La mancata valorizzazione dei beni culturali in Italia: qualche esempio

Ho finito da poco di leggere il saggio “Se muore il Sud” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, una lunga e dettagliatamente documentata inchiesta su molti dei problemi che storicamente affliggono le regioni del Mezzogiorno italiano, tenendole in una condizione di arretratezza economica e sociale. E’ un saggio che va letto, perché fornisce una mole impressionante di dati e presenta una prospettiva ampia sul problema, prendendo in considerazione lo stato delle università, della sanità, dei servizi ferroviari, e tratta della dispersione delle risorse fornite dallo Stato e dall’UE, della posizione delle regioni del Sud nelle classifiche europee, della mafia (e delle sue infiltrazioni al Nord che le comunità locali si ostinano a ignorare o negare), traccia un confronto fra le politiche di promozione turistica attuate nelle Isole Baleari e quelle (non) attuate in Sicilia, si sofferma sullo sperpero di denaro pubblico e sull’inefficienza della ricostruzione dopo i terremoti dell’Irpinia e dell’Aquila, sul business delle truffe all’INPS, sulle mancate opportunità del porto di Gioia Tauro, sulla mancata riqualificazione dell’area di Bagnoli, sulla Terra dei Fuochi, e infine anche sulle storie di successo del Sud.

C’è tanta carne al fuoco e tante informazioni che mi piacerebbe riportare qui, ma dovendo scegliere preferisco focalizzarmi sul tema del degrado e della mancata valorizzazione dei beni culturali.

C’è una targa, su un palazzo malandato di Santa Maria Capua Vetere: “In questa casa nel 1860 Giuseppe Garibaldi ebbe alloggio e accoglienza ospitale. Qui il 2 novembre fu sottoscritta la resa di Capua che assicurò il trionfo d’Italia e del suo diritto. I cittadini di Santa Maria C.V., per ricordare que’ giorni di palpiti e di gloria, il 1° ottobre 1883 posero”. Quel palazzo dove fisicamente nacque l’Unità d’Italia si chiama Teti Maffuccini e in un paese normale sarebbe meta di turisti, visitatori stranieri, scolaresche. Da noi, infossato tra orrendi condomini altissimi, cade letteralmente a pezzi. […] Confiscato quasi una ventina di anni fa a “don” Nicola di Muro, già vicesindaco accusato di essere “il padrone e forse anche il padrino di Santa Maria Capua Vetere”, protagonista indiscusso del sacco urbanistico della città, il povero palazzo è stato restituito dopo molti anni al Comune perché lo sistemasse […] E “opencoesione.it”, il sito che rende conto dei progetti finanziati, dice che il recupero della nobile residenza, che avrebbe dovuto essere finito entro il 31 dicembre 2011, non è mai cominciato. Pagamenti effettuati fino a ottobre 2013: 0 per cento. 

Foto tratta da casertace.net
Foto tratta da casertace.net

Il libro è stato pubblicato nel novembre 2013, perciò mi sono messa a cercare informazioni più recenti. Il risultato? In questo articolo, risalente a un anno fa, di casertace.net, si sostiene che i lavori saranno terminati nel luglio 2015. Informazioni più recenti non sembrano reperibili.

Il sogno di fare un “parco archeologico” dell’incompiuto a Giarre, capitale planetaria delle incompiute, ahinoi, resterà incompiuto. Era una botta di genio, la pensata provocatoria dei giovani artisti del gruppo Alterazioni Video, nata dal surreale sbigottimento davanti a tutte le opere pubbliche mai finite, di rovesciare tutto. […] Non è cacca “artistica” anche una costosissima piscina da 49 metri con il risultato che non ci si sarebbero potuti fare neppure i campionati di istituto? E non è forse un’incompiuta, visto che mai fu dotato del tetto, anche il meraviglioso Tempio di Segesta? Tanto valeva provarci. E per dare una cifra intellettuale all’operazione, fu steso su quei piloni conficcati nel cielo e quel cemento armato divorato dalle erbacce, un “Manifesto dell’Incompiuto” […]
Nella primavera 2012 il giornale online “ctzen.it” raccontava che erano in arrivo altri 2 milioni di euro per completare il Teatro Nuovo e che i “tempi di lavoro stabiliti” erano di 546 giorni. Al momento di andare in stampa con questo libro ne erano passati 500 senza un colpo di martello, un buco di trapano, una passata di pennello. Auguri. Cominciarono a costruirlo nel 1952, quel Teatro Nuovo […] Via via che lo Stato, la Regione e il Comune ci spendevano soldi, c’era chi si fregava tutto. Mettevano i bagni e sparivano. Le mattonelle e sparivano. Le poltroncine e sparivano. Un incubo. Ridicolo e indecente. Un giorno portarono sul posto, per una perizia, Pier Luigi Nervi. Il celeberrimo architetto guardò, ispezionò, piegò le labbra in una smorfia e disse, schifato dalla scoperta che avevano ignorato (là, sotto l’Etna!) anche i criteri antisismici: “Potete fare una cosa sola: buttarlo giù”.

Foto tratta da corrieredelmezzogiorno.corriere.it
Foto tratta da corrieredelmezzogiorno.corriere.it

E’ il Corriere del Mezzogiorno, con una fotogallery del novembre 2012, a mostrarci tutta la desolazione delle opere incompiute di Giarre. E da allora? WikiSpesa, la cui voce è aggiornata al novembre 2014, lo ancora per incompiuto, ed è il risultato di ricerca più recente disponibile su Google. Si attendono aggiornamenti.

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Il capolavoro assoluto, inarrivabile e delirante di questa “Sfasciopoli” (sempre Giarre, ndr) è però quello che un cartello stradale, con involontario umorismo, chiamò “Stadio di ‘atletica’”, con le virgolette. Era un impianto faraonico, costruito per le Universiadi, con gradinate capaci di ospitare 15.000 persone dove mai si è seduto uno spettatore: troppo ripide. Riescono ad arrampicarsi solo le erbacce che stanno sbranandosi tutto. Nessun parcheggio, nessuna strada d’accesso, nessuna manutenzione. Vetrate spaccate, piste di tartan crepate, pavimentazione ingoiata dalla gramigna.

