto che ero su Facebook a cazzeggiare. Ma d’altronde non l’ho chiesto io di non avere nulla da fare. Alla fine ho chiuso Facebook e continuato a leggere e a riordinare i miei appunti relativi ai miei incarichi nel mio ufficio, finché Nadine mi ha chiamato per annunciarmi che il giorno successivo l’avrei passato nel negozio BHS di Sliema per vedere come funziona un ambiente diverso da un ufficio, cosa che mi ha fatto davvero piacere.

Il quindicesimo giorno di stage è stato il più interessante di tutti. Già solo il fatto di potermi svegliare un’ora dopo e non dover prendere l’autobus mi ha messa di buon umore sin dall’inizio, e quando sono arrivata al negozio, prima dell’orario di apertura, una delle commesse mi ha aperto la porta e condotta all’ufficio di Julie, la responsabile del negozio, una persona molto cordiale e amichevole che, dopo avermi presentata allo staff, mi ha spiegato come si organizza la giornata: a lei spetta il compito di adattare la tabella dei turni predisposta da Krista, la brand manager, in modo da tenere conto della situazione concreta giorno per giorno, come prima cosa, dopodiché occorre contare gli incassi del giorno precedente, dividere gli assegni, i pagamenti con carta di credito e i contanti, registrare tutti i pagamenti in triplice copia (una per la banca, una per il reparto finanze, una da conservare nei registri del negozio) e preparare le buste con i contanti e gli assegni da consegnare alla banca.

Dopo aver aiutato Julie con i conti, sono andata ad aiutare le commesse a disporre i nuovi arrivi al loro posto: una volta aperte le scatole provenienti dal magazzino, occorre controllare che le taglie e i colori effettivamente presenti corrispondano alle ordinazioni, rimuovere le etichette con i prezzi in sterline e sostituirle con quelle in euro, porre i capi sulle grucce con il logo della linea a cui appartengono, e infine porli sui loro appendiabiti, in ordine crescente dalla taglia più piccola alla più grande.

Il tempo passa molto più in fretta quando invece dell’ambiente bianco e insignificante di un ufficio si è immersi fra i vestiti e si possono occupare i momenti vuoti osservandoli per decidere quali mi piacciono, quali comprerei, e quali non vorrei mai. In effetti, dato che amo lo stile inglese, la lista delle cose che mi sarebbe piaciuto comprare si è fatta parecchio lunga rapidamente. Ma stare in un negozio è anche una questione di piccole cose, sorridere alle clienti, rimettere a posto i capi caduti dalle loro grucce, raddrizzare quelli storti, rispondere alle domande delle clienti (tutto bene finché sono in inglese, ma dover rispondere “Sorry, I don’t understand Maltese” è lievemente imbarazzante) e svuotare i camerini dai capi lasciati lì quando il piano è semivuoto.

La cosa più importante che ho capito è, per dirla in uno slogan, che per fare la commessa occorrono discrezione e convinzione. Discrezione, perché nessuno sopporta le commesse invadenti che appena entri nel negozio ti piombano addosso per chiederti “How may I help you?”, costringendoti ad un imbarazzato “Ehm, I am just having a look around, thanks…”. Un semplice sorriso da ‘se ha bisogno di me, sono qui’ è più professionale. E convinzione, perché la falsità di una commessa che cerca di venderti qualcosa che non comprerebbe mai e poi mai si riconosce, così come la stucchevolezza di un parere non sincero in risposta a domande tipo “Quale mi consiglia?”.

Dopo la pausa pranzo, che ho passato mangiando su una panchina in piazza con una delle commesse, Rita, mi hanno messa nel reparto da uomo, a sistemare altri vestiti sugli appendiabiti e a osservare come funziona il software della cassa insieme a Jane, un’altra commessa, con cui mi sono messa a chiacchierare su quanto sia complicato trovare il regalo giusto per un uomo. Alla fine, parlando con lei, ho avuto anche un lampo di ispirazione, ma questa è un’altra storia. Dopo un’oretta Eugenie, del reparto oggetti per la casa – cuscini, lenzuola, coperte, stoviglie e tovaglie, cornici, quadri, candele, lampade, asciugamani, ecc – mi ha chiesto se potevo “presidiare” il suo reparto mentre lei si occupava di sistemare alcune cose in magazzino, così sono rimasta lì per il resto del pomeriggio, sorridendo ai clienti, camminando avanti e indietro e, nei tempi morti, osservando il porto di Marsamxett, l’insenatura fra la penisola di Sliema e la penisola di Valletta, con la splendida skyline della città sullo sfondo dalle vetrate del negozio.

A un certo punto sono arrivate tre ragazze, il cui inglese era veramente scarso e il cui italiano pure, e io ed Eugenie abbiamo passato tre quarti d’ora a cercare di capire cosa volessero – dovevano comprare lenzuola e cuscini, ma non capivamo per quali tipi di letto, quali tipi di coperte gli servissero, ecc. Ho ammirato la pazienza di Eugenie, il suo stoicismo nel comunicare a gesti continuando a sorridere incoraggiante, quando io avrei voluto mettermi a usare il tono ‘parlo-con-un-idiota’ o, in alternativa, a spaccare qualcosa solo per sfogare l’irritazione.

Alla fine della giornata ho aiutato Eugenie e Odessia – una ragazza dolcissima – a riporre nelle loro scatole le merci difettose destinate ad essere riportate al magazzino e a smontare una lampada, reggendo la parte in vetro mentre Odessia svitava le viti, avvolgendola nella plastica prima di rimetterla nella scatola, mettendo nelle buste di plastica i pezzi piccoli, aiutando Eugenie a chiudere la scatola in cartone una volta finito di smontare la lampada. Come ha commentato Odessia, quando lavori in un negozio devi essere pronta a fare qualunque cosa.

Vedere come funziona un negozio “dall’altra parte” è stata un’esperienza davvero coinvolgente, e mi sono trovata molto bene con le ragazze del negozio, oltre al fatto che ho trovato almeno due regali perfetti, fra cui un bellissimo omino di pan di zenzero formato gigante da portare in università per dividerlo con le amiche.

Sì, sembra piccino, ma in realtà è un omino di 400g!

Sì, sembra piccino, ma in realtà è un omino di 400g!

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