Partigiane (parte 1)

Prosegue qui la serie di post tratti da Guerra alle Donne di Michela Ponzani, la cui prima parte era dedicata alle motivazioni che spinsero le donne a disallinearsi rispetto al fascismo. Questo post tratterà della prima parte del capitolo 2, “Scelte di libertà”, che essendo molto denso merita di essere spezzato in due parti per una trattazione più approfondita.

Per le donne che, come abbiamo visto, hanno iniziato a porsi in modo critico nei confronti del regime fascista negli anni della loro crescita, il passaggio all’opposizione armata, il «salto» come lo definiscono alcune nelle loro memorie, non è un passo scontato o facile. La scelta partigiana, innanzitutto, è  una scelta di vita radicale, rischiosa, che comporta talvolta un taglio netto con la propria famiglia e la propria comunità.

Nelle testimonianze, tuttavia, le donne raccontano di una scelta fatta in piena consapevolezza, le cui motivazioni sono disparate. Tali motivazioni (che saranno descritte in dettaglio più avanti nel post) inducono “la soggettività femminile a uscire definitivamente dalla dimensione privata del vivere per abbracciare l’utopia del cambiamento”, come scrive Ponzani, un passo avanti nell’emancipazione femminile che risulterà irreversibile anche alla fine della guerra civile e dell’esperienza di lotta partigiana, siglato dal diritto di voto femminile nel referendum per la scelta fra monarchia e repubblica e nelle elezioni per l’Assemblea Costituente del 1946. Sempre nelle parole di Ponzani: “Ma se la guerra partigiana è stata capace di legittimarsi come una scelta di natura politica, perché è proprio dalla stagione del ’43-’45 che scaturiscono la democrazia costituzionale e la Repubblica, ciò lo si deve al fatto che a priori vi sono stati giovani uomini e donne capaci di farsi carico del dolore, del peso e della responsabilità d’impugnare le armi. Non a caso quel biennio è stato descritto a posteriori come una fase irripetibile ed esaltante della propria esistenza, spesso raccontato col rammarico di chi solo per un breve momento ha potuto farne parte”.

Scrive ancora Ponzani: “Le donne sentono che «è giunto […] il momento della liberazione da quelli che erano stati per secoli i vincoli, i legami che le tenevano in condizione di inferiorità». E’ questa una rivoluzione dal sapore totale, palingenetica, che spiega come l’accesso alla militanza antifascista non sia connesso in maniera automatica, immediata, fors’anche un po’ retorica, con la dimensione di un impegno politico-ideologico che ha come presupposto un mutamento generale e definitivo del vecchio mondo fascista e della vecchia società italiana degli anni di regime. Liberare il paese dalla «barbarie teutonica» è solo il punto di partenza per la realizzazione di una società più equa, e per l’avvio di un processo di democratizzazione dove l’impegno di tutte costituisce realmente la base su cui saldare l’orizzonte borghese tradizionale dei diritti civili – consegnato dall’esperienza politica dell’Europa ottocentesca – a una dimensione di giustizia sociale“.
Ignorando e respingendo i processi di emancipazione che stavano prendendo avvio prima, durante e dopo la Prima Guerra Mondiale, Mussolini e il regime fascista avevano tirato troppo la corda. “Le ragioni che muovono alla battaglia si pongono come azioni di coraggio per l’affermazione di sé stesse, in una rottura totale e definitiva con tutti i condizionamenti sociali e culturali imposti nel corso del Ventennio“, per dirla con le parole di Ponzani, che continua: “Eppure lo strappo definitivo con la società tradizionale, la trasgressione dei modelli comuni di donna e il rifiuto della mentalità patriarcale non si pongono per tutte in maniera sempre lineare e immediata: nella rivendicazione dei rischi che si sono corsi e del diritto d’imbracciare le armi, nella descrizione dello spirito d’avventura dei giorni trascorsi in montagna, tra i compagni di brigata, finisce per contare pure un certo gusto dell’eroismo”.

Ci sono tuttavia anche altri aspetti di cui tenere conto: “Molte finiscono con l’introiettare comportamenti tipicamente maschili, come mostra la volontà di rivendicare un proprio ruolo militare in banda. Quella della partigiana è, infatti, per eccellenza l’immagine di una donna che sa cavarsela anche in assenza della presenza maschile e che non crea problemi nella vita che si conduce alla macchia. Non è un caso che in molte testimonianze finisca con l’assumere importanza proprio la questione della «correttezza morale» e si stia attente a raccontare quanto la propria fisicità non abbia mai costituito una distrazione sessuale per i propri compagni, descritti non a caso come fratelli. «In banda non ero una donna ma una sorella», ha dichiarato una partigiana rivendicando con orgoglio la sua «serietà» per il fatto di avere dormito per mesi «con loro, spalla a spalla» essendo «l’unica ragazza della formazione». Nelle sue parole è ben presente il senso di fratellanza e il comportamento «corretto» tenuto dai compagni della propria formazione, ragazzi seri, dediti solo alla lotta: «niente scherzi di cattivo gusto, non uno che mi sfiorasse. Se uno mi avesse offesa gli sarebbero volati in dieci addosso»”.