L’intero capitolo 7 del libro, intitolato “Ma in quali mani, gran Dio!” – Lo spreco insensato dei beni culturali e del turismo merita da solo il tempo speso per prendere il libro in biblioteca o i soldi spesi in libreria. Vorrei poter salvare tutti i dati che contiene, ma non potendolo riportare interamente qui sono costretta a scegliere due soli casi emblematici fra i tanti: il primo è quello di Capua, dove si trovano “la leggendaria scuola per gladiatori di Lentulo Batiato e l’arena nella quale Spartaco si batteva e da dove partì la rivolta degli schiavi del 73 a.C.”.

Fermo restando il sacro rispetto per i resti archeologici, quanti soldi si potrebbero recuperare a Capua in biglietti, libri e merchandising da investire poi nella salvaguardia del luogo? Bene: nel 2012 a Capua, dice il sito del ministero, sono stati venduti per il circuito Anfiteatro (il più grande di tutti dopo il Colosseo), Mitreo e Antiquarium, e Museo archeologico, la bellezza di 10.659 biglietti: 29 al giorno. Per un incasso totale lordo, tenetevi forte, di 23.420 euro e 56 cent. Neppure il necessario per pagare lo stipendio lordo a uno solo dei numerosi dipendenti che […] alla vigilia del Terzo Millennio erano ancora 72. 

Eppure nella zona c’è molto da vedere, come testimonia ad esempio questo resoconto: Scoprendo il ‘Colosseo’ campano: Santa Maria Capua Vetere. Ma, per valorizzarlo, occorre una strategia lungimirante di promozione. E la scuola per gladiatori non offre nemmeno immagini di sé su Google…

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Il secondo caso è quello della Villa di Poppea a Oplontis, che giace nell’indifferenza più totale: “Non c’è una zona di rispetto, non c’è un cartello stradale che aiuti a non perdersi nel casino di una viabilità delirante, non c’è un visitor center, non c’è un parcheggio, non c’è un bookshop e manco un baracchino, una gelateria, un bar…”. Gli Ori di Oplontis, 65 gioielli rinvenuti nell’84 nella villa di Lucio Crassio dopo essere stati sepolti insieme alle persone che li indossavano dall’eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei, Stabia ed Ercolano, avrebbero dovuto essere ospitati da un museo, di cui si iniziò a parlare nell’87. E come scrivono Stella e Rizzo, “Un quarto di secolo dopo, quel museo non solo non è ancora stato fatto ma manco progettato. E i celeberrimi Ori di Oplontis […] sono chiusi in una cassetta di sicurezza. Vietati alla vista dei visitatori insieme con tutti gli altri reperti più preziosi che sono ammucchiati in un deposito tra gli indecorosi casotti di cemento accanto alla Villa di Poppea”.

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Insomma, non voglio dire che questi problemi con il degrado o la mancata valorizzazione del patrimonio artistico e monumentale siano propri solo del Sud, ovviamente. Ho già accennato in passato ai problemi di disorganizzazione della zona in cui vivo e ne tratterò meglio in futuro, ma ciò non significa che le situazioni illustrate sopra, e le tante altre descritte nel libro di Stella e Rizzo, possano essere ignorate. In questo caso “mal comune mezzo gaudio” non solo non vale come scusa, ma è anche profondamente offensivo, visto che il passare del tempo aggrava sempre più la già delicata situazione dei beni in pericolo, e l’inazione non risolve i problemi di quelli che sono in buone condizioni dal punto di vista della conservazione, ma sono sconosciuti ai turisti.

Verso la Resistenza: la presa di consapevolezza delle donne

Le informazioni contenute in questo post sono tratte dal saggio “Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, «amanti del nemico». 1940-1945” (edito nel 2012 da Einaudi) della storica Michela Ponzani, dottore di ricerca in Storia Contemporanea e ricercatrice presso l’Istituto storico germanico di Roma. Il libro mi è stato assegnato come lettura per il corso di Storia Contemporanea, ma visto l’argomento ho pensato di riportare qui sul blog un po’ di informazioni. 

Il primo capitolo (“Bambine in Guerra”) è dedicato alle testimonianze delle donne che iniziarono a sviluppare un atteggiamento di critica e avversione verso il regime fascista durante gli anni delle scuole, atteggiamento poi sfociato nell’antifascismo militante e nella Resistenza.

Il testo mostra come il tentativo del regime di ‘fascistizzare’ l’intera società attraverso un controllo capillare della vita sociale e individuale operato dalle sue istituzioni e dalla propaganda fallì, per quanto riguarda le donne, per aver ignorato e tentato di reprimere le loro aspirazioni all’emancipazione e alla partecipazione attiva alla società.

La scelta di opporsi al fascismo venne compiuta molto spesso dalle generazioni più giovani, quelle nate e cresciute all’interno del fascismo, che nelle aspettative del regime avrebbero dovuto assorbire la mentalità e l’ideologia fascista che permeavano ogni aspetto della loro educazione.

Scrive Ponzani: “Nell’Italia degli anni Trenta, la via d’accesso all’antifascismo passa dunque soprattutto per una dimensione esistenziale, nelle vicende che si vivono nel quotidiano ogni giorno, nella critica a una società corrotta, segnata da profonde e incomprensibili diseguaglianze sociali; […]. Sebbene non per tutte il «salto» alla lotta armata e alla scelta d’imbracciare le armi sarà immediato e scontato, è indubbio che la via d’accesso all’antifascismo – sia pure esistenziale, generico e umanitario – tragga origine non tanto dalle parole d’ordine politiche stabilite sul piano ideologico-militare dalla dirigenza dei partiti antifascisti, quanto piuttosto dalla critica che si muove alle condizioni di vita in cui il regime ha costretto l’Italia in quegli anni; una critica che è originata e mossa proprio dal fastidio che si prova verso l’apatia di una società dove bisogna solo «credere obbedire combattere», che ha rinunciato a lottare per l’affermazione di se stessa e delle proprie libertà civili e democratiche”.

