Proud to be Pride

Illetteralmente

In questo mese di Pride italiani, di commenti se ne sono sentiti di tutti i generi.
E non solo sulla falsariga del “facciamo una messa sulle vie del Pride se no Nostrosignore si incazza e ci manda le cavallette“, immancabile espressione di una minoranza poveretta, piccola e vocale; ma anche dubbi sulla legittimità di queste manifestazioni sollevati da persone che nella loro vita non si considerano affatto omofobe.

Oltre ai vari “E che bisogno ce n’era, ormai chi è che non accetta i gay?” (…sulserio?) il commento che ho sentito fare più spesso è stato più o meno questo: “La manifestazione è stata  bella, ma devono proprio fare quelle cose tutti nudi, o con le ali, o vestiti di lustrini? Così danno proprio ragione a quelli che pensano che essere gay sia perversione e allora i diritti non li avranno mai!!”

Ma è proprio questo

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Two months in Malta: the internship, fifth week

Non c’è stato un giorno in cui mi sono accorta di aver passato un mese in quell’ufficio. Al contrario, nonostante mi fossi ormai ambientata, i giorni sembravano scorrere via molto rapidamente. Arrivavo a casa – un posto dove tornare, potersi togliere le scarpe, farsi un tè caldo e dormire diventa casa in pochissimo tempo – alle sei e mezza ogni pomeriggio, un’oretta prima che la mia padrona di casa e le due ragazze francesi tornassero, e mi godevo il mio momento di tranquillità, accendendo il computer per chiamare casa via Skype, organizzare la serata con il gruppo di persone conosciute alla scuola, seguire gli aggiornamenti degli amici e amiche in Italia su Facebook con la mia tazza di tè caldo fra le mani.

A Malta ho dormito pochissimo. Andavo a letto alle due e svegliarmi lo stesso alle sette per andare in ufficio, eppure – a parte qualche eccezione – non mi sentivo esausta per tutta la giornata successiva. Qui, cinque sole ore di sonno per notte mi ucciderebbero. Ma lì tutto era diverso.

E solo dopo essere tornata mi sono accorta di quanto tempo fosse effettivamente passato, e di quante cose mi fossi persa in due mesi di assenza dalla mia vita, dalla mia routine quotidiana.

Il ventunesimo giorno di stage l’ho trascorso nuovamente con Maria, che mi ha assegnato l’incarico di trascrivere informazioni riguardo ai cibi da preparare sulla tabella Excel con il piano di lavoro per la Dolceria, prendendo tali informazioni dalle prenotazioni dei servizi di catering. Le informazioni riguardavano la data, il nome e l’indirizzo del cliente, il numero di invitati, il numero di ciascun tipo di cibo ordinato e se il servizio prevedeva piatti e vassoi usa e getta oppure no. Dato che la tabella della Dolceria elencava ogni tipo di cibo presente nel catalogo dell’azienda, era lunghissima, perciò il lavoro ha richiesto molto tempo per ricontrollare le informazioni e assicurarmi che non venissero messe nella colonna sbagliata.

Il ventiduesimo giorno di stage sono stata affidata ancora al “Buying Team” e Alyson mi ha chiesto di inserire le immagini dei prodotti, tratte dal sito web della casa madre Mothercare, all’interno di un foglio Excel, ridimensionandole in maniera tale che stessero all’interno delle loro cellette, cosicché a ogni descrizione del prodotto corrispondesse la propria immagine. Per farlo ho dovuto utilizzare la funzione di ricerca all’interno del sito, inserendo il codice del prodotto, copiando l’immagine dalle schede prodotto risultanti e incollandola all’interno del foglio Excel. Questo lavoro, lungo ma rilassante per la sua semplicità, mi ha occupato tutta la giornata.

