Laboratorio Expo: un’opportunità per la scienza di farsi sentire?

L’Expo di Milano 2015 rischia di restare famosa, almeno fra chi si interessa di scienza, solo per l’infausta scelta di Vandana Shiva come ambasciatrice della manifestazione e per la collaborazione con Slow Food, le cui posizioni nel dibattito sugli OGM sono note per l’assenza di considerazione nei confronti dei fatti, due scelte che sembrano mostrare un orientamento dell’evento verso la retorica della decrescita felice, delle meraviglie dell’agricoltura biologica e sostenibile e della sacralizzazione dei cibi tradizionali (su quest’ultimo punto ci tengo a precisare che sono totalmente a favore della tutela della biodiversità e delle varietà di colture che rischiano di scomparire, ma che sono consapevole che queste colture sono state dismesse proprio per la loro incapacità di nutrire una popolazione in continua crescita e che quindi ritornare al passato non sia auspicabile).

Ma per fortuna arrivano anche notizie rassicuranti che fanno sperare che la scienza non resti ai margini del dibattito e delle sfide a livello globale che l’Expo si propone di porre. Il 28 novembre, infatti, Sette del Corriere della Sera ha dedicato un articolo di quattro pagine al Laboratorio Expo, un simposio coordinato dal filosofo della politica Salvatore Veca e organizzato dalla Fondazione Feltrinelli e da Società Expo che Veca descrive in questi termini: “L’idea centrale è semplice: sviluppare la ricerca e il confronto delle idee nella comunità scientifica internazionale intorno al grande tema ‘Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita’. Il Laboratorio vuole essere – attraverso quattro percorsi diversi – lo spazio pubblico dell’offerta di riflessioni, di contenuti, di esperienze e di pratiche, di punti di vista scientificamente e ragionevolmente fondati sui temi dell’evento”.

Il primo dei quattro percorsi è, nelle parole di Veca: “‘Fare cibo’. Quindi la filiera alimentare, la produzione, la distribuzione. L’accesso. Gli stili di educazione alimentare. Tutto ciò che ha a che fare con gli aspetti biologici, agronomici, agrari. Con i dilemmi e le opportunità dei differenti modi con cui le persone si nutrono, laddove ciò accade”. Il filosofo continua nella descrizione degli altri tre quadranti: “Il secondo è quello del punto di vista dell’antropologia culturale: ‘fare società’ attraverso il cibo, che è sempre stato uno degli assi della convivialità – con le diverse maniere di stare a tavola. Il terzo spicchio pone al centro l’idea di equità, di eguaglianza e ineguaglianza nei titoli quanto al diritto al cibo ‘adeguato e nutriente e sicuro’. E’ il percorso dei tipi di povertà assoluta e relativa, delle politiche dello sviluppo, ma anche del problema dell’energia e della sostenibilità”. Il quarto quadrante riguarda il fatto che “per la prima volta nella storia del pianeta, l’ammontare della popolazione urbana ha superato quello della popolazione rurale. Così affrontiamo il tema guardando alle ‘compagnie fisiche’ del convivere, alle città, al fare città e alle loro trasformazioni”.

Il metodo per affrontare questi temi, continua Veca, “è stato di costruire un gruppo, con competenze differenti – agraria, antropologia, economia, sociologia urbana, urbanistica – che porta avanti la ricerca interagendo con il mondo, ma lavorando anche al suo interno, in riunioni periodiche”. L’obiettivo finale della comunità scientifica che si è raccolta attorno al Laboratorio, partendo dalle università milanesi ed estendendosi attraverso i loro network a livello internazionale, è di definire “12 grandi questioni che vorremmo fossero discusse ad aprile, quando daranno luogo ad un ‘Protocollo di Milano’. In sostanza diremo: qui ci sono le questioni centrali, per come le abbiamo messe a fuoco noi in due anni di lavoro intorno al tema di Expo 2015”.