L’idea di donna nell’ideologia fascista, nelle parole di Ponzani, “è già un tratto marcato delle strutture tradizionali delle famiglie patriarcali legate al mondo rurale”, un modello in cui le ragazze che hanno iniziato a studiare non vogliono riconoscersi: esse non vogliono abbandonare la scuola e non vogliono seguire il destino delle proprie madri, che nelle testimonianze ricordano come sfibrate dalle continue gravidanze e dal lavoro, sia domestico che nei campi, una condizione misera che stride con la propaganda fascista incentrata sulla donna angelo del focolare, madre prolifica e sottomessa al marito. Inoltre, “Nella politica per le donne elaborata dal fascismo la Chiesa intuisce e fiuta la possibilità di ottenere un controllo della società pressoché definitivo; il concetto che fa della «donna italiana» la «pietra fondamentale della casa», la «madre, sposa, collaboratrice essenziale dell’uomo nella vita sociale non meno che nell’azienda domestica» non può che trovare pieno accordo da parte del mondo cattolico […] secondo i principi espressi da Pio XI nell’encliclica Casti connubii del 1930: «il compito nobilissimo di sposa, di madre e di compagna» deve infatti accordarsi con l’ordine all’interno della famiglia, basato sulla «superiorità del marito sopra la moglie e i figli», nonché sulla «pronta soggezione e ubbidienza della moglie»”.

Questa convergenza di due forze di controllo sociale, di due agenzie di socializzazione, le istituzioni del regime e la Chiesa, che schierano la legge e la morale nel tentativo di normare in senso restrittivo lo spazio sociale delle donne è ciò che spinge le ragazze a cercare un nuovo ordine sociale, a porsi criticamente nei confronti del ruolo che la società assegnava loro.

Per citare Ponzani: “Nel piccolo mondo delle bambine in guerra il senso di ribellione al regime finisce così per identificarsi con una battaglia personale per la fuoriuscita da uno stato di inferiorità sociale e culturale”. Per le future combattenti o staffette partigiane, insomma, “fascismo e ingiustizia sociale sono due facce della stessa medaglia”.

Alcune di loro, provenienti da famiglie di socialisti e comunisti, nell’ambiente scolastico sperimentano la discriminazione e l’ostracismo come conseguenza dei loro gesti di ribellione spontanea, come il rifiutarsi di indossare la divisa da «Piccole Italiane» a scuola o di iscriversi, appunto, alle «Piccole Italiane». In altri casi, è la vista delle violenze operate dagli squadristi sui loro familiari a suscitare in loro l’opposizione al regime.

Scrive Ponzani: “Gli anni del Ventennio sono quindi molto duri per queste bambine che scontano la «diversità» delle loro famiglie di origine. «Portare una cravatta, un paio di scarpe rotte bastava per essere battuti a sangue, a far ingurgitare a forza bottiglie di olio di ricino. Lavorava chi aveva la tessera. Papà faceva 15-20 ore l’anno come bracciante». Così ha ricordato una partigiana del bolognese […]”.

Per le donne provenienti dalle terre di confine sottoposte all’occupazione militare italiana, dove il fascismo di frontiera aveva imposto l’italianizzazione forzata, l’opposizione al regime nasce anche dal desiderio di preservare la propria identità contro la violenza culturale fascista, come ricorda Vinka Kitarovic, originaria di Sebenico e membro della VII brigata Gap di Bologna, la cui scelta antifascista nacque come protesta contro l’obbligo di utilizzare solo libri di testo in italiano imposto dai fascisti alle scuole della Dalmazia nel 1941.

Le politiche sociali del fascismo erano centrate sull’assistenza improntata al “paternalismo caritatevole” di stampo cattolico, e “la permanenza d’istituzioni private che fanno della beneficenza il loro credo mostra tuttavia fino a che livello lo Stato sia incapace di sostituirsi a esse introducendo il diritto all’assistenza sanitaria gratuita. Accade allora che una lezione di lotta possa essere impartita anche dal proprio padre se questo vieta alla figlia di recarsi in casa dei signori, a mangiare un pasto decente, il giorno della festa dell’8 dicembre” , quando tutti i benestanti del paese prendevano i bimbi più poveri a mangiare a casa loro. Racconta Tisbe Bigi: «Mio padre non m’ha mai lasciato andare perché non voleva che subissi l’umiliazione di mangiare bene un giorno, di vedere come stavano i signori, pensando che tutto l’arco dell’anno io potevo mangiare a casa mia poco e male». La lezione è che la beneficenza non rimedia alle iniquità della società, ma le rimarca.

Per altre, sono le proprie madri ad essere d’esempio, svelando loro una realtà che confligge con quella che le bambine imparano a scuola: è il caso di Anna Malagoli, la cui madre, ostetrica, le descrive «quanta miseria c’era nelle case dove quelle madri partorivano nel freddo, con stracci e in case fatiscenti», o di Zelinda Resca, cui la madre confessa che, in caso sia necessario «decidere tra la salvaguardia della propria salute e le troppe gravidanze», la priorità vada alla salute della donna, in netto contrasto con la politica del fascismo che esaltava e premiava la prolificità con esenzioni dalle tasse e un’apposita cerimonia organizzata dall’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) il 24 dicembre.

Per altre ancora, è nella realizzazione di cosa significhi veramente la guerra seguita alla partenza o alla notizia della morte di un fratello o di un padre che nasce l’opposizione al regime, oppure “il contrasto tra la propaganda di regime e i discorsi che si fanno in casa sulle condizioni di disagio economico” che mette “di fronte alla realtà del mondo in cui si vive, fondato su differenze sociali inspiegabili”.