Il ventitreesimo giorno sono tornata a lavorare con Maria, dove ho aggiornato la lista settimanale di eventi in programma per il catering, prendendo di nuovo le informazioni necessarie – data e ora, nome e indirizzo del cliente, numero di invitati, se si tratta di una consegna o di un vero e proprio servizio di catering – dalle prenotazioni. Dopodiché Maria mi ha fatto preparare altri “food labels”, che richiedono parecchio tempo perché occorre inserire i nomi dei cibi presenti sulle prenotazioni nell’apposito template Excel, regolando la dimensione del carattere e la struttura del template, che varia a seconda delle righe di testo necessarie, creando sei etichette per ciascun cibo.
E’ un compito a cui ho preso la mano dopo un po’, nonostante permanesse qualche dubbio in merito a come tagliare i nomi troppo lunghi per stare nel template (non è possibile andare a capo) senza omettere informazioni essenziali, per cui continuavo ad aver bisogno che Maria ricontrollasse i food labels prima di procedere a stamparli su cartoncino, a passarli nella laminatrice e a ritagliarli con la ghigliottina.

Il ventiquattresimo giorno di stage sono stata nell’ufficio di Nadine a leggere i curriculum che aveva ricevuto nel corso della Job Fair Malta, un evento che si era tenuto nel weekend precedente a Valletta in cui un gran numero di aziende avevano a disposizione uno spazio dove presentare sé stesse e i posti di lavoro disponibili, e i visitatori potevano lasciare il proprio curriculum e i propri contatti alle suddette aziende, mentre l’EURES organizzava varie conferenze sul mercato del lavoro in alcuni Stati europei come la Svezia e la Bulgaria e metteva a disposizione del materiale su come cercare lavoro all’estero, incluso un libretto dal titolo “You will hear from us…” che spiega quali sono i requisiti dei datori di lavoro in ognuno dei Paesi dell’Unione Europea, come deve essere scritto il curriculum, cosa aspettarsi da un colloquio di lavoro e quali sono le condizioni che possono essere poste (un periodo di prova di un mese, per esempio, prima dell’assunzione). Avevo visitato la Job Fair durante la mattina di sabato per dare un’occhiata e salutare Nadine e Karen, e l’ho trovata interessante, anche se non mi sono fermata da nessuna delle aziende, non vivendo a Malta e dovendo ancora conseguire la laurea. Molti ragazzi e ragazze più grandi camminavano fra gli stand, si fermavano a leggere attentamente i materiali informativi e la bacheca degli annunci lavorativi, alcuni si sedevano presso qualche azienda per discutere con i responsabili presenti.

Nadine ha ricevuto molti curriculum, diversi dei quali di italiani, fra cui uno che mi ha stupito per la quantità di esperienze e titoli accumulati. Mi ha colpita anche quello di una donna specializzata nell’organizzazione di eventi, con una ricca formazione internazionale e una lunga esperienza alla direzione di un hotel nel Regno Unito, un curriculum scritto a mano in una calligrafia rapida, grande, che trasmetteva energia ed esuberanza. Ho chiacchierato a lungo in merito alle mie impressioni con Nadine, mentre lei lavorava al computer, occupando tutta la mattina in questo modo.

Nel pomeriggio, invece ho dato una mano alle ragazze del “Buying Team” a preparare i cesti di Natale per i negozi BHS, ed è stato un lavoro molto divertente, per via dell’atmosfera giocosa e natalizia che ci pervadeva tutti. Innanzitutto dal magazzino hanno portato uno scatolone enorme – più lungo di una scrivania – pieno di ritagli di carta, che abbiamo poggiato sul fondo dei cestini di vimini e delle eleganti scatole colorate in vari strati, finché non sono stati in grado di reggere il peso dei prodotti senza farli sprofondare, poi abbiamo rimosso tutte le etichette con i prezzi originali in sterline e abbiamo collocato i prodotti per formare una composizione elegante, e infine Claudine e “l’altra Nadine” hanno avvolto le composizioni con la plastica trasparente, che hanno poi fissato ai bordi del cestino.

Non il cesto che abbiamo preparato noi, ma uno molto simile sempre di BHS.
Non il cesto che abbiamo preparato noi, ma uno molto simile sempre di BHS.

L’effetto finale è stato molto gradevole e mi è piaciuto l’assortimento di piccole cose graziose, una cornice a forma di cuore, un macinapepe, una decorazione per l’albero di Natale in porcellana, un piatto decorato e un sacchetto di cioccolatini, piuttosto che il “solito” cesto con panettone e spumante (sì, si usa anche a Malta).

