La mancata valorizzazione dei beni culturali in Italia: qualche esempio

Ho finito da poco di leggere il saggio “Se muore il Sud” di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, una lunga e dettagliatamente documentata inchiesta su molti dei problemi che storicamente affliggono le regioni del Mezzogiorno italiano, tenendole in una condizione di arretratezza economica e sociale. E’ un saggio che va letto, perché fornisce una mole impressionante di dati e presenta una prospettiva ampia sul problema, prendendo in considerazione lo stato delle università, della sanità, dei servizi ferroviari, e tratta della dispersione delle risorse fornite dallo Stato e dall’UE, della posizione delle regioni del Sud nelle classifiche europee, della mafia (e delle sue infiltrazioni al Nord che le comunità locali si ostinano a ignorare o negare), traccia un confronto fra le politiche di promozione turistica attuate nelle Isole Baleari e quelle (non) attuate in Sicilia, si sofferma sullo sperpero di denaro pubblico e sull’inefficienza della ricostruzione dopo i terremoti dell’Irpinia e dell’Aquila, sul business delle truffe all’INPS, sulle mancate opportunità del porto di Gioia Tauro, sulla mancata riqualificazione dell’area di Bagnoli, sulla Terra dei Fuochi, e infine anche sulle storie di successo del Sud.

C’è tanta carne al fuoco e tante informazioni che mi piacerebbe riportare qui, ma dovendo scegliere preferisco focalizzarmi sul tema del degrado e della mancata valorizzazione dei beni culturali.

C’è una targa, su un palazzo malandato di Santa Maria Capua Vetere: “In questa casa nel 1860 Giuseppe Garibaldi ebbe alloggio e accoglienza ospitale. Qui il 2 novembre fu sottoscritta la resa di Capua che assicurò il trionfo d’Italia e del suo diritto. I cittadini di Santa Maria C.V., per ricordare que’ giorni di palpiti e di gloria, il 1° ottobre 1883 posero”. Quel palazzo dove fisicamente nacque l’Unità d’Italia si chiama Teti Maffuccini e in un paese normale sarebbe meta di turisti, visitatori stranieri, scolaresche. Da noi, infossato tra orrendi condomini altissimi, cade letteralmente a pezzi. […] Confiscato quasi una ventina di anni fa a “don” Nicola di Muro, già vicesindaco accusato di essere “il padrone e forse anche il padrino di Santa Maria Capua Vetere”, protagonista indiscusso del sacco urbanistico della città, il povero palazzo è stato restituito dopo molti anni al Comune perché lo sistemasse […] E “opencoesione.it”, il sito che rende conto dei progetti finanziati, dice che il recupero della nobile residenza, che avrebbe dovuto essere finito entro il 31 dicembre 2011, non è mai cominciato. Pagamenti effettuati fino a ottobre 2013: 0 per cento. 

Foto tratta da casertace.net

Foto tratta da casertace.net

Il libro è stato pubblicato nel novembre 2013, perciò mi sono messa a cercare informazioni più recenti. Il risultato? In questo articolo, risalente a un anno fa, di casertace.net, si sostiene che i lavori saranno terminati nel luglio 2015. Informazioni più recenti non sembrano reperibili.