Per concludere, il fascismo, ricercando la stabilità sociale attraverso il ritorno ad un “rassicurante modello sociale di famiglia tradizional-popolare”, ha scelto di ignorare le disuguaglianze di classe e di genere, ed è questa la motivazione fondamentale, comune a tutte le testimonianze anche se ognuna ci è arrivata con una propria personale presa di consapevolezza, che ha spinto le donne a opporsi al regime.

La protesta e il rifiuto di sottostare la sistema di diseguaglianze sociali che il fascismo ha imposto alle classi degli «umili»”, per dirla con le parole di Michela Ponzani, sono stati più forti della propaganda e del conformismo, e questo è un aspetto della Resistenza che merita di essere sottolineato, il suo aspetto meno politico nel senso di confronto fra sistemi di idee opposti, ma più squisitamente politico nel senso di partecipazione alla polis, alla comunità, da parte proprio di coloro che fino ad allora non avevano avuto voce in capitolo, ma che quando si presenta l’occasione concreta di costruire un nuovo ordine portano la loro voce e la loro consapevolezza.

Partigiane (parte 1)

Prosegue qui la serie di post tratti da Guerra alle Donne di Michela Ponzani, la cui prima parte era dedicata alle motivazioni che spinsero le donne a disallinearsi rispetto al fascismo. Questo post tratterà della prima parte del capitolo 2, “Scelte di libertà”, che essendo molto denso merita di essere spezzato in due parti per una trattazione più approfondita.

Per le donne che, come abbiamo visto, hanno iniziato a porsi in modo critico nei confronti del regime fascista negli anni della loro crescita, il passaggio all’opposizione armata, il «salto» come lo definiscono alcune nelle loro memorie, non è un passo scontato o facile. La scelta partigiana, innanzitutto, è  una scelta di vita radicale, rischiosa, che comporta talvolta un taglio netto con la propria famiglia e la propria comunità.

Nelle testimonianze, tuttavia, le donne raccontano di una scelta fatta in piena consapevolezza, le cui motivazioni sono disparate. Tali motivazioni (che saranno descritte in dettaglio più avanti nel post) inducono “la soggettività femminile a uscire definitivamente dalla dimensione privata del vivere per abbracciare l’utopia del cambiamento”, come scrive Ponzani, un passo avanti nell’emancipazione femminile che risulterà irreversibile anche alla fine della guerra civile e dell’esperienza di lotta partigiana, siglato dal diritto di voto femminile nel referendum per la scelta fra monarchia e repubblica e nelle elezioni per l’Assemblea Costituente del 1946. Sempre nelle parole di Ponzani: “Ma se la guerra partigiana è stata capace di legittimarsi come una scelta di natura politica, perché è proprio dalla stagione del ’43-’45 che scaturiscono la democrazia costituzionale e la Repubblica, ciò lo si deve al fatto che a priori vi sono stati giovani uomini e donne capaci di farsi carico del dolore, del peso e della responsabilità d’impugnare le armi. Non a caso quel biennio è stato descritto a posteriori come una fase irripetibile ed esaltante della propria esistenza, spesso raccontato col rammarico di chi solo per un breve momento ha potuto farne parte”.

Scrive ancora Ponzani: “Le donne sentono che «è giunto […] il momento della liberazione da quelli che erano stati per secoli i vincoli, i legami che le tenevano in condizione di inferiorità». E’ questa una rivoluzione dal sapore totale, palingenetica, che spiega come l’accesso alla militanza antifascista non sia connesso in maniera automatica, immediata, fors’anche un po’ retorica, con la dimensione di un impegno politico-ideologico che ha come presupposto un mutamento generale e definitivo del vecchio mondo fascista e della vecchia società italiana degli anni di regime. Liberare il paese dalla «barbarie teutonica» è solo il punto di partenza per la realizzazione di una società più equa, e per l’avvio di un processo di democratizzazione dove l’impegno di tutte costituisce realmente la base su cui saldare l’orizzonte borghese tradizionale dei diritti civili – consegnato dall’esperienza politica dell’Europa ottocentesca – a una dimensione di giustizia sociale“.
Ignorando e respingendo i processi di emancipazione che stavano prendendo avvio prima, durante e dopo la Prima Guerra Mondiale, Mussolini e il regime fascista avevano tirato troppo la corda. “Le ragioni che muovono alla battaglia si pongono come azioni di coraggio per l’affermazione di sé stesse, in una rottura totale e definitiva con tutti i condizionamenti sociali e culturali imposti nel corso del Ventennio“, per dirla con le parole di Ponzani, che continua: “Eppure lo strappo definitivo con la società tradizionale, la trasgressione dei modelli comuni di donna e il rifiuto della mentalità patriarcale non si pongono per tutte in maniera sempre lineare e immediata: nella rivendicazione dei rischi che si sono corsi e del diritto d’imbracciare le armi, nella descrizione dello spirito d’avventura dei giorni trascorsi in montagna, tra i compagni di brigata, finisce per contare pure un certo gusto dell’eroismo”.

Ci sono tuttavia anche altri aspetti di cui tenere conto: “Molte finiscono con l’introiettare comportamenti tipicamente maschili, come mostra la volontà di rivendicare un proprio ruolo militare in banda. Quella della partigiana è, infatti, per eccellenza l’immagine di una donna che sa cavarsela anche in assenza della presenza maschile e che non crea problemi nella vita che si conduce alla macchia. Non è un caso che in molte testimonianze finisca con l’assumere importanza proprio la questione della «correttezza morale» e si stia attente a raccontare quanto la propria fisicità non abbia mai costituito una distrazione sessuale per i propri compagni, descritti non a caso come fratelli. «In banda non ero una donna ma una sorella», ha dichiarato una partigiana rivendicando con orgoglio la sua «serietà» per il fatto di avere dormito per mesi «con loro, spalla a spalla» essendo «l’unica ragazza della formazione». Nelle sue parole è ben presente il senso di fratellanza e il comportamento «corretto» tenuto dai compagni della propria formazione, ragazzi seri, dediti solo alla lotta: «niente scherzi di cattivo gusto, non uno che mi sfiorasse. Se uno mi avesse offesa gli sarebbero volati in dieci addosso»”.