Il venticinquesimo giorno sono stata in ufficio solo al mattino e per il pomeriggio ho chiesto di poter uscire prima, dato che avevo diritto a due giorni liberi secondo le regole che la scuola (che funge da intermediario nell’organizzazione degli stage) mi aveva fornito prima dell’inizio del mio stage. Durante la mattinata ho aiutato nuovamente Maria a preparare dei food labels, visto che l’avvicinarsi del periodo natalizio coincide con una maggiore richiesta di prenotazioni dei servizi di catering per le cene della Vigilia, di Natale e dell’ultimo dell’anno, nonché per i buffet aziendali per gli ultimi giorni di lavoro prima della pausa per le feste.

NOTA: Questo resoconto ovviamente non è contemporaneo agli eventi descritti, considerato anche il fatto che sono tornata da Malta da un po’. La scrittura di questa serie si è protratta ben oltre il tempo che avevo previsto, ma non importa, la finirò lo stesso, per conservare un resoconto preciso della mia esperienza e condividerla con chi passa da queste parti. 

“L’unica malattia è l’omofobia”: il resoconto dell’evento

Il 17 gennaio 2015 a Milano, di fronte all’uscita della stazione Gioia della metropolitana, si è tenuto l’evento “L’unica malattia è l’omofobia”, una manifestazione di protesta contro il convegno della Regione Lombardia in difesa della “famiglia tradizionale” organizzata dai Sentinelli di Milano, che ringrazio molto.

L’obiettivo della protesta era semplicemente ribadire che quello che ha fatto Maroni – organizzare un convegno discriminatorio e di parte con i soldi pubblici e il logo di Expo, e servendosi della Regione, un’istituzione che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini, per scopi politici – non era giusto, e che noi, i partecipanti (i “quattro pirla”, secondo il nostro presidente della Regione), volevamo dare un segno della nostra contrarietà.

Foto tratta dalla pagina Facebook de "I sentinelli di Milano"
Foto tratta dalla pagina Facebook de “I sentinelli di Milano”

La piazza era piena, i Sentinelli affermano che i partecipanti erano “oltre 2000”, ma al di là delle cifre quello di cui sono felice era la varietà delle persone presenti: dai gruppi LGBT universitari, alle mamme e ai papà con i loro bambini e bambine, persone anziane, orgogliose e orgogliosi militanti, coppie gay che si tenevano per mano, lesbiche con l’arcobaleno dipinto sulle guance. Ciò che mi ha colpita di più è stato il gruppo dell’AGEDO (Associazione Genitori di Omosessuali) salito da Genova. Ho scambiato qualche parola con una donna del gruppo, la sua dolcezza e la sua forza mi sono rimaste impresse.

Foto tratta dalla pagina Facebook de "I sentinelli di Milano"
Foto tratta dalla pagina Facebook de “I sentinelli di Milano”

La protesta è stata gioiosa, c’era un’atmosfera positiva e piena di energia nell’aria, e tutti ci sentivamo vicini gli uni agli altri, ci si sorrideva e ci si scambiavano cenni di approvazione e complimenti per i rispettivi cartelli, e ai discorsi seri sul perché fossimo tutti riuniti in quella piazza quel giorno si sono alternati momenti più divertenti. Ad esempio, i Sentinelli avevano proposto che ogni partecipante si munisse di un cartello con scritto “Sono ……., Roberto, perché non mi hai invitato?”, da completare a piacere, e durante la manifestazione c’è stata una ‘sfilata’ sul palco di alcuni dei cartelli più divertenti o brillanti. Ci sono stati anche dei momenti di intrattenimento musicale, prima con il Checcoro dell’Arcigay di Milano, poi con una ragazza (parte del duo delle GingerBender, ma la sua “collega” non è riuscita a prendere parte alla manifestazione) che ha cantato una canzone bellissima, con una pronuncia dell’inglese davvero notevole.

