Verso la Resistenza: la presa di consapevolezza delle donne

Le informazioni contenute in questo post sono tratte dal saggio “Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, «amanti del nemico». 1940-1945” (edito nel 2012 da Einaudi) della storica Michela Ponzani, dottore di ricerca in Storia Contemporanea e ricercatrice presso l’Istituto storico germanico di Roma. Il libro mi è stato assegnato come lettura per il corso di Storia Contemporanea, ma visto l’argomento ho pensato di riportare qui sul blog un po’ di informazioni. 

Il primo capitolo (“Bambine in Guerra”) è dedicato alle testimonianze delle donne che iniziarono a sviluppare un atteggiamento di critica e avversione verso il regime fascista durante gli anni delle scuole, atteggiamento poi sfociato nell’antifascismo militante e nella Resistenza.

Il testo mostra come il tentativo del regime di ‘fascistizzare’ l’intera società attraverso un controllo capillare della vita sociale e individuale operato dalle sue istituzioni e dalla propaganda fallì, per quanto riguarda le donne, per aver ignorato e tentato di reprimere le loro aspirazioni all’emancipazione e alla partecipazione attiva alla società.

La scelta di opporsi al fascismo venne compiuta molto spesso dalle generazioni più giovani, quelle nate e cresciute all’interno del fascismo, che nelle aspettative del regime avrebbero dovuto assorbire la mentalità e l’ideologia fascista che permeavano ogni aspetto della loro educazione.

Scrive Ponzani: “Nell’Italia degli anni Trenta, la via d’accesso all’antifascismo passa dunque soprattutto per una dimensione esistenziale, nelle vicende che si vivono nel quotidiano ogni giorno, nella critica a una società corrotta, segnata da profonde e incomprensibili diseguaglianze sociali; […]. Sebbene non per tutte il «salto» alla lotta armata e alla scelta d’imbracciare le armi sarà immediato e scontato, è indubbio che la via d’accesso all’antifascismo – sia pure esistenziale, generico e umanitario – tragga origine non tanto dalle parole d’ordine politiche stabilite sul piano ideologico-militare dalla dirigenza dei partiti antifascisti, quanto piuttosto dalla critica che si muove alle condizioni di vita in cui il regime ha costretto l’Italia in quegli anni; una critica che è originata e mossa proprio dal fastidio che si prova verso l’apatia di una società dove bisogna solo «credere obbedire combattere», che ha rinunciato a lottare per l’affermazione di se stessa e delle proprie libertà civili e democratiche”.

L’idea di donna nell’ideologia fascista, nelle parole di Ponzani, “è già un tratto marcato delle strutture tradizionali delle famiglie patriarcali legate al mondo rurale”, un modello in cui le ragazze che hanno iniziato a studiare non vogliono riconoscersi: esse non vogliono abbandonare la scuola e non vogliono seguire il destino delle proprie madri, che nelle testimonianze ricordano come sfibrate dalle continue gravidanze e dal lavoro, sia domestico che nei campi, una condizione misera che stride con la propaganda fascista incentrata sulla donna angelo del focolare, madre prolifica e sottomessa al marito. Inoltre, “Nella politica per le donne elaborata dal fascismo la Chiesa intuisce e fiuta la possibilità di ottenere un controllo della società pressoché definitivo; il concetto che fa della «donna italiana» la «pietra fondamentale della casa», la «madre, sposa, collaboratrice essenziale dell’uomo nella vita sociale non meno che nell’azienda domestica» non può che trovare pieno accordo da parte del mondo cattolico […] secondo i principi espressi da Pio XI nell’encliclica Casti connubii del 1930: «il compito nobilissimo di sposa, di madre e di compagna» deve infatti accordarsi con l’ordine all’interno della famiglia, basato sulla «superiorità del marito sopra la moglie e i figli», nonché sulla «pronta soggezione e ubbidienza della moglie»”.

Questa convergenza di due forze di controllo sociale, di due agenzie di socializzazione, le istituzioni del regime e la Chiesa, che schierano la legge e la morale nel tentativo di normare in senso restrittivo lo spazio sociale delle donne è ciò che spinge le ragazze a cercare un nuovo ordine sociale, a porsi criticamente nei confronti del ruolo che la società assegnava loro.

Per citare Ponzani: “Nel piccolo mondo delle bambine in guerra il senso di ribellione al regime finisce così per identificarsi con una battaglia personale per la fuoriuscita da uno stato di inferiorità sociale e culturale”. Per le future combattenti o staffette partigiane, insomma, “fascismo e ingiustizia sociale sono due facce della stessa medaglia”.