D’altronde i benpensanti del tempo – ricordo che allora il delitto d’onore era ancora visto come normale e giusto, e che l’emancipazione femminile doveva tenere conto della rispettabilità prima di tutto, per poter legittimare le proprie richieste davanti a un’opinione pubblica ancora conservatrice – avrebbero avuto gioco facile a etichettare le partigiane come donne di facili costumi e così facendo a gettare discredito sull’intero movimento della Resistenza, perciò è evidente la necessità per queste donne di rimarcare il proprio comportamento integerrimo per evitare di essere attaccate sulla sessualità e vedersi ridotte ad ‘amanti (o peggio, prostitute) dei partigiani’ piuttosto che compagne di lotta. Va anche detto, come afferma nella sua testimonianza Laura Polizzi che: «Posso dire che da parte nostra come da parte degli uomini c’era un sentimento di solidarietà reciproca. Gli uomini non approfittavano certo del momento, né c’era il tempo per pensare a queste cose».

D’altro canto, anche i giovani partigiani, prima di fidarsi delle ragazze e trattarle come parte del gruppo, richiedevano loro di dimostrare «una certa serietà» (Ida Camanzi, staffetta SAP di Massalombarda), e loro stesse, nelle testimonianze, ricordano come il senso etico di responsabilità venisse prima di tutto, e come «l’amore per noi era l’ultima cosa a cui pensare» (Luciana S.). Aggiunge Ena Frazzoni: «Avevamo dimenticato di essere giovani […] Ci sentivamo parte di un esercito clandestino e ne sentivamo la responsabilità».

Ciò non significa comunque che le partigiane avessero sacrificato o dimenticato la loro femminilità, ma semplicemente che sapevano quando era il caso di metterla da parte e quando invece servirsene: «Nelle mie azioni ho sempre constatato che i tedeschi e i fascisti avevano una buona dose di stupidità. Infatti una volta che avevo indosso un carico di rivoltelle e di medicinali e dovevo attraversare il ponte di Schiavonia, i fascisti ci obbligarono tutti ad attraversare a piedi. Io e la compagna che era con me ci tirammo su le sottane fino alle cosce e i fascisti ci lanciavano gridi: ‘guarda, le gambe della bionda!’. E ci lasciarono passare in bicicletta.», racconta Antonella Laghi. E ancora, racconta Anna Domenicali: «Non ci hanno mai fermato, perché quando arrivavamo di fronte ai tedeschi, ci tiravamo su un po’ di più le sottane, e allora…hai capito».

Bisogna sempre ricordare che “la guerra partigiana la si impara giorno per giorno per mezzo di un accumulo di esperienze e la si fa anche sbagliando”, come dice Ponzani, dato che le giovani donne e uomini della Resistenza non avevano ricevuto nessun addestramento alla guerriglia, alle azioni di sabotaggio o alle operazioni di logistica segrete. Molte testimonianze delle donne rievocano questi errori e sono cariche del senso di sollievo derivante dal sapere che tali errori non hanno fortunatamente portato alla morte dei loro compagni, o alla loro, oppure della paura per le conseguenze causate. C’è Pia Zavaglia (staffetta nella XXIX brigata Garibaldi di Forlì) che nasconde le armi in un pagliaio, salvo poi scoprire che dei soldati tedeschi hanno usato proprio quel pagliaio per trascorrere la notte e si trova costretta a recuperarle facendo attenzione a non svegliarli, e, non essendoci riuscita, assiste ai tedeschi che, trovate le armi, minacciano di fucilare suo suocero (alla fine le implorazioni delle donne di casa riescono a salvarlo: il suocero se la cava con un pestaggio). C’è Antonella Laghi che, dovendo trasportare una missiva in bicicletta, invece di nasconderla all’interno della canna la tiene sul sellino, sotto il sedere, salvo poi scoprire che il calore del corpo ha sciolto l’inchiostro, rendendola illeggibile.

E bisogna ricordare che la scelta partigiana comporta “la vita in solitudine, l’abbandono della famiglia, l’allontanamento forzato dagli affetti più cari, l’abituarsi a vivere da sole e a contare solo sulle proprie forze”, come scrive Ponzani, che prosegue: “Ciò vale a maggior ragione per quelle donne che scelgono di entrare nei Gruppi di azione patriottica (GAP), i reparti organizzati di guerriglia urbana delle brigate Garibaldi dove s’impone la ferrea regola della clandestinità e della vita in solitudine per molti mesi. Le partigiane che vi aderiscono sono costrette a dormire in giacigli di fortuna, ogni notte in un posto diverso; isolate e distaccate dal resto dei compagni per necessità di segretezza, rimangono per molto tempo senza collegamenti in attesa di un’azione da compiere. Sono inoltre continuamente esposte, forse più di altre, alle operazioni di controguerriglia partigiana che i reparti armati della RSI mettono in atto soprattutto nei contesti urbani”.

FINE PRIMA PARTE – SEGUE

La cultura dello stupro nel fascismo [TW]

Le informazioni contenute in questo post sono tratte dal saggio Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, “amanti del nemico”. 1940-1945 della storica Michela Ponzani, dottore di ricerca in Storia contemporanea e ricercatrice dell’Istituto storico germanico a Roma (qui la puntata precedente). Trigger Warning: questo post parla di violenza sessuale e tortura in modo esplicito. Alcune testimonianze sono piuttosto disturbanti.