Foto tratta dalla pagina Facebook de "I sentinelli di Milano"
Foto tratta dalla pagina Facebook de “I sentinelli di Milano”

Il momento più saliente della manifestazione è stato l’arrivo, inaspettato, di Giampietro Belotti, il Nazista dell’Illinois, che per l’occasione, una volta sul palco, ha sostituito il cappello del suo costume con un elmo celtico. Il suo intervento è stato molto bello: dopo un’introduzione ironica in cui si è preso gioco degli illustri invitati al convegno, ha recitato la parte conclusiva della lettera con cui Leelah Alcorn ha annunciato il proprio suicidio (Leelah, un’adolescente di 17 anni, biologicamente un ragazzo di nome Josh, da quando aveva quattro anni, identificava sé stessa come una ragazza, ma i suoi genitori molto cristiani non avevano mai accettato il suo essere transgender). La lettera – riportata in originale nell’articolo linkato – non è solo una testimonianza del peso dell’incomprensione e della discriminazione che le persone LGBT affrontano, ma è anche un accorato e struggente invito a porre rimedio a questa situazione. Leggetela.

Foto tratta dalla pagina Facebook de "I sentinelli di Milano"
Foto tratta dalla pagina Facebook de “I sentinelli di Milano”

Alla fine, conclusi i discorsi e i momenti d’intrattenimento, i partecipanti si sono messi a ballare, mentre le coppie presenti hanno scritto i loro nomi su uno striscione costellato di cuori rossi, per ricordare che contestare il convegno della Regione non è solo una questione di principi per cui è giusto schierarsi, ma è anche una questione di identità negate per tutte le persone LGBT a cui viene ribadito che, almeno per una parte politica, non solo i loro diritti non sono una priorità, ma c’è anche la ferma intenzione di continuare a negarglieli.

E la soddisfazione più bella è stata sapere che, mentre noi manifestavamo pacificamente in piazza Luigi Einaudi, in via Melchiorre Gioia, di fronte al palazzo della Regione, due cordoni di auto della polizia presidiavano il nulla, chiudendo la strada. Alla faccia di chi aveva predetto una “piazza d’odio e d’intolleranza”.

 

 

La Regione Lombardia promuove la difesa della “famiglia tradizionale”

Tramite la pagina Facebook “I Sentinelli di Milano” vengo a sapere di questo convegno.
Difendere la famiglia tradizionale

 

Tale convegno, organizzato dalla Regione Lombardia, promuove la famiglia “naturale”, quella fondata sul legame fra un uomo e una donna, sancito dal matrimonio e dalla procreazione di figli, nonostante il concetto di famiglia naturale dal punto di vista sociologico non abbia nessun senso. Afferma infatti Chiara Saraceno: “Non c’è niente di meno naturale della famiglia. Il che non vuol dire che è innaturale, certo. Ma la famiglia è una costruzione sociale, legale e normativa. Sono le norme che definiscono quali rapporti di sesso o di generazione sono familiari oppure no. E se noi guardiamo la famiglia da un punto di vista antropologico e storico, scopriamo che il modo in cui questo processo normativo è avvenuto è variato molto nel tempo e nello spazio”.

Ovviamente una tale difesa della “famiglia naturale” è strumentale a negare alle coppie gay la possibilità di vedersi riconosciuto dalla legge lo status di famiglia, anche quando questa famiglia esista già nella realtà dei fatti. E, per inciso, il concetto stesso di difesa della “famiglia naturale” non ha alcun senso, perché l’estensione della definizione di famiglia anche ad altri tipi di legami (per esempio quello fra due persone dello stesso sesso, ma non solo), con conseguente richiesta allo Stato di tutelarli non è un attacco alla “famiglia naturale”, non ne minaccia l’esistenza (in effetti, non la intacca in nessun modo) al massimo la “costringe” alla compresenza, nel diritto oltre che nella realtà, con altri tipi di famiglie.

I partecipanti all’incontro sono tutti personaggi pubblici noti per la loro opposizione ai diritti civili per le persone LGBT, vicini al movimento delle Sentinelle in Piedi e in generale appartenenti alla cultura cattolica più rigida e reazionaria. Vediamoli più da vicino.

Mario Adinolfi, la cui fulgida carriera è splendidamente riassunta in questo articolo del blog Scritti di un semplice cittadino, è autore del libro “Voglio la mamma”, in cui esprime le sue posizioni antiabortiste, contro l’eutanasia, contro il matrimonio omosessuale e contro le gravidanze surrogate.