Alcune di loro, provenienti da famiglie di socialisti e comunisti, nell’ambiente scolastico sperimentano la discriminazione e l’ostracismo come conseguenza dei loro gesti di ribellione spontanea, come il rifiutarsi di indossare la divisa da «Piccole Italiane» a scuola o di iscriversi, appunto, alle «Piccole Italiane». In altri casi, è la vista delle violenze operate dagli squadristi sui loro familiari a suscitare in loro l’opposizione al regime.

Scrive Ponzani: “Gli anni del Ventennio sono quindi molto duri per queste bambine che scontano la «diversità» delle loro famiglie di origine. «Portare una cravatta, un paio di scarpe rotte bastava per essere battuti a sangue, a far ingurgitare a forza bottiglie di olio di ricino. Lavorava chi aveva la tessera. Papà faceva 15-20 ore l’anno come bracciante». Così ha ricordato una partigiana del bolognese […]”.

Per le donne provenienti dalle terre di confine sottoposte all’occupazione militare italiana, dove il fascismo di frontiera aveva imposto l’italianizzazione forzata, l’opposizione al regime nasce anche dal desiderio di preservare la propria identità contro la violenza culturale fascista, come ricorda Vinka Kitarovic, originaria di Sebenico e membro della VII brigata Gap di Bologna, la cui scelta antifascista nacque come protesta contro l’obbligo di utilizzare solo libri di testo in italiano imposto dai fascisti alle scuole della Dalmazia nel 1941.

Le politiche sociali del fascismo erano centrate sull’assistenza improntata al “paternalismo caritatevole” di stampo cattolico, e “la permanenza d’istituzioni private che fanno della beneficenza il loro credo mostra tuttavia fino a che livello lo Stato sia incapace di sostituirsi a esse introducendo il diritto all’assistenza sanitaria gratuita. Accade allora che una lezione di lotta possa essere impartita anche dal proprio padre se questo vieta alla figlia di recarsi in casa dei signori, a mangiare un pasto decente, il giorno della festa dell’8 dicembre” , quando tutti i benestanti del paese prendevano i bimbi più poveri a mangiare a casa loro. Racconta Tisbe Bigi: «Mio padre non m’ha mai lasciato andare perché non voleva che subissi l’umiliazione di mangiare bene un giorno, di vedere come stavano i signori, pensando che tutto l’arco dell’anno io potevo mangiare a casa mia poco e male». La lezione è che la beneficenza non rimedia alle iniquità della società, ma le rimarca.

Per altre, sono le proprie madri ad essere d’esempio, svelando loro una realtà che confligge con quella che le bambine imparano a scuola: è il caso di Anna Malagoli, la cui madre, ostetrica, le descrive «quanta miseria c’era nelle case dove quelle madri partorivano nel freddo, con stracci e in case fatiscenti», o di Zelinda Resca, cui la madre confessa che, in caso sia necessario «decidere tra la salvaguardia della propria salute e le troppe gravidanze», la priorità vada alla salute della donna, in netto contrasto con la politica del fascismo che esaltava e premiava la prolificità con esenzioni dalle tasse e un’apposita cerimonia organizzata dall’ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) il 24 dicembre.

Per altre ancora, è nella realizzazione di cosa significhi veramente la guerra seguita alla partenza o alla notizia della morte di un fratello o di un padre che nasce l’opposizione al regime, oppure “il contrasto tra la propaganda di regime e i discorsi che si fanno in casa sulle condizioni di disagio economico” che mette “di fronte alla realtà del mondo in cui si vive, fondato su differenze sociali inspiegabili”.

Per concludere, il fascismo, ricercando la stabilità sociale attraverso il ritorno ad un “rassicurante modello sociale di famiglia tradizional-popolare”, ha scelto di ignorare le disuguaglianze di classe e di genere, ed è questa la motivazione fondamentale, comune a tutte le testimonianze anche se ognuna ci è arrivata con una propria personale presa di consapevolezza, che ha spinto le donne a opporsi al regime.

La protesta e il rifiuto di sottostare la sistema di diseguaglianze sociali che il fascismo ha imposto alle classi degli «umili»”, per dirla con le parole di Michela Ponzani, sono stati più forti della propaganda e del conformismo, e questo è un aspetto della Resistenza che merita di essere sottolineato, il suo aspetto meno politico nel senso di confronto fra sistemi di idee opposti, ma più squisitamente politico nel senso di partecipazione alla polis, alla comunità, da parte proprio di coloro che fino ad allora non avevano avuto voce in capitolo, ma che quando si presenta l’occasione concreta di costruire un nuovo ordine portano la loro voce e la loro consapevolezza.

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