Nell’introduzione e nel capitolo 6, “Nelle caserme della RSI”, la storica parla dell’uso della violenza contro le donne in modo sistematico e programmato come arma di guerra. La cultura dello stupro è stata parte della cultura bellica per molto tempo, al punto che il riconoscimento degli stupri di massa come crimini di guerra, con riparazioni alle vittime, è giunto solo di recente, durante il processo per genocidio contro la Serbia e il Montenegro, conclusosi nel 2007 presso la Corte internazionale di giustizia dell’Aja.

Scrive Ponzani: ‘A sconcertare […] era l’idea che lo stupro fosse impiegato come uno strumento terroristico e pianificato per annientare il nemico. Non si trattava del semplice effetto di una violenza individuale. […]. L’arma della guerra alle donne era infatti il risultato di precisi ordini militari impartiti dall’alto, da comandi superiori.’
Questo perché le donne erano ‘vittime di una cultura bellica che, dietro l’aggressione sessuale al corpo femminile, fa emergere il tacito bisogno di garantire l’umiliazione e la resa del nemico da parte del vincitore’.

Parlando dei racconti delle partigiane relativi alle torture e alle violenze sessuali subite durante la detenzione ad opera dei repubblichini e delle milizie fasciste, Ponzani scrive: “a emergere con più forza da queste testimonianze è la cultura militare-maschile dei «carnefici», il substrato mentale, il loro retroterra educativo che spinge a punire le donne che hanno osato ribellarsi al regime e che hanno voluto lottare per emancipare se stese da quel ruolo sociale inferiorizzante e sottomesso di brave mogli ubbidienti e madri sacrificali. L’aggressività mostrata dai fascisti contro le donne documenta fino a che punto la violenza sul corpo femminile possa ispirarsi a una concezione superomistico-vitalistica della vita, e parallelamente a una carica di brutalizzazione dei rapporti politici, che spinge a vedere nell’avversario un nemico da abbattere”.
E ancora: “Nella mentalità dei fascisti l’abuso sessuale è infatti una pratica ritenuta da tempo assai efficace per indurre le «nemiche politiche» a confessare chi si nasconde dietro alle reti cospirative; un’arma di guerra del tutto legittimata dalla controguerriglia che si conduce contro chi si occulta «alla macchia»”, prosegue Ponzani, ricordando che si tratta di una pratica collaudata, ad esempio, “durante la guerra di Spagna del ’36 dai miliziani italiani aggregati alle falangi franchiste come una forma di violenza «ideologica» contro le militanti delle brigate internazionali. Nella sua accezione simbolico-rituale, la violenza sul corpo della donna è infatti un vero e proprio mezzo di dominazione «machista» che mira a imporsi sul nemico politico proprio sul piano della virilità: un’arma degli uomini contro altri uomini, che s’impone su donne disarmate“.

“Lo stupro viene perpetrato nella logica di un rituale simile a quelli dei corpi degli uccisi lasciati per molto tempo nelle pubbliche piazze con il divieto assoluto di dare loro una sepoltura, a dimostrazione che il potere fascista può esibire la sua forza non solo nella mortificazione e nel disprezzo che fa subire ai morti, ma soprattutto nella punizione e nel terrore che infligge ai vivi“, spiega Ponzani. È quello che accade al partigiano Teodoro Costarella, catturato dalle SS nell’aprile del ’44, le cui «gambe e braccia del cadavere presentano incisioni di baionetta e lacerazioni multiple, così che gli arti sono stati staccati dal busto», o ad un partigiano della banda Marcellin, «ucciso mediante il fuoco accesogli sotto il capo. Il supplizio è stato prolungato ad arte, distogliendo il capo del patriota dal fumo che poteva produrre una rapida morte per soffocamento e riportandolo poi sulla fiamma viva», o di tre ragazze «appese vive con gancio da macellaio, [che] spasimano diverse ore sulla piazza prima che intervenga la morte per soffocazione o per troncamento della vena jugulare» per aver aiutato dei partigiani.

Sono atti di brutalità, ma anche di vigliaccheria. “L’abuso di potere […] è possibile anche grazie alla consapevolezza di disporre di maggiore forza, visto che la maggior parte delle violenze si compie in gruppo e forzando la vittima a bere alcol o ad assumere droga. L’arma della violenza sessuale, perpetrata con facilità grazie alla possibilità di disporre delle vittime in ogni momento, dal fatto di poter compiere ogni genere di brutalità al riparo da occhi indiscreti, negli scantinati delle caserme, nelle celle delle prigioni con le finestre murate, non è però rivolta tanto a carpire informazioni: il vero scopo è terrorizzare, annichilire e mortificare la forza di resistenza delle donne. […] La violenza sessuale rientra comunque anche tra le azioni di violenza programmata, compiute a scopo dimostrativo.”

In una sentenza della Cassazione del 28 maggio 1948, giudicando queste violenze fasciste, fu riconosciuta la sussistenza del reato di sevizie, nella seguente sequela di torture: «denudare completamente una donna e percuoterla ripetutamente con nerbate, introdurre nella vagina una bottiglia o un proiettile sino a farle uscire del sangue, mentre altri colpiscono la vittima con nerbate al seno, e in tutte le altre parti del corpo; bruciare i peli del pube, praticare ripetute iniezioni di benzina, congiungersi violentemente con la donna, oppure non riuscendoci, percuoterla con un cinturone sull’addome, strapparle una ciocca di capelli, rovesciarle le unghie degli alluci con una pinza, lacerarle l’imene, obbligarla a compiere atti di masturbazione e inghiottire lo sperma».