Il sogno di fare un “parco archeologico” dell’incompiuto a Giarre, capitale planetaria delle incompiute, ahinoi, resterà incompiuto. Era una botta di genio, la pensata provocatoria dei giovani artisti del gruppo Alterazioni Video, nata dal surreale sbigottimento davanti a tutte le opere pubbliche mai finite, di rovesciare tutto. […] Non è cacca “artistica” anche una costosissima piscina da 49 metri con il risultato che non ci si sarebbero potuti fare neppure i campionati di istituto? E non è forse un’incompiuta, visto che mai fu dotato del tetto, anche il meraviglioso Tempio di Segesta? Tanto valeva provarci. E per dare una cifra intellettuale all’operazione, fu steso su quei piloni conficcati nel cielo e quel cemento armato divorato dalle erbacce, un “Manifesto dell’Incompiuto” […]
Nella primavera 2012 il giornale online “ctzen.it” raccontava che erano in arrivo altri 2 milioni di euro per completare il Teatro Nuovo e che i “tempi di lavoro stabiliti” erano di 546 giorni. Al momento di andare in stampa con questo libro ne erano passati 500 senza un colpo di martello, un buco di trapano, una passata di pennello. Auguri. Cominciarono a costruirlo nel 1952, quel Teatro Nuovo […] Via via che lo Stato, la Regione e il Comune ci spendevano soldi, c’era chi si fregava tutto. Mettevano i bagni e sparivano. Le mattonelle e sparivano. Le poltroncine e sparivano. Un incubo. Ridicolo e indecente. Un giorno portarono sul posto, per una perizia, Pier Luigi Nervi. Il celeberrimo architetto guardò, ispezionò, piegò le labbra in una smorfia e disse, schifato dalla scoperta che avevano ignorato (là, sotto l’Etna!) anche i criteri antisismici: “Potete fare una cosa sola: buttarlo giù”.

Foto tratta da corrieredelmezzogiorno.corriere.it

Foto tratta da corrieredelmezzogiorno.corriere.it

E’ il Corriere del Mezzogiorno, con una fotogallery del novembre 2012, a mostrarci tutta la desolazione delle opere incompiute di Giarre. E da allora? WikiSpesa, la cui voce è aggiornata al novembre 2014, lo ancora per incompiuto, ed è il risultato di ricerca più recente disponibile su Google. Si attendono aggiornamenti.

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Il capolavoro assoluto, inarrivabile e delirante di questa “Sfasciopoli” (sempre Giarre, ndr) è però quello che un cartello stradale, con involontario umorismo, chiamò “Stadio di ‘atletica’”, con le virgolette. Era un impianto faraonico, costruito per le Universiadi, con gradinate capaci di ospitare 15.000 persone dove mai si è seduto uno spettatore: troppo ripide. Riescono ad arrampicarsi solo le erbacce che stanno sbranandosi tutto. Nessun parcheggio, nessuna strada d’accesso, nessuna manutenzione. Vetrate spaccate, piste di tartan crepate, pavimentazione ingoiata dalla gramigna.

L’intero capitolo 7 del libro, intitolato “Ma in quali mani, gran Dio!” – Lo spreco insensato dei beni culturali e del turismo merita da solo il tempo speso per prendere il libro in biblioteca o i soldi spesi in libreria. Vorrei poter salvare tutti i dati che contiene, ma non potendolo riportare interamente qui sono costretta a scegliere due soli casi emblematici fra i tanti: il primo è quello di Capua, dove si trovano “la leggendaria scuola per gladiatori di Lentulo Batiato e l’arena nella quale Spartaco si batteva e da dove partì la rivolta degli schiavi del 73 a.C.”.

Fermo restando il sacro rispetto per i resti archeologici, quanti soldi si potrebbero recuperare a Capua in biglietti, libri e merchandising da investire poi nella salvaguardia del luogo? Bene: nel 2012 a Capua, dice il sito del ministero, sono stati venduti per il circuito Anfiteatro (il più grande di tutti dopo il Colosseo), Mitreo e Antiquarium, e Museo archeologico, la bellezza di 10.659 biglietti: 29 al giorno. Per un incasso totale lordo, tenetevi forte, di 23.420 euro e 56 cent. Neppure il necessario per pagare lo stipendio lordo a uno solo dei numerosi dipendenti che […] alla vigilia del Terzo Millennio erano ancora 72. 