Costanza Mirianoposter girl di ambienti cattolici come Pontifex e fiera sostenitrice delle Sentinelle in Piedi, è autrice del libro “Sposati e sii sottomessa“, la cui tesi centrale è che il femminismo non ha reso felici le donne, che pertanto dovrebbero abbandonare queste pretese di emancipazione contrarie alla loro natura femminile e tornare ai ruoli tradizionali di genere (“donna schiava cucina stira e lava”, avrebbero detto i miei compagni del liceo ridendo) che Dio ha creato per garantire la serenità e l’armonia della famiglia. Ha pubblicato inoltre “Sposala e muori per lei”, un libro speculare al primo rivolto agli uomini.
Sostiene che l’aborto dovrebbe essere reso illegale e che “l’uomo e la donna dop sono un maschio ed una femmina che generano una vita. Gli altri sono geneticamente modificati“.

Luigi Amicone, che Wikipedia definisce “uno degli intellettuali di riferimento di Comunione e Liberazione“, è il fondatore e direttore del settimanale Tempi, che ha operato e opera una sistematica distorsione e disinformazione relativamente alle “teorie gender”, in particolare per quanto riguarda le linee guida OMS sull’educazione sessuale.

Obiettivo Chaire è un’associazione cattolica che si propone l’obiettivo di “rieducare” le persone omosessuali, in particolar modo ragazzi e ragazze. Cito dal loro sito (che non ho intenzione di linkare; il grassetto è mio): “Poiché i partecipanti a Obiettivo Chaire credono nella profonda unità esistente tra le dimensioni corporea, psichica e spirituale della persona umana, le iniziative si propongono:
1. l’accoglienza e l’ascolto della persona che chiede sostegno;
2. l’accompagnamento spirituale, psicologico e medico a coloro che liberamente ne fanno richiesta;
3. l’attenzione rivolta a genitori, insegnanti ed educatori al fine di prevenire l’insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani;
4. lo studio, la ricerca e la promozione di un’informazione seria e documentata;
5. la ricerca delle cause (spirituali, psicologiche, culturali, storiche) che contribuiscono alla diffusione di atteggiamenti contrari alla legge naturale, riconoscibile dalla ragione rettamente formata.”

Per ribadire la propria opposizione alla sponsorizzazione da parte delle istituzioni (con tanto di logo dell’Expo e presenza del presidente della Regione nella sua veste istituzionale) di un convegno evidentemente di parte e che non prevede nessun contraddittorio, il 17 gennaio è prevista una contro-manifestazione organizzata dai Sentinelli di Milano (a cui aderiscono, fra gli altri, l’UAAR di Milano, il Circolo Harvey Milk, la Chiesa Pastafariana Italiana, Rifondazione Comunista Milano, Casa delle Donne di Milano, Arcigay Milano), alla quale sono orgogliosa di partecipare.

Se cercate un motivo per partecipare alla manifestazione contro il convegno o per sostenerla, ecco un paio di post a riguardo: Nutrire il pianeta, essiccare l’omofobia e Perché è giusto e necessario mobilitarsi contro il convegno omofobo di Regione Lombardia, di Luciano Muhlbauer. Io ci sarò.

 

Il discorso di Mika sul bullismo

Mika, il cantante inglese di origini libanesi noto per essere uno dei giudici di X-Factor, è stato anche una vittima di bullismo quando frequentava la Westminster School di Londra, dagli undici anni in poi. Di questo vissuto ha parlato in un’intervista rilasciata a Sette del 3 ottobre 2014, da cui sono tratte tutte le citazioni in questo post, una testimonianza che mi ha colpita molto per la forza che traspare dalle sue parole.

Mika racconta che, quando attraversava il campus per recarsi a lezione, ragazzi più grandi “Davanti a tutti i passanti, mi tiravano lattine di Coca e altra roba sulla schiena. Il rettore sapeva che per me era più facile aspettare che tutti entrassero in aula. Perciò, di fatto, ero autorizzato ad arrivare in ritardo a ogni lezione. Ma io non dimenticherò mai chi mi ha fatto quelle cose. E non perdonerò mai. Né credo che uno debba farlo. I bambini pensano che le loro azioni non hanno conseguenze, che tutti dimenticano o perdonano, perché questo è ciò che viene loro insegnato. Stronzate”.