D’altronde i benpensanti del tempo – ricordo che allora il delitto d’onore era ancora visto come normale e giusto, e che l’emancipazione femminile doveva tenere conto della rispettabilità prima di tutto, per poter legittimare le proprie richieste davanti a un’opinione pubblica ancora conservatrice – avrebbero avuto gioco facile a etichettare le partigiane come donne di facili costumi e così facendo a gettare discredito sull’intero movimento della Resistenza, perciò è evidente la necessità per queste donne di rimarcare il proprio comportamento integerrimo per evitare di essere attaccate sulla sessualità e vedersi ridotte ad ‘amanti (o peggio, prostitute) dei partigiani’ piuttosto che compagne di lotta. Va anche detto, come afferma nella sua testimonianza Laura Polizzi che: «Posso dire che da parte nostra come da parte degli uomini c’era un sentimento di solidarietà reciproca. Gli uomini non approfittavano certo del momento, né c’era il tempo per pensare a queste cose».

D’altro canto, anche i giovani partigiani, prima di fidarsi delle ragazze e trattarle come parte del gruppo, richiedevano loro di dimostrare «una certa serietà» (Ida Camanzi, staffetta SAP di Massalombarda), e loro stesse, nelle testimonianze, ricordano come il senso etico di responsabilità venisse prima di tutto, e come «l’amore per noi era l’ultima cosa a cui pensare» (Luciana S.). Aggiunge Ena Frazzoni: «Avevamo dimenticato di essere giovani […] Ci sentivamo parte di un esercito clandestino e ne sentivamo la responsabilità».

Ciò non significa comunque che le partigiane avessero sacrificato o dimenticato la loro femminilità, ma semplicemente che sapevano quando era il caso di metterla da parte e quando invece servirsene: «Nelle mie azioni ho sempre constatato che i tedeschi e i fascisti avevano una buona dose di stupidità. Infatti una volta che avevo indosso un carico di rivoltelle e di medicinali e dovevo attraversare il ponte di Schiavonia, i fascisti ci obbligarono tutti ad attraversare a piedi. Io e la compagna che era con me ci tirammo su le sottane fino alle cosce e i fascisti ci lanciavano gridi: ‘guarda, le gambe della bionda!’. E ci lasciarono passare in bicicletta.», racconta Antonella Laghi. E ancora, racconta Anna Domenicali: «Non ci hanno mai fermato, perché quando arrivavamo di fronte ai tedeschi, ci tiravamo su un po’ di più le sottane, e allora…hai capito».

Bisogna sempre ricordare che “la guerra partigiana la si impara giorno per giorno per mezzo di un accumulo di esperienze e la si fa anche sbagliando”, come dice Ponzani, dato che le giovani donne e uomini della Resistenza non avevano ricevuto nessun addestramento alla guerriglia, alle azioni di sabotaggio o alle operazioni di logistica segrete. Molte testimonianze delle donne rievocano questi errori e sono cariche del senso di sollievo derivante dal sapere che tali errori non hanno fortunatamente portato alla morte dei loro compagni, o alla loro, oppure della paura per le conseguenze causate. C’è Pia Zavaglia (staffetta nella XXIX brigata Garibaldi di Forlì) che nasconde le armi in un pagliaio, salvo poi scoprire che dei soldati tedeschi hanno usato proprio quel pagliaio per trascorrere la notte e si trova costretta a recuperarle facendo attenzione a non svegliarli, e, non essendoci riuscita, assiste ai tedeschi che, trovate le armi, minacciano di fucilare suo suocero (alla fine le implorazioni delle donne di casa riescono a salvarlo: il suocero se la cava con un pestaggio). C’è Antonella Laghi che, dovendo trasportare una missiva in bicicletta, invece di nasconderla all’interno della canna la tiene sul sellino, sotto il sedere, salvo poi scoprire che il calore del corpo ha sciolto l’inchiostro, rendendola illeggibile.

E bisogna ricordare che la scelta partigiana comporta “la vita in solitudine, l’abbandono della famiglia, l’allontanamento forzato dagli affetti più cari, l’abituarsi a vivere da sole e a contare solo sulle proprie forze”, come scrive Ponzani, che prosegue: “Ciò vale a maggior ragione per quelle donne che scelgono di entrare nei Gruppi di azione patriottica (GAP), i reparti organizzati di guerriglia urbana delle brigate Garibaldi dove s’impone la ferrea regola della clandestinità e della vita in solitudine per molti mesi. Le partigiane che vi aderiscono sono costrette a dormire in giacigli di fortuna, ogni notte in un posto diverso; isolate e distaccate dal resto dei compagni per necessità di segretezza, rimangono per molto tempo senza collegamenti in attesa di un’azione da compiere. Sono inoltre continuamente esposte, forse più di altre, alle operazioni di controguerriglia partigiana che i reparti armati della RSI mettono in atto soprattutto nei contesti urbani”.

FINE PRIMA PARTE – SEGUE

Un pensiero su “Partigiane (parte 1)

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