Eppure nella zona c’è molto da vedere, come testimonia ad esempio questo resoconto: Scoprendo il ‘Colosseo’ campano: Santa Maria Capua Vetere. Ma, per valorizzarlo, occorre una strategia lungimirante di promozione. E la scuola per gladiatori non offre nemmeno immagini di sé su Google…

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Il secondo caso è quello della Villa di Poppea a Oplontis, che giace nell’indifferenza più totale: “Non c’è una zona di rispetto, non c’è un cartello stradale che aiuti a non perdersi nel casino di una viabilità delirante, non c’è un visitor center, non c’è un parcheggio, non c’è un bookshop e manco un baracchino, una gelateria, un bar…”. Gli Ori di Oplontis, 65 gioielli rinvenuti nell’84 nella villa di Lucio Crassio dopo essere stati sepolti insieme alle persone che li indossavano dall’eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei, Stabia ed Ercolano, avrebbero dovuto essere ospitati da un museo, di cui si iniziò a parlare nell’87. E come scrivono Stella e Rizzo, “Un quarto di secolo dopo, quel museo non solo non è ancora stato fatto ma manco progettato. E i celeberrimi Ori di Oplontis […] sono chiusi in una cassetta di sicurezza. Vietati alla vista dei visitatori insieme con tutti gli altri reperti più preziosi che sono ammucchiati in un deposito tra gli indecorosi casotti di cemento accanto alla Villa di Poppea”.

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Insomma, non voglio dire che questi problemi con il degrado o la mancata valorizzazione del patrimonio artistico e monumentale siano propri solo del Sud, ovviamente. Ho già accennato in passato ai problemi di disorganizzazione della zona in cui vivo e ne tratterò meglio in futuro, ma ciò non significa che le situazioni illustrate sopra, e le tante altre descritte nel libro di Stella e Rizzo, possano essere ignorate. In questo caso “mal comune mezzo gaudio” non solo non vale come scusa, ma è anche profondamente offensivo, visto che il passare del tempo aggrava sempre più la già delicata situazione dei beni in pericolo, e l’inazione non risolve i problemi di quelli che sono in buone condizioni dal punto di vista della conservazione, ma sono sconosciuti ai turisti.

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8 pensieri su “La mancata valorizzazione dei beni culturali in Italia: qualche esempio

  1. L’Italia può e deve offrire a residenti e turisti quanto di meglio possiede: Natura e Cultura. Già più di tre secoli fa, assistiamo ad un Johann Sebastian Bach, che si reca a Roma per copiare a mano i Fiori Musicali di Girolamo Frescobaldi; fino all’Ottocento, il Grand Tour, viaggio d’istruzione per le persone colte di buona famiglia, era un appuntamento imprescindibile, incentrato sull’Italia e su Roma, per tacere del Prix de Rome, offerto dal Governo Francese fin dal 1633 ai migliori allievi dei corsi ad indirizzo artistico, il che è tutto dire, in una Nazione che ha avuto in Nicolas Chauvin l’eponimo del pensiero ultranazionalista.
    Se, da una parte, spicca l’abbandono di preziosi tesori, non solo per mancanza di fondi, ma anche per manifesta incapacità ad utilizzare quelli disponibili anche in cospicuo ammontare, dall’altra, assistiamo a danni perpetrati ai danni di Beni Culturali spacciati per restauri e finanziati con contributi pubblici, molto probabilmente, sotto la connivente complicità degli Enti preposti.

    • Quello che dici è tristemente vero – nel libro di Stella e Rizzo sono anche documentati casi del genere.
      Sull’utilizzo dei fondi hai toccato una nota davvero dolente, perché il Sud avrebbe diritto a cospicui finanziamenti da parte del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (ERDF), che però non vengono utilizzati perché non vengono presentati progetti specifici.
      Quando ero a Malta ho notato che laggiù praticamente non c’è progetto che non si avvalga di finanziamenti dell’ERDF: strade statali, restauri di beni architettonici, pannelli fotovoltaici nelle aziende, display informativi per i turisti… non ho visto cantiere dove non campeggiasse il cartello con la doppia bandiera dell’UE e di Malta che spiega la percentuale di fondi che ciascuno ci ha messo.