Presupposto della violenza fascista era la “brutalizzazione e disumanizzazione del nemico” e il “mito della «violenza rigeneratrice» e del «disprezzo della donna»”. “La formula della violenza militare, delle minacce e delle pressioni psicologiche viene però utilizzata soprattutto per bloccare sul nascere le azioni di guerriglia, specie nei contesti dove le formazioni si sono maggiormente radicate e hanno un contatto diretto con le popolazioni locali. Nelle zone rurali dell’Emilia-Romagna l’obiettivo di spezzare le reti di solidarietà instaurate tra contadini e partigiani rientra anche nel più ambizioso progetto di regolare una volta per tutte i conti che si sono aperti nel 1920 con le violente agitazioni sociali che hanno segnato il «biennio rosso». A questi disegni sembrano del resto aderire quegli stessi proprietari terrieri e quei ceti medi rurali che già nel 1920-1922 hanno trovato appoggi e consensi nello squadrismo fascista, spaventati dalla crescita delle rivendicazioni sindacali paventate dal sistema delle leghe rosse”.

Le donne arrestate dai fascisti hanno la consapevolezza di quello che le aspetta, o perché leggono le scritte sui muri delle celle lasciate da chi c’è stato prima ora, o perché i fascisti stessi glielo adombrano costringendole ad assistere alle fucilazioni o ad udire le grida di altri prigionieri o prigioniere, o perché hanno incontrano delle sopravvissute. Ad esempio, Vinka Kitarovic, partigiana slovena, ricorda la ragazza di 22 anni che «una notte nel rifugio mi fece vedere che le avevano tolto i capezzoli del seno». Sono anche consapevoli degli scopi che i fascisti si prefiggono di ottenere con la violenza sessuale e decise a non farsi spezzare. Nelle parole di Ponzani: “Per le partigiane, donne politicizzate e militanti attive nella lotta antifascista […] la violenza sessuale è vissuta con una diversa consapevolezza […], filtrata dall’impegno politico e dal peso della «scelta» che impone di non cedere al ricatto d’essere annientate nello status di vittima sacrificale“.
Le partigiane sanno che i fascisti vogliono punirle perché la loro partecipazione alla Resistenza incrina l’ordine sociale fondato sulla famiglia patriarcale e gerarchica che hanno cercato di costruire nel Ventennio. Le donne che si ribellano, come abbiamo visto, lo fanno alla dittatura e all’ordine sociale che le vuole sottomesse. Ma, nonostante il dolore, la violazione profonda della loro dignità e il trauma, nemmeno la violenza sessuale riesce a piegare queste donne, che anzi la denunceranno per tutte le loro vite, in una testimonianza “che assume il valore di una denuncia universale per tutte le nefandezze del fascismo“.

The Last of Us: female characters done right [SPOILERS]

Questo blog è fantastico e sono felicissima di averlo scoperto. Ci sono critiche ben argomentate a cattive rappresentazioni di personaggi femminili e maschili nei videogames, ma preferisco ribloggare un articolo con un esempio positivo. In ogni caso, vale la pena di esplorarlo tutto.

Go Make Me a Sandwich

This post contains SO MANY SPOILERS. Fair warning

I actually hate stealth-based action adventure games, and I particularly hate such games made for consoles, and I am convinced that games with guns should always and forever be played with a keyboard and mouse amen.[1] So the fact that I actually finished The Last of Us and hugely enjoyed it is a testament to how incredibly awesome this game is. It is a masterpiece of level design, but more importantly it is the most tightly crafted, well written narrative that I have had the privilege to play in a long, long time.

Refreshingly, unlike most other post-apocalyptic dystopias, the world of The Last of Us is a world populated by women who do an equal share of the dirty work of surviving after the fungus-zombie-apocalypse[2]. No creepy, womanless patriarchy in the post-apocalypse. The women are also refreshingly not sexualized – they…

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Sulla decenza e sul cattivo gusto

Ogni volta che si rivendica il diritto per le donne di vestirsi in modo sexy senza per questo essere accusate di provocare stupri, molestie e commenti maschilisti, c’è sempre qualcuno o qualcuna che tira in ballo l’argomento della “decenza” e del “cattivo gusto”. L’argomento consiste in affermazioni del tipo “Sì, va bene la libertà, però non si può andare in giro con i leggings che lasciano intravedere le mutande perché è indecente!”.
Una prima critica a questo argomento è che il limite della “decenza” convenzionalmente riconosciuto lo hanno già fissato la legge, per quanto riguarda i luoghi pubblici, e i codici di abbigliamento (dress code) per quanto riguarda determinati spazi come i luoghi di lavoro o le scuole.
Ma per quanto riguarda ciò che è considerato indecente da tutte/i le/gli improvvisate/i arbiter elegantiarum ma non dalla legge (i suddetti leggings, ad esempio), dopo che, qualche tempo fa, sono stata accusata di essere “un’estremista liberale” (sic) in una discussione sull’argomento, ho deciso di dedicarmi ad un’approfondita disamina di questa argomentazione.

Partiamo dalle definizioni (vocabolario Zingarelli 2011):

Decenza: 1 – caratteristica di chi o di ciò che è decente; sinonimi: convenienza, decoro. 2 – rispetto delle norme di decoro, dignità, pudore e simili richiesto dalle necessità del vivere civile.

Occorre quindi scavare più a fondo, concentrandosi sul contenuto delle norme che la decenza consiste nel rispettare. Il decoro (sentimento, coscienza della propria dignità, che si riflette nell’aspetto, negli atteggiamenti, nell’operato e simili) è un concetto che a sua volta ci rimanda alla dignità (stato o condizione di chi, o di ciò che, per qualità intrinseche o per meriti acquisiti, è o si rende meritevole del massimo rispetto). Sotto la voce dignità, il vocabolario ci aiuta a fare chiarezza con una postilla sulle sfumature di significato:

Dignità è lo stato o la condizione di chi o di ciò che, per qualità intrinseche o meriti acquisiti, si rende meritevole di rispetto e si comporta in modo tale da conservare tale rispetto. Un comportamento e un aspetto esteriore improntati a dignità costituiscono ciò che si chiama decoro. Più debole è decenza, che evoca un’apparenza o un comportamento adeguati al buon gusto e al pudore, ma non suggerisce un tratto di particolare distinzione.