All’interno di queste questioni, Veca anticipa: “Una delle questioni aperte è senz’altro il calcolo costi-benefici, non basato su dichiarazioni di fede, sul problema ogm e biodiversità. E’ ineludibile”, “E’ ragionevole considerare quella tra smart cities e slow cities una reale alternativa? E quindi puntare tutto su tecnologie che hanno effetti su persone oppure puntare tutto sull’interazione fra persone? O dovremmo pensare a un mix?” e “E’ ragionevole pensare di ridurre le ineguaglianze che spaccano le società e come?”.

Ma non si tratta solo di definire un insieme di linee guida: “Oltre all’individuazione delle 12 questioni fondamentali per il futuro, la nostra idea – siamo però ancora nell’ambito del ‘desiderabile’ – è che Milano abbia in eredità una possibile Istituzione di alti studi e ricerca, con compiti formativi, con quella visione della sostenibilità ‘a più volti’ che è del Laboratorio”.

Insomma, il progetto è ambizioso e il rischio che tutti i contributi raccolti nel corso dell’iniziativa finiscano poi per disperdersi o per non trovare applicazioni concrete una volta conclusosi l’Expo è forte. Nonostante questo, già il fatto di voler valorizzare la ricerca scientifica dandole uno spazio privilegiato e di darle supporto sia attraverso la creazione di un think tank collegato alla manifestazione, il che implica visibilità e prestigio per i giovani ricercatori coinvolti, sia attraverso il sostegno finanziario è meritorio di per sé.

Sette ha pubblicato anche cinque articoli più piccoli dedicati a cinque dei progetti di ricerca di Laboratorio Expo, che si preannunciano interessanti anche se forse deluderanno un po’ chi si aspettava da subito una presa di posizione netta a favore della valorizzazione degli OGM (anche se le parole di Veca fanno sperare che, almeno all’interno del Laboratorio se non dell’intera esibizione, l’ideologia non prevalga sui fatti): il primo è uno studio sull’attuale stato della coltivazione della quinoa e su come ridurne l’impatto ambientale, ad opera dell’agronoma Bianca Dendena; il secondo, uno studio coordinato da Nadia von Jacobi, economista dello sviluppo, volto a valutare l’efficacia della Bolsa Familia, un programma di sostegno all’istruzione avviato in Brasile nel 2003; il terzo, una ricerca guidata dalla filosofa applicata all’antropologia culturale Federica Riva sull’agricoltura di sussistenza praticata dalle donne nello Stato indiano dell’Uttarakhand, ai confini con l’Himalaya; il quarto, coordinato dalla sociologa e urbanista Nunzia Borrelli, è un case study sulla città di Portland, modello che coniuga aspetti smart e slow in modo efficace; il quinto, portato avanti da Jacopo Bonan, economista dello sviluppo, indaga il perché fra le comunità rurali del Mali i fornelli a carbone più ecologici stentino ad affermarsi rispetto a quelli tradizionali e, nel farlo, si concentra sull’influenza delle reti sociali nel condizionare le scelte dei membri della comunità.

In conclusione, non posso che augurarmi che questo Laboratorio Expo raggiunga i suoi risultati. Continuerò a seguire il progetto e spero di pubblicare presto ulteriori aggiornamenti. Voi cosa ne pensate?

 

 

4 pensieri su “Laboratorio Expo: un’opportunità per la scienza di farsi sentire?

  1. Il discutere di tali temi senza dogmi, a parte quelli dell’uso del metodo scientifico e dell’argomentare le proprie posizioni, senza demonizzazioni preconcette e/o tesi da dimostrare a tutti i costi come invece avviene in certi dibattiti su OGM o tecnologie è positivo.
    Purtroppo il bene assoluto o le soluzioni con solo vantaggi non esistono, ogni soluzione è, per forza, un compromesso fra i vantaggi che porta e gli svantaggi da sopportare per avere tali vantaggi.

    • Completamente d’accordo. Speriamo solo che si riesca ad ottenerla, la discussione di cui parli. Le intenzioni ci sono, ma ci sono anche le icone del fronte no-OGM a presiedere la manifestazione, e sappiamo tutti chi ha più visibilità sui media…

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