Racconta anche di come sia incappato nel victim blaming da parte di un insegnante: “Un giorno, un insegnante mi convoca, con l’idea di aiutarmi. ‘Che cosa fai, per provocarli?’, mi chiede. Ero così arrabbiato… A un certo punto, però, riuscii a rispondere: ‘Loro sono idioti, ma la loro scusa è che hanno 15 anni. Qual è la sua?’. E questa fu la fine della conversazione. Io non so che cosa scateni il bullismo. Forse è paura, della libertà altrui. Quel che so è che ci si può – e ci si deve – difendere”.

Mika conclude con un discorso che ho trovato grande, caricato da quella sofferenza personale che fa vedere le cose con lucidità e profondità, e che riporto integralmente, così come è scritto sulla rivista, inclusa l’assenza di divisioni in paragrafi che dà l’idea di un fiume di parole:

Contro il bullismo, la prima cosa è sapere che è normale sentirsi una schifezza. Normale! Chi subisce deve sapere che il modo in cui si sente non è sbagliato. E’ la situazione che li fa sentire così. Non vergognatevi mai. Perché la verità è che invece cominci a odiare te stesso. A nasconderti. A non dire a nessuno cosa ti sta succedendo. Invece, parlate! C’è sempre una soluzione. Inoltre bisogna capire, e non è facile, che il tempo passa velocemente, e le cose che sembrano enormi adesso, appariranno piccolissime in futuro. Guardatele in prospettiva. Vi sentirete meglio. E poi, le piccole cose che riuscite a fare oggi per stare meglio, rapidamente acquisteranno un senso. Vi piace disegnare? Magari ciò che fate oggi vi sembra uno scarabocchio, ma questi scarabocchi un giorno possono cambiare la vostra vita. Se vi piace cucinare, potete pensare che siete solo ghiotti e grassi, e invece quella passione può cambiare la vostra vita. Vi trattano da nerd perché amate la matematica? La matematica è arte, e il futuro è dei matematici. Ogni cosa ha un valore. Questo mi piacerebbe trasmettere a tutti coloro che sono schiacciati dal bullismo, che è un processo di svalutazione. Non solo di ciò che sei, ma di tutto ciò che ti sta intorno. I tuoi vestiti sono stupidi, tu sei stupido, la tua macchina non vale niente, i tuoi genitori sono grassi, tua sorella è una puttana, la tua religione è falsa e la mia è migliore, tu sei gay e la tua sessualità non è buona quanto la mia, tu sei un pervertito e io sono un santo. E’ allo stesso tempo intimidazione e controllo. E’ il modo in cui la gente svilisce, dai tuoi genitori alle tue sneakers. E vogliono che tu non sia più capace di guardarti allo specchio, di guardare la tua famiglia, o ciò che hai, con orgoglio. L’unico modo per combattere il bullismo è ribadire sempre che ogni cosa ha un valore, anche le piccole cose che per te comunque hanno importanza”.

Two months in Malta: the internship, fourth week

Trascorse tre settimane, ho iniziato a sentirmi parte dell’ufficio, a smettere di sobbalzare quando i ‘colleghi’ mi salutano al mattino e prima di uscire e a ricordare tutti i nomi associati alle facce, non solo quelli delle persone che mi trovo ad aiutare abitualmente. Sin dall’inizio qualcuna delle colleghe mi ha dato un passaggio verso Sliema per il viaggio di ritorno – altrimenti, con gli autobus, sarei arrivata ben oltre le sei e mezza, e aspettare l’autobus in una zona industriale come Handaq dopo il tramonto non è piacevole, sia per il freddo sia per il fatto di essere da sola in mezzo al nulla -, magari lasciandomi a Gzira o a St.Julians, le città confinanti dai due lati, ma comunque risparmiandomi un bel po’ di tempo, e dopo tre settimane non mi sento più un’intrusa o un peso, ma la conversazione fluisce spontanea, si parla del tempo, del traffico, dei progetti per il weekend. Insomma, mi sono ambientata, ed è una bella sensazione.