Sappiamo già che il rispetto è dovuto a ogni individuo in quanto tale e che la dignità è una caratteristica che ogni essere umano possiede, che viene riconosciuta a ogni essere umano – la dignità della persona umana – e che nessuna azione, nemmeno le più spregevoli, ci rendono “indegni”. La dignità della persona umana è la radice su cui poggiano i diritti. Perfino i criminali di guerra, gli autori di genocidio, hanno diritto ad un giusto processo e ad essere trattati con dignità.

Da queste informazioni possiamo trarre due conclusioni. La prima è che non ha senso affermare che un determinato abbigliamento svilisca la dignità di chi lo indossa o renda tale persona in qualche modo “indegna” di rispetto. La seconda è che il concetto di decenza viene sostanzialmente ricondotto a quelli di buon gusto e di pudore.

Concentriamoci perciò su questi ultimi. Lo stesso vocabolario Zingarelli ci dice che il pudore è definito come:

1 – naturale sentimento di riserbo per quanto riguarda la sfera sessuale, la nudità e simili;

2 – senso di riserbo, di discrezione, di rispetto di sé e degli altri.

Dalla definizione 1 apprendiamo che il pudore è un sentimento, e in quanto tale è personale. Le persone possiedono diversi gradi di pudore: c’è chi parteciperebbe a una manifestazione come la SlutWalk in mutande e reggiseno, chi si sente in imbarazzo se la gonna le si solleva quando si alza da una sedia, chi non si sente a proprio agio a spogliarsi nemmeno davanti al proprio partner. Il senso del pudore dipende dalla personalità, ma anche dalla socializzazione: le persone che sono cresciute vedendo i propri genitori girare tranquillamente nudi per casa probabilmente avranno un grado di pudore minore rispetto a chi è stato abituato al riserbo per quanto concerne la nudità.

Ne consegue che non si può stabilire come le persone dovrebbero andare in giro vestite sulla base di un sentimento soggettivo. Perché io dovrei adeguarmi, ad esempio, ai criteri di pudore di un uomo saudita, o di un nudista? In questo campo, l’unica cosa che si può fare quando il proprio senso del pudore viene ferito dalla vista di una persona orrendamente impudica è voltarsi dall’altra parte. Sì, sono un’estremista liberale: non ho alcuna intenzione di difendere il vostro diritto a non avere la vostra vista turbata dall’impudicizia altrui.

L’altro concetto a cui abbiamo ricondotto la decenza è il buon gusto, che il vocabolario ci dice essere:

1 – capacità di individuare e apprezzare ciò che è bello in campo artistico, letterario e simili;

2 – capacità di apprezzare le cose belle e raffinate.

E qui ci stiamo infilando in quel ginepraio che è la bellezza, il senso estetico. Anche qui ovviamente sono questioni soggettive. Per quanto esistano dei criteri socialmente condivisi di bellezza, un ideale che comunque è tale solo relativamente al qui e ora, non si può imporre a nessuno di adattarsi a quell’ideale, che comunque non è un vincolo, poiché ognuno ha un’idea di bellezza personale, che può discostarsi anche di molto da quella socialmente condivisa.

Il buon gusto nell’ambito dell’abbigliamento, poi, è una questione ancora più complicata. Innanzitutto molte subculture giovanili rifiutano esplicitamente l’estetica e il buon gusto convenzionali, quelli per intenderci delle riviste di moda classiche (lasciando da parte la moda come avanguardia e sperimentazione). Un giovane punk non si veste certo con “buon gusto”, ma il suo obiettivo è esattamente quello: esprimere la ribellione attraverso il suo look.
Un altro esempio è quello di cantanti come Lady Gaga e P!nk: la loro estetica è deliberatamente trasgressiva di ogni norma di buon gusto, folle, sopra le righe, provocatoria.

Questo per dire che spesso le persone non si vestono assecondando un non meglio definito “buon gusto”, ma per esprimere sé stesse. A volte si vuole essere eleganti e di classe, altre volte si vuole essere rock, altre volte si vuole essere comodi, altre volte sexy, altre volte rompere gli schemi. Ad ogni umore, ad ogni atteggiamento corrisponde un look diverso, quindi non ha senso pretendere che tutti/e girino sempre vestiti in maniera elegante e raffinata.

E poi c’è il fatto che può capitare che una persona si senta elegante con un determinato look, anche se al giudizio di un osservatore esterno quel look appare improponibile. Io, ad esempio, detesto i vestiti di paillette. Molta gente ha una repulsione viscerale per il famoso sandalo con calzino di spugna stile turista tedesco. Il buon gusto ci dà forse il diritto di importunare con opinioni non richieste gli indossatori di sandali con calzini le indossatrici di abiti di paillette? Per quel che mi riguarda, mi giro dall’altra parte tenendo per me le mie opinioni e non mi sento lesa nei miei diritti nel fare questo. Di fatto, non mi farebbe piacere se una delle benpensanti dei leggings si sentisse in diritto di importunare me facendomi sapere che secondo lei non dovrei metterli.

Secondo la mia modesta opinione, a lei il vestito di paillette sta benissimo. Ma su chiunque sia meno longilinea starebbe malissimo.  Detto questo, ognuno è libero di indossare quel che vuole. Sempre.
Secondo la mia modesta opinione, a lei il vestito di paillette sta benissimo. Ma su chiunque sia meno longilinea starebbe malissimo.
Detto questo, ognuno è libero di indossare quel che vuole. Sempre.

Alla fine la radice del problema è che certe persone non riescono a capire che il loro sistema di valori non è universale, e che per questo il compromesso devono farlo loro – risparmiandosi il presunto diritto di commentare e bacchettare l’abbigliamento altrui e voltando lo sguardo dall’altra parte – e non gli altri, che secondo loro sarebbero tenuti a moderare il proprio comportamento perché non si conforma a un sistema di valori altrui.