  2. Pingback: Prostrati | Buseca ن!

  3. Essendo siciliano e avendo girato un poco la sicilia conosco abbastanza bene l’enorme patrimonio storico e artistico che è presente in sicilia(e in italia ) ma purtroppo vedo che non e completamente tenuto in grande considerazione non so se l’italia può vivere di turismo e arte ma sicuramente potrebbe far lavorare un enorme numero di persone e aiutare l’economia italiana oltre che lo stato , non avendo grandi risorse naturali quello su cui possiamo puntare come background sono l’arte il turismo e l’agricoltura l’eccellenza , poi per non parlare degli enormi sprechi opere pubbliche mai finite o finite male con costi enormi e con ritardi enormi e purtroppo questo e un problema sistemico del nostro paese e se non si agisce in fretta le cose possono solo peggiorare , basti pensare per esempio al expo che nonostante inizierà fra poco ancora non è completo.

    • Su Expo sono preoccupata, ma mi sforzo di essere fiduciosa. Devono farcela. Non possiamo permetterci, come Stato, la figuraccia di non farcela.

      Mi hai raccontato molto sulla Sicilia e credo che meriti di essere valorizzata molto di più. Le persone devono essere consapevoli delle potenzialità del loro territorio. Come dici tu, è un problema sistemico, eppure di fronte agli sprechi e al degrado ci sono anche gemme che fioriscono splendide. Bisogna solo capire come trasferire i modelli che funzionano anche su altri contesti.

    • Come già scritto sopra e ribadito anche nell’intervento a firma alessiox1, le eccellenze dell’Italia sono Natura e Cultura: la prima fornisce, grazie ad una sapienza che, purtroppo, va decrescendo perché non tramandata, prodotti agricoli di prim’ordine, la seconda, oltre all’arte, è – ma, purtroppo, sarebbe più opportuno parlare al passato – in grado di dare opere civili e prodotti industriali di altissima qualità, tanto è vero che gli Uffici pubblici, vergognosamente smantellati o ridotti all’osso in nome di un liberismo che tutto rode, avevano raggiunto un tali livello qualitativo che, all’estero, sovente, si rivolgevano all’IRI, all’ANAS, all’ENEL od alle FS perché inviassero un Ingegnere che, con la sua preziosa opera potesse risolvere i loro problemi.
      Le mancanze di fondi e gli sprechi ci sono perché, da una parte, manca un’imposizione fiscale progressiva con lotta all’evasione mentre, dall’altra, il rigore nei controlli durante l’esecuzione, oltre che una vera e propria idolatria nei confronti del privato, mascherata da esaltazione della concorrenza e del mercato, ma altro non è che privatizzazione a vantaggio di questo o quell’amico o persona collusa con il medesimo. Per questo stesso motivo, molte opere pubbliche sono incompiute: basti pensare che l’autocamionale dei Giovi, carreggiata Sud dell’autostrada numero 7, primo esempio al mondo di autostrada, fu costruita in soli tre anni, dal 1932 al 1935, con i mezzi tecnici di allora, ben diversi da quelli in uso oggi. Per quanto riguarda l’Esposizione Universale di Milano, c’è stato un tale movimento di denaro da rendere ragionevole attendersi una valanga di processi in Tribunale: basti pensare che la progettata rivalorizzazione dei navigli ha portato solamente alla realizzazione di un piccolo canale, affine a quello per condurre l’acqua alle risaie, mentre l’Amministratore Delegato si pavoneggia, pur essendo una figura che non dovrebbe nemmeno esistere, non essendo assolutamente opportuna la costituzione di una Società per Azioni, Ente di Diritto privato, che ben poco ha da vedere con l’Esposizione, ma anche con altri servizi; nondimeno, tutto viene trasformato verso quella Ragione sociale perché deve avere per legge cariche sociali, i cui emolumenti, non sono soggetti a limitazioni, pur essendo l’azionariato anche a capitale interamente pubblico.

  4. Pingback: I beni culturali tra frammentazione e carenza di risorse | Il Ragno

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