Il sedicesimo giorno di stage sono stata assegnata al “Buying Team”, il gruppo, composto da cinque donne, che si occupa di effettuare le ordinazioni dei prodotti per i negozi Mothercare, BHS ed M&Co dalla casa madre britannica, di confrontare le ordinazioni con il contenuto effettivo dei container, di organizzare la distribuzione dei prodotti nei singoli negozi e di utilizzare i dati delle vendite concrete per programmare le redistribuzioni fra i suddetti negozi e per pianificare le ordinazioni per l’anno successivo.

Il mio compito consisteva nel trascrivere le informazioni relative ai prodotti Mothercare da un documento Excel a delle tabelle cartacee in cui ai dati erano abbinate piccole fotografie dei prodotti, utilizzando il codice a sei cifre del singolo prodotto per cercare nel documento con la funzione CTRL + F. Le informazioni da trascrivere, quantità di prodotto acquistato e quantità di prodotto venduto, prezzo di vendita, data di arrivo, essendo tutte in cifre hanno richiesto un’attenzione costante, e per quelle che non erano presenti nel documento Excel ho dovuto interrompere Cheryl, la responsabile per Mothercare, più volte perché effettuasse lei la ricerca con il software RetailPro. Questo lavoro mi ha occupata per l’intera giornata, ma non sono riuscita a finirlo. Cheryl mi ha spiegato che quelle tabelle cartacee costituiscono un quadro riassuntivo, con tutte le informazioni in un unico posto, immediatamente visibili, per quando lei e Romina, che supervisiona l’intera squadra, si recano in Gran Bretagna per le ordinazioni dalla casa madre.

Il diciassettesimo giorno di stage l’ho trascorso essenzialmente finendo il lavoro rimasto in sospeso il giorno precedente, lavoro che mi ha portata alla conclusione che i prodotti per le neomamme, prémaman e per bambini da 0 a 3 anni sono decisamente molto costosi. Non so dire se tutte quelle cose siano anche realmente necessarie perché, fortunatamente, non mi sono ancora trovata ad affrontare una gravidanza – e in questo momento della mia vita non so nemmeno dire se mai mi ci troverò, ma come si suol dire Only time will tell. 

Il diciottesimo giorno di stage ho aiutato Maria con le solite attività – convertire le prenotazioni in fatture e archiviarle – per tutta la mattina, con un occhio aperto sul computer perché con le altre ragazze (che nel frattempo avevano deciso di abbandonare i loro stage, essenzialmente perché non facevano nulla per tutto il giorno, per tornare a seguire il corso di inglese all’AM Language Studio, e quindi avevano i pomeriggi liberi) avevamo deciso di passare un pomeriggio insieme a Mdina, la vecchia capitale prima della costruzione di Valletta, una cittadina medievale perfettamente conservata. In effetti avevo già visto Mdina, ma avendo la possibilità di prendermi un pomeriggio libero e di trascorrere un po’ di tempo con loro ho colto l’occasione: quando (alle due) è arrivato il messaggio con l’ora di ritrovo (le tre) ho chiesto a Nadine il permesso di uscire, afferrato la giacca e la borsa e corso letteralmente fino alla fermata dell’autobus. Ma questo con lo stage non c’entra.

Il diciannovesimo giorno di stage, come la mattinata del precedente, è stato piuttosto anonimo e ho trascorso la maggior parte della mattina andando avanti con la lettura di Social Theory and Social Structure mentre Maria era impegnata in un meeting con dei clienti per discutere dei dettagli del catering per il loro matrimonio, Nadine era impegnata e basta e nessun altro sapeva che cosa darmi da fare. Giornate del genere, per fortuna, non mi sono capitate spesso, e anche se mi sono annoiata parecchio non me la sono presa, perché capisco che fa parte dell’ordine delle cose. D’altronde normalmente non ci sono stagisti in ufficio ad assistere gli impiegati e il lavoro viene svolto lo stesso.
Nel pomeriggio, invece, Nadine ha condotto, insieme ad André, uno chef e insegnante di cucina piuttosto famoso a Malta che lavora come consulente per l’azienda, collaborando alla stesura dei menu per il catering e al controllo della qualità, un colloquio con un’aspirante chef di pasticceria, una ragazza piuttosto insicura, per quello che ho avuto modo di vedere. André ha preso le redini dell’intervista e per tutto il tempo è stato molto severo, incalzante con le domande e visibilmente esigente, e (per quello che ho capito dalle parti in inglese del colloquio e osservando il linguaggio del corpo) ho avuto l’impressione che questa ragazza si sentisse in soggezione, intimorita di fronte ad un’autorità del settore.
Alla fine Nadine e André hanno deciso di sospendere il giudizio perché non erano sicuri che la candidata possedesse i requisiti adatti, avendo sempre lavorato su piccola scala, in sale da tè e pasticcerie, piuttosto che con i grandi numeri richiesti dai catering. Per questo la loro conclusione è stata di chiederle successivamente un giorno di prova nelle cucine dell’azienda, per vederla lavorare in un ambiente diverso da quello a cui è abituata e per vedere come avrebbe interagito con il resto dello staff e come si sarebbe posta di fronte alla pressione e alla difficoltà del compito.

Per me assistere ai colloqui è sempre interessante, anche se stavolta meno delle precedenti, sia perché ho avuto più difficoltà a seguire l’intervista (la parte in maltese è stata predominante) sia perché non riuscivo a farmi un’idea dell’andamento della stessa, dato che non capisco nulla di pasticceria o di cucina professionale.

Il ventesimo giorno di stage c’è stata una sorpresa, per l’esattezza una festa a sorpresa per il “grande capo”, Mr Charles, il direttore, che festeggiava il suo sessantesimo compleanno. Per l’occasione nella mensa, che non è esattamente una mensa ma una stanza dotata di tavolini e sedie con un angolo cucina, inclusi frigorifero e microonde, si è riunito tutto il personale dell’ufficio, delle cucine (al piano di sotto) e dell’adiacente magazzino. Il rinfresco era sontuoso – tartine (al fegato e ribes rosso, ai gamberi spolverati di paprika e al formaggio fresco con erba cipollina), pastizzi in miniatura (piccole sfere di pasta frolla ripiene di ricotta o di piselli, molto popolari a Malta; la versione a grandezza naturale, circa un palmo, si trova nei chioschi per le strade e nelle pastizzerie a 30 centesimi), sandwich triangolari e quant’altro – e soprattutto sono stata felice del fatto che mi abbiano invitata a prendere parte alla festa e che Nadine mi abbia presentata al direttore. Mi sentivo molto in soggezione, senza sapere cosa dire, ma mi ha salvata il fatto che tutti volessero parlare con lui e stringergli la mano, dandomi l’occasione di allontanarmi discretamente dopo un ultimo augurio.

Poi c’è stato il taglio della torta, una meraviglia fatta di impasto al cioccolato, con uno strato di crema al cioccolato nel mezzo e ricoperta di glassa al cioccolato, decorata con alchechengi e ribes rossi, un brindisi generale e le foto delle varie squadre – ufficio, cucina e magazzino – con il direttore davanti alla torta appena tagliata. Alla fine, quando tutti sono tornati alle loro mansioni, ho dato una mano agli addetti al magazzino a raccogliere tutti i piatti e i bicchieri, a gettare nei bidoni tutti gli avanzi (non molto, in effetti, tranne parecchi pezzi di glassa della torta) e a lavare le stoviglie. C’era una bella atmosfera nell’aria, quella di un momento di relax e di festa inaspettato e vissuto in maniera spontanea e gioiosa.

Il resto della giornata non è successo molto, ma osservando i vari uffici tutti erano di buon umore. E’ bello vedere come le persone lavorino con il morale alto, sentendosi parte di qualcosa, piuttosto che contare il tempo che manca per tornare a casa, anche quando lo stress è alto.

NOTA: Questo resoconto ovviamente non è contemporaneo agli eventi descritti, considerato anche il fatto che sono tornata da Malta da un po’. La scrittura di questa serie si è protratta ben oltre il tempo che avevo previsto, ma non importa, la finirò lo stesso, per conservare un resoconto preciso della mia esperienza e condividerla con chi passa da